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martedì 27 settembre 2022

Curare l'ansia sociale con la Realtà Virtuale: è possibile?



Le nuove tecnologie, in particolare i videogiochi, vengono spesso additate come responsabili dei problemi di isolamento sociale dei giovani, e in parte ciò è vero, ma in questo video vorrei parlarvi delle loro potenzialità positive e in particolare di quelli che potrebbero essere gli utilizzi a scopo terapeutico della cosiddetta realtà virtuale.

Lo sapete bene, con “realtà virtuale” si intende l’immersione del soggetto in un ambiente completamente digitale, solitamente attraverso i visori, una tecnologia ancora acerba ma su cui le grandi aziende tech stanno investendo miliardi.




 

La realtà virtuale non è da confondere con la realtà aumentata, che invece consiste nell’utilizzare le nuove tecnologie, come per esempio lo smartphone, al fine di generare nuove informazioni create digitalmente ma da noi percepibili come all’interno del mondo reale.

Uno dei più popolari esempi di realtà aumentata è quella di Pokemon Go, che è stato molto criticato per il grande numero di incidenti che sembra aver provocato, compresi incidenti mortali (anche se alcuni sono stati riportati dalla stampa in maniera fuorviante, come sempre per creare inutili allarmismi). Ma uno studio uscito di recente, ovvero nell’aprile 2022, condotto su un campione molto vasto e dislocato in dodici diverse nazioni del mondo, ha identificato una significativa diminuzione dei sintomi depressivi proprio in quei luoghi dove Pokemon Go è più diffuso, concludendo che quest'ultimo abbia degli effetti positivi sulla salute psicosociale grazie alla sua capacità di favorire interazioni faccia a faccia e un maggiore contatto con la natura.


Lo scetticismo sulle nuove tecnologie


Nonostante questi dati molti professionisti della salute mentale continuano a essere scettici sulle potenzialità delle nuove tecnologie e mantengono uno sguardo tendenzialmente critico su tutto ciò che ha a che fare con il mondo digitale, sovrastimando probabilmente le responsabilità delle nuove tecnologie nei disturbi psicologici più comuni del nostro tempo. Per esempio molti sono convinti che l’hikikomori sia causato da internet o dai videogiochi, quando l’esplosione del fenomeno viene fatta risalire in Giappone nell’era pre-digitale, dimostrando inequivocabilmente come il ruolo delle nuovo tecnologie nel crescente isolamento sociale sia solo parziale.

Il pregiudizio negativo nei confronti di tutto ciò che appartiene al digitale deriva in parte anche da quello che viene chiamato “Rosy retrospection” (o retrospettiva rosea), un bias cognitivo che ci porta percepire tutto ciò che è stato come migliore di ciò che è o che sarà. Di conseguenza rimaniamo legati a vecchi paradigmi e facciamo fatica ad approfittare delle risorse del nostro presente.

Ma la paura e lo scetticismo dipendono anche dalla familiarità che abbiamo con lo strumento: i cosiddetti nativi digitali ovviamente tendono a muoversi con maggiore sicurezza online, e in questi casi il rischio è quello opposto, ovvero di sottovalutare i pericoli.


 


La realtà virtuale per curare le fobie


Lo scetticismo di molti verso le nuove tecnologie contribuisce anche a un loro scarso utilizzo in ambito psicologico clinico, nonostante siano ormai numerose le prove scientifiche che dimostrano le loro enormi potenzialità in questo campo.

Pensate che già negli anni ‘90 la realtà virtuale è stata testata come possibile strumento per combattere varie fobie di natura psicologica. Per esempio, nel 1995 all’università di Atlanta è stato condotto uno studio che ha sfruttato la realtà virtuale nella cura dell’agorafobia, una grave forma di fobia sociale che riguarda la paura e il panico vissuto in quegli spazi dai quali è difficile o imbarazzante allontanarsi, per esempio quando ci si trova su un autobus affollato o in una piazza piena di persone.

La tecnica terapeutica più utilizzata in questo caso viene chiamata “systematic desensitization” (desensibilizzazione sistematica), che consiste sostanzialmente in tre fasi: rilassamento muscolare, individuazione delle proprie paure e infine un’esposizione graduale alle paure stesse. L’esposizione può avvenire dal vivo, oppure anche attraverso la visualizzazione dell’oggetto della fobia nella propria mente. Con la realtà virtuale si crea anche una terza opzione. Per esempio, nell’esperimento citato sono stati ricreati tutta una serie di scenari temuti dagli agorafobici, e si è visto come l’esporsi digitalmente ad essi abbia comportato nei partecipanti allo studio un miglioramento nel tempo della sintomatologia rispetto al gruppo di controllo. Questo perché esporsi gradualmente alla situazione o all’oggetto temuto ci aiuta a desensibilizzarci, mentre l’esposizione repentina a esso rischia di creare un trauma che finirà per alimentare ulteriormente la nostra paura.

Esperimenti simili sono stati condotti anche per altre tipologie di fobie, come per esempio l’acrofobia, ovvero la paura dell’altezza, e anche in questi casi i risultati ottenuti sono stati sovrapponibili a quelli rinvenuti con le terapie dal vivo (Emmelkamp et al., 2002).


La realtà virtuale per curare l'ansia sociale


Come immaginerete, e come avete letto anche dal titolo, l’ambito di applicazione che personalmente ritengo più interessante per quanto riguarda la realtà virtuale riguarda la lotta all’ansia sociale, una delle problematiche psicologiche più diffuse in assoluto nella nostra società e causa di molteplici sofferenze, tra cui anche, nei casi estremi, la condizione di hikikomori. Anche la ricerca scientifica si sta infatti concentrando sempre di più in questo ambito e gli articoli in merito sono tantissimi. Per esempio nel 2017 è stata effettuata una comparazione tra il trattamento dell’ansia sociale dal vivo rispetto a quello con la realtà virtuale.

Le tipologie di esercizi sociali a cui venivano esposti i partecipanti del gruppo dal vivo consistevano per esempio nel chiedere l’orario, commettere errori in pubblico, indossare calzini di colore diverso, fare richieste fuori luogo in un negozio di vestiti, ecc. Gli esercizi richiesti invece al gruppo che utilizzava la realtà virtuale erano: parlare in pubblico durante una riunione, sostenere un colloquio di lavoro, presentarsi a un coinquilino, ecc. Entrambi i gruppi hanno avuto significativi miglioramenti nella loro ansia sociale rispetto al gruppo di controllo, ma i risultati ottenuti dal gruppo VR sono stati i più positivi in assoluto, a testimonianza della validità dello strumento associato a una terapia cognitivo comportamentale.

I miglioramenti sono stati controllati a distanza di 6 mesi, senza che questi abbiano subito sostanziali variazioni. Altri studi hanno dimostrato la stabilità del cambiamento ottenuto tramite la realtà virtuale anche dopo un anno (Anderson et al., 2013).


La realtà virtuale contro il bullismo


Ma le potenzialità delle nuove tecnologie e, in particolare, della realtà virtuale non si limitano a ciò. Il trend della psicologia infatti è sempre più quello di potenziale e non solo curare. In questo senso è molto interessante l’applicazione della realtà virtuale al potenziamento dell’empatia. Ciò si può ottenere facendo assumere al soggetto il punto di vista di una determinata categoria di persone, per esempio una minoranza sociale (studio Seinfeld et al.)., in questo modo sarà possibile aumentare la sua capacità di immedesimazione nella sofferenza e nel dolore altrui, incrementando di conseguenza anche la propensione ad atteggiamenti altruistici.





Potenziare l’empatia è fondamentale anche per contrastare il fenomeno del bullismo, di cui abbiamo parlato spesso; una delle più grandi piaghe della società umana e, in particolare, della scuola. Molti studenti arrivano ad abbandonare gli studi o a sviluppare dei veri e propri traumi di lungo periodo a causa delle vessazioni subite in aula, e questo perché sono esposti quotidianamente ai loro carnefici senza che spesso vi siano particolare tutele da parte di insegnati e da parte della scuola. Il bullismo è diffuso a tutti i livelli della società e consiste sostanzialmente nella sottomissione del più debole da parte del più forte. A volte però il bullismo viene messo in atto dal bullo senza rendersi veramente conto del dolore che si provoca nell’altro. Questo vale soprattutto per i bambini piccoli, per esempio quelli delle elementari. La capacità di empatizzare con l’altro è infatti una competenza psicosociale che viene sviluppata tendenzialmente tardi nella vita, ma può essere accelerata e potenziata tramite diversi esercizi e appunto nel fare questo ci si potrebbe avvalere in futuro, sempre di più, anche della realtà virtuale.


Conclusioni


L'utilizzo della realtà virtuale in ambito clinico potrebbe rivelarsi nei prossimi anni uno strumento fondamentale per aiutare gli hikikomori, dal momento che permette loro di sperimentare la socialità, affrontando le proprie paure, senza necessariamente allontanarsi dall'abitazione. Sfruttando la tecnologia del metaverso si potrebbero inoltre creare delle comunità digitali dove i ragazzi e le ragazze in isolamento sociale possono frequentarsi, come un primo step per poi riuscire a trovare il coraggio di conoscersi anche dal vivo.

Psicologo
Presidente fondatore Hikikomori italia





mercoledì 7 settembre 2022

Lettera di un hikikomori alla ex professoressa



Salve Marco e Hikikomori Italia. Sono un ragazzo 25enne del Piemonte. Di recente ho pensato di mandare una lunga lettera alla mia ex-professoressa delle superiori riguardo il fatto che ciò che ho passato andava ben oltre il classico bullismo, e come la mancanza di supporto emotivo e psicologico mi hanno dato un'idea sbagliata della mia persona, con conseguente isolamento sociale decennale. Ho voluto condividere la mia email con voi come personale testimonianza degli accaduti, in una versione leggermente modificata per rispettare la privacy di tutte le persone coinvolte.





Gentile Prof.ssa ***
Non so se lei si ricorda di me, io sono ***, un ex-studente dell'istituto *** della classe ** IT, anno scolastico 2011-2012 dove lei insegnava Lettere, se non ricordo male. Mi dispiace disturbarLa così di punto in bianco, anche perché presumo che molti ricordi di quello specifico anno (insignificante forse per tanti, sicuramente non per me) siano ormai spariti nelle profondità della sua mente, ma sento il bisogno di doverli richiamare per motivi a cui arriveremo a breve.
Ho vissuto gli ultimi dieci anni della mia vita con un senso di vuoto, affiancato da una confusione che facevo fatica a comprendere. Per lunghissimo tempo ho pensato di essere io il problema, di essere quello "sbagliato", una persona senza valore. Tutto questo mi ha portato a pensare che non merito né attenzione, né affetto, né una carriera significativa. Passavo le giornate riflettendo, per dare un senso a tutto ciò che mi è capitato, oppure a distrarmi con videogiochi e musica, finché non mi sono detto "basta!". A quel punto, ho cominciato a cercare delle risposte, principalmente tramite argomenti di psicologia umana e dinamiche sociali. Mi sono chiesto: “Se sono davvero io il problema, voglio vedere come posso risolvere i miei difetti e migliorare il mio carattere”. Così mi sono messo a leggere molti articoli, molti libri e guardare molti video sull'argomento che mi interessavano, oltre che visitare una psicologa che si è rivelata davvero molto professionale, in grado di comprendere il mio stato d’animo.
È stata una strada lunga e difficile da percorrere, ma per la prima volta in tutta la mia vita, sto finalmente cominciando ad avere le idee chiare. Ho capito che non è necessario dare un senso a ciò che mi è capitato, né dovrei continuare a sondarne le ragioni in un ciclo di riflessione continuo, ma gli effetti che quei momenti del passato hanno avuto e stanno ancora avendo su di me, con delle conseguenze che sono risultate devastanti sulla mia persona. Una persona che ho quasi finito per odiare. Mi rabbrividisce il fatto che tutte le figure adulte che ho avuto vicino hanno cercato di farmi credere che io fossi il problema, in quanto troppo sensibile.
Informandomi sugli effetti della negligenza emotiva, sull'abuso emotivo e la manipolazione psicologica, e sugli effetti dei traumi che essi comportano, ho capito che in realtà non odio la mia persona, odio ciò che mi è stato fatto. Queste informazioni sono state di grande aiuto, ma allo stesso tempo mi trasmettono ancora più rabbia. Una rabbia che forse ho sempre tenuto nascosta da ragazzino, per non deludere le mie figure di riferimento, sulle quali avrei voluto contare.
Detto questo, vorrei entrare nello specifico e dirLe cosa mi ha spinto a mettermi in gioco, scrivendoLe questa mail. Partirei dal rapporto che ho avuto con i miei ex-compagni di classe.
Per farLe capire quanto è stato importante per me quel periodo, mi ricordo ancora i nomi dei capibranco che coinvolsero studenti di diverse classi per colpire la mia persona e soddisfare ancora di più le loro tendenze violente: *** e ***. In particolare quest’ultimo: su internet continuò a spacciarsi per dottore, astronauta, psicologo, magnate del business e quant'altro non solo per creare un'immagine significativa di sé agli occhi di tutti, ma anche per cercare di manipolare gli utenti che si imbattevano in lui. Nessuno con almeno metà cervello ci sarebbe cascato a pieno, ma ciò la dice comunque lunga sulla persona con cui ho dovuto aver a che fare.
Tutto è iniziato nei primissimi giorni di scuola, quando notai gli studenti ridere di me per via di qualche mia caratteristica fisica (che, al giorno d'oggi, considero nulla di anormale). Classico bullismo da quattro soldi, infatti anche io cercai di riderci su, o almeno di ignorarli, commettendo di fatto un grosso errore, perché con la mia mancata risposta ho legittimato la loro posizione. Infatti, col tempo le cose peggiorarono sempre di più, sfociando nel vero e proprio abuso emotivo (umiliazioni pubbliche, minacce dirette, azioni persecutorie, …) e occasionalmente violenza fisica. *** indossò diverse maschere in base alla situazione: durante le giornate a scuola mi perseguitò, mi umiliò, trovò modi per far pagare a me le conseguenze delle sue azioni davanti ai professori, mentre al di fuori degli orari scolastici si confidò con me come un amico in chat testuale di Facebook per spingermi a riavvicinarmi a lui. ***, invece, fu quello che mi minacciò, mi mise le mani addosso ed era un tipo imprevedibile. Con loro si unirono non solo metà della nostra classe, ma anche altri studenti di varie classi in giro per la scuola. Da zimbello della classe, passai a essere lo sfigato di un'intera scuola che girovagava su un campo minato.

Una volta è successo che quel branco dedicò a me una canzone da loro creata e la caricarono pubblicamente su Youtube. Mi ricordo solo una piccola parte del loro testo, cito testualmente: "Fai vomitare solo a guardarti, sai". Avrei dovuto reagire con una bella denuncia, ma ero un ragazzino ignaro e indifeso, non sapevo come comportarmi per uscire da quella situazione. Neanche i miei genitori sono riusciti a darmi un appoggio adeguato. Avevo paura di reagire, perché ogni volta che cercavo di rispondere alle minacce, venivo punito.
Provi a immaginare come ci si sente ad alzarsi ogni mattina con l'ansia e la paura addosso. Immagini quante emozioni ho dovuto sopprimere per restare "forte" ogni volta che mi recavo all'entrata della scuola. Immagini come mi sentivo nel sapere che quei compagni di classe, che avrebbero dovuto affiancarmi nel mio percorso scolastico, erano in realtà delle persone ostili. Il senso di solitudine mi corrodeva dall’interno, neanche le figure adulte di riferimento mi sono state vicino, minimizzando ogni accaduto. Eppure io continuai a comportarmi bene con tutti loro, nonostante le violenze che ho subito. Pensai: "Se mi comporto da amico, magari prima o poi la smetteranno". Che illuso. Ricordo che abbastanza spesso mi chiudevo in bagno e lasciavo scorrere un po' il tempo, perché quello era l'unico posto sicuro dell'edificio. A volte uscivo anche dalla classe per fare una camminata nei corridoi vuoti e allontanarmi per qualche momento. In un episodio di forte debolezza e tensione, ho anche lanciato un banco durante una lezione, per attirare l’attenzione dell’insegnante che rifiutava di intervenire per mettere fine alle mie angherie. Nelle giornate di scuola piene (quindi dalle 8 di mattina fino alle 6 di sera) pensavo spesso di buttarmi giù dalla finestra per l'eccessivo carico mentale che queste giornate comportavano. Ho pianto davanti alla vice-preside, e io sono una persona che molto raramente tende a versare delle lacrime. Faticare sia per lo studio che per sopravvivere in un ambiente interamente tossico, immaturo e narcisistico è stato fin troppo per me. Vivevo ogni singolo giorno oltre il mio limite, mi sentivo come se stessi camminando sui gusci d’uovo.
Di norma, in una situazione del genere, dove la salute mentale di un individuo è a rischio, si dovrebbe cercare di risolvere la situazione mostrando comprensione, supporto, validazione.
Lei ha mai visto un film del 1944 chiamato "Angoscia"? Nella lingua originale, è chiamato "Gaslighting". Il film ha coniato questo termine per descrivere una forma di violenza psicologica che ha lo scopo di far dubitare la vittima della sua stessa memoria e percezione. Se io dovessi descrivere la metà dei professori che ho avuto nella mia vita, posso farlo con una sola parola: "enabler". Un enabler è una persona che, essenzialmente, supporta il carnefice, anche tramite la trascuratezza nei confronti della vittima, quindi è, in sostanza anch'essa, complice delle violenze che la vittima subisce, volontariamente o meno.
Quindi lei, prof.ssa ***, mi duole dirlo ma è rientrata in questa categoria. Ricordo le prime volte che ho subito certe umiliazioni, e tutto ciò che ho sentito da lei è stato "ignorali". Le faccio una domanda: che tipo di società crede che si possa creare ignorando la violenza? Quando la situazione cominciò a peggiorare, mi sentii dire da tutti voi che la causa di tutte queste violenze era la mia "permalosità", e che ero troppo sensibile. Forse lei non si ricorda, ma spesso io e lei discutevamo di questi argomenti, anche in presenza dei miei genitori. Discussioni che si sono rivelate inutili, perché piuttosto che cercare di risolvere o almeno identificare la fonte del problema per poterlo sviscerare, tutta l'attenzione era solo rivolta ai miei difetti caratteriali e alla mia "esagerata sensibilità". Quindi vorrei farle un’altra domanda: se una persona è secondo gli standard "troppo permalosa", sono sempre e comunque giustificate le violenze che ha subito?
Ho anche vissuto episodi di "colpevolizzazione della vittima". Ricordo una volta quando io risposi verbalmente alle minacce di ***, e quest'ultimo cominciò ad assalirmi fisicamente. Subito dopo arrivò il professore di ginnastica (che purtroppo non ricordo il nome, ma mi ricordo la sua faccia con capelli e barba corti e la tuta verde che indossava sempre) che mi prese a forza con la mano e mi urlò in faccia dicendo di smetterla, mentre il bullo uscì di scena in tutta tranquillità. Pur essendo una persona educata, quel giorno risposi male al professore, con frasi che non vorrei ripetere. Un'altra volta il branco di *** fece rumore in classe durante una lezione, cercando di darmene la colpa. La professoressa in cattedra, convinta che io fossi colpevole, mi intimò di smetterla. Ho provato a convincerla della mia innocenza, ma fu tutto vano. Lei fu anche la professoressa di mio fratello, ed ebbe il coraggio di andare da lui sostenendo di non aver mai conosciuto una persona così maleducata. Come sempre, io non potevo fare altro che sopprimere la rabbia che provavo in quei momenti.
Sono successe tante altre cose, come ad esempio i professori che fecero finta di niente mentre i miei aggressori mi lanciarono oggetti DURANTE LA LEZIONE. Per contro, appena io provavo minimamente a reagire con gesti innocui, questi venivano visti come segno di maleducazione e mancanza di rispetto. Mi è rimasta impressa una giornata che ho passato, io seduto su una sedia con Lei e mia madre. Non ricordo di cosa stessimo parlando nello specifico, ma più volte il mio comportamento venne giudicato strano. A mio parere è strano non reagire alle minacce e alle violenze, è strano non avere l’appoggio delle figure di riferimento, è strano non denunciare questi atti di bullismo e mettere fine a qualcosa che mi è costata la giovinezza. O sono strano io a pensare queste cose? Vivere queste esperienze mentre si è vittima del bullismo, credo sia una delle umiliazioni più grandi di sempre.
Dopo una lezione, un supplente venne da me e mi disse: "Allora sei tu quello di cui parliamo tra colleghi...". Quella fu l'unica volta in cui questo supplente ci fece da insegnante, quel giorno. Non l'avevo mai visto prima d'ora, ma ciò che mi disse in quel momento mi diede i brividi. Quella credo fu la prova del fatto che io spesso ero citato nelle riunioni tra professori. I professori sapevano cosa stavo passando, ma piuttosto che cercare di rendere l'ambiente scolastico più sicuro per tutti, preferivano piuttosto prendere la scorciatoia, cioè colpevolizzare la vittima per poi trascurarla, ed è lì che nasce la manipolazione psicologica.
Ho capito solo di recente che le mie reazioni a certe situazioni NON sono state esagerate. Sapevo di sentirmi letteralmente male, sapevo di essere dentro un ambiente a cui non volevo essere associato. Oltre agli studenti carnefici, le altre persone non sono state esattamente "amiche" per me, ma semplici conoscenti che a volte mi parlavano un po', altre volte mi isolavano. Mi sentivo solo perché ERO SOLO. E ogni singolo giorno, nonostante il male che ho subito, non ho mai visto, MAI VISTO i miei aggressori venire puniti per le loro malefatte. Il massimo che vidi fare dai miei professori fu semplicemente dire a loro "piantatela". Ma la giornata finisce e domani è un altro giorno.
Adesso ho 25 anni. Mi ci sono voluti 10 anni, dopo il mio ultimo anno di scuola, per realizzare che tutto ciò che sento dentro di me - le mie emozioni, i miei pensieri e i miei disagi - è valido, e nessuno dovrebbe dirmi il contrario. Se io sento caldo o sento freddo, lo decido io. Se a me quel cibo piace o meno, lo decido io. Se una persona mi aggredisce deliberatamente, ho tutto il diritto di rimanerci male, e soprattutto di difendermi e di reagire, perché sono un essere umano, e come tale ho il diritto di sentire delle emozioni. Mi ci sono voluti 25 anni della mia vita per trovare delle persone che, ascoltando le mie parole, ci rimangono male a livello emotivo ed empatizzano con me. Nessun altro prima di loro l'ha fatto. Ho cominciato ad odiare me stesso perché la manipolazione psicologica che ho subito mi ha fatto credere di essere il problema, quando invece non è così. Questi traumi, che sto ancora cercando di eliminare, mi hanno reso un isolato sociale, un "hikikomori", per 10 anni, senza un diploma, senza una vita sociale e con il costante pensiero che i miei carnefici sono riusciti a passarla liscia mentre io devo impegnarmi al massimo per guarire e riparare a dei danni che non ho nemmeno causato io direttamente.
Scrivere questa mail per me è stato difficile. Credo di non essere riuscito a dire tutto quel che avrei voluto esprimere, ma spero almeno di aver reso l'idea. Ho voluto scriverLe la mail per diversi motivi, non tanto per trasmetterLe dei sensi di colpa, né tantomeno per pretendere da Lei delle scuse. Ho solo bisogno di provare ad andare avanti nella vita, di mostrare più rispetto per me stesso cercando di reagire (anche se solo testualmente), e fare in modo che situazioni del genere, in futuro, non accadano più. Spero che Lei sia ancora un’insegnante, La autorizzo a diffondere questo messaggio per portare una testimonianza di sofferenza, in modo che tutto questo non possa mai più capitare a nessun altro essere umano."


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