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domenica 8 dicembre 2019

Hikikomori: quanta colpa hanno i genitori?





Tra le concause alla base del fenomeno degli hikikomori dobbiamo necessariamente prendere in considerazione anche il cambiamento delle aspettative genitoriali sulla prole.

La nascita di un figlio non è mai stato accolto come un evento banale o irrilevante, ma complici diversi fattori, tra cui la numerosità delle famiglie del passato, l’alta mortalità infantile e le concrete preoccupazioni circa la sostenibilità economica che una nuova vita comportava, i genitori ponevano inconsciamente e pragmaticamente minori attenzione sul nuovo arrivato.




Il contesto all’interno del quale viene al mondo un figlio oggi, nella società del benessere e dalla realizzazione sociale, è completamente diverso. Nulla o quasi viene lasciato al caso: i genitori spesso programmano il periodo della vita nel quale generare e predispongono ogni risorsa affinché il nascituro possa essere messo nelle migliori condizioni possibili per crescere sano e felice.

Non vi è nulla di male in tutto questo, se non fosse che talvolta le grandi attenzioni poste sul benessere di un figlio si concretizzano in alte aspettative circa la sua realizzazione futura. I genitori non vedono il figlio come un essere umano, ma come un piccolo prodigio dalle potenzialità straordinare che aspettano solo di essere svelate a loro e al mondo intero. La sua esistenza viene idealizzata ancor prima che possa manifestare qualsivoglia talento.

La nascita di un figlio, evento rarissimo, se non unico, nella vita di una coppia moderna, scuote drasticamente il baricentro del focus realizzativo dei genitori, il quale passa dal realizzarsi al realizzare. In altre parole: la propria realizzazione personale dipende in gran parte, se non totalmente, dalla realizzazione del figlio.

L’hikikomori nasce spesso qui.


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“Voglio darti tutto quello che io non ho mai avuto”


L’idea che la vita di nostro figlio debba essere necessariamente migliorativa rispetto alla nostra è molto radicata culturalmente. Eppure parliamo di un’esistenza a se stante, che nasce in un contesto sociale nuovo e che avrà (e gli deve essere concesso avere) un percorso completamente diverso da coloro che l’hanno generata, al netto del comparto genetico ereditato.

L’ansia di un genitore di non commettere errori e di fare in modo che il figlio non trovi particolari ostacoli nel proprio processo di crescita si tramuta talvolta in un atteggiamento invadente e iperprotettivo che ottiene l’effetto esattamente opposto rispetto a quello desiderato.

Nel senso comune, e di conseguenza anche a livello mediatico, l’atteggiamento genitoriale più stigmatizzato è quello negligente. Per esempio, se la scuola si rende conto che un alunno sembra essere trascurato nel vestiario, nell’igiene personale o in quant’altro che dovrebbe essere responsabilità del genitore, può decidere di rivolgersi ai servizi sociali per verificare effettivamente se esista una mancanza da parte della famiglia nell’accudimento del figlio.

Eppure oggi ci stiamo accorgendo che a livello psicologico l’iperprotettività genitoriale, nonostante non si porti dietro un vero e proprio stigma sociale al pari della negligenza, è in grado di produrre sull’adolescente danni evolutivi equipollenti se non maggiori rispetto alla sua eventuale “trascuratezza” (o quella che oggi viene identificata come tale).


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Qual è il compito di un genitore?


A livello evolutivo il compito di un genitore non è quello di portare il figlio a diplomarsi, a laurearsi, a fidanzarsi, ad avere un lavoro stabile, a essere felice o, in generale, a realizzarsi socialmente. Il compito evolutivo di un genitore è quello di favorire la transizione del figlio da un condizione di completa dipendenza (infanzia) a una condizione di completa indipendenza (adultezzà): quella che noi comunemente definiamo “adolescenza” non è altro che la fase transitoria tra questi due stadi.

Attenzione però, l’adolescenza non è una fase meramente anagrafica, ma una tappa evolutiva psicologica e il suo raggiungimento non è un risultato automatico indotto dall’età. Se il genitore, o la società, non crea le condizioni affinché un adolescente possa divenire psicologicamente adulto, il passaggio potrebbe non avvenire mai.



La caratteristica fondamentale che deve avere il genitore di un hikikomori


Se un genitore si rende conto di aver assunto un comportamento iperprotettivo e particolarmente carico di aspettative sulla realizzazione personale del figlio, e questo abbia provocato in lui una personalità fragile, ansiosa, inibita socialmente e con forti tendenze all’isolamento sociale, cosa può fare per recuperare?

La buona notizia è che si è sempre in tempo per correggere il proprio comportamento e apportare un miglioramento sostanziale nella vita del figlio. La cattiva notizia è che non è semplice e purtroppo non tutti hanno gli strumenti per farlo.

La caratteristica fondamentale che un genitore deve avere, o provare a sviluppare, per aiutare un figlio hikikomori è l’apertura mentale. Apertura mentale significa avere la capacità di mettere in discussione la propria interpretazione dell’esistenza e riuscire a superare i dogmi che hanno guidato il proprio stile educativo.


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I passaggi mentali che deve fare un genitore per poter essere una presenza positiva per il figlio


Il primo passaggio fondamentale è riuscire a riconoscere il figlio non come una proprietà, oppure come un prolungamento di se stessi, ma come un essere indipendente e autonomo nelle proprie scelte di vita.

Il secondo passaggio è quello di accettare il fatto che non diventerà mai la nostra versione idealizzata che abbiamo coltivato con tanta soddisfazione fin dai suoi primissimi istanti di vita. Quella era solamente una nostra fantasia dettata dall’euforia. La vita reale è diversa e non prevedibile nei suoi sviluppi quotidiani.

Il terzo passaggio, necessario quando la condizione di hikikomori del figlio si è protratta per lungo tempo innescando in lui profonde fragilità emotive e sociali, è quello di accettare, non solo che non diventerà mai il nostro sogno idealizzato, ma anche che probabilmente non avrà mai quella che culturalmente e socialmente definiremmo “un’esistenza normale”. Dobbiamo accettare che potrebbe non diplomarsi mai, che potrebbe non innamorarsi mai, che potrebbe non riuscire mai del tutto a integrarsi socialmente. O meglio, potrebbe non riuscirci nelle modalità e nei tempi in cui noi speriamo che lo faccia.

Solo in questo momento, una volta distrutte tutte le aspettative sul futuro di nostro figlio, possiamo dare a lui in mano le chiavi della sua vita e lasciare che ne faccia quello che meglio crede. Se è adulto, e noi vogliamo che lo sia, le sue scelte non ci competono. In caso contrario continueremo a trattarlo come un eterno adolescente e lui rimarrà tale.


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Conclusioni


In conclusione ci tengo a precisare che, sebbene lo scenario sopra descritto sia frequente, a mio modo di vedere, nelle dinamiche di ritiro adolescenziale, non è comunque generalizzabile alla totalità dei casi. La causa sociologica primaria alla base dell'hikikomori rimane la crescente competitività sociale, di cui i genitori possono diventare, inconsapevolmente, antenne amplificatrici.

Certo, quando un adolescente sperimenta l’impulso all’isolamento sociale tipico dell’hikikomori, la famiglia ha sempre un qualche tipo di ruolo, diretto o indiretto, ma è importante sottolineare che ci sono casi dove le responsabilità delle famiglie sono altissime e altri, invece, dove sono davvero minime.

L’altro aspetto che è giusto sottolineare è che il genitore agisce sempre a fin di bene e, dunque, dal punto di vista morale il suo comportamento non è stigmatizzabile. Ciò non toglie che le sue responsabilità rimangano e, soprattutto nel momento in cui ne diventa consapevole, deve avere la forza e la flessibilità mentale per mettersi profondamente in discussione. Con equilibrio, senza colpevolizzarsi eccessivamente, ma anche senza nemmeno scaricare tutto su fattori esterni.

L’hikikomori è un problema individuale, ma è anche un problema sociale, scolastico e famigliare, e non può essere superato senza uno sforzo di crescita collettivo da parte di tutti.


Marco Crepaldi
Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"
marco.crepaldi@hikikomoriitalia.it





sabato 26 ottobre 2019

Hikikomori: una nuova etichetta diagnostica?




L'hikikomori, a oggi, non è ancora stato riconosciuto ufficialmente, né in Giappone né dalla comunità scientifica internazionale, come una psicopatologia.

Anche nel mio libro ho dedicato un capitolo su questa spinosa questione, spiegando perché l'isolato sociale volontario non sembri essere sempre e necessariamente depresso, fobico sociale, dipendente da internet o, peggio, affetto da psicosi. Eppure molto di frequente diverse di queste problematiche si associano alla condizione di ritiro.

"Ma se l'hikikomori non è una psicopatologia, allora che cos'è?"

In questo articolo voglio tornare sulla questione e provare a proporre un diverso approccio al problema. Si tratta evidentemente di un tema molto articolato che non può essere risolto in poche righe. Qui esprimerò, semplicemente e in sintesi, quello che è il mio personale punto di vista.



Losing You - LY.



Disagio adattivo di origine sociale


"L’hikikomori è una pulsione all'isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle forti pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate."


Questa è la mia attuale definizione di hikikomori, analizzata dettagliatamente nel mio libro. La ritengo piuttosto completa e in grado di evidenziare tutte le principali caratteristiche del fenomeno.

In sostanza stiamo parlando di un "disagio adattivo", manifestato da un numero sempre crescente di individui, che consiste nella difficoltà di trarre sensazioni positive e stimoli dalle relazioni interpersonali e, più in generale, dalle dinamiche sociali moderne. 

Tale disagio può condurre alla scelta di isolarsi al fine trovare un rifugio, uno spazio dove le pressioni derivanti dal giudizio altrui e dall'ansia da prestazione sociale sono ridotte al minimo: la propria casa o la propria camera da letto.

La scelta drastica e spesso estrema dell'isolamento, potrebbe tuttavia non concretizzarsi e rimanere solamente un'opzione, nonostante il soggetto continui a valutarla e a esperirne quotidianamente l'esigenza.


La diagnosi di "hikikomori"


Per poter dare vita a una vera e propria diagnosi di hikikomori, bisognerebbe dunque stabilire quando tale disagio superi "il limite" e diventi effettivamente una psicopatologia, ma personalmente la trovo una forzatura tanto semplicistica quanto inutile.

In Giappone, per esempio, hanno stabilito che si dovrebbe parlare di hikikomori solamente se l'isolamento totale (che non preveda attività lavorative, scolastiche o amicali) perduri in modo continuativo per almeno 6 mesi. Tale inquadramento, tuttavia, rischia di risultare in termini pratici e preventivi assolutamente controproducente e stigmatizzante.

L'esigenza, quasi esclusivamente burocratica, di trasformare l'hikikomori in una etichetta diagnostica, potrebbe infatti produrre più danni di quelli che riuscirebbe a risolvere, generando confusione e una discussione infinita su dove dovrebbe essere tracciata quella famosa linea. 



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Verso un approccio dimensionale


Come ho argomentato nel video sullo stigma sociale legato alle diagnosi psicopatologiche, la mia speranza è che in futuro ci si allontani sempre di più dall'approccio nosologico, ovvero classificatorio, e si abbracci invece un approccio dimensionale, il quale NON mira a produrre una diagnosi sotto forma di etichetta medica, ma affronta il disagio psicologico scomponendolo nelle varie dimensioni da cui è formato.

Per esempio, se dovesse arrivare nello studio di uno psicologo o di un medico, un ragazzo che presenta diverse caratteristiche riconducibili al fenomeno degli hikikomori (pulsione all'isolamento sociale, ansia relazionale, umore depresso, inibizione e fobia sociale, paura del giudizio, apatia, depressione esistenziale, metavergogna, ecc.) per aiutarlo non è necessario produrre una diagnosi di "hikikomori", affibbiandogli immediatamente un'etichetta sociale e identitaria, ma bisognerebbe cercare piuttosto di comprendere quali siano le dimensioni dominanti del suo disagio e in che modo queste impattano sulla qualità della vita del soggetto. 

Il fenomeno degli hikikomori è infatti molto eterogeneo nelle sue manifestazioni e l'unica variabile strettamente caratterizzante e generalizzabile è proprio l'impulso all'isolamento sociale. Le altre dimensioni possono variare enormemente da soggetto a soggetto: c'è chi presenterà un forte quadro depressivo, ma poca fobia sociale; chi soffrirà di una profonda crisi esistenziale e chi invece di apatia; chi soffrirà maggiormente le pressioni di origine sessuale e chi invece quelle legate al confronto con i pari.

Insomma, tracciare un identikit de "l'hikikomori tipo" non è semplice e anche stabilirne rigidamente i confini per una sua classificazione diagnostica rischia di rivelarsi un lavoro infinitamente complesso e, al tempo stesso, completamente inutile in termini pratici.


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Conclusioni


Inevitabilmente nei prossimi anni il dibattito attorno alla questione crescerà e diventerà sempre più controverso. Tempo ed energia che, a mio parere, dovrebbero invece essere interamente investiti nella ricerca di soluzioni efficaci al problema e su una riflessione ad ampio spettro del funzionamento della società capitalistica moderna. 

Il termine "hikikomori", nonostante non sia ancora ufficialmente riconosciuto, viene già utilizzato nei testi e negli articoli dei ricercatori di tutto il mondo. Ritengo la sua adozione fondamentale in un'ottica comunicativa e di ricerca, soprattutto interculturale, ma poco utile in termini medico-diagnostici.

So bene che, a seconda della propria prospettiva di studio, le mie argomentazioni potrebbero risultare più o meno condivisibili, ma avendo il fenomeno una comprovata origine socio-culturale, ritengo altresì doveroso porre maggiore attenzione su tali aspetti e non aggravare ulteriormente il problema assumendo un approccio classificatorio e categorizzante, perfettamente in linea con la tendenza di una società che contribuisce in modo determinate, attraverso le sue logiche, al diffondersi della problematica stessa. 



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giovedì 19 settembre 2019

Hikikomori e tecnologie digitali: educare, non privare




Sono passati oltre sei anni da quando scrissi l'articolo "Hikikomori e Dipendenza da Internet: non confondiamoli", nel quale argomentavo di come le due problematiche fossero distinte, mentre i media e il senso comune facessero di tutto per assimilarle. Oggi posso dire che il lavoro di sensibilizzazione portato avanti sta dando i suoi frutti, nonostante in molti cadano ancora in questo banale, quanto pericoloso, equivoco.

Un semplice dato oggettivo prova, senza troppi dubbi, come l'hikikomori non sia causato direttamente dall'abuso delle nuove tecnologie: la maggior parte degli studi, infatti, fa risalire in fenomeno in Giappone negli anni '80, periodo storico nel quale internet, i videogiochi, i social network e gli smartphone non erano ancora entrati in modo pervasivo nelle nostre vite (o nemmeno esistevano), eppure gli isolati sociali erano già molto numerosi, tanto che alcune fonti collocano gli esordi del fenomeno addirittura negli anni '60.


Losing You - LY



Al di là di questo basterebbe fermarsi a parlare pochi minuti con un soggetto in isolamento sociale volontario per capire quanto il suo disagio abbia profonde radici relazionali, adattive ed esistenziali, mentre l'eventuale abuso di internet e dei videogiochi rappresenti spesso una conseguenza dell'isolamento piuttosto che una sua causa diretta (attenzione, questo non significa che la dipendenza da internet non esista, ma semplicemente che stiamo parlando di due problematiche diverse).

Detto ciò, le connessioni tra hikikomori e tecnologie digitali ci sono e in questo articolo voglio scavare ulteriormente nella questione per fornire spunti di riflessione aggiuntivi.


Effetto acceleratore


Nel mio libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" affermo che, sebbene le nuove tecnologie non sembrino essere tra le cause scatenanti del fenomeno, potrebbero aver contribuito a una sua più rapida diffusione. 

Colui che nell'era pre-digitale sperimentava il forte disagio adattivo, esistenziale e relazionale tipico dell'hikikomori, poteva cercare di lenire tale disagio attraverso il ritiro, ma sapeva che ciò avrebbe comportato una rinuncia pressoché totale di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Con l'avvento di internet le cose sono radicalmente cambiate: lo stesso soggetto ritirato può disporre di un universo digitale senza confini, fatto di intrattenimento audio-video, informazioni e relazioni sociali indirette, ovvero digitalmente mediate, ancora volgarmente e impropriamente definite "relazioni virtuali".

Capirete bene come la scelta del ritiro sia oggi decisamente meno drastica e alienante rispetto all'era pre-digitale e, dunque, molto più accessibile e attraente per chi desidera trovare riparo dalle pressioni del contesto sociale.


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Un mondo alternativo


Molti degli istinti innati del soggetto isolato non vengono completamente soppressi, ma trovano sfogo nel web: chat e social network compensano in parte il bisogno di socialità, i videogiochi online quello della competizione e del confronto, mentre le infinite fonti di informazioni digitali colmano il vuoto lasciato dall'abbandono della scuola.

Le nuove tecnologie assumono dunque un ruolo fondamentale nella vita di un soggetto isolato e privarlo repentinamente di tali strumenti senza intervenire contestualmente sul piano psico-sociale (in particolare quello famigliare) può avere degli esiti negativi devastanti. Tuttavia, è innegabile come il grande numero di ore che la quasi totalità dei soggetti isolati trascorre connesso alla rete li esponga enormemente a tutta una serie di pericoli, di cui la dipendenza è forse quello che dovrebbe suscitare minor preoccupazione.

Facciamo alcuni esempi:

  • il web rende il passaggio del ritiro più morbido di quello che risulterebbe in sua assenza, restituendo una minore sensazione di pericolo al soggetto e talvolta creandogli l'illusione di aver trovato una soluzione definitiva o sostenibile sul lungo termine, aumentano il rischio di cronicizzazione; 
  • la grande varietà di intrattenimento offerto dalla rete, e dal comparto videoludico in generale, aiuta a ridurre la rimuginazione dei pensieri negativi e dunque potrebbe avere un effetto analgesico rispetto alla sofferenza derivante dal proprio stato, ma al contempo ne ostacola l'elaborazione e la razionalizzazione poiché favorisce la negazione del problema, piuttosto che il suo contrasto;


Educare, non privare


Stiamo vivendo un passaggio evolutivo che verrà ricordato come tra i più delicati della storia dell'uomo: quello della transizione dell'Era Analogica all'Era Digitale. È inevitabile che le generazioni che si trovino a cavallo di questo periodo storico siano soggette a tutta una serie di trasformazioni culturali, sociali e biologiche che provocano disagi adattivi più o meno profondi.

Purtroppo oggi si tende spesso a demonizzare le nuove tecnologie. I media cavalcano questa tendenza con grande insistenza poiché semplice, immediata e apparentemente logica. Quante volte, sul treno o in altri luoghi pubblici, un tempo spazi di aggregazione sociale, vediamo persone chine sullo smartphone che nemmeno si rivolgono lo sguardo. "I cellulari ci rendono più distanti!", verrebbe semplice pensare, eppure la questione è decisamente più complessa: le dinamiche sociali stanno cambiando, a prescindere dalle nuove tecnologie.

Nei prossimi anni assisteremo alla nascita di numerose comunità riabilitative per la dipendenza da internet, situate in luoghi periferici, immerse nella natura e depurate di qualsiasi tecnologia digitale. Luoghi utili se desideriamo trattare una dipendenza estrema e necessitiamo di uno spazio di transizione, ma l'obiettivo sul lungo periodo non può essere semplicemente quello di rimuovere completamente il digitale dalla nostra vita, quale fosse una sostanza stupefacente, ma piuttosto imparare a padroneggiare tale universo riducendo al minimo i suoi impatti negativi e valorizzando quelli positivi.

La separazione tra il mondo analogico (spesso impropriamente definito "reale") e quello digitale (spesso impropriamente definito "virtuale"), che oggi si tende a vivere come una linea chiara e netta, in futuro sarà sempre più sfumata fino al punto che sarà impossibile distinguere quando saremo online da quando saremo offline.

La situazione è questa, che ci piaccia o meno. Indietro non si torna.



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domenica 18 agosto 2019

Il fenomeno degli INCEL: i "celibi involontari" che odiano le donne




Durante questi anni di studio del fenomeno degli hikikomori, ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardo le diverse problematiche che talvolta si associano all'isolamento sociale volontario, come, ad esempio, la depressione esistenziale, la dipendenza dai videogiochi e da internet, la fobia scolare e quella sociale.

Eppure, un altro fenomeno sta attirando sempre di più la mia attenzione: sto parlando degli INCEL, parola coniata a partire dai termini inglesi "INvoluntary" e "CELibates" (che in italiano potremmo tradurre con l'espressione "celibi involontari").

Vi racconterò quanto ho compreso finora di questo fenomeno e quali sono le sue possibili connessioni con l'hikikomori.



Losing You - LY


Chi sono gli INCEL?


Gli INCEL sono maschi eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con l'altro sesso. Queste difficoltà generano in loro una grande frustrazione che si traduce talvolta in misoginia. Le donne sono infatti "accusate" di essere attratte esclusivamente dall'aspetto fisico, dai soldi e dallo status (da qui la "teoria LMS", acronimo che sta appunto per "Look, Money & Status"), per cui chi non eccelle in queste variabili inevitabilmente non avrà alcuna possibilità di risultare interessante ai loro occhi.

Gli INCEL si auto-includono in tre categorie:

  • i virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali (chi li ha avuti spesso dichiara di essersi rivolto a prostitute);
  • i kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali e non hanno mai baciato;
  • gli hugless-kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali, non hanno mai baciato e nemmeno abbracciato una potenziale partner. 

Gli INCEL sembrano essere ossessionati in particolare dell'aspetto esteriore: hanno generalmente una bassa autostima fisica e si percepiscono come poco attraenti. Nella loro prospettiva la bellezza è una variabile oggettiva e misurabile attraverso l'osservazione di precise disposizioni fisiche (per esempio la struttura della mascella, oppure lo spessore dei polsi, ecc.).

Eppure l'elemento principale che li rende effettivamente poco interessanti all'altro sesso è legato soprattutto agli aspetti di personalità e in particolare a un'insicurezza di fondo che rappresenta un serio handicap nella società moderna, non solo nelle relazioni sentimentali e sessuali, ma nelle relazioni in genere.

Gli INCEL si definiscono in gergo "redpillati" (termine che deriva dalla famosa scena del film Matrix), ovvero sono divenuti consapevoli che la società sia effettivamente governata dalle donne, le quali detengono maggiori privilegi rispetto agli uomini, nonostante i media e il senso comune ci indurrebbero a credere il contrario.



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Perché esistono gli INCEL?


Se ci fermiamo alle teorie più o meno grottesche che si accostano agli INCEL, potremmo commettere l'errore di sottovalutare e banalizzare la questione, eppure ci troviamo di fronte a un vero e proprio fenomeno sociale legato ai mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, in particolare relativi ai ruoli di genere.

Se prendiamo come riferimento la storia della civiltà umana, ci accorgeremo che la coppia "romantica", ovvero quella costituita esclusivamente sulla base della volontà paritaria di entrambe le parti, è una consuetudine relativamente recente. In passato i fidanzamenti e i matrimoni erano combinati e stabiliti dalle famiglie per fini utilitaristici (principalmente economici). A farne le spese era soprattutto la donna, costretta talvolta ad accoppiarsi in giovanissima età.

Anche in tempi più recenti, nonostante la progressiva estinzione di queste usanze, la donna ha comunque continuato a subire una forte pressione socio-culturale ad accasarsi, in particolare da parte della famiglia, trovandosi talvolta con le spalle al muro e dovendo forzare le proprie scelte di accoppiamento.

Nella società odierna le cose - per fortuna - stanno cambiando. La donna sta infatti acquisendo progressivamente maggiore autonomia decisionale e indipendenza economica, potendosi permettere di selezionare con maggiore libertà i propri partners. Questo, tuttavia, comporta dall'altro lato, ovvero quello maschile, un aumento della competizione, con difficoltà significativamente maggiori per coloro che non possiedono le competenze necessarie a rendersi attraenti agli occhi dell'altro sesso.


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Perché gli INCEL soffrono la loro condizione?


La difficoltà nell'avere partner sessuali rappresenta per il maschio etero, ancor più che per la femmina etero, una grande fonte di sofferenza e frustrazione, non tanto per l'impossibilità di soddisfare i propri impulsi sessuali, ma piuttosto a causa delle pressioni socio-culturali legate ai ruoli di genere.

Nei maschi etero il sesso si lega culturalmente al potere e allo status sociale: ciò significa che più si è abili e prestanti in tale ambito, più ci si sentirà percepiti positivamente. Al contrario, eventuali deficit potrebbero far insorgere sentimenti di inadeguatezza e fallimento: l'etichetta di "vergine" è particolarmente carica di stigma nella società moderna. 

Nelle donne le pressioni socio-culturali cambiano e l'avere molti partner sessuali rappresenta generalmente motivo di vergogna e senso di colpa. Il risultato di questa alterazione degli istinti legata ai ruoli di genere consiste nell'insorgenza di un forte disequilibrio tra "domanda e offerta" sessuale: da una parte i maschi sentiranno la pressione ad avere più partner possibili, mentre dall'altra le donne a operare una maggiore selettività. 


Quali sono le connessioni tra INCEL e hikikomori?


I due fenomeni sono ovviamente molto differenti, a partire dal fatto che il termine "INCEL", a differenza di "hikikomori", è stato auto-coniato dai diretti interessati. Non si tratta di un particolare da sottovalutare poiché ciò esprime in modo evidente l'esigenza di trovare un elemento di aggregazione, utile condividere e a lenire, almeno in parte, la grande frustrazione che deriva dal proprio status.

Eppure vedo alcune affinità tra i due fenomeni:

  1. il pensiero sviluppato dagli INCEL sembra essere un meccanismo psicologico difensivo atto ad abbassare la pressione sociale e il senso di colpa percepito attraverso l'attribuzione del proprio fallimento relazionale con l'altro sesso a fattori esterni al proprio controllo, come, ad esempio, ai gusti delle donne o all'aspetto fisico. Nel caso dell'hikikomori il meccanismo psicologico è simile, con la differenza che l'elemento negativo e fuori controllo è spesso rappresentato dalla scuola, dai genitori, dai coetanei o, più in generale, dalla società;
  2. il fenomeno degli hikikomori nasce a causa delle forti pressioni di realizzazione sociale generate della dinamiche sociali moderne. All'interno di queste pressioni un ruolo importante lo hanno anche le pressioni sessuali che, come abbiamo visto, costituiscono delle pressioni sociali a tutti gli effetti.


Un ragazzo inibito socialmente faticherà a instaurare relazioni amicali soddisfacenti con i coetanei e, forse in modo ancor più estremo, fallirà nelle relazioni sentimentali con l'altro sesso. Nel caso in cui fossero le pressioni sessuali quelle dominanti all'interno dello spettro delle pressioni sociali che portano un maschio etero a isolarsi, potrebbe insorgere in lui, come meccanismo psicologico difensivo, un atteggiamento di forte ostilità nei confronti delle donne e, di conseguenza, potrebbe essere fatto rientrare all'interno del fenomeno degli INCEL. Questo contribuirebbe a spiegare il motivo per cui gli hikikomori sono soprattutto di genere maschile.

Detto ciò, dalle mie osservazioni ho potuto notare come non tutti gli hikikomori vivano l'assenza di relazioni sessuali con particolare ansia e senso di fallimento. In molti, ad esempio, si professano asessuali o demisessuali, ovvero attratti sessualmente da un partner solamente in presenza di un forte legame emotivo. Dunque la sovrapposizione tra i due fenomeni, se esiste, è solamente parziale.


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Conclusioni


Il fenomeno degli INCEL merita molta più attenzione da parte dei ricercatori sociali poiché i livelli di sofferenza e frustrazione che possono celarsi dietro a questa condizione non sono affatto trascurabili e possono dare adito a forme di violenza auto o etero-diretta (esistono già alcuni casi di cronaca nera dove sono coinvolti sedicenti INCEL).

Come per gli hikikomori, è importante sensibilizzare sull'argomento e invitare coloro che ne soffrono a chiedere aiuto a professionisti adeguatamente formati, in particolare sessuologi.

Dobbiamo essere consapevoli di come il costante aumento della competizione sociale, e delle conseguenti pressioni di realizzazione personale, possa avere ripercussioni diversificate a seconda delle predisposizioni personali di ogni individuo. C'è chi finirà per prendersela con la società, chi con le donne e chi con altro. I sentimenti di inadeguatezza e fallimento ci portano a puntare il dito nel disperato tentativo di ridurre il senso di colpa e la sofferenza che deriva dalla propria condizione.

Piaccia o meno, queste sono le regole dell'attuale società capitalistica: chi è in grado di reggere le pressioni e sfruttarle a proprio vantaggio performerà al massimo raggiungendo alti livelli di successo personale. Per gli altri non rimane che imparare a convivere con la pressione, oppure provare a cambiare le regole del gioco, ammesso che questa seconda opzione differisca dalla prima.


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venerdì 7 giugno 2019

hikikomori e autismo: riflettiamo sulle possibili sovrapposizioni


Post di Marco Crepaldi

Se interpretiamo l'hikikomori, NON come uno status dell'individuo, ma come una pulsione all'isolamento sociale prolungata nel tempo e dettata da una visione pessimistica delle relazioni, della società e della realtà più in generale, ci renderemo allora conto di come non sia così impellente riuscire a tirare una linea netta tra coloro che possono essere fatti rientrare all'interno di questa definizione e coloro che, invece, ne sono completamente estranei.

Comprendo perché vi sia una forte esigenza in tal senso: la burocrazia, a cui anche la medicina è assoggettata, ha bisogno di categorie diagnostiche ben definite, chiare e, se possibile, basate su criteri oggettivi. Siamo tanti, serve standardizzare. Eppure, in termini pratici, non vedo una particolare urgenza. La questione di fondo è che ci troviamo dinnanzi a un importante aumento del disagio psicologico, sempre più spesso presente in giovane età, con un ruolo importante giocato dall'ambiente sociale. A prescindere dalla diagnosi (sia essa "fobia sociale", "depressione", "ansia sociale", ecc. a seconda di quale sia la sintomatologia preponderante), l'intervento, affinché abbia esito positivo, dovrà essere quanto più multidisciplinare possibile e strutturato ad hoc sul singolo caso.

Personalmente non auspico che l'hikikomori diventi una categoria diagnostica. L'utilizzo di questo termine è utile soprattutto dal punto di vista della ricerca, affinché si parli tutti la stessa lingua, anche tra nazioni differenti. Se deve invece essere affibbiato modi etichetta a un soggetto che presenta un preciso quadro sintomatologico, allora il discorso cambia e non mi trova d'accordo.

Il mio invito è quello di interpretare l'hikikomori come un disagio adattivo di natura sociale all'interno del quale esiste una grande eterogeneità di casistiche, con l'unico elemento trasversale rappresentato da quella pulsione all'isolamento sociale descritta nel primo paragrafo del presente articolo. La sintomatologia, e le eventuali comorbidità, possono invece variare enormemente.



Losing You - LY



Secondo quanto indicato in letteratura, esisterebbero almeno due tipologie di hikikomori: quello "primario", ovvero uno stato di isolamento indipendente da patologie mentali, e l'hikikomori "secondario", ovvero un'isolamento sopraggiunto come esito di una psicopatologia.

Per quanto mi riguarda, questa distinzione è irrilevante dal punto di vista "diagnostico" (anche, se appunto, di diagnosi non si dovrebbe parlare) poiché la discriminante rimane, in ogni caso, l'aspetto motivazionale, ovvero quella sfiducia, quel pessimismo e quella perdita di senso che intacca dapprima le relazioni interpersonali e poi l'esistenza nel suo complesso. Da quali esperienze sia scaturita tale interpretazione della realtà è difficile da determinare e comunque non altera la natura del problema.

L'hikikomori è sempre esistito, quello che cambia sono i numeri. Se prima si trattava di casi sporadici, oggi esistono delle precise dinamiche sociali che rendono tale disagio enormemente più diffuso, al punto da assumere le dimensioni di un fenomeno sociale mondiale.


Hikikomori e Asperger: la storia di Roberto


Hikikomori e autismo


Fatta questa premessa, mi è più facile argomentare come anche l'autismo (ovvero un disturbo pervasivo dello sviluppo che coinvolge, in particolare, le competenze comunicative e quelle relazionali) possa essere potenzialmente una condizione predisponente rispetto all'hikikomori e non necessariamente un'alternativa diagnostica.

Se pensiamo, ad esempio, alla sindrome di Asperger, una forma di autismo definita "ad alto funzionamento" proprio perché non comporta ritardi dal punto di vista intellettivo e dell'acquisizione del linguaggio, le possibili connessioni con l'hikikomori sono ancor più evidenti.

Abbiamo infatti ripetuto spesso che i soggetti in isolamento sociale volontario presentano solitamente un profilo caratterizzato da ansia, introversione, alta moralità e pensiero critico (o ipercritico), tutte variabili che trovano sovente connessione con un'alta competenza intellettiva, caratteristica, appunto, anche dell'Asperger.

A mio parere, dunque, la vera questione da porsi non è se un soggetto Asperger possa essere ANCHE un hikikomori (perché le due cose non si escludono), ma se il profilo psicologico tipico dell'Asperger sia predisponente all'hikikomori o meno. Come avrete capito, per quanto mi riguarda la risposta è positiva.


Leggi il libro


Conclusioni


La questione è sicuramente complessa e non esauribile in poche righe. Tuttavia, credo che il punto di osservazione del problema sia spesso fuorviante e determinato da un'impostazione mentale eccessivamente focalizzata sull'esigenza classificatoria, piuttosto che sulla risoluzione.

Dobbiamo metterci il cuore in pace: non esistono dei criteri diagnostici oggettivi riguardo all'hikikomori e forzarli rischia solo di produrre ulteriori danni. Pensiamo ad esempio al Giappone, che ha stabilito che si possa parlare di hikikomori solo dopo un isolamento continuativo di almeno sei mesi. Come può questo essere utile ai fini preventivi? Dobbiamo aspettare che un ragazzo isolato da un mese arrivi a sei per poterlo classificare e attivare un intervento? Mi sembra ridicolo.

Manteniamo il focus sul problema: ci sono milioni di giovani che manifestano un disagio adattivo profondo, al punto da scegliere di vivere in uno stato di isolamento più o meno estremo. Come possiamo aiutarli? Questa rimane la domanda chiave alla quale trovare risposta.


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sabato 11 maggio 2019

Spazi di confronto online dedicati agli hikikomori: ecco perché ho deciso di chiuderli


Post di Marco Crepaldi

Come annunciato attraverso i profili social, ho recentemente preso la sofferta decisione di chiudere a tempo indeterminato tutti gli spazi online di Hikikomori Italia pensati per favorire l'interazione tra ragazzi e ragazze che soffrono di problematiche legate all'isolamento sociale volontario.

Tali spazi, che includevano un gruppo Telegram, un gruppo Facebook e un forum, sono stati aperti circa tre anni fa in via del tutto sperimentale. In particolare il gruppo Telegram è nato su esplicita richiesta di un hikikomori che manifestava l'esigenza di un contatto più dinamico con i membri del forum.

Ho già comunicato brevemente nel canale Telegram i motivi che mi hanno portato a tale scelta, ma voglio in questo articolo cercare di approfondirli ulteriormente, sia perché mi sento in dovere di dare una spiegazione ai tanti ragazzi che da questi mezzi traevano giovamento, sia perché penso che la mia esperienza possa essere utile a coloro che abbiano intenzione di utilizzare il web nel supporto degli hikikomori.




Losing You - LY



Elementi positivi


Gli hikikomori riescono a relazionarsi con molta più facilità tra di loro dal momento che si sentono giudicati in misura minore rispetto a quando riportano le proprie difficoltà a un soggetto lontano da questa problematica. 

Grande successo, in particolare, è stato riscosso dal gruppo Telegram, sia in termini di utenti registrati (più di 500), sia in termini di messaggi pubblicati (decine di migliaia ogni settimana). Su Telegram in realtà i gruppi erano due, uno per gli over 25 e uno per gli under 25, con questo secondo decisamente più numeroso a testimonianza del fatto che in Italia il fenomeno riguarda ancora soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti, mentre in Giappone il numero di ritirati sociali sembra essere oggi superiore nella fascia più anziana, ovvero quella che va dai quarant'anni in su.



Guarda il video



Interessante anche notare come questi gruppi permettano l'emergere degli hikikomori di sesso femminile, gravemente sottostimati dai sondaggi condotti finora sul fenomeno, sia in Italia che in Giappone. Essendo in questo caso loro stesse, e non i genitori, a valutare le proprie difficoltà di adattamento sociale, l'effetto culturale di sottovalutazione del problema che riguarda spesso le donne viene bypassato.

È stato inoltre possibile responsabilizzare i gruppi stessi, affidandone la moderazione ai soggetti che si dimostravano più equilibrati e maturi. La scelta, infatti, è stata inizialmente quella di tenere i volontari dell'associazione come osservatori silenti (solo nel gruppo Facebook, come indicato nel regolamento), in modo da aiutarmi nella supervisione, ma senza intervenire in prima persona. Io ero l'unico che proponeva ed entrava regolarmente nelle discussioni e ciò non creava malumori.

Quando al gruppo Facebook è stato però chiesto, attraverso un sondaggio, se avrebbero accettato la presenza attiva di psicologi all'interno del gruppo, nonostante la maggioranza abbia risposto positivamente, una larga minoranza ha manifestato malumori e la preferenza di continuare a gestire lo spazio senza interferenze da parte di professionisti, sui quali in molti nutrono sfiducia e scetticismo.



Elementi negativi


Si possono riassumere sostanzialmente in tre voci:

1. filtraggio: nonostante l'implementazione di luoghi di transizione (come, ad esempio, la "chat di presentazione", popolata esclusivamente dai moderatori e a cui si accedeva preventivamente rispetto al gruppo vero e proprio, oppure il questionario somministrato in automatico quando un utente chiedeva di entrare nel gruppo Facebook) riuscivano comunque a penetrare all'interno di questi spazi persone fortemente negative, con problemi depressivi gravi non sempre riconducibili all'hikikomori. Si andava dunque a creare un gruppo pericolosamente eterogeneo per problematiche, età, livello di comprensione del proprio status, ecc. 

Inoltre, un grave limite è dato dall'impossibilità di stabilire con certezza l'età del soggetto e, essendoci anche molti minorenni che soffrono di hikikomori, i rischi che vedremo successivamente sono da interpretare con ulteriore allarme. 

2. influenza negativa: molti dei messaggi postati all'interno di questi spazi, soprattutto nel forum e nel gruppo Facebook, erano tendenzialmente pessimistici e vi era il concreto rischio che potessero influenzare negativamente gli altri membri del gruppo. Anche gli "ex hikikomori", a cui è stato permesso di partecipare proprio nella speranza che potessero portare maggiore positività, non erano in grado di contrastare la grande autocommiserazione e il profondo cinismo che permeava molte testimonianze. 

3. interazioni occulte: per quanto si possa supervisionare e moderare con attenzione queste piattaforme online, è assolutamente impossibile impedire agli utenti di contattarsi in privato e alimentare, in chat o gruppi paralleli, derive negative di varia entità e gravità, potenzialmente anche di natura sessuale o autolesionistiche.

Conclusioni


Gli spazi di confronto online dedicati agli hikikomori detengono moltissime potenzialità nell'aiutare chi soffre di isolamento sociale volontario, soprattutto nella delicata fase di intercettazione e aggancio. Infatti, grazie a questi spazi, è anche possibile far emergere le categorie più sottostimate dell'hikikomori, rappresentate dalle donne e dai ritirati over 30.

Tuttavia, nascondono anche numerose insidie e possono diventare degli spazi non solo poco utili in termini di mutuo aiuto, ma anche potenzialmente negativi, soprattutto data la difficoltà di filtraggio in ingresso e la tendenza alla condivisione di contenuti pessimistici.

Diventa fondamentale, inoltre, progettare uno spazio ad hoc dove gli utenti non possano contattarsi in privato, all'oscuro degli occhi dei moderatori: cosa impossibile da evitare sui principali social network esistenti a oggi.

Nel prossimo futuro, insieme al team di psicologi dell'associazione, rifletterò su come debbano essere strutturati tali spazi in modo da superare tutti i limiti sopraesposti. Nel frattempo rimane comunque attiva la chat supporto: uno sportello d'ascolto che consente di mettere in contatto coloro che soffrono di isolamento sociale con degli operatori esperti.

Infine, al posto del forum, è nata sul sito la sezione "Storie", che ha lo scopo di raccogliere esperienze reali di isolamento sociale. Se volete portare la vostra testimonianza scrivete a info@hikikomoriitalia.it.

Ci tengo a sottolineare che la mia è stata una scelta a lungo ponderata e per nulla semplice. Ho aperto questi spazi con intenzioni positive, eppure mi sono reso conto che i rischi erano superiori ai potenziali benefici.

Spero possiate capire.

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sabato 30 marzo 2019

Gli isolati sociali over 40 in Giappone sono più di 600 mila


Post di Marco Crepaldi

Il Governo giapponese l'aveva annunciata da tempo e finalmente sono stati pubblicati i risultati della ricerca sugli hikikomori over 40. Nel precedente sondaggio del 2017, infatti, ci si era concentrati esclusivamente sulla fascia di età che andava dai 15 ai 39 anni, identificando ben 541.000 ritirati sociali.

Ebbene, chi sperava in un numero inferiore purtroppo rimarrà deluso perché gli isolati tra i 40 e i 64 nel paese nipponico sono addirittura più dei giovani e toccano la cifra record di 613.000 casi, con i maschi che rappresentano quasi l'80% del totale (fonte "The Japan Times"). Sommando i numeri emersi dalle due indagini, dunque, si supera abbondantemente il milione di hikikomori.

Andiamo a vedere nel dettaglio cosa ci dice questo importantissimo studio e proviamo a fare delle riflessioni in merito.



Losing You



Alla ricerca hanno partecipato 3.248 persone, delle quali quarantasette sono risultate avere delle caratteristiche riconducibili alla definizione di hikikomori (che ricordiamo in Giappone è molto stringente e prevede un isolamento continuativo di almeno 6 mesi), di cui il 76,6% maschi e il 23,4% femmine. 

Interessanti i dati relativi all'inizio dell'isolamento: il 27,7% si è ritirato tra i 20 e i 29 anni, l'8,5% durante i trenta, il 21,3% nel corso dei quarant'anni e ben il 19,1% dopo i cinquanta.




Sono davvero tutti hikikomori?

Nella mia interpretazione di hikikomori, che ho illustrato dettagliatamente nel libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa", ho sempre utilizzato come discriminante gli aspetti motivazionali che portano al ritiro.

L'hikikomori ricerca istintivamente l'isolamento a causa di forti difficoltà relazionali, paura del giudizio e, in generale, incapacità di sostenere pressioni e aspettative sociali. Ciò che causa la cronicizzazione della sua condizione, però, è lo svilupparsi di un'interpretazione della realtà che vede la società come un luogo negativo, lontano dai propri valori e dal quale è meglio tenersi distanti.

Raramente l'impulso all'isolamento sociale caratteristico dell'hikikomori si manifesta dopo i vent'anni (dal nostro sondaggio l'età media risultata essere chiaramente intorno ai 15 anni), proprio perché è soprattutto durante l'adolescenza che si costruisce l' identità sociale ed è sempre in questa fase della vita che si plasmano i valori e la propria interpretazione della realtà, che tenderà invece a stabilizzarsi durante la fase adulta (spiego il meccanismo psicologico in questo video).

Attenzione, ciò non significa che l'hikikomori non possa manifestarsi anche dopo i 30 anni, ma semplicemente lo ritengo raro e la mia ipotesi è che molte delle persone conteggiate nel sondaggio siano più semplicemente soggetti che si trovano in una condizione di emarginazione sociale, ma alla cui base non vi è una motivazione sovrapponibile a quella che caratterizza gli hikikomori.

Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che, nella maggior parte dei casi, a detta degli stessi partecipanti allo studio, la condizione di ritiro è iniziata in seguito alla perdita del lavoro e molti hanno dichiarato di essere ritornati nella società una volta trovata una nuova occupazione.



Clicca qui per guardare il video.


Conclusioni

Nella società moderna, oltre al fenomeno degli hikikomori, esiste più generale un tema legato alla crescente solitudine e alla disgregazione dei legami sociali. Fondamentale però distinguere quando l'isolamento avviene per volontà della persona e quando, invece, avviene per forze di causa maggiore o per un'attitudine solitaria.

Tuttavia, nonostante io ritenga che all'interno dei 613.000 over 40 identificati da questo ultimo sondaggio giapponese vi siano anche molti che non dovrebbero essere annoverati tra gli hikikomori, è evidente che si tratti comunque di un numero enorme che rilancia ulteriormente l'allarme sul fenomeno.

Il tema degli hikikomori adulti esiste è sarà, con il passare degli anni, sempre più impellente. La maggior parte di loro, tuttavia, inizia il proprio isolamento durante gli anni dell'adolescenza o della prima età adulta. Questo è giusto ricordarlo in modo da non fare confusione.

Per loro gli strumenti che abbiamo a disposizione sono davvero pochi, non avendo nemmeno più come potenziale alleata la scuola, cosa si può fare? Qui si apre un altro tema immenso (che ho già in parte trattato in post precedenti e nel mio libro) e le soluzioni possono essere le più diverse, ancora però tutte da creare.

Quello che è certo è che se non interveniamo ora, lavorando soprattutto in termini preventivi, tra non molti anni ci troveremo con un numero di hikikomori sovrapponibile a quello giapponese, e allora l'impatto sociale sarà devastante.



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lunedì 11 marzo 2019

Hikikomori e sesso: ecco come gli isolati sociali vivono la propria sessualità


Post di Marco Crepaldi

Quello sessuale è un istinto che abbiamo sviluppato in ottica riproduttiva, ma che nella società moderna si è svincolato quasi totalmente dalla sua funzione originaria e ha assunto una connotazione prettamente edonica e ludica. Non solo, la frequenza e la qualità della performance sessuale sono divenuti parametri di confronto sociale e dunque in grado di conferire un determinato status.

Soprattutto se parliamo di maschi, il successo sessuale determina maggiore rispetto e autostima. Diversamente, l'insuccesso può determinare una posizione di inferiorità in grado di provocare malessere e frustrazione in colui che la sperimenta. Il sesso diventa quindi, a tutti gli effetti, una fonte di pressione di realizzazione sociale, ovvero quella dinamica che da sempre abbiamo indicato come la causa madre dell'hikikomori.

Viene dunque da chiedersi se esista un nesso tra il crescente fenomeno dell'isolamento giovanile volontario e l'aumento della pressione sessuale nella società moderna. Proviamo a capirlo.



Losing You - LY



Il ruolo del sesso nella società moderna


Il sesso è una tematica che permea e domina ogni ambito della nostra società, ma spesso lo fa in modo latente e superficiale, mentre raramente viene affrontato con serietà e trasparenza. Sui media tradizionali, come sul web, siamo continuamente bombardati da input che lo riguardano, i quali, sempre più spesso, ci suggeriscono quanto sia importante per gli altri e, di conseguenza, quanto dovrebbe esserlo anche per noi.

In particolare i porno trasmettono un'immagine meccanica e stereotipata dell'atto sessuale, sia per l'uomo che per la donna. Quest'ultima, inoltre, viene spesso oggettivata e ridotta a semplice strumento di piacere a uso e consumo del maschio. Tale rappresentazione provoca diversi impatti sulla psiche del consumatore, poiché contribuisce a legare al sesso concetti come potere, possesso e violenza.

Inoltre, dal momento che l'atto viene derubricato a mera performance, quello che si genera in entrambi i sessi è un'ansia da prestazione che rischia svuotare il rapporto sessuale di qualsiasi piacere poiché tutta la concentrazione sarà indirizzata non sulle sensazioni fisiche e mentali, ma sul timore di non deludere le presunte aspettative del partner.

L'argomento è vastissimo e non voglio dilungarmi eccessivamente nella sua trattazione (per maggiore completezza vi consiglio di guardare questo mio video). Quello che mi preme evidenziare è come il sesso sia così predominante e impattante nella società moderna, e allo stesso tempo rimanga un tabù nell'educazione dei giovani, per cui genitori e insegnanti faticano a trattarlo in modo adeguato, demandando l'apprendimento alle esperienze casuali della vita.



Guarda il video


Il fenomeno degli INCEL


Se nella società moderna il sesso è sempre più legato allo status sociale, a tal punto che spesso il bisogno di piacere fisico passa in secondo piano, chi fatica a trovare partner sessuali avrà ripercussioni sulla propria autostima e proverà un grande senso di frustrazione.

Soprattutto nei maschi eterosessuali tale frustrazione può portare anche a identificare come capro espiatorio le donne, ree di essere attratte quasi esclusivamente da determinate caratteristiche fisiche, temperamentali e sociali. È questo il caso degli "INCEL" (termine che deriva dall'abbreviazione delle parole inglesi "involuntary celibate", ovvero "celibe involontario), i quali finiscono per ricercare in fattori esterni, come ad esempio il proprio aspetto fisico, un alibi che possa giustificare le proprie fragilità relazionali.

In particolare, la dinamica sociologica che ha dato vita a questo fenomeno può essere identificata nella maggiore emancipazione ottenuta dalla donna nella società moderna, che non dipende più dall'uomo come in passato, sia culturalmente che economicamente, e può dunque selezionare con maggiore autonomia i propri partner sessuali.

Forse ce lo siamo dimenticati, ma fino a non molti anni fa l'amore romantico rappresentava un lusso per pochi. I matrimoni erano perlopiù programmati, con le donne spesso utilizzate come merce di scambio, oppure pressate affinché si accasassero a tutti i costi, a prescindere dai legami sentimentali. Questo faceva sì che gli uomini, indipendentemente dal proprio aspetto fisico e dalle proprie abilità in fatto di corteggiamento, potessero sfogare i propri istinti sessuali.

Oggi, per fortuna, non è più così, ma i contraccolpi sociali sono evidenti e andrebbero esaminati con maggiore attenzione.


Come vivono il sesso gli hikikomori?


Molti hikikomori si professano asessuali o, più frequentemente, demisessuali, ovvero in grado di provare attrazione sessuale solamente nei confronti di persone con le quali instaurano precedentemente un forte legame emotivo. Potremmo definirla una visione romantica del sesso, profondamente in contrasto i valori dominanti della società attuale, lontana da quelle immoralità e quelle "derive sociali" che essi rifuggono.

Altri ancora sostengono di non pensarci poiché vedono il sesso come una cosa talmente lontana da loro, da non porsi nemmeno il problema, concentrandosi piuttosto sul bisogno più urgente di riuscire a instaurare legami di amicizia e/o sentimentali in genere. Tuttavia, ammettono che, nel momento in cui vi si soffermano, la poca o nessuna esperienza in ambito sessuale li fa sentire molto in difetto. Dunque il problema c'è ed è riconosciuto, ma semplicemente o viene evitato o collocato su una scala di priorità secondaria.

C'è poi una terza categoria di hikikomori che vive il sesso come un fallimento profondo e come una pressione che genera grande disagio. Una di quelle mancanze di cui dover rendere conto al mondo esterno e che dunque spinge a evitare le relazioni interpersonali in modo da non provare vergogna.


Per quanto riguarda invece lo sfogo degli istinti sessuali, la maggior parte degli hikikomori sperimenta un forte calo della libido, a causa dell'apatia, della depressione o degli eventuali farmaci antidepressivi assunti. Solo una minoranza sembra esporsi a un abuso del materiale pornografico e al rischio della masturbazione compulsiva.



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Conclusioni


Le pressioni sessuali stanno aumentando nella società moderna e sono in grado di generare forti manifestazioni di insofferenza, sopratutto nei soggetti più fragili.

Gli hikikomori sembrano, nella maggior parte dei casi, riuscire a gestirle attraverso un'idealizzazione del sesso che prende nettamente le distanze dall'attuale mercificazione mediatica. Sarebbe interessante approfondire se questa concezione romantica può essere inserita all'interno di una loro interpretazione più generale dell'esistenza, oppure si tratta solamente un meccanismo di difesa attivato per sfuggire da un vuoto talmente profondo da non poter essere gestito in altro modo se non attraverso il rifiuto.

In ogni caso gli hikikomori sono ben consapevoli di dover giustificare al mondo le proprie peculiarità e le proprie mancanze in fatto di esperienze sessuali e questo li pone in una condizione di difficoltà e pressione.

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