Hikikomori Italia | Logo Hikikomori Italia | Libro Hikikomori Italia | Donazioni Associazione Genitori Hikikomori Italia | Eventi

sabato 30 marzo 2019

Gli isolati sociali over 40 in Giappone sono più di 600 mila





Il Governo giapponese l'aveva annunciata da tempo e finalmente sono stati pubblicati i risultati della ricerca sugli hikikomori over 40. Nel precedente sondaggio del 2017, infatti, ci si era concentrati esclusivamente sulla fascia di età che andava dai 15 ai 39 anni, identificando ben 541.000 ritirati sociali.

Ebbene, chi sperava in un numero inferiore purtroppo rimarrà deluso perché gli isolati tra i 40 e i 64 nel paese nipponico sono addirittura più dei giovani e toccano la cifra record di 613.000 casi, con i maschi che rappresentano quasi l'80% del totale (fonte The Japan News). Sommando i numeri emersi dalle due indagini, dunque, si supera abbondantemente il milione di hikikomori.

Andiamo a vedere nel dettaglio cosa ci dice questo importantissimo studio e proviamo a fare delle riflessioni in merito.



Losing You



Alla ricerca hanno partecipato 3.248 persone, delle quali quarantasette sono risultate avere delle caratteristiche riconducibili alla definizione di hikikomori (che ricordiamo in Giappone è molto stringente e prevede un isolamento continuativo di almeno 6 mesi), di cui il 76,6% maschi e il 23,4% femmine. 

Interessanti i dati relativi all'inizio dell'isolamento: il 27,7% si è ritirato tra i 20 e i 29 anni, l'8,5% durante i trenta, il 21,3% nel corso dei quarant'anni e ben il 19,1% dopo i cinquanta.




Sono davvero tutti hikikomori?

Nella mia interpretazione di hikikomori, che ho illustrato dettagliatamente nel libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa", ho sempre utilizzato come discriminante gli aspetti motivazionali che portano al ritiro.

L'hikikomori ricerca istintivamente l'isolamento a causa di forti difficoltà relazionali, paura del giudizio e, in generale, incapacità di sostenere pressioni e aspettative sociali. Ciò che causa la cronicizzazione della sua condizione, però, è lo svilupparsi di un'interpretazione della realtà che vede la società come un luogo negativo, lontano dai propri valori e dal quale è meglio tenersi distanti.

Raramente l'impulso all'isolamento sociale caratteristico dell'hikikomori si manifesta dopo i vent'anni (dal nostro sondaggio l'età media risultata essere chiaramente intorno ai 15 anni), proprio perché è soprattutto durante l'adolescenza che si costruisce l' identità sociale ed è sempre in questa fase della vita che si plasmano i valori e la propria interpretazione della realtà, che tenderà invece a stabilizzarsi durante la fase adulta (spiego il meccanismo psicologico in questo video).

Attenzione, ciò non significa che l'hikikomori non possa manifestarsi anche dopo i 30 anni, ma semplicemente lo ritengo raro e la mia ipotesi è che molte delle persone conteggiate nel sondaggio siano più semplicemente soggetti che si trovano in una condizione di emarginazione sociale, ma alla cui base non vi è una motivazione sovrapponibile a quella che caratterizza gli hikikomori.

Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che, nella maggior parte dei casi, a detta degli stessi partecipanti allo studio, la condizione di ritiro è iniziata in seguito alla perdita del lavoro e molti hanno dichiarato di essere ritornati nella società una volta trovata una nuova occupazione.



Clicca qui per guardare il video.


Conclusioni

Nella società moderna, oltre al fenomeno degli hikikomori, esiste più generale un tema legato alla crescente solitudine e alla disgregazione dei legami sociali. Fondamentale però distinguere quando l'isolamento avviene per volontà della persona e quando, invece, avviene per forze di causa maggiore o per un'attitudine solitaria.

Tuttavia, nonostante io ritenga che all'interno dei 613.000 over 40 identificati da questo ultimo sondaggio giapponese vi siano anche molti che non dovrebbero essere annoverati tra gli hikikomori, è evidente che si tratti comunque di un numero enorme che rilancia ulteriormente l'allarme sul fenomeno.

Il tema degli hikikomori adulti esiste è sarà, con il passare degli anni, sempre più impellente. La maggior parte di loro, tuttavia, inizia il proprio isolamento durante gli anni dell'adolescenza o della prima età adulta. Questo è giusto ricordarlo in modo da non fare confusione.

Per loro gli strumenti che abbiamo a disposizione sono davvero pochi, non avendo nemmeno più come potenziale alleata la scuola, cosa si può fare? Qui si apre un altro tema immenso (che ho già in parte trattato in post precedenti e nel mio libro) e le soluzioni possono essere le più diverse, ancora però tutte da creare.

Quello che è certo è che se non interveniamo ora, lavorando soprattutto in termini preventivi, tra non molti anni ci troveremo con un numero di hikikomori sovrapponibile a quello giapponese, e allora l'impatto sociale sarà devastante.



Leggi il libro



Leggi anche:



lunedì 11 marzo 2019

Hikikomori e sesso: ecco come gli isolati sociali vivono la propria sessualità





Quello sessuale è un istinto che abbiamo sviluppato in ottica riproduttiva, ma che nella società moderna si è svincolato quasi totalmente dalla sua funzione originaria e ha assunto una connotazione prettamente edonica e ludica. Non solo, la frequenza e la qualità della performance sessuale sono divenuti parametri di confronto sociale e dunque in grado di conferire un determinato status.

Soprattutto se parliamo di maschi, il successo sessuale determina maggiore rispetto e autostima. Diversamente, l'insuccesso può determinare una posizione di inferiorità in grado di provocare malessere e frustrazione in colui che la sperimenta. Il sesso diventa quindi, a tutti gli effetti, una fonte di pressione di realizzazione sociale, ovvero quella dinamica che da sempre abbiamo indicato come la causa madre dell'hikikomori.

Viene dunque da chiedersi se esista un nesso tra il crescente fenomeno dell'isolamento giovanile volontario e l'aumento della pressione sessuale nella società moderna. Proviamo a capirlo.



Losing You - LY



Il ruolo del sesso nella società moderna


Il sesso è una tematica che permea e domina ogni ambito della nostra società, ma spesso lo fa in modo latente e superficiale, mentre raramente viene affrontato con serietà e trasparenza. Sui media tradizionali, come sul web, siamo continuamente bombardati da input che lo riguardano, i quali, sempre più spesso, ci suggeriscono quanto sia importante per gli altri e, di conseguenza, quanto dovrebbe esserlo anche per noi.

In particolare i porno trasmettono un'immagine meccanica e stereotipata dell'atto sessuale, sia per l'uomo che per la donna. Quest'ultima, inoltre, viene spesso oggettivata e ridotta a semplice strumento di piacere a uso e consumo del maschio. Tale rappresentazione provoca diversi impatti sulla psiche del consumatore, poiché contribuisce a legare al sesso concetti come potere, possesso e violenza.

Inoltre, dal momento che l'atto viene derubricato a mera performance, quello che si genera in entrambi i sessi è un'ansia da prestazione che rischia svuotare il rapporto sessuale di qualsiasi piacere poiché tutta la concentrazione sarà indirizzata non sulle sensazioni fisiche e mentali, ma sul timore di non deludere le presunte aspettative del partner.

L'argomento è vastissimo e non voglio dilungarmi eccessivamente nella sua trattazione (per maggiore completezza vi consiglio di guardare questo mio video). Quello che mi preme evidenziare è come il sesso sia così predominante e impattante nella società moderna, e allo stesso tempo rimanga un tabù nell'educazione dei giovani, per cui genitori e insegnanti faticano a trattarlo in modo adeguato, demandando l'apprendimento alle esperienze casuali della vita.



Guarda il video


Il fenomeno degli INCEL


Se nella società moderna il sesso è sempre più legato allo status sociale, a tal punto che spesso il bisogno di piacere fisico passa in secondo piano, chi fatica a trovare partner sessuali avrà ripercussioni sulla propria autostima e proverà un grande senso di frustrazione.

Soprattutto nei maschi eterosessuali tale frustrazione può portare anche a identificare come capro espiatorio le donne, ree di essere attratte quasi esclusivamente da determinate caratteristiche fisiche, temperamentali e sociali. È questo il caso degli "INCEL" (termine che deriva dall'abbreviazione delle parole inglesi "involuntary celibate", ovvero "celibe involontario), i quali finiscono per ricercare in fattori esterni, come ad esempio il proprio aspetto fisico, un alibi che possa giustificare le proprie fragilità relazionali.

In particolare, la dinamica sociologica che ha dato vita a questo fenomeno può essere identificata nella maggiore emancipazione ottenuta dalla donna nella società moderna, che non dipende più dall'uomo come in passato, sia culturalmente che economicamente, e può dunque selezionare con maggiore autonomia i propri partner sessuali.

Forse ce lo siamo dimenticati, ma fino a non molti anni fa l'amore romantico rappresentava un lusso per pochi. I matrimoni erano perlopiù programmati, con le donne spesso utilizzate come merce di scambio, oppure pressate affinché si accasassero a tutti i costi, a prescindere dai legami sentimentali. Questo faceva sì che gli uomini, indipendentemente dal proprio aspetto fisico e dalle proprie abilità in fatto di corteggiamento, potessero sfogare i propri istinti sessuali.

Oggi, per fortuna, non è più così, ma i contraccolpi sociali sono evidenti e andrebbero esaminati con maggiore attenzione.


Come vivono il sesso gli hikikomori?


Molti hikikomori si professano asessuali o, più frequentemente, demisessuali, ovvero in grado di provare attrazione sessuale solamente nei confronti di persone con le quali instaurano precedentemente un forte legame emotivo. Potremmo definirla una visione romantica del sesso, profondamente in contrasto i valori dominanti della società attuale, lontana da quelle immoralità e quelle "derive sociali" che essi rifuggono.

Altri ancora sostengono di non pensarci poiché vedono il sesso come una cosa talmente lontana da loro, da non porsi nemmeno il problema, concentrandosi piuttosto sul bisogno più urgente di riuscire a instaurare legami di amicizia e/o sentimentali in genere. Tuttavia, ammettono che, nel momento in cui vi si soffermano, la poca o nessuna esperienza in ambito sessuale li fa sentire molto in difetto. Dunque il problema c'è ed è riconosciuto, ma semplicemente o viene evitato o collocato su una scala di priorità secondaria.

C'è poi una terza categoria di hikikomori che vive il sesso come un fallimento profondo e come una pressione che genera grande disagio. Una di quelle mancanze di cui dover rendere conto al mondo esterno e che dunque spinge a evitare le relazioni interpersonali in modo da non provare vergogna.


Per quanto riguarda invece lo sfogo degli istinti sessuali, la maggior parte degli hikikomori sperimenta un forte calo della libido, a causa dell'apatia, della depressione o degli eventuali farmaci antidepressivi assunti. Solo una minoranza sembra esporsi a un abuso del materiale pornografico e al rischio della masturbazione compulsiva.



Leggi il libro

Conclusioni


Le pressioni sessuali stanno aumentando nella società moderna e sono in grado di generare forti manifestazioni di insofferenza, sopratutto nei soggetti più fragili.

Gli hikikomori sembrano, nella maggior parte dei casi, riuscire a gestirle attraverso un'idealizzazione del sesso che prende nettamente le distanze dall'attuale mercificazione mediatica. Sarebbe interessante approfondire se questa concezione romantica può essere inserita all'interno di una loro interpretazione più generale dell'esistenza, oppure si tratta solamente un meccanismo di difesa attivato per sfuggire da un vuoto talmente profondo da non poter essere gestito in altro modo se non attraverso il rifiuto.

In ogni caso gli hikikomori sono ben consapevoli di dover giustificare al mondo le proprie peculiarità e le proprie mancanze in fatto di esperienze sessuali e questo li pone in una condizione di difficoltà e pressione.


Leggi anche: 





lunedì 4 febbraio 2019

I primi dati statistici sul fenomeno degli hikikomori in Italia


ITA | ENG

All'interno del libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" analizzo il fenomeno dell'isolamento sociale giovanile partendo dalle principali ricerche scientifiche pubblicate sino a oggi e integrando con quella che è la mia esperienza osservativa diretta maturata negli ultimi sette anni di studio.

Al termine del testo presento anche i risultati della prima indagine statistica in assoluto condotta sul fenomeno a livello nazionale, la quale ha coinvolto 288 madri e padri dell'Associazione Hikikomori Italia Genitori ONLUS, e i cui dati emersi sono estremamente preziosi per meglio definire la natura del problema.

Ecco alcune delle statistiche più interessanti.





L'87,85% del campione selezionato ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile. Nonostante tale dato confermi quanto emerso dai sondaggi Giapponesi circa la prevalenza di hikikomori maschi, lo sbilanciamento di genere appare eccessivo, sia facendo riferimento ai dati nipponici (che parlano del 63,3% di ragazzi), sia rispetto alla mia esperienza diretta. 

Ho modo di ritenere, infatti, che le donne hikikomori siano sensibilmente maggiori rispetto a quanto emerge dallo studio e il motivo è da ricercare, con tutta probabilità, nel diverso grado di allerta che si innesca culturalmente quando l'isolamento sociale riguarda un maschio piuttosto che una femmina.






La durata dell'isolamento si conferma essere tendenzialmente lunga: la maggior parte dei figli risulta infatti ritirato da oltre tre anni, con un'età media che si attesta intorno ai 20. Questo dato è purtroppo destinato a crescere nel prossimo futuro poiché l'hikikomori rappresenta una problematica a forte rischio di cronicizzazione. In Giappone, infatti, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che in Italia, il numero di isolati over 40 è sensibilmente più alto rispetto che nel nostro paese.

Particolarmente significativo il dato relativo all'insorgenza del problema: l'età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali di hikikomori è intorno ai 15 anni, a testimonianza del fatto che il periodo più delicato in assoluto è quello che segna il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori

Qui, però, emerge la prima importante discordanza rispetto ai dati nipponici. In Giappone, infatti, il periodo più critico non sembra essere quello della scuola secondaria, bensì collocato nel post diploma, con il 42,9% che inizia il proprio ritiro tra i 20 e i 29 anni. Il motivo è probabilmente legato all'alta competitività del sistema universitario, il cui fallimento dei test di ammissione risulta spesso determinante per l'inizio dell'isolamento.





L'interpretazione del fenomeno contenuta nel libro vuole l'hikikomori non come uno status rigido della persona, bensì come condizione che può avere diversi gradi di intensità e gravità (ne ho parlato dettagliatamente in questo post).

La maggior parte del campione si concentra nel 2° Stadio, ovvero quando la pulsione all'isolamento sociale è già stata interpretata razionalmente dal soggetto ed ha costituito una motivazione valida alla scelta del ritiro. È questa la fase nella quale viene abbandonata completamente la scuola ed allontanati quasi tutti i contatti sociali diretti, ad eccezione di quelli con i parenti più prossimi.

Il terzo stadio, che rappresenta l'isolamento totale, dove vengono quindi evitati anche genitori e relazioni virtuali, è il più raro e riguarda solo il 6,69% del campione oggetto di studio. Chi si trova in questa condizione ha verosimilmente sviluppato una qualche forma psicopatologica associata al ritiro.


Guarda il video


Conclusioni


I dati emersi dal sondaggio aprono numerosi spunti di riflessione e consentono una prima analisi quantitativa del fenomeno. In questo articolo ne sono stati presentati solo una piccola porzione rispetto a quelli contenuti nel libro. I più interessanti riguardano la distruzione geografica, il rapporto con le nuove tecnologie e quello con i genitori. 

Inoltre, all'interno del testo viene presentato anche un secondo studio dove il questionario è stato somministrato direttamente a 89 soggetti in condizione di ritiro sociale. La maggior parte dei risultati emersi sono sovrapponibili con quelli del sondaggio principale, ma ci sono anche delle contraddizioni, come, ad esempio, la predisposizione all'aiuto riportata dai genitori e quella invece manifestata dai figli.









giovedì 20 dicembre 2018

Perché aiutare un hikikomori è così difficile




Quando parliamo con un hikikomori ci accorgiamo di avere davanti una persona che soffre evidentemente, ma che, allo stesso tempo, si dimostra restia ad abbandonare la propria condizione, adducendo una serie di motivazioni a suo modo razionali: sostiene di stare bene nella solitudine, di non avere nulla da spartire con i coetanei, oppure di essere senza alternative, convinto che nessuno possa aiutarlo.

Tale aspetto emerge anche da uno studio (presentato integralmente nel mio libro in uscita a febbraio) condotto su 288 madri e padri dell’associazione genitori di Hikikomori Italia, la cui età media dei figli è risultata essere pari a 20 anni. Questi ultimi, secondo la maggior parte dei partecipanti al sondaggio (circa il 60%), avrebbe un’alta consapevolezza del proprio problema di ritiro, eppure, solo una minoranza di loro sembrerebbe predisposto a ricevere aiuto.

Cerchiamo di capire perché.



Losing You - LY



Come descritto nel post relativo ai tre stadi dell’hikikomori, la pulsione all’isolamento nasce a livello irrazionale e scaturisce da una difficoltà dell’individuo nell'instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. L’ambiente sociale, spesso rappresentato da quello scolastico e dal rapporto quotidiano con i coetanei, diventa fonte di malessere e viene quindi respinto.

Il bisogno di ritiro potrebbe essere dunque interpretato, in questa fase iniziale, come un meccanismo di difesa istintivo che porta l’hikikomori a evitare il più possibile le relazioni sociali dirette. La causa del disagio, tuttavia, deve essere ancora individuata, elaborata e attribuita a livello consapevole.

Ciò che porta l’hikikomori ad abbandonarsi alla pulsione di isolamento sociale, smettendo di contrastarla e sprofondando dunque nella solitudine, è la visione negativa delle relazioni che si viene a sviluppare successivamente e che fornisce una motivazione razionale alla scelta del ritiro. In questa fase viene quindi identificata una correlazione causa-effetto tra il proprio malessere e il rapporto diretto con gli altri, maturando contestualmente anche l’idea che sarebbe opportuno allontanarsene e smettere di imporsi determinate azioni sociali fonte di sofferenza.

Alla base dell’hikikomori vi poi è un meccanismo psicologico che favorisce la cronicizzazione dell’isolamento e lo rende difficilmente reversibile, ed è il motivo per cui il soggetto arriva talvolta respingere qualsiasi tentativo di aiuto. Parlo di una estremizzazione del pensiero, ovvero una visione della realtà che potremmo definire “comune” nel contesto sociale di cui l’hikikomori fa parte, che tuttavia finisce per radicalizzarsi e per orientare fortemente le azioni dell’individuo. 


Da ipotesi a convinzione: il ruolo degli schemi mentali


Nel corso dell'esistenza, noi esseri umani sviluppiamo una serie di convinzioni sul funzionamento della realtà, generando degli schemi mentali che ci permettono di filtrare le informazioni in ingresso, elaborarle e incasellarle sulla base di un criterio predeterminato. Tali schemi ci sono necessari poiché le nostre risorse cognitive non sono infinite e necessitiamo di punti fermi che ci aiutino a fare ordine in una realtà dimensionale caotica e piena di stimoli.

Questi tendono tuttavia a irrigidirsi nel tempo poiché, sempre per una questione di risorse cognitive limitate, non ci possiamo permettere di metterli costantemente in discussione, e quindi saremo predisposti a cogliere solo le informazioni che andranno a confermarli, mentre ignoreremo quelle in contrasto.


Guarda il video


Dunque, ogni convinzione è in origine solamente un'ipotesi generata direttamente dall'esperienza, ossia dal nostro interfacciarci con l’ambiente circostante. Alcune ipotesi, però, sopravvivono nel tempo, diventando sempre più forti, grazie a una ripetuta e costante convalidazione, fino a diventare parte integrante della nostra identità e guidando di conseguenza le azioni. A quel punto non saremo più interessati a metterle in discussione, al contrario, diventeremo come dei "ricercatori disonesti", che non cercano realmente di comprendere se la propria ipotesi sia vera o falsa, ma selezionano solo quelle informazioni in grado di sostenerla.

Gli schemi mentali sono dunque come delle lenti che determinano il nostro modo di percepire il mondo, in un processo di influenza bidirezionale, per cui l'esperienza determina gli schemi e gli schemi, a loro volta, determinano il nostro modo di interpretare l'esperienza.


Proviamo a fare un esempio semplificato di questo meccanismo sul caso concreto di un hikikomori. Immaginiamo un ragazzo poco abile e brillante nelle situazioni sociali che fatica a relazionarsi con i compagni di classe, i quali tenderanno ad approfittarsi delle sue debolezze per prendersi gioco di lui. Tutto ciò potrebbe portarlo a sperimentare malessere e a preferire stare da solo rispetto che in compagnia di altre persone.

La solitudine diventa allora fonte di sollievo poiché permette al ragazzo di ridurre la pressione derivante dal giudizio altrui, inflessibile certificatore delle sue mancanze sociali. Il rischio, dunque, è che nasca in lui l’idea di essere diverso dagli altri, immaginando la propria vita migliore se vissuta lontano da tutti.

Tale idea rappresenta quindi un’ipotesi sviluppata sulla base di un’esperienza reale diretta, rafforzata da sensazioni fisiche e somatiche. Il passaggio da ipotesi a convinzione non è però così diretto, non basta infatti tale l’idea per passare all’azione, ovvero all’isolamento. L’ipotesi deve essere rafforzata e validata più e più volte nel corso del tempo, finché non verrà pienamente accettata come veritiera e dunque applicata.


Leggi il libro


Conclusioni


Gli hikikomori, è giusto precisarlo, non sono i soli in grado di cogliere gli effetti negativi che relazioni interpersonali e dinamiche sociali possono produrre. Noi tutti le sperimentiamo e ne diventiamo consapevoli. La differenza è che a livello temperamentale e ambientale disponiamo di maggiori strumenti per elaborarle e razionalizzarle, in modo da riuscire a conviverci senza lasciare che ci portino a dei comportamenti di rifiuto estremi.

Cambiare l’interpretazione della realtà di un hikikomori è dunque molto complesso poiché andremo a scontrarci con degli schemi mentali particolarmente rigidi e composti da una serie di convinzioni che si sono fortificate nel corso di molto tempo e che sono divenute parte integrante dell’identità del soggetto che le ha generate.

Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un disallineamento e un fraintendimento di fondo tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.


Leggi anche:



mercoledì 24 ottobre 2018

Hikikomori: la perdita di senso che conduce all'apatia





Cosa spinge un hikikomori a isolarsi? Abbiamo detto che la causa primaria va ricercata nella crescente competitività sociale e nella pressione di realizzazione personale, divenuta oggi talmente forte da spingere molti giovani a preferire la strada del ritiro pur di sottrarvisi.

Eppure non tutti diventano hikikomori. C'è chi in un contesto di questo tipo riesce ad adattarsi, reggendo la pressione e trovando il proprio equilibrio. C'è chi sviluppa problematiche completamente dissimili, o ancora, chi stringe i denti e va avanti, nonostante tutto. A cosa sono dovute tali differenze?



Losing You - LY



La perdita di senso


Ogni nostra azione, anche la più semplice, ha uno scopo e una motivazione che la sorregge. Se ci alziamo la mattina e andiamo a scuola o al lavoro, persino quando non abbiamo nessuna voglia, significa che esiste una forza che ci spinge a farlo: senso del dovere, desiderio di mantenere un determinato status sociale, paura di essere giudicati come falliti, e mille altri fattori.

Attenzione a non confondere la voglia con la motivazione. Se qualcuno mi puntasse un coltello alla gola intimandomi di consegnargli il portafoglio, io non avrei nessuna voglia di farlo, ma la paura del dolore mi renderebbe altamente motivato ad acconsentire alla richiesta.

Gli hikikomori sono spesso soggetti particolarmente critici, il che significa che faticano ad accettare a priori le cose e tendono costantemente a metterle in discussione. Provando malessere nel contesto sociale, arrivano a mettere in discussione anche la necessità di farne parte, sperimentando di conseguenza una forte perdita di motivazione in tal senso.



Dall'apatia alla depressione


Dunque, il malessere, unito allo spirito critico, portano a mettere in discussione i dogmi sociali che guidano determinate azioni, le quali appariranno di conseguenza prive di senso poiché ci si renderà conto di non avere un reale interesse intrinseco nel perseguirle, ma piuttosto di essere motivati dalla paura di deludere le aspettative altrui. 

Da questa prospettiva, la scelta del ritiro di un hikikomori potrebbe essere interpretata come la volontà di sperimentare una strada alternativa, non più vissuta come frutto di un volere superiore, ma al contrario, una strada socialmente osteggiata. Una sorta di ribellione, non dettata solamente dalla paura del confronto sociale, ma con alla base una forte componente razionale e motivazionale.

Attenzione, il fatto che l'isolamento di un hikikomori possa essere interpretato come una scelta conscia, non significa che non sia guidata da un forte malessere. Se la maggior parte di loro arriva anche ad abbandonare la scuola, nonostante siano cresciuti, come tutti noi, con il dogma sociale che vuole lo studio come un aspetto sacro e irrinunciabile della vita, non lo fanno certo a cuor leggero.

Inutile dire che l'isolamento, ovvero la soluzione sperimentata per porre rimedio al proprio disagio sociale, finisce sempre per rivelarsi una strada fallimentare, e passa dall'essere vissuto come una scelta consapevole, al diventare una trappola da cui poi non si è più in grado di uscire.

Quando la motivazione che porta all'isolamento smette di apparire come un'alternativa valida, è probabile che sopraggiunga l'apatia, ovvero una forte carenza motivazionale generalizzata, la quale, a sua volta, rischia di sfociare in una vera e propria depressione, patologia che include la componente apatica, ma alla quale si sommano altre problematiche, soprattutto legate all'ansia e all'abbassamento del tono dell'umore.



Guarda il video


Conclusioni


L'hikikomori non è solo una fuga, non è solo paura dell'altro. Dietro esso si cela un vuoto motivazionale, una perdita di senso che sembra riguardare in modo trasversale soprattutto le nuove generazioni. La forte pressione sociale spingerebbe i soggetti più fragili, introspettivi e critici a mettere in discussione la propria permanenza nella società.

Il modo migliore per aiutare un hikikomori è allora supportarlo nella sua ricerca del senso. Ciò che spesso sembra mancare in loro è proprio uno scopo che sia in grado di conferire significato alle azioni e all'esistenza stessa, riaccendendo la volontà di confrontarsi con le sfide sociali.

In un'ottica preventiva, l'obiettivo comune, in particolare della scuola e della famiglia, dev'essere quello di alimentare le loro passioni e i loro talenti, e non sopprimerli sull'altare della standardizzazione, o peggio, castrarli poiché diversi da quelle che sono le nostre aspettative su di loro.


Leggi il libro


Leggi anche:





sabato 15 settembre 2018

Dipendenza da videogiochi: meccanismi e criteri diagnostici





Più volte in questo blog è stata rimarcata la differenza tra l'isolamento sociale che caratterizza gli hikikomori e quello causato da una dipendenza tecnologica, videogame compresi. Nel presente articolo voglio però soffermarmi sui possibili punti di sovrapposizione esistenti tra i due fenomeni, i quali, pur rimanendo distinti, possono talvolta alimentarsi tra loro.

Gli hikikomori, infatti, sono spesso videogiocatori assidui e non è raro che arrivino ad abusare del mezzo. Il videogioco approfitta del loro stato di fragilità facendo leva su istinti umani primari e stimolando quei meccanismi psicologici che si trovano alla base delle dipendenze.



Losing You - LY



Perché i videogiochi creano dipendenza?



Il sistema di ricompense


In psicologia si definisce "rinforzo positivo" quando un'azione viene ricompensata con una sensazione piacevole e siamo quindi incentivati a compierla nuovamente, più e più volte, finché non ne saremo assuefatti. Si tratta di un meccanismo umano che funziona tanto nella vita reale, quanto nei videogame, con la differenza che in questi ultimi ne troviamo una versione semplificata, dove la correlazione azione-beneficio è più nitida e facilmente quantificabile.

Per esempio, se compiendo un salto otteniamo in cambio dieci monete, sappiamo esattamente lo sforzo che ci viene richiesto e l'entità del guadagno: si tratta di un contratto chiaro e senza scherzi. Il rinforzo positivo è immediato e saremo quindi stimolati a ripetere l'azione in cerca di rapide, sicure e costanti sensazioni di piacere.

In quasi tutti gli ambiti della vita, invece, non funziona così: i guadagni che riceviamo in cambio dei nostri sforzi sono più indefiniti, con una relazione causa-effetto non sempre lineare e misurabile. Possiamo studiare mesi per un esame e non passarlo, provando la sensazione di aver fatto tanti sforzi senza ottenere nulla in cambio. In questo caso il rinforzo positivo viene meno, eppure siamo comunque chiamati a perseverare. Questo significa che, per raggiungere un obiettivo nel quotidiano, dobbiamo avere una motivazione intrinseca nel perseguirlo, una motivazione che vada al di là del puro piacere edonico e immediato.


L'incompletezza


Uno dei meccanismi che sfruttano i videogame di nuova generazione per creare dipendenza consiste nell'impedire all'utente di completare l'esperienza di gioco al 100%. In che modo? Attraverso almeno due meccanismi: il rilascio costante di aggiornamenti ed espansioni, che variano e amplificano la versione precedente del videogioco, e il sistema degli achievement, ovvero obiettivi secondari particolarmente complessi da raggiungere, che permettono di sbloccare bonus speciali.

Spesso tali achievement richiedono azioni routinarie e ripetitive, talvolta frustranti per il videogiocatore. Il bisogno su cui fanno leva è quello della completezza, sensazione tanto appagante, quanto effimera e illusoria, responsabile anche della crescente tendenza al perfezionismo registrata nelle nuove generazioni.


La competizione


Con l'avvento dei giochi online è nata anche la possibilità di comparare la propria performance videoludica con quella di altri giocatori. In questo caso l'istinto che viene stimolato è quello competitivo: il bisogno di primeggiare sugli altri genera dipendenza nella misura in cui alimenta l'autostima e genera, di conseguenza, sensazioni piacevoli che fungono da rinforzo positivo all'azione.

Curioso notare come gli hikikomori, proprio coloro che fuggono dalla competizione sociale, ricerchino insistentemente il confronto virtuale, in un meccanismo che potrebbe sembrare compensatorio o irrazionale. In realtà le due tipologie di competizione sono differenti e la discriminante risiede nel diverso coinvolgimento identitario: come esseri umani, infatti, abbiamo tante identità quanti sono i contesti sociali frequentati, e un videogioco online è uno di questi. Quando subiamo una sconfitta in un mondo virtuale, è quella nostra specifica identità che ne risente, quando invece sperimentiamo un fallimento o un insuccesso a livello sociale, l'impatto sulla nostra auto-percezione è maggiore poiché legato all'immagine pubblica.



Guarda il video

Quando si può parlare di dipendenza?


I meccanismi sopracitati non si innescano casualmente, ma sono appositamente studiati dalle case produttrici di videogames. Ciò significa che mentre c'è una parte di mondo che cerca di capire come combattere le dipendenze, c'è un'altra parte che, contemporaneamente, studia come indurle.

Di recente l'Ordine Mondiale della Sanità ha inserito il Gaming Disorder tra le psicopatologie ufficialmente riconosciute. Contestualmente a tale decisione, ha indicato tre criteri per distinguere la dipendenza vera e propria da un semplice abuso. La discriminante non è il tempo che si trascorre giocando, bensì la tipologia di relazione che viene a crearsi con lo strumento.

Si può parlare di dipendenza da videogame quando il giocare:
  • impatta negativamente sulla propria sfera personale, sociale e familiare; 
  • esercita sul videogiocatore un bisogno difficilmente governabile;
  • prende il sopravvento fino ad annullare gli altri interessi della vita. 


Dipendenza da videogame e hikikomori


Gli hikikomori sono spesso assidui videogiocatori, eppure raramente rientrano nei criteri descritti dall'OMS.

Per loro il giocare ai videogame, così come il navigare su internet, rappresenta uno strumento di intrattenimento, di distrazione e di comunicazione con il mondo esterno. Non è il videogioco a creare un vuoto negli interessi: nel loro caso la perdita di senso e di significato si trova a monte. Al contrario, attraverso il videogioco tentano proprio di colmare un vuoto.

Ciò significa che, se privati del videogioco, il loro vuoto non scompare, anzi, rischia di aggravarsi.



Leggi il libro


Leggi anche:




lunedì 2 luglio 2018

Hikikomori e la trappola del perfezionismo





Per comprendere il fenomeno degli hikikomori è sempre necessario contestualizzato all'interno di un quadro che tenga conto di tutti i cambiamenti socio-culturali avvenuti negli ultimi anni.

Nei post precedenti, abbiamo messo in risalto come le nuove generazioni siano particolarmente esposte alla pressione di realizzazione sociale e alla depressione esistenziale, due tra le principali cause dell'isolamento sociale volontario.

Esiste però un altro fattore predisponente, fortemente correlato con l'aumento della competizione sociale e con la crescente importanza attribuita alla propria immagine pubblica. Una tendenza nevrotica che si sta diffondendo a macchia d'olio negli ultimi anni: sto parlando del perfezionismo, ovvero la ricerca ossessiva della perfezione.



Losing You - LY



L'epidemia del perfezionismo tra i giovani


Da una ricerca pubblicata nel 2017 è emerso che, dalla fine degli anni '80 in poi, la tendenza al perfezionismo è aumentata enormemente nei giovani, i quali percepiscono gli altri come particolarmente esigenti nei loro confronti, molto di più rispetto alle generazioni precedenti.

Si tratta di un dato allarmante, dal momento che numerosi gli studi scientifici hanno individuato una correlazione tra perfezionismo e disturbi d'ansia, tendenza alla ruminazione di pensieri negativi, atteggiamento eccessivamente autocritico, depressione e autolesionismo.

È facile ipotizzare come uno dei principali fattori di tale epidemia sia la crescente competizione sociale caratteristica della società moderna, dove l'errore e il fallimento sono vissuti con vergogna e non interpretati, invece, come delle tappe fisiologiche all'interno di un processo di crescita personale.



Il confronto sociale e la sensazione del 100%


La competizione sociale viene alimentata anche dalle nuove tecnologie e, in particolare, da internet. Non è un caso, infatti, che il perfezionismo sia in forte crescita soprattutto tra i nativi digitali. I social network, per esempio, stimolano enormemente il confronto sociale, il quale non è più limitato a determinate occasioni pubbliche, come in passato, ma diventa una sfida costante dalla quale fatichiamo a sottrarci.

Eppure, esiste anche una ricerca della perfezione privata e non necessariamente finalizzata alla competizione con gli altri. Una ricerca della perfezione che si basa sul piacere umano della completezza, di quella che potremmo definire come "la sensazione del 100%" (quante volte vi è capitato di portare a termine un compito con il solo scopo di esaurirlo, per esempio leggere un libro noioso, oppure completare una serie TV che avete iniziato, ma che vi siete accorti di non apprezzare).

Se nella realtà "la sensazione del 100%" è difficile da sperimentare appieno, nel mondo virtuale, ovvero uno spazio delimitato e con variabili più facilmente controllabili, tale sensazione rappresenta un obiettivo raggiungibile e lineare, tanto che la sua ricerca rappresenta una delle principali cause che si nascondono dietro la dipendenza da videogiochi.



Guarda il video




Hikikomori e perfezionismo


La correlazione tra isolamento sociale e perfezionismo è emersa in modo evidente in molte delle testimonianze di isolamento che ho raccolto in questi anni.

Come, per esempio, nella storia di Davide (nome di fantasia), studente modello di medicina, il quale, nonostante sia da anni fuori corso, arriva a rifiutare degli ottimi voti pur di non abbassare la sua media del 30. Un atteggiamento che lo porta ha sviluppare un fortissimo stress, nonché un grande senso di vergogna nei confronti dei coetanei. Inizia così a evitare qualsiasi occasione sociale che lo obbligherebbe a rendere conto delle proprie difficoltà, sprofondando lentamente in una spirale di isolamento e solitudine.

In questo caso l'elemento bloccante e nocivo è rappresentato dalla necessità psicologica di mantenere un determinato standard sotto al quale non si accetta di scendere. Un meccanismo del "tutto o niente", per cui se non si riesce a raggiungere l'obiettivo prefissato, qualsiasi risultato intermedio verrà vissuto come un fallimento privo di soddisfazione. Nei casi estremi questo meccanismo psicologico porterà a un rinuncia totale all'agire, perché anche il solo provarci apparirà privo di senso.

Sì, perché se nella perfezione l'errore non è ammesso, fare qualsiasi cosa, anche la più semplice, diventa particolarmente difficile, se non addirittura impossibile. Ed è per questo motivo che i perfezionisti tendono a rimandare tutto all'infinito, fino a sviluppare un atteggiamento di resa o una sensazione di paralisi.



Guarda il video



Conclusioni


Per provare ad arginare questa epidemia di perfezionismo, dobbiamo ridurre la competizione sociale e le pressioni che i giovani percepiscono su di loro. Nello sport, nella scuola, nel lavoro, in ogni contesto sociale, è necessario abbassare le nostre aspettative.

Inoltre, è fondamentale ridefinire socialmente e culturalmente i concetti di "errore" e "fallimento", oggi utilizzati quasi esclusivamente con un'accezione negativa. In che modo? Partendo dalle scuole, insegnando alle nuove generazioni a interpretarli come una sfida di crescita personale e non come un qualcosa di cui vergognarsi, oppure da evitare a tutti i costi.

Se raggiungere la perfezione regala una sensazione positiva e piacevole, non riuscire in tale scopo può generare frustrazione e stress. Comprendere quando un'attività diventa "tossica", ed essere in grado di interromperla, rappresenta allora una competenza fondamentale per il nostro benessere e per la nostra realizzazione personale.

Allo stesso modo, riuscire a liberarci dalla paura del fallimento, o dalla necessità di dover mantenere sempre e comunque un certo standard, può aiutarci a diventare maggiormente produttivi e proattivi, evitando l'eterna procrastinazione e l'immobilità. Non è un caso, infatti, che il motto di molti imprenditori, musicisti, scrittori e persone di successo sia: "Done is better than perfect (fatto è meglio di perfetto)".


Leggi il libro


Leggi anche: