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sabato 28 dicembre 2019

Perché l'hikikomori riguarda soprattutto i maschi




Dai dati emersi in Giappone, e da quelli che ho raccolto in Italia internamente alla nostra associazione genitori, sembra evidente che l’hikikomori rappresenti un fenomeno sociale principalmente maschile: addirittura la percentuale italiana si attesterebbe intorno al 90%, contro il circa 70% riportato dal paese nipponico.

Ho già spiegato in un precedente articolo perché tali dati potrebbero essere condizionati da una cultura che vede la donna come maggiormente centrata nel contesto casalingo, tale per cui, soprattutto nelle prime fasi dell'isolamento, l'allarme generato nella famiglia risulterebbe minore.

Eppure, sono convinto che il fenomeno riguardi effettivamente più i maschi, per una serie di ragioni che proverò ad approfondire in questo articolo dedicato.


Losing You - LY


Cos’è il “ruolo di genere”?


Diciamolo chiaramente: non esistono ragioni strettamente biologiche per cui l’hikikomori riguardi maggiormente gli esseri umani di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile. Dunque, tutte le cause di questa differente incidenza statistica vanno ricercate all’interno delle diverse pressioni socio-culturali legate al ruolo di genere, ovvero a ciò che noi percepiamo che gli altri si aspettano dai noi per il solo fatto di essere identificati come maschi o femmine.

Attenzione, il ruolo di genere è un costrutto esclusivamente sociale e può non coincidere con il sesso biologico. Ad esempio, se un maschio che soffre di “Disforia di genere” decide di assumere socialmente le sembianze di una donna, al punto da essere percepito come tale (indipendentemente se abbia completato o meno la transizione da un punto di vista biologico), le aspettative sociali legate al suo ruolo di genere saranno le stesse delle altre donne.



Le pressioni sociali legate al ruolo di genere maschile


Come abbiamo spesso ripetuto, la causa sociologica madre dell’hikikomori è la pressione alla realizzazione personale, fattore che ci condiziona in tutti gli ambiti della nostra vita. In questo paragrafo analizzerò nello specifico le pressioni che riguardano i maschi, le quali sembrano essere particolarmente predisponenti rispetto allo sviluppo di una pulsione all'isolamento sociale.


Pressioni scolastiche e lavorative


Storicamente il maschio è colui che, all’interno della coppia eterosessuale, ha la responsabilità del mantenimento economico della moglie e dei figli. Tale aspettativa sociale è notevolmente cambiata negli ultimi anni, con un maggiore accesso delle donne nel mondo del lavoro e una conseguente maggiore indipendenza, anche all’interno di un eventuale legame matrimoniale. 

Eppure, come dimostrano alcuni studi (Paa & McWhirter, 2011), le aspettative da parte della famiglia sulla carriera scolastica e lavorativa dei maschi rimangono mediamente più alte rispetto a quelle riposte sulle femmine, maggiormente orientate, invece, verso i ruolo tradizionali di madre e compagna.

L'uomo stesso interiorizza questo suo destino di lavoratore, a tal punto che nel paese nipponico si parla molto ultimamente del karoshi, ovvero delle morti per eccesso di lavoro, fenomeno riguardante per la stragrande maggioranza maschi fortemente identificati nel proprio ruolo di genere e pronti a tutto pur di non deludere le aspettative sociali.




Pressioni relazionali


Nel ruolo di genere maschile la socializzazione con i pari è un aspetto caratterizzante, tanto che nelle scienze sociali è stata coniata l’espressione “male bonding”, che identifica il classico spirito di intesa, cooperazione e fraternità che contraddistingue i gruppi composti da maschi. Chi è inibito socialmente o ha, in generale, minore predisposizione nell’instaurare questa tipologia di legame, subisce forti pressioni, come nel caso degli hikikomori. 

Inoltre, secondo alcuni studi sembra che gli uomini, nonostante questo apparente slancio sociale, sviluppino legami amicali tendenzialmente più deboli rispetto alle donne (Sheets & Lugar, 2005) e rimangano dunque più soli nei momenti di difficoltà.


Pressioni corporee


Storicamente è sempre stata la donna ad aver avuto maggiore attenzione sulla propria immagine estetica poiché in passato l’attraenza rappresentava un fattore determinante per la crescita sociale femminile. Tuttavia, nonostante la progressiva indipendenza economica ottenuta, le pressioni sul corpo della donna rimangono molto alte anche nella società moderna, anzi, sono in grande crescita, come dimostrano i tanti casi di anoressia, una psicopatologia fortemente connessa a una dispercezione del corpo dettata dai modelli sociali proposti.

Eppure, anche la pressione sul corpo dell’uomo è in grandissimo aumento, tanto che esiste un corrispettivo sociale dell’anoressia relativamente al ruolo di genere maschile: la “bigoressia”, ovvero la volontà di diventare sempre più grossi, massicci e muscolosi, con l’obiettivo di essere percepiti come più virili, mascolini e attraenti (ne ho parlato approfonditamente in questo video).

Ebbene, di anoressia, problematica quasi esclusivamente femminile, si è parlato molto negli ultimi anni, mentre sulla bigoressia, quasi esclusivamente maschile, è stata fatta pochissima sensibilizzazione, nonostante i pericoli per il corpo e per la psiche non siano affatto minori.




Pressioni sessuali


Ho lasciato questa tipologia di pressioni per ultime, ma ritengo siano spesso le più determinanti. Ne ho già parlato ampiamente in articoli precedenti, per cui non mi ci soffermerò molto. Ribadisco solo come il fallire nelle relazioni sentimentali e sessuali con i partner rappresenti una vergogna altissima per il maschio, molto di più che per la femmina, poiché nel ruolo di genere maschile le abilità sessuali sono fortemente connesse al proprio status sociale. 


Le donne non hanno pressioni sociali?


Le aspettative di realizzazione sociale descritte sono molto forti e in aumento anche sulle donne, soprattutto quelle legate all’aspetto fisico, esasperate dai canoni estetici altissimi veicolati in particolare dai social network.

In generale, non credo affatto che a livello quantitativo le donne abbiamo minori pressioni sociali legate al proprio ruolo di genere, ma sicuramente ci sono differenze sul piano qualitativo, per cui le modalità di reazione disfunzionali adottate variano anche a seconda del ruolo di genere di appartenenza.

Ad esempio, negli ultimi anni si è registrato un grande aumento del fenomeno del “cutting”, ovvero di provocarsi lesioni sul corpo come strumento per concretizzare, sotto forma di dolore fisico, una sofferenza psicologica che non si riesce a elaborare e gestire in altro modo. Le cosiddette “cutters” sono per la stragrande maggioranza ragazze, forse proprio perché il corpo per la donna rappresenta un grande fardello sociale che si desidera inconsciamente distruggere.


Tuttavia, il ruolo di genere maschile potrebbe essere effettivamente più soffocante di quello femminile, poiché, come riportato anche da Chiara Volpato nel libro “Psicologia del maschilismo”:

“L’identità sessuale femminile è messa in questione meno frequentemente di quella maschile; l’autentificazione della femminilità non richiede le prove, le competizioni, gli scontri richiesti ai maschi, probabilmente perché la femminilità si presenta come condizione biologica che può essere culturalmente affinata e perfezionata [...]"

Anche per questo motivo:

“[...] la preoccupazione che i ragazzi non diventino uomini è molto più diffusa della preoccupazione che le ragazze non diventino donne.” 




Già nel 1978, James Harrison pubblicava sul “Journal of Social Issues” un articolo che indagava il crescente gap nelle aspettative di vita tra gli uomini e le donne americane, identificando come causa principale della minore longevità maschile proprio l’ansia di dover aderire al ruolo di genere, con conseguenti sensazioni di fallimento e comportamenti autodistruttivi.

Agli uomini, a livello sociale, viene costantemente richiesta una prova della propria mascolinità, sia da parte degli altri uomini, sia da parte delle donne, e fallire in questo compito significa essere giudicati negativamente, significa vergogna: proprio quell’emozione da cui gli hikikomori fuggono attraverso il ritiro.



Perché non se ne parla?


A quanto abbiamo detto finora sulle pressioni legate al ruolo di genere maschile dobbiamo aggiungere un altro fattore, enormemente negativo: non se ne parla.

Veniamo da un periodo storico di profondi disparità tra i diritti degli uomini e quelli delle donne, con quest’ultime profondamente penalizzate ed emarginate in quasi tutti gli ambiti sociali, dal lavoro alla politica. Le grandi battaglie femministe avvenute nei secoli precedenti hanno ristabilito una parità di diritti in molte delle nazioni del mondo (non in tutte purtroppo), eppure ancora oggi permangono squilibri dettati dalle reminescenze di una cultura profondamente maschilista.

Questo ha contribuito a far sì che i temi femminili continuino ad avere un grandissimo risalto nell’opinione pubblica e, di conseguenza, sui mass media, mentre le difficoltà legate al ruolo di genere maschile rimangono sommerse, trascurate e profondamente sminuite.

In particolare negli ultimi anni, in televisione e sui giornali, la cronaca ha dato grandissima copertura ai crimini violenti commessi proprio dagli uomini nei confronti delle donne, in particolare stupri e omicidi (rinominati “femminicidi”). Il problema è serio, esiste ed è sicuramente giusto parlarne, ma la percezione distorta che ne deriva (l’agenda dei mass media ci porta a sovrastimare statisticamente l’incidenza di determinati eventi) contribuisce a demonizzare la figura maschile, generando sentimenti di colpevolizzazione trasversali negli uomini e creando un clima di ostilità, sospetto e pregiudizio sessista.

In un clima di questo tipo, qualunque battaglia venga portata avanti relativamente alle difficoltà degli uomini, verrà vissuta con sospetto, rabbia e indignazione, come fosse un tentativo di denigrazione delle battaglie femminili, oppure come se gli uomini non ne avessero il diritto in quanto socialmente privilegiati, in tutto e per tutto, o ancora, in quanto colpevoli di un passato tutt'altro che paritario.



Losing You - LY


Censura e autocensura


Ad esempio, nel 2012 un’équipe di ricercatori dell’Università di Siena ha recuperato le domande di un sondaggio utilizzato pochi anni prima dall’ISTAT per indagare la violenza sulle donne (il cui responso ha avuto una grandissima diffusione sui media) e ha provato a riproporle a un campione di uomini tra i 18 e i 70. I risultati mostrano come una grande percentuale di loro abbia subito diversi abusi psicologici da parte delle partner, come, ad esempio, denigrazioni a causa della vita modesta consentita (50,2%) distruzione, danneggiamento di beni (47,1%) e minacce varie, come quella di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%).

Ebbene, tali dati, non solo non hanno avuto pressoché nessuna copertura da parte dei principali media italiani, ma hanno generato diversi problemi ai ricercatori che se no sono occupati, come ha riportato uno di essi, Fabio Nestola, sotto al mio video YouTube:

“Ero nel gruppo di ricercatori che ha fatto l'indagine citata sulle vittime maschili di violenza. Non hai idea delle offese e delle ritorsioni che abbiamo dovuto subire per la gravissima colpa di avere osato studiare tale fenomeno.



Eppure, c’è un altro grande motivo per cui le problematiche maschili tendono ad affiorare con minore frequenza rispetto a quelle femminili: l’autocensura da parte degli uomini stessi. Esatto, perché il ruolo di genere maschile prevede storicamente anche una maggiore repressione delle emozioni negative e della sofferenza (tendenza esasperata nella cultura giapponese). Parlarne significa mostrarsi deboli e meno virili, con il rischio di esporsi al giudizio e alla vergogna.

In particolare, in una ricerca (Cramer & Neyedley 1998) è emerso come gli uomini siano molto più riluttanti delle donne nel confessare i sentimenti di solitudine. Insomma, la soluzione del problema è ostacolata dal problema stesso.

Per concludere voglio nuovamente citare Chiara Volpato, che sempre nel suo libro "Psicologia del maschilismo" scrive:

"L'uomo comune, che è stato esposto nel corso della sua vita a modelli di mascolinità tradizionale, ma che ha anche conosciuto le istanze di cambiamento provenienti dal mondo femminile e le nuove immagini proposte dalla politica e dai media, si trova oggi di fronte a modelli diversi e spesso contrastanti; il suo comportamento e il suo atteggiamento ne vengono influenzati secondo modulazioni dettate dalle preferenze individuali e dalla posizione sociale. Le sue reazioni di fronte a tante divergenti sollecitazioni e alla complessità delle richieste possono essere di riflessione e apertura al cambiamento, ma anche di sofferenza, insofferenza, crisi o, semplicemente, fuga."
 

Conclusioni


Questo articolo non ha bandiera, né partito. Non vuole vittimizzare gli uomini e nemmeno colpevolizzare le donne. Non ne avrebbe alcun senso.

I ruoli di genere sono forti, e questo forse non lo cambieremo mai, eppure il problema principale è che sono ancora molto polarizzati e, dunque, fortemente connotanti. Essere identificati come uomini o come donne significa avere sulle spalle dei pregiudizi rispetto al nostro aspetto, al nostro pensiero e alle nostre azioni. Pregiudizi infondati scientificamente, poiché numerosi studi dimostrano come il sesso biologico, di per sé, determini pochissime differenze di funzionamento psicologico tra gli essere umani, tanto che sembra esistere una varietà maggiore internamente al gruppo sociale delle donne e internamente a quello degli uomini, piuttosto che nel raffronto tra i due (Hyde, 2005).

Personalmente auspico che si superi l'utilizzo del termine "femminismo", il quale rischia (almeno nelle democrazie occidentali, dove si è ormai raggiunta la parità di diritti) di assumere un'accezione negativa e discriminatoria. Rischia di generare uno scontro ideologico tra fazioni, o ancora peggio, tra sessi, dove ognuno cerca sostanzialmente di fare i propri interessi e dove, in definitiva, ne usciamo tutti sconfitti.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"






lunedì 16 dicembre 2019

Sparire nel nulla: dall’hikikomori, al “ghosting”, fino agli “johatsu”




Quello degli hikikomori non è l’unico fenomeno sociale, in crescita negli ultimi anni, che riguarda persone in fuga dalla propria identità pubblica e incapaci di gestire le pressioni connesse alle relazioni interpersonali.

In questo articolo voglio parlarvi, infatti, anche di “ghosting” e “johatsu”, due tendenze apparentemente lontane dall'hikikomori, ma che originano dalla medesima matrice: la paura del giudizio.


Losing You - LY.



Il fenomeno del “ghosting”


Il fenomeno del “ghosting”, che letteralmente potremmo tradurre in italiano con l’espressione “diventare un fantasma”, si riferisce a quelle persone che interrompono repentinamente una relazione importante e strutturata, in particolare di stampo amoroso e sentimentale, senza comunicarlo all’altro, ma semplicemente scomparendo nel nulla. 

Ciò è reso possibile dal fatto che la maggior parte dei rapporti interpersonali moderni sono largamente mediati dagli strumenti digitali, in particolare chat di messaggistica e social network, e per decidere di non vedere né sentire più una persona, potenzialmente basta bloccarla su queste applicazioni.

Alla base del ghosting vi è il medesimo istinto che porta l'hikikomori a isolarsi, ovvero l'istinto di fuga. Non scappiamo più da animali feroci o dai nemici, come accadeva in passato, ma dal giudizio: gli occhi, le parole e le reazioni dell'altro ci fanno terribilmente paura, a tal punto da arrivare a nasconderci piuttosto che affrontarle. Un comportamento completamente irrazionale e istintuale, simile a quello di un bambino che si mette le mani davanti agli occhi per scampare da un presunto pericolo.





Il fenomeno degli Johatsu


Gli Johatsu sono letteralmente gli “evaporati”, ovvero quelle persone che spariscono nel nulla, per tutti, compresi i parenti più stretti. L’obiettivo in questo caso è quello di poter ricominciare la vita da zero, eliminando completamente tutti i fallimenti sociali connessi alla propria identità pubblica e ripartire con una nuova identità (anche in questo caso il termine è di origine giapponese poiché sembra essere una pratica particolarmente diffusa nel paese nipponico).

Tutto ciò è già consentito nel mondo online, dove possiamo eliminare un account e ricrearlo da zero, con un nuovo avatar, ogni volta che lo desideriamo. Eppure, questa sembra essere una tendenza sempre più frequente anche nella vita offline, a tal punto che in Giappone il fenomeno degli Johatsu ha dato vita a un vero e proprio business, con la nascita di strutture specializzate “nell’evaporazione”, compreso il servizio di trasloco notturno dei propri averi che si desidera portare con sé nella nuova vita.

A primo impatto potremmo scambiare questa pratica come una potenziale soluzione all'hikikomori. Personalmente credo si tratti piuttosto di un'alternativa, appannaggio esclusivo di coloro che, nonostante l'alto tasso di sofferenza legata alla propria immagine pubblica, hanno comunque le competenze sociali (e la disponibilità economica) per ripartire da zero senza alcun tipo di supporto famigliare e/o sociale.



Per l'hikikomori sparire non basta, poiché le fragilità sociali, nonché la parte istintuale della paura del giudizio, rimarrebbero nonostante la nuova identità "ripulita" da colpe e fallimenti pregressi. 

Eppure è indubbio che la possibilità di cambiare completamente contesto sociale possa aiutare ad alleggerire quella pressione derivante dallo stigma sociale connesso al “tempo perso”, ovvero al fatto che siamo stati isolati e non abbiamo utilizzato quel tempo per lavorare, studiare, relazionarsi e, in generale, realizzarci socialmente.

Inoltre, come ho riportato anche nel mio libro, sembra che alcuni hikikomori, qualora abbiano l'occasione e le risorse per cimentarsi in un viaggio all’estero, riescano a recuperare gran parte delle proprie competenze sociali. Questo perché sanno di essere percepiti come degli “stranieri” e dunque persone che, in quanto non avvezze alla cultura del luogo, possono permettersi di comportarsi in modo anomalo e bizzarro. In altre parole: possono permettersi di sbagliare.


Conclusioni


Il fenomeno del ghosting e quello degli Johatsu sono evidentemente diversi dall'hikikomori, ma originano da un medesimo contesto sociale, estremamente pressante e dove il fallimento non è ammesso.

Non è ammesso deludere il partner, come nel caso del ghosting. Non è ammesso deludere i compagni di classe, gli insegnanti o i genitori, come nel caso degli hikikomori. Non è ammesso deludere niente e nessuno, compresi i vicini di casa, per cui l'unica soluzione è quella di scomparire e riapparire da un'altra parte, come nel caso degli Johatsu.

Il comune denominatore è sempre lo stesso: il desiderio di fuggire dal giudizio sociale. Purtroppo questa apparente scorciatoia si rivela spesso un'arma a doppio taglio, poiché non fa altro che procrastinare il problema, il quale si ripresenterà in futuro sempre più grosso e ingestibile.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"







domenica 8 dicembre 2019

Hikikomori: quanta colpa hanno i genitori?





Tra le concause alla base del fenomeno degli hikikomori dobbiamo necessariamente prendere in considerazione anche il cambiamento delle aspettative genitoriali sulla prole.

La nascita di un figlio non è mai stato accolto come un evento banale o irrilevante, ma complici diversi fattori, tra cui la numerosità delle famiglie del passato, l’alta mortalità infantile e le concrete preoccupazioni circa la sostenibilità economica che una nuova vita comportava, i genitori ponevano inconsciamente e pragmaticamente minori attenzione sul nuovo arrivato.


Losing You - LY.




Il contesto all’interno del quale viene al mondo un figlio oggi, nella società del benessere e dalla realizzazione sociale, è completamente diverso. Nulla o quasi viene lasciato al caso: i genitori spesso programmano il periodo della vita nel quale generare e predispongono ogni risorsa affinché il nascituro possa essere messo nelle migliori condizioni possibili per crescere sano e felice.

Non vi è nulla di male in tutto questo, se non fosse che talvolta le grandi attenzioni poste sul benessere di un figlio si concretizzano in alte aspettative circa la sua realizzazione futura. I genitori non vedono il figlio come un essere umano, ma come un piccolo prodigio dalle potenzialità straordinare che aspettano solo di essere svelate a loro e al mondo intero. La sua esistenza viene idealizzata ancor prima che possa manifestare qualsivoglia talento.

La nascita di un figlio, evento rarissimo, se non unico, nella vita di una coppia moderna, scuote drasticamente il baricentro del focus realizzativo dei genitori, il quale passa dal realizzarsi al realizzare. In altre parole: la propria realizzazione personale dipende in gran parte, se non totalmente, dalla realizzazione del figlio.

L’hikikomori nasce spesso qui.




“Voglio darti tutto quello che io non ho mai avuto”


L’idea che la vita di nostro figlio debba essere necessariamente migliorativa rispetto alla nostra è molto radicata culturalmente. Eppure parliamo di un’esistenza a se stante, che nasce in un contesto sociale nuovo e che avrà (e gli deve essere concesso avere) un percorso completamente diverso da coloro che l’hanno generata, al netto del comparto genetico ereditato.

L’ansia di un genitore di non commettere errori e di fare in modo che il figlio non trovi particolari ostacoli nel proprio processo di crescita si tramuta talvolta in un atteggiamento invadente e iperprotettivo che ottiene l’effetto esattamente opposto rispetto a quello desiderato.

Nel senso comune, e di conseguenza anche a livello mediatico, l’atteggiamento genitoriale più stigmatizzato è quello negligente. Per esempio, se la scuola si rende conto che un alunno sembra essere trascurato nel vestiario, nell’igiene personale o in quant’altro che dovrebbe essere responsabilità del genitore, può decidere di rivolgersi ai servizi sociali per verificare effettivamente se esista una mancanza da parte della famiglia nell’accudimento del figlio.

Eppure oggi ci stiamo accorgendo che a livello psicologico l’iperprotettività genitoriale, nonostante non si porti dietro un vero e proprio stigma sociale al pari della negligenza, è in grado di produrre sull’adolescente danni evolutivi equipollenti se non maggiori rispetto alla sua eventuale “trascuratezza” (o quella che oggi viene identificata come tale).


Leggi il libro

Qual è il compito di un genitore?


A livello evolutivo il compito di un genitore non è quello di portare il figlio a diplomarsi, a laurearsi, a fidanzarsi, ad avere un lavoro stabile, a essere felice o, in generale, a realizzarsi socialmente. Il compito evolutivo di un genitore è quello di favorire la transizione del figlio da un condizione di completa dipendenza (infanzia) a una condizione di completa indipendenza (adultezzà): quella che noi comunemente definiamo “adolescenza” non è altro che la fase transitoria tra questi due stadi.

Attenzione però, l’adolescenza non è una fase meramente anagrafica, ma una tappa evolutiva psicologica e il suo raggiungimento non è un risultato automatico indotto dall’età. Se il genitore, o la società, non crea le condizioni affinché un adolescente possa divenire psicologicamente adulto, il passaggio potrebbe non avvenire mai.



La caratteristica fondamentale che deve avere il genitore di un hikikomori


Se un genitore si rende conto di aver assunto un comportamento iperprotettivo e particolarmente carico di aspettative sulla realizzazione personale del figlio, e questo abbia provocato in lui una personalità fragile, ansiosa, inibita socialmente e con forti tendenze all’isolamento sociale, cosa può fare per recuperare?

La buona notizia è che si è sempre in tempo per correggere il proprio comportamento e apportare un miglioramento sostanziale nella vita del figlio. La cattiva notizia è che non è semplice e purtroppo non tutti hanno gli strumenti per farlo.

La caratteristica fondamentale che un genitore deve avere, o provare a sviluppare, per aiutare un figlio hikikomori è l’apertura mentale. Apertura mentale significa avere la capacità di mettere in discussione la propria interpretazione dell’esistenza e riuscire a superare i dogmi che hanno guidato il proprio stile educativo.



I passaggi mentali che deve fare un genitore per poter essere una presenza positiva per il figlio


Il primo passaggio fondamentale è riuscire a riconoscere il figlio non come una proprietà, oppure come un prolungamento di se stessi, ma come un essere indipendente e autonomo nelle proprie scelte di vita.

Il secondo passaggio è quello di accettare il fatto che non diventerà mai la nostra versione idealizzata che abbiamo coltivato con tanta soddisfazione fin dai suoi primissimi istanti di vita. Quella era solamente una nostra fantasia dettata dall’euforia. La vita reale è diversa e non prevedibile nei suoi sviluppi quotidiani.

Il terzo passaggio, necessario quando la condizione di hikikomori del figlio si è protratta per lungo tempo innescando in lui profonde fragilità emotive e sociali, è quello di accettare, non solo che non diventerà mai il nostro sogno idealizzato, ma anche che probabilmente non avrà mai quella che culturalmente e socialmente definiremmo “un’esistenza normale”. Dobbiamo accettare che potrebbe non diplomarsi mai, che potrebbe non innamorarsi mai, che potrebbe non riuscire mai del tutto a integrarsi socialmente. O meglio, potrebbe non riuscirci nelle modalità e nei tempi in cui noi speriamo che lo faccia.

Solo in questo momento, una volta distrutte tutte le aspettative sul futuro di nostro figlio, possiamo dare a lui in mano le chiavi della sua vita e lasciare che ne faccia quello che meglio crede. Se è adulto, e noi vogliamo che lo sia, le sue scelte non ci competono. In caso contrario continueremo a trattarlo come un eterno adolescente e lui rimarrà tale.




Conclusioni


In conclusione ci tengo a precisare che, sebbene lo scenario sopra descritto sia frequente, a mio modo di vedere, nelle dinamiche di ritiro adolescenziale, non è comunque generalizzabile alla totalità dei casi. La causa sociologica primaria alla base dell'hikikomori rimane la crescente competitività sociale, di cui i genitori possono diventare, inconsapevolmente, antenne amplificatrici.

Certo, quando un adolescente sperimenta l’impulso all’isolamento sociale tipico dell’hikikomori, la famiglia ha sempre un qualche tipo di ruolo, diretto o indiretto, ma è importante sottolineare che ci sono casi dove le responsabilità delle famiglie sono altissime e altri, invece, dove sono davvero minime.

L’altro aspetto che è giusto sottolineare è che il genitore agisce sempre a fin di bene e, dunque, dal punto di vista morale il suo comportamento non è stigmatizzabile. Ciò non toglie che le sue responsabilità rimangano e, soprattutto nel momento in cui ne diventa consapevole, deve avere la forza e la flessibilità mentale per mettersi profondamente in discussione. Con equilibrio, senza colpevolizzarsi eccessivamente, ma anche senza nemmeno scaricare tutto su fattori esterni.

L’hikikomori è un problema individuale, ma è anche un problema sociale, scolastico e famigliare, e non può essere superato senza uno sforzo di crescita collettivo da parte di tutti.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"





sabato 26 ottobre 2019

Hikikomori: una nuova etichetta diagnostica?




L'hikikomori, a oggi, non è ancora stato riconosciuto ufficialmente, né in Giappone né dalla comunità scientifica internazionale, come una psicopatologia.

Anche nel mio libro ho dedicato un capitolo su questa spinosa questione, spiegando perché l'isolato sociale volontario non sembri essere sempre e necessariamente depresso, fobico sociale, dipendente da internet o, peggio, affetto da psicosi. Eppure molto di frequente diverse di queste problematiche si associano alla condizione di ritiro.

"Ma se l'hikikomori non è una psicopatologia, allora che cos'è?"

In questo articolo voglio tornare sulla questione e provare a proporre un diverso approccio al problema. Si tratta evidentemente di un tema molto articolato che non può essere risolto in poche righe. Qui esprimerò, semplicemente e in sintesi, quello che è il mio personale punto di vista.



Losing You - LY.



Disagio adattivo di origine sociale


"L’hikikomori è una pulsione all'isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle forti pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate."


Questa è la mia attuale definizione di hikikomori, analizzata dettagliatamente nel mio libro. La ritengo piuttosto completa e in grado di evidenziare tutte le principali caratteristiche del fenomeno.

In sostanza stiamo parlando di un "disagio adattivo", manifestato da un numero sempre crescente di individui, che consiste nella difficoltà di trarre sensazioni positive e stimoli dalle relazioni interpersonali e, più in generale, dalle dinamiche sociali moderne. 

Tale disagio può condurre alla scelta di isolarsi al fine trovare un rifugio, uno spazio dove le pressioni derivanti dal giudizio altrui e dall'ansia da prestazione sociale sono ridotte al minimo: la propria casa o la propria camera da letto.

La scelta drastica e spesso estrema dell'isolamento, potrebbe tuttavia non concretizzarsi e rimanere solamente un'opzione, nonostante il soggetto continui a valutarla e a esperirne quotidianamente l'esigenza.


La diagnosi di "hikikomori"


Per poter dare vita a una vera e propria diagnosi di hikikomori, bisognerebbe dunque stabilire quando tale disagio superi "il limite" e diventi effettivamente una psicopatologia, ma personalmente la trovo una forzatura tanto semplicistica quanto inutile.

In Giappone, per esempio, hanno stabilito che si dovrebbe parlare di hikikomori solamente se l'isolamento totale (che non preveda attività lavorative, scolastiche o amicali) perduri in modo continuativo per almeno 6 mesi. Tale inquadramento, tuttavia, rischia di risultare in termini pratici e preventivi assolutamente controproducente e stigmatizzante.

L'esigenza, quasi esclusivamente burocratica, di trasformare l'hikikomori in una etichetta diagnostica, potrebbe infatti produrre più danni di quelli che riuscirebbe a risolvere, generando confusione e una discussione infinita su dove dovrebbe essere tracciata quella famosa linea. 





Verso un approccio dimensionale


Come ho argomentato nel video sullo stigma sociale legato alle diagnosi psicopatologiche, la mia speranza è che in futuro ci si allontani sempre di più dall'approccio nosologico, ovvero classificatorio, e si abbracci invece un approccio dimensionale, il quale NON mira a produrre una diagnosi sotto forma di etichetta medica, ma affronta il disagio psicologico scomponendolo nelle varie dimensioni da cui è formato.

Per esempio, se dovesse arrivare nello studio di uno psicologo o di un medico, un ragazzo che presenta diverse caratteristiche riconducibili al fenomeno degli hikikomori (pulsione all'isolamento sociale, ansia relazionale, umore depresso, inibizione e fobia sociale, paura del giudizio, apatia, depressione esistenziale, metavergogna, ecc.) per aiutarlo non è necessario produrre una diagnosi di "hikikomori", affibbiandogli immediatamente un'etichetta sociale e identitaria, ma bisognerebbe cercare piuttosto di comprendere quali siano le dimensioni dominanti del suo disagio e in che modo queste impattano sulla qualità della vita del soggetto. 

Il fenomeno degli hikikomori è infatti molto eterogeneo nelle sue manifestazioni e l'unica variabile strettamente caratterizzante e generalizzabile è proprio l'impulso all'isolamento sociale. Le altre dimensioni possono variare enormemente da soggetto a soggetto: c'è chi presenterà un forte quadro depressivo, ma poca fobia sociale; chi soffrirà di una profonda crisi esistenziale e chi invece di apatia; chi soffrirà maggiormente le pressioni di origine sessuale e chi invece quelle legate al confronto con i pari.

Insomma, tracciare un identikit de "l'hikikomori tipo" non è semplice e anche stabilirne rigidamente i confini per una sua classificazione diagnostica rischia di rivelarsi un lavoro infinitamente complesso e, al tempo stesso, completamente inutile in termini pratici.


Leggi il libro


Conclusioni


Inevitabilmente nei prossimi anni il dibattito attorno alla questione crescerà e diventerà sempre più controverso. Tempo ed energia che, a mio parere, dovrebbero invece essere interamente investiti nella ricerca di soluzioni efficaci al problema e su una riflessione ad ampio spettro del funzionamento della società capitalistica moderna. 

Il termine "hikikomori", nonostante non sia ancora ufficialmente riconosciuto, viene già utilizzato nei testi e negli articoli dei ricercatori di tutto il mondo. Ritengo la sua adozione fondamentale in un'ottica comunicativa e di ricerca, soprattutto interculturale, ma poco utile in termini medico-diagnostici.

So bene che, a seconda della propria prospettiva di studio, le mie argomentazioni potrebbero risultare più o meno condivisibili, ma avendo il fenomeno una comprovata origine socio-culturale, ritengo altresì doveroso porre maggiore attenzione su tali aspetti e non aggravare ulteriormente il problema assumendo un approccio classificatorio e categorizzante, perfettamente in linea con la tendenza di una società che contribuisce in modo determinate, attraverso le sue logiche, al diffondersi della problematica stessa.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"


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giovedì 19 settembre 2019

Hikikomori e tecnologie digitali: educare, non privare




Sono passati oltre sei anni da quando scrissi l'articolo "Hikikomori e Dipendenza da Internet: non confondiamoli", nel quale argomentavo di come le due problematiche fossero distinte, mentre i media e il senso comune facessero di tutto per assimilarle. Oggi posso dire che il lavoro di sensibilizzazione portato avanti sta dando i suoi frutti, nonostante in molti cadano ancora in questo banale, quanto pericoloso, equivoco.

Un semplice dato oggettivo prova, senza troppi dubbi, come l'hikikomori non sia causato direttamente dall'abuso delle nuove tecnologie: la maggior parte degli studi, infatti, fa risalire in fenomeno in Giappone negli anni '80, periodo storico nel quale internet, i videogiochi, i social network e gli smartphone non erano ancora entrati in modo pervasivo nelle nostre vite (o nemmeno esistevano), eppure gli isolati sociali erano già molto numerosi, tanto che alcune fonti collocano gli esordi del fenomeno addirittura negli anni '60.


Losing You - LY



Al di là di questo basterebbe fermarsi a parlare pochi minuti con un soggetto in isolamento sociale volontario per capire quanto il suo disagio abbia profonde radici relazionali, adattive ed esistenziali, mentre l'eventuale abuso di internet e dei videogiochi rappresenti spesso una conseguenza dell'isolamento piuttosto che una sua causa diretta (attenzione, questo non significa che la dipendenza da internet non esista, ma semplicemente che stiamo parlando di due problematiche diverse).

Detto ciò, le connessioni tra hikikomori e tecnologie digitali ci sono e in questo articolo voglio scavare ulteriormente nella questione per fornire spunti di riflessione aggiuntivi.


Effetto acceleratore


Nel mio libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" affermo che, sebbene le nuove tecnologie non sembrino essere tra le cause scatenanti del fenomeno, potrebbero aver contribuito a una sua più rapida diffusione. 

Colui che nell'era pre-digitale sperimentava il forte disagio adattivo, esistenziale e relazionale tipico dell'hikikomori, poteva cercare di lenire tale disagio attraverso il ritiro, ma sapeva che ciò avrebbe comportato una rinuncia pressoché totale di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Con l'avvento di internet le cose sono radicalmente cambiate: lo stesso soggetto ritirato può disporre di un universo digitale senza confini, fatto di intrattenimento audio-video, informazioni e relazioni sociali indirette, ovvero digitalmente mediate, ancora volgarmente e impropriamente definite "relazioni virtuali".

Capirete bene come la scelta del ritiro sia oggi decisamente meno drastica e alienante rispetto all'era pre-digitale e, dunque, molto più accessibile e attraente per chi desidera trovare riparo dalle pressioni del contesto sociale.



Un mondo alternativo


Molti degli istinti innati del soggetto isolato non vengono completamente soppressi, ma trovano sfogo nel web: chat e social network compensano in parte il bisogno di socialità, i videogiochi online quello della competizione e del confronto, mentre le infinite fonti di informazioni digitali colmano il vuoto lasciato dall'abbandono della scuola.

Le nuove tecnologie assumono dunque un ruolo fondamentale nella vita di un soggetto isolato e privarlo repentinamente di tali strumenti senza intervenire contestualmente sul piano psico-sociale (in particolare quello famigliare) può avere degli esiti negativi devastanti. Tuttavia, è innegabile come il grande numero di ore che la quasi totalità dei soggetti isolati trascorre connesso alla rete li esponga enormemente a tutta una serie di pericoli, di cui la dipendenza è forse quello che dovrebbe suscitare minor preoccupazione.

Facciamo alcuni esempi:

  • il web rende il passaggio del ritiro più morbido di quello che risulterebbe in sua assenza, restituendo una minore sensazione di pericolo al soggetto e talvolta creandogli l'illusione di aver trovato una soluzione definitiva o sostenibile sul lungo termine, aumentano il rischio di cronicizzazione; 
  • la grande varietà di intrattenimento offerto dalla rete, e dal comparto videoludico in generale, aiuta a ridurre la rimuginazione dei pensieri negativi e dunque potrebbe avere un effetto analgesico rispetto alla sofferenza derivante dal proprio stato, ma al contempo ne ostacola l'elaborazione e la razionalizzazione poiché favorisce la negazione del problema, piuttosto che il suo contrasto;




Educare, non privare


Stiamo vivendo un passaggio evolutivo che verrà ricordato come tra i più delicati della storia dell'uomo: quello della transizione dell'Era Analogica all'Era Digitale. È inevitabile che le generazioni che si trovino a cavallo di questo periodo storico siano soggette a tutta una serie di trasformazioni culturali, sociali e biologiche che provocano disagi adattivi più o meno profondi.

Purtroppo oggi si tende spesso a demonizzare le nuove tecnologie. I media cavalcano questa tendenza con grande insistenza poiché semplice, immediata e apparentemente logica. Quante volte, sul treno o in altri luoghi pubblici, un tempo spazi di aggregazione sociale, vediamo persone chine sullo smartphone che nemmeno si rivolgono lo sguardo. "I cellulari ci rendono più distanti!", verrebbe semplice pensare, eppure la questione è decisamente più complessa: le dinamiche sociali stanno cambiando, a prescindere dalle nuove tecnologie.

Nei prossimi anni assisteremo alla nascita di numerose comunità riabilitative per la dipendenza da internet, situate in luoghi periferici, immerse nella natura e depurate di qualsiasi tecnologia digitale. Luoghi utili se desideriamo trattare una dipendenza estrema e necessitiamo di uno spazio di transizione, ma l'obiettivo sul lungo periodo non può essere semplicemente quello di rimuovere completamente il digitale dalla nostra vita, quale fosse una sostanza stupefacente, ma piuttosto imparare a padroneggiare tale universo riducendo al minimo i suoi impatti negativi e valorizzando quelli positivi.

La separazione tra il mondo analogico (spesso impropriamente definito "reale") e quello digitale (spesso impropriamente definito "virtuale"), che oggi si tende a vivere come una linea chiara e netta, in futuro sarà sempre più sfumata fino al punto che sarà impossibile distinguere quando saremo online da quando saremo offline.

La situazione è questa, che ci piaccia o meno. Indietro non si torna.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"


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domenica 18 agosto 2019

Il fenomeno degli INCEL: i "celibi involontari" che odiano le donne




Durante questi anni di studio del fenomeno degli hikikomori, ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardo le diverse problematiche che talvolta si associano all'isolamento sociale volontario, come, ad esempio, la depressione esistenziale, la dipendenza dai videogiochi e da internet, la fobia scolare e quella sociale.

Eppure, un altro fenomeno sta attirando sempre di più la mia attenzione: sto parlando degli INCEL, parola coniata a partire dai termini inglesi "INvoluntary" e "CELibates" (che in italiano potremmo tradurre con l'espressione "celibi involontari").

Vi racconterò quanto ho compreso finora di questo fenomeno e quali sono le sue possibili connessioni con l'hikikomori.



Losing You - LY


Chi sono gli INCEL?


Gli INCEL sono maschi eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con l'altro sesso. Queste difficoltà generano in loro una grande frustrazione che si traduce talvolta in misoginia. Le donne sono infatti "accusate" di essere attratte esclusivamente dall'aspetto fisico, dai soldi e dallo status (da qui la "teoria LMS", acronimo che sta appunto per "Look, Money & Status"), per cui chi non eccelle in queste variabili inevitabilmente non avrà alcuna possibilità di risultare interessante ai loro occhi.

Gli INCEL si auto-includono in tre categorie:

  • i virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali (chi li ha avuti spesso dichiara di essersi rivolto a prostitute);
  • i kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali e non hanno mai baciato;
  • gli hugless-kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali, non hanno mai baciato e nemmeno abbracciato una potenziale partner. 

Gli INCEL sembrano essere ossessionati in particolare dell'aspetto esteriore: hanno generalmente una bassa autostima fisica e si percepiscono come poco attraenti. Nella loro prospettiva la bellezza è una variabile oggettiva e misurabile attraverso l'osservazione di precise disposizioni fisiche (per esempio la struttura della mascella, oppure lo spessore dei polsi, ecc.).

Eppure l'elemento principale che li rende effettivamente poco interessanti all'altro sesso è legato soprattutto agli aspetti di personalità e in particolare a un'insicurezza di fondo che rappresenta un serio handicap nella società moderna, non solo nelle relazioni sentimentali e sessuali, ma nelle relazioni in genere.

Gli INCEL si definiscono in gergo "redpillati" (termine che deriva dalla famosa scena del film Matrix), ovvero sono divenuti consapevoli che la società sia effettivamente governata dalle donne, le quali detengono maggiori privilegi rispetto agli uomini, nonostante i media e il senso comune ci indurrebbero a credere il contrario.



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Perché esistono gli INCEL?


Se ci fermiamo alle teorie più o meno grottesche che si accostano agli INCEL, potremmo commettere l'errore di sottovalutare e banalizzare la questione, eppure ci troviamo di fronte a un vero e proprio fenomeno sociale legato ai mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, in particolare relativi ai ruoli di genere.

Se prendiamo come riferimento la storia della civiltà umana, ci accorgeremo che la coppia "romantica", ovvero quella costituita esclusivamente sulla base della volontà paritaria di entrambe le parti, è una consuetudine relativamente recente. In passato i fidanzamenti e i matrimoni erano combinati e stabiliti dalle famiglie per fini utilitaristici (principalmente economici). A farne le spese era soprattutto la donna, costretta talvolta ad accoppiarsi in giovanissima età.

Anche in tempi più recenti, nonostante la progressiva estinzione di queste usanze, la donna ha comunque continuato a subire una forte pressione socio-culturale ad accasarsi, in particolare da parte della famiglia, trovandosi talvolta con le spalle al muro e dovendo forzare le proprie scelte di accoppiamento.

Nella società odierna le cose - per fortuna - stanno cambiando. La donna sta infatti acquisendo progressivamente maggiore autonomia decisionale e indipendenza economica, potendosi permettere di selezionare con maggiore libertà i propri partners. Questo, tuttavia, comporta dall'altro lato, ovvero quello maschile, un aumento della competizione, con difficoltà significativamente maggiori per coloro che non possiedono le competenze necessarie a rendersi attraenti agli occhi dell'altro sesso.


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Perché gli INCEL soffrono la loro condizione?


La difficoltà nell'avere partner sessuali rappresenta per il maschio etero, ancor più che per la femmina etero, una grande fonte di sofferenza e frustrazione, non tanto per l'impossibilità di soddisfare i propri impulsi sessuali, ma piuttosto a causa delle pressioni socio-culturali legate ai ruoli di genere.

Nei maschi etero il sesso si lega culturalmente al potere e allo status sociale: ciò significa che più si è abili e prestanti in tale ambito, più ci si sentirà percepiti positivamente. Al contrario, eventuali deficit potrebbero far insorgere sentimenti di inadeguatezza e fallimento: l'etichetta di "vergine" è particolarmente carica di stigma nella società moderna. 

Nelle donne le pressioni socio-culturali cambiano e l'avere molti partner sessuali rappresenta generalmente motivo di vergogna e senso di colpa. Il risultato di questa alterazione degli istinti legata ai ruoli di genere consiste nell'insorgenza di un forte disequilibrio tra "domanda e offerta" sessuale: da una parte i maschi sentiranno la pressione ad avere più partner possibili, mentre dall'altra le donne a operare una maggiore selettività. 


Quali sono le connessioni tra INCEL e hikikomori?


I due fenomeni sono ovviamente molto differenti, a partire dal fatto che il termine "INCEL", a differenza di "hikikomori", è stato auto-coniato dai diretti interessati. Non si tratta di un particolare da sottovalutare poiché ciò esprime in modo evidente l'esigenza di trovare un elemento di aggregazione, utile condividere e a lenire, almeno in parte, la grande frustrazione che deriva dal proprio status.

Eppure vedo alcune affinità tra i due fenomeni:

  1. il pensiero sviluppato dagli INCEL sembra essere un meccanismo psicologico difensivo atto ad abbassare la pressione sociale e il senso di colpa percepito attraverso l'attribuzione del proprio fallimento relazionale con l'altro sesso a fattori esterni al proprio controllo, come, ad esempio, ai gusti delle donne o all'aspetto fisico. Nel caso dell'hikikomori il meccanismo psicologico è simile, con la differenza che l'elemento negativo e fuori controllo è spesso rappresentato dalla scuola, dai genitori, dai coetanei o, più in generale, dalla società;
  2. il fenomeno degli hikikomori nasce a causa delle forti pressioni di realizzazione sociale generate della dinamiche sociali moderne. All'interno di queste pressioni un ruolo importante lo hanno anche le pressioni sessuali che, come abbiamo visto, costituiscono delle pressioni sociali a tutti gli effetti.


Un ragazzo inibito socialmente faticherà a instaurare relazioni amicali soddisfacenti con i coetanei e, forse in modo ancor più estremo, fallirà nelle relazioni sentimentali con l'altro sesso. Nel caso in cui fossero le pressioni sessuali quelle dominanti all'interno dello spettro delle pressioni sociali che portano un maschio etero a isolarsi, potrebbe insorgere in lui, come meccanismo psicologico difensivo, un atteggiamento di forte ostilità nei confronti delle donne e, di conseguenza, potrebbe essere fatto rientrare all'interno del fenomeno degli INCEL. Questo contribuirebbe a spiegare il motivo per cui gli hikikomori sono soprattutto di genere maschile.

Detto ciò, dalle mie osservazioni ho potuto notare come non tutti gli hikikomori vivano l'assenza di relazioni sessuali con particolare ansia e senso di fallimento. In molti, ad esempio, si professano asessuali o demisessuali, ovvero attratti sessualmente da un partner solamente in presenza di un forte legame emotivo. Dunque la sovrapposizione tra i due fenomeni, se esiste, è solamente parziale.


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Conclusioni


Il fenomeno degli INCEL merita molta più attenzione da parte dei ricercatori sociali poiché i livelli di sofferenza e frustrazione che possono celarsi dietro a questa condizione non sono affatto trascurabili e possono dare adito a forme di violenza auto o etero-diretta (esistono già alcuni casi di cronaca nera dove sono coinvolti sedicenti INCEL).

Come per gli hikikomori, è importante sensibilizzare sull'argomento e invitare coloro che ne soffrono a chiedere aiuto a professionisti adeguatamente formati, in particolare sessuologi.

Dobbiamo essere consapevoli di come il costante aumento della competizione sociale, e delle conseguenti pressioni di realizzazione personale, possa avere ripercussioni diversificate a seconda delle predisposizioni personali di ogni individuo. C'è chi finirà per prendersela con la società, chi con le donne e chi con altro. I sentimenti di inadeguatezza e fallimento ci portano a puntare il dito nel disperato tentativo di ridurre il senso di colpa e la sofferenza che deriva dalla propria condizione.

Piaccia o meno, queste sono le regole dell'attuale società capitalistica: chi è in grado di reggere le pressioni e sfruttarle a proprio vantaggio performerà al massimo raggiungendo alti livelli di successo personale. Per gli altri non rimane che imparare a convivere con la pressione, oppure provare a cambiare le regole del gioco, ammesso che questa seconda opzione differisca dalla prima.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"

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venerdì 7 giugno 2019

hikikomori e autismo: riflettiamo sulle possibili sovrapposizioni


Post di Marco Crepaldi

Se interpretiamo l'hikikomori, NON come uno status dell'individuo, ma come una pulsione all'isolamento sociale prolungata nel tempo e dettata da una visione pessimistica delle relazioni, della società e della realtà più in generale, ci renderemo allora conto di come non sia così impellente riuscire a tirare una linea netta tra coloro che possono essere fatti rientrare all'interno di questa definizione e coloro che, invece, ne sono completamente estranei.

Comprendo perché vi sia una forte esigenza in tal senso: la burocrazia, a cui anche la medicina è assoggettata, ha bisogno di categorie diagnostiche ben definite, chiare e, se possibile, basate su criteri oggettivi. Siamo tanti, serve standardizzare. Eppure, in termini pratici, non vedo una particolare urgenza. La questione di fondo è che ci troviamo dinnanzi a un importante aumento del disagio psicologico, sempre più spesso presente in giovane età, con un ruolo importante giocato dall'ambiente sociale. A prescindere dalla diagnosi (sia essa "fobia sociale", "depressione", "ansia sociale", ecc. a seconda di quale sia la sintomatologia preponderante), l'intervento, affinché abbia esito positivo, dovrà essere quanto più multidisciplinare possibile e strutturato ad hoc sul singolo caso.

Personalmente non auspico che l'hikikomori diventi una categoria diagnostica. L'utilizzo di questo termine è utile soprattutto dal punto di vista della ricerca, affinché si parli tutti la stessa lingua, anche tra nazioni differenti. Se deve invece essere affibbiato modi etichetta a un soggetto che presenta un preciso quadro sintomatologico, allora il discorso cambia e non mi trova d'accordo.

Il mio invito è quello di interpretare l'hikikomori come un disagio adattivo di natura sociale all'interno del quale esiste una grande eterogeneità di casistiche, con l'unico elemento trasversale rappresentato da quella pulsione all'isolamento sociale descritta nel primo paragrafo del presente articolo. La sintomatologia, e le eventuali comorbidità, possono invece variare enormemente.



Losing You - LY



Secondo quanto indicato in letteratura, esisterebbero almeno due tipologie di hikikomori: quello "primario", ovvero uno stato di isolamento indipendente da patologie mentali, e l'hikikomori "secondario", ovvero un'isolamento sopraggiunto come esito di una psicopatologia.

Per quanto mi riguarda, questa distinzione è irrilevante dal punto di vista "diagnostico" (anche, se appunto, di diagnosi non si dovrebbe parlare) poiché la discriminante rimane, in ogni caso, l'aspetto motivazionale, ovvero quella sfiducia, quel pessimismo e quella perdita di senso che intacca dapprima le relazioni interpersonali e poi l'esistenza nel suo complesso. Da quali esperienze sia scaturita tale interpretazione della realtà è difficile da determinare e comunque non altera la natura del problema.

L'hikikomori è sempre esistito, quello che cambia sono i numeri. Se prima si trattava di casi sporadici, oggi esistono delle precise dinamiche sociali che rendono tale disagio enormemente più diffuso, al punto da assumere le dimensioni di un fenomeno sociale mondiale.


Hikikomori e Asperger: la storia di Roberto


Hikikomori e autismo


Fatta questa premessa, mi è più facile argomentare come anche l'autismo (ovvero un disturbo pervasivo dello sviluppo che coinvolge, in particolare, le competenze comunicative e quelle relazionali) possa essere potenzialmente una condizione predisponente rispetto all'hikikomori e non necessariamente un'alternativa diagnostica.

Se pensiamo, ad esempio, alla sindrome di Asperger, una forma di autismo definita "ad alto funzionamento" proprio perché non comporta ritardi dal punto di vista intellettivo e dell'acquisizione del linguaggio, le possibili connessioni con l'hikikomori sono ancor più evidenti.

Abbiamo infatti ripetuto spesso che i soggetti in isolamento sociale volontario presentano solitamente un profilo caratterizzato da ansia, introversione, alta moralità e pensiero critico (o ipercritico), tutte variabili che trovano sovente connessione con un'alta competenza intellettiva, caratteristica, appunto, anche dell'Asperger.

A mio parere, dunque, la vera questione da porsi non è se un soggetto Asperger possa essere ANCHE un hikikomori (perché le due cose non si escludono), ma se il profilo psicologico tipico dell'Asperger sia predisponente all'hikikomori o meno. Come avrete capito, per quanto mi riguarda la risposta è positiva.


Leggi il libro


Conclusioni


La questione è sicuramente complessa e non esauribile in poche righe. Tuttavia, credo che il punto di osservazione del problema sia spesso fuorviante e determinato da un'impostazione mentale eccessivamente focalizzata sull'esigenza classificatoria, piuttosto che sulla risoluzione.

Dobbiamo metterci il cuore in pace: non esistono dei criteri diagnostici oggettivi riguardo all'hikikomori e forzarli rischia solo di produrre ulteriori danni. Pensiamo ad esempio al Giappone, che ha stabilito che si possa parlare di hikikomori solo dopo un isolamento continuativo di almeno sei mesi. Come può questo essere utile ai fini preventivi? Dobbiamo aspettare che un ragazzo isolato da un mese arrivi a sei per poterlo classificare e attivare un intervento? Mi sembra ridicolo.

Manteniamo il focus sul problema: ci sono milioni di giovani che manifestano un disagio adattivo profondo, al punto da scegliere di vivere in uno stato di isolamento più o meno estremo. Come possiamo aiutarli? Questa rimane la domanda chiave alla quale trovare risposta.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"


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