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sabato 26 ottobre 2019

Hikikomori: una nuova etichetta diagnostica?




L'hikikomori, a oggi, non è ancora stato riconosciuto ufficialmente, né in Giappone né dalla comunità scientifica internazionale, come una psicopatologia.

Anche nel mio libro ho dedicato un capitolo su questa spinosa questione, spiegando perché l'isolato sociale volontario non sembri essere sempre e necessariamente depresso, fobico sociale, dipendente da internet o, peggio, affetto da psicosi. Eppure molto di frequente diverse di queste problematiche si associano alla condizione di ritiro.

"Ma se l'hikikomori non è una psicopatologia, allora che cos'è?"

In questo articolo voglio tornare sulla questione e provare a proporre un diverso approccio al problema. Si tratta evidentemente di un tema molto articolato che non può essere risolto in poche righe. Qui esprimerò, semplicemente e in sintesi, quello che è il mio personale punto di vista.



Losing You - LY.



Disagio adattivo di origine sociale


"L’hikikomori è una pulsione all'isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle forti pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate."


Questa è la mia attuale definizione di hikikomori, analizzata dettagliatamente nel mio libro. La ritengo piuttosto completa e in grado di evidenziare tutte le principali caratteristiche del fenomeno.

In sostanza stiamo parlando di un "disagio adattivo", manifestato da un numero sempre crescente di individui, che consiste nella difficoltà di trarre sensazioni positive e stimoli dalle relazioni interpersonali e, più in generale, dalle dinamiche sociali moderne. 

Tale disagio può condurre alla scelta di isolarsi al fine trovare un rifugio, uno spazio dove le pressioni derivanti dal giudizio altrui e dall'ansia da prestazione sociale sono ridotte al minimo: la propria casa o la propria camera da letto.

La scelta drastica e spesso estrema dell'isolamento, potrebbe tuttavia non concretizzarsi e rimanere solamente un'opzione, nonostante il soggetto continui a valutarla e a esperirne quotidianamente l'esigenza.


La diagnosi di "hikikomori"


Per poter dare vita a una vera e propria diagnosi di hikikomori, bisognerebbe dunque stabilire quando tale disagio superi "il limite" e diventi effettivamente una psicopatologia, ma personalmente la trovo una forzatura tanto semplicistica quanto inutile.

In Giappone, per esempio, hanno stabilito che si dovrebbe parlare di hikikomori solamente se l'isolamento totale (che non preveda attività lavorative, scolastiche o amicali) perduri in modo continuativo per almeno 6 mesi. Tale inquadramento, tuttavia, rischia di risultare in termini pratici e preventivi assolutamente controproducente e stigmatizzante.

L'esigenza, quasi esclusivamente burocratica, di trasformare l'hikikomori in una etichetta diagnostica, potrebbe infatti produrre più danni di quelli che riuscirebbe a risolvere, generando confusione e una discussione infinita su dove dovrebbe essere tracciata quella famosa linea. 



Guarda il video



Verso un approccio dimensionale


Come ho argomentato nel video sullo stigma sociale legato alle diagnosi psicopatologiche, la mia speranza è che in futuro ci si allontani sempre di più dall'approccio nosologico, ovvero classificatorio, e si abbracci invece un approccio dimensionale, il quale NON mira a produrre una diagnosi sotto forma di etichetta medica, ma affronta il disagio psicologico scomponendolo nelle varie dimensioni da cui è formato.

Per esempio, se dovesse arrivare nello studio di uno psicologo o di un medico, un ragazzo che presenta diverse caratteristiche riconducibili al fenomeno degli hikikomori (pulsione all'isolamento sociale, ansia relazionale, umore depresso, inibizione e fobia sociale, paura del giudizio, apatia, depressione esistenziale, metavergogna, ecc.) per aiutarlo non è necessario produrre una diagnosi di "hikikomori", affibbiandogli immediatamente un'etichetta sociale e identitaria, ma bisognerebbe cercare piuttosto di comprendere quali siano le dimensioni dominanti del suo disagio e in che modo queste impattano sulla qualità della vita del soggetto. 

Il fenomeno degli hikikomori è infatti molto eterogeneo nelle sue manifestazioni e l'unica variabile strettamente caratterizzante e generalizzabile è proprio l'impulso all'isolamento sociale. Le altre dimensioni possono variare enormemente da soggetto a soggetto: c'è chi presenterà un forte quadro depressivo, ma poca fobia sociale; chi soffrirà di una profonda crisi esistenziale e chi invece di apatia; chi soffrirà maggiormente le pressioni di origine sessuale e chi invece quelle legate al confronto con i pari.

Insomma, tracciare un identikit de "l'hikikomori tipo" non è semplice e anche stabilirne rigidamente i confini per una sua classificazione diagnostica rischia di rivelarsi un lavoro infinitamente complesso e, al tempo stesso, completamente inutile in termini pratici.


Leggi il libro


Conclusioni


Inevitabilmente nei prossimi anni il dibattito attorno alla questione crescerà e diventerà sempre più controverso. Tempo ed energia che, a mio parere, dovrebbero invece essere interamente investiti nella ricerca di soluzioni efficaci al problema e su una riflessione ad ampio spettro del funzionamento della società capitalistica moderna. 

Il termine "hikikomori", nonostante non sia ancora ufficialmente riconosciuto, viene già utilizzato nei testi e negli articoli dei ricercatori di tutto il mondo. Ritengo la sua adozione fondamentale in un'ottica comunicativa e di ricerca, soprattutto interculturale, ma poco utile in termini medico-diagnostici.

So bene che, a seconda della propria prospettiva di studio, le mie argomentazioni potrebbero risultare più o meno condivisibili, ma avendo il fenomeno una comprovata origine socio-culturale, ritengo altresì doveroso porre maggiore attenzione su tali aspetti e non aggravare ulteriormente il problema assumendo un approccio classificatorio e categorizzante, perfettamente in linea con la tendenza di una società che contribuisce in modo determinate, attraverso le sue logiche, al diffondersi della problematica stessa. 



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1 commento:

  1. Buona sera Marco. Ho letto questo tuo articolo e il nesso con questa testimonianza sul primo giorno di una ragazza hkk in "ripresa"....mi è sembrato evidente.Noi parliamo sempre di pressioni tipiche di una società moderna....beh più passa il tempo e piu' queste pressioni mi paiono speculari al silenzio di un'altra parola: "politica". Buonissimo lavoro.
    Aggiornamento primo giorno di lavoro da McDonald's:

    Entro alle 11.40 (mi avevano detto di venire un po' prima per darmi la divisa) e mi cambio negli spogliatoi. La taglia della maglia è sbagliata, come quella dei pantaloni. Avevo chiesto una s e una 38 e mi è arrivata una m e una 42, ma va be' ho sorvolato. Indosso la cintura perché i pantaloni mi cadono e sono visibilmente larghi (e lunghi), ma anche questa non ha abbastanza buchi e sono costretta a tenerla un po' come capita. Esco dalla stanza e mi dirigo ai piani superiori. Faccio presente ad una delle manager che la divisa non è proprio confortevole, ma non mi prende molto in considerazione, anzi non mi ascolta proprio. Per pochi minuti rimango ferma immobile in mezzo alla stanza finché non arriva un membro della crew che si presenta e mi spiega un po' di cose. Il resto della troupe non mi caga minimamente, mentre io li guardo accennando dei sorrisi per non sembrare maleducata (inutile dire che non sono mancati i commenti sulla mia magrezza e delle risate nei miei confronti, ma ho cercato di ignorare). Dopo poco torna la manager che mi aveva "accolto" (ma di cui non sapevo nemmeno il nome, perché fin dal primo momento aveva deciso che presentarsi ad un neoassunto fosse un optional) e mi dice con aria da saccente-arrogante che quel giorno avrei dovuto fare sala. Bene, per un po' sono stata affiancata da un ragazzo, poi sono stata lasciata totalmente sola. Mi dovevo occupare, in primis, del servizio ai tavoli e della pulizia completa delle sale, compresi i bagni. Tutto questo contemporaneamente, perché se ti fermi, anche per mezzo secondo, vieni ripreso e aspramente rimproverato da un manager, come è successo a me, nonostante fosse il mio primo giorno di lavoro. Attraverso delle telecamere vieni costantemente monitorato dal direttore e dai suoi pupilli, in modo tale che si accertino che tu stia lavorando e che non ti fermi manco un attimo per respirare. A parte questo attraverso una radiolina i dipendenti ricevono ordini dai propri superiori. Io al segnale 'zona' dovevo interrompere quello che stavo facendo e recarmi immediatamente alla cassa, a volte anche correndo, per prendere il vassoio che avrei dovuto consegnare al cliente. Per bere bisogna chiedere il permesso e ti danno massimo un bicchiere di acqua. Così come per andare in bagno e devi essere svelto perché di fatto non hai il diritto di fare una pausa. Comunque, sono consapevole che il mondo del lavoro non sia tutto rose e fiori, ma non mi aspettavo che i dipendenti cercassero di minare l'autostima dei loro colleghi. Mi rattrista pensare che ci siano persone a cui importa di più la competizione piuttosto che l'aiuto reciproco.

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