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giovedì 20 dicembre 2018

Perché aiutare un hikikomori è così difficile


Post di Marco Crepaldi

Quando parliamo con un hikikomori ci accorgiamo di avere davanti una persona che soffre evidentemente, ma che, allo stesso tempo, si dimostra restia ad abbandonare la propria condizione, adducendo una serie di motivazioni a suo modo razionali: sostiene di stare bene nella solitudine, di non avere nulla da spartire con i coetanei, oppure di essere senza alternative, convinto che nessuno possa aiutarlo.

Tale aspetto emerge anche da uno studio (presentato integralmente nel mio libro in uscita a febbraio) condotto su 288 madri e padri dell’associazione genitori di Hikikomori Italia, la cui età media dei figli è risultata essere pari a 20 anni. Questi ultimi, secondo la maggior parte dei partecipanti al sondaggio (circa il 60%), avrebbe un’alta consapevolezza del proprio problema di ritiro, eppure, solo una minoranza di loro sembrerebbe predisposto a ricevere aiuto.

Cerchiamo di capire perché.



Losing You - LY



Come descritto nel post relativo ai tre stadi dell’hikikomori, la pulsione all’isolamento nasce a livello irrazionale e scaturisce da una difficoltà dell’individuo nell'instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. L’ambiente sociale, spesso rappresentato da quello scolastico e dal rapporto quotidiano con i coetanei, diventa fonte di malessere e viene quindi respinto.

Il bisogno di ritiro potrebbe essere dunque interpretato, in questa fase iniziale, come un meccanismo di difesa istintivo che porta l’hikikomori a evitare il più possibile le relazioni sociali dirette. La causa del disagio, tuttavia, deve essere ancora individuata, elaborata e attribuita a livello consapevole.

Ciò che porta l’hikikomori ad abbandonarsi alla pulsione di isolamento sociale, smettendo di contrastarla e sprofondando dunque nella solitudine, è la visione negativa delle relazioni che si viene a sviluppare successivamente e che fornisce una motivazione razionale alla scelta del ritiro. In questa fase viene quindi identificata una correlazione causa-effetto tra il proprio malessere e il rapporto diretto con gli altri, maturando contestualmente anche l’idea che sarebbe opportuno allontanarsene e smettere di imporsi determinate azioni sociali fonte di sofferenza.

Alla base dell’hikikomori vi poi è un meccanismo psicologico che favorisce la cronicizzazione dell’isolamento e lo rende difficilmente reversibile, ed è il motivo per cui il soggetto arriva talvolta respingere qualsiasi tentativo di aiuto. Parlo di una estremizzazione del pensiero, ovvero una visione della realtà che potremmo definire “comune” nel contesto sociale di cui l’hikikomori fa parte, che tuttavia finisce per radicalizzarsi e per orientare fortemente le azioni dell’individuo. 


Da ipotesi a convinzione: il ruolo degli schemi mentali


Nel corso dell'esistenza, noi esseri umani sviluppiamo una serie di convinzioni sul funzionamento della realtà, generando degli schemi mentali che ci permettono di filtrare le informazioni in ingresso, elaborarle e incasellarle sulla base di un criterio predeterminato. Tali schemi ci sono necessari poiché le nostre risorse cognitive non sono infinite e necessitiamo di punti fermi che ci aiutino a fare ordine in una realtà dimensionale caotica e piena di stimoli.

Questi tendono tuttavia a irrigidirsi nel tempo poiché, sempre per una questione di risorse cognitive limitate, non ci possiamo permettere di metterli costantemente in discussione, e quindi saremo predisposti a cogliere solo le informazioni che andranno a confermarli, mentre ignoreremo quelle in contrasto.


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Dunque, ogni convinzione è in origine solamente un'ipotesi generata direttamente dall'esperienza, ossia dal nostro interfacciarci con l’ambiente circostante. Alcune ipotesi, però, sopravvivono nel tempo, diventando sempre più forti, grazie a una ripetuta e costante convalidazione, fino a diventare parte integrante della nostra identità e guidando di conseguenza le azioni. A quel punto non saremo più interessati a metterle in discussione, al contrario, diventeremo come dei "ricercatori disonesti", che non cercano realmente di comprendere se la propria ipotesi sia vera o falsa, ma selezionano solo quelle informazioni in grado di sostenerla.

Gli schemi mentali sono dunque come delle lenti che determinano il nostro modo di percepire il mondo, in un processo di influenza bidirezionale, per cui l'esperienza determina gli schemi e gli schemi, a loro volta, determinano il nostro modo di interpretare l'esperienza.


Proviamo a fare un esempio semplificato di questo meccanismo sul caso concreto di un hikikomori. Immaginiamo un ragazzo poco abile e brillante nelle situazioni sociali che fatica a relazionarsi con i compagni di classe, i quali tenderanno ad approfittarsi delle sue debolezze per prendersi gioco di lui. Tutto ciò potrebbe portarlo a sperimentare malessere e a preferire stare da solo rispetto che in compagnia di altre persone.

La solitudine diventa allora fonte di sollievo poiché permette al ragazzo di ridurre la pressione derivante dal giudizio altrui, inflessibile certificatore delle sue mancanze sociali. Il rischio, dunque, è che nasca in lui l’idea di essere diverso dagli altri, immaginando la propria vita migliore se vissuta lontano da tutti.

Tale idea rappresenta quindi un’ipotesi sviluppata sulla base di un’esperienza reale diretta, rafforzata da sensazioni fisiche e somatiche. Il passaggio da ipotesi a convinzione non è però così diretto, non basta infatti tale l’idea per passare all’azione, ovvero all’isolamento. L’ipotesi deve essere rafforzata e validata più e più volte nel corso del tempo, finché non verrà pienamente accettata come veritiera e dunque applicata.


Leggi il libro


Conclusioni


Gli hikikomori, è giusto precisarlo, non sono i soli in grado di cogliere gli effetti negativi che relazioni interpersonali e dinamiche sociali possono produrre. Noi tutti le sperimentiamo e ne diventiamo consapevoli. La differenza è che a livello temperamentale e ambientale disponiamo di maggiori strumenti per elaborarle e razionalizzarle, in modo da riuscire a conviverci senza lasciare che ci portino a dei comportamenti di rifiuto estremi.

Cambiare l’interpretazione della realtà di un hikikomori è dunque molto complesso poiché andremo a scontrarci con degli schemi mentali particolarmente rigidi e composti da una serie di convinzioni che si sono fortificate nel corso di molto tempo e che sono divenute parte integrante dell’identità del soggetto che le ha generate.

Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un disallineamento e un fraintendimento di fondo tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.

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6 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  2. Il fatto che uno si diverta piu' a casa propria che uscendo fuori, (come se fossimo obbligati a farlo), non vuol dire essere hikikomori o malati. Ma solo che mi piace starmene anche in santa pace a casa mia e rilassarmi. E comunque il fenomeno ha avuto origine dai noi a fine anni 90, e non solo adesso. E non riguarda solo gli adolescenti, che sono comunque quelli "piu' colpiti".

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  3. [...]Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un disallineamento e un fraintendimento di fondo tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.[...]

    ..dirò la mia a questo proposito. Ho 33 anni, e diversi ne ho passati facendo psicoterapia. Ho visto il forum e una parte di me voleva tanto iscriversi, ma non credo però lo farò e spiego perché. La mia impressione è che si cerchi di informare genitori ed educatori da una parte (giustissimo), dall'altra si da spazio agli hikikomori di parlare tra loro. E io vorrei tanto sentirmi capita, ma l'ultima cosa di cui ho bisogno è entrare in un loop in cui ciascuno racconta.. i suoi mostri. Io con i miei mostri ci sto combattendo, ne sto parlando in terapia, quello di cui avrei bisogno è sapere che lì fuori c'è un posto dove poter incontrare qualcuno che capisca, ma invece di dare spazio ai problemi, si dia spazio ad occasioni in cui potersi sentire al sicuro e imparare qualcosa. Fare una qualsiasi attività nel mondo 'reale' è sfiancante a contatto con persone 'normali'. Abbiamo dei desideri, degli interessi e la curiosità di imparare anche noi, ma non ci riusciamo perché non ci sono spazi e occasioni pensate per noi.

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  4. Ciao Francesca, faccio parte della community del Forum da te citato.
    Se posso permettermi, direi che non c'è bisogno di pensare che il Forum possa contribuire al loop ma magari puntare appunto a conoscere altre persone con delle difficoltà simili alle tue.
    Sul gruppo di Facebook e di Telegram ci sono persone che si conoscono e che si incontrano.
    Questo spazio produttivo per "noi" possiamo crearlo.
    Considera queste mie parole, per favore.

    Karl.

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  5. In verità io mi sento concorde con quanto detto da Francesca. Sono uno psicologo e, avendo vissuti personali nelle modalità che, con non poco fastidio, debbo dire "tipiche degli hikikomori" mi permetto una riflessione. Credo che la psicologia cognitiva faccia un fraintendimento di fondo: pensare gli hikikomori come si pensa ad un malato di polmonite, trattando il ritiro come un sintomo o una patologia da curare. Questo crea due questioni: da un lato genitori speranzosi di vedere il proprio figlio "malato" guarire, dall'altro ci sono i ragazzi che passano da un educatore all'altro senza mai trovare qualcuno che provi ad ascoltare piuttosto che ad insegnare. A state in relazione alla pari invece che porsi nella posizione di chi conosce il fa farsi (il meglio per l'altro). Nella mia esperienza clinica ho trovato molto più utile lavorare sulla simbolizzazione dei genitori rispetto al figlio, scoprendo spesso quanto disprezzo inconscio ci fosse e quanto violentemente quest'ultimo si riversasse sul figlio.

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    1. Son d'accordo, infatti come associazione lavoriamo moltissimo sui genitori. Detto questo, è innegabile che dove ci sia sofferenza psicologica ci sia anche un problema del singolo. Personalmente non ho mai interpretato l'hikikomori come una patologia.

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