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domenica 18 agosto 2019

Il fenomeno degli INCEL: i "celibi involontari" che odiano le donne





Durante questi anni di studio del fenomeno degli hikikomori, ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardo le diverse problematiche che talvolta si associano all'isolamento sociale volontario, come, ad esempio, la depressione esistenziale, la dipendenza dai videogiochi e da internet, la fobia scolare e quella sociale.

Eppure, un altro fenomeno sta attirando sempre di più la mia attenzione: sto parlando degli INCEL, parola coniata a partire dai termini inglesi "INvoluntary" e "CELibates" (che in italiano potremmo tradurre con l'espressione "celibi involontari").

Vi racconterò quanto ho compreso finora di questo fenomeno e quali sono le sue possibili connessioni con l'hikikomori.



Losing You - LY


Chi sono gli INCEL?


Gli INCEL sono maschi eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con l'altro sesso. Queste difficoltà generano in loro una grande frustrazione che si traduce talvolta in misoginia. Le donne sono infatti "accusate" di essere attratte esclusivamente dall'aspetto fisico, dai soldi e dallo status (da qui la "teoria LMS", acronimo che sta appunto per "Look, Money & Status"), per cui chi non eccelle in queste variabili inevitabilmente non avrà alcuna possibilità di risultare interessante ai loro occhi.

Gli INCEL si auto-includono in tre categorie:

  • i virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali (chi li ha avuti spesso dichiara di essersi rivolto a prostitute);
  • i kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali e non hanno mai baciato;
  • gli hughless-kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali, non hanno mai baciato e nemmeno abbracciato una potenziale partner. 

Gli INCEL sembrano essere ossessionati in particolare dell'aspetto esteriore: hanno generalmente una bassa autostima fisica e si percepiscono come poco attraenti. Nella loro prospettiva la bellezza è una variabile oggettiva e misurabile attraverso l'osservazione di precise disposizioni fisiche (per esempio la struttura della mascella, oppure lo spessore dei polsi, ecc.).

Eppure l'elemento principale che li rende effettivamente poco interessanti all'altro sesso è legato soprattutto agli aspetti di personalità e in particolare a un'insicurezza di fondo che rappresenta un serio handicap nella società moderna, non solo nelle relazioni sentimentali e sessuali, ma nelle relazioni in genere.

Gli INCEL si definiscono in gergo "redpillati" (termine che deriva dalla famosa scena del film Matrix), ovvero sono divenuti consapevoli che la società sia effettivamente governata dalle donne, le quali detengono maggiori privilegi rispetto agli uomini, nonostante i media e il senso comune ci indurrebbero a credere il contrario.



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Perché esistono gli INCEL?


Se ci fermiamo alle teorie più o meno grottesche che si accostano agli INCEL, potremmo commettere l'errore di sottovalutare e banalizzare la questione, eppure ci troviamo di fronte a un vero e proprio fenomeno sociale legato ai mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, in particolare relativi ai ruoli di genere.

Se prendiamo come riferimento la storia della civiltà umana, ci accorgeremo che la coppia "romantica", ovvero quella costituita esclusivamente sulla base della volontà paritaria di entrambe le parti, è una consuetudine relativamente recente. In passato i fidanzamenti e i matrimoni erano combinati e stabiliti dalle famiglie per fini utilitaristici (principalmente economici). A farne le spese era soprattutto la donna, costretta talvolta ad accoppiarsi in giovanissima età.

Anche in tempi più recenti, nonostante la progressiva estinzione di queste usanze, la donna ha comunque continuato a subire una forte pressione socio-culturale ad accasarsi, in particolare da parte della famiglia, trovandosi talvolta con le spalle al muro e dovendo forzare le proprie scelte di accoppiamento.

Nella società odierna le cose - per fortuna - stanno cambiando. La donna sta infatti acquisendo progressivamente maggiore autonomia decisionale e indipendenza economica, potendosi permettere di selezionare con maggiore libertà i propri partners. Questo, tuttavia, comporta dall'altro lato, ovvero quello maschile, un aumento della competizione, con difficoltà significativamente maggiori per coloro che non possiedono le competenze necessarie a rendersi attraenti agli occhi dell'altro sesso.


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Perché gli INCEL soffrono la loro condizione?


La difficoltà nell'avere partner sessuali rappresenta per il maschio etero, ancor più che per la femmina etero, una grande fonte di sofferenza e frustrazione, non tanto per l'impossibilità di soddisfare i propri impulsi sessuali, ma piuttosto a causa delle pressioni socio-culturali legate ai ruoli di genere.

Nei maschi etero il sesso si lega culturalmente al potere e allo status sociale: ciò significa che più si è abili e prestanti in tale ambito, più ci si sentirà percepiti positivamente. Al contrario, eventuali deficit potrebbero far insorgere sentimenti di inadeguatezza e fallimento: l'etichetta di "vergine" è particolarmente carica di stigma nella società moderna. 

Nelle donne le pressioni socio-culturali cambiano e l'avere molti partner sessuali rappresenta generalmente motivo di vergogna e senso di colpa. Il risultato di questa alterazione degli istinti legata ai ruoli di genere consiste nell'insorgenza di un forte disequilibrio tra "domanda e offerta" sessuale: da una parte i maschi sentiranno la pressione ad avere più partner possibili, mentre dall'altra le donne a operare una maggiore selettività. 


Quali sono le connessioni tra INCEL e hikikomori?


I due fenomeni sono ovviamente molto differenti, a partire dal fatto che il termine "INCEL", a differenza di "hikikomori", è stato auto-coniato dai diretti interessati. Non si tratta di un particolare da sottovalutare poiché ciò esprime in modo evidente l'esigenza di trovare un elemento di aggregazione, utile condividere e a lenire, almeno in parte, la grande frustrazione che deriva dal proprio status.

Eppure vedo alcune affinità tra i due fenomeni:

  1. il pensiero sviluppato dagli INCEL sembra essere un meccanismo psicologico difensivo atto ad abbassare la pressione sociale e il senso di colpa percepito attraverso l'attribuzione del proprio fallimento relazionale con l'altro sesso a fattori esterni al proprio controllo, come, ad esempio, ai gusti delle donne o all'aspetto fisico. Nel caso dell'hikikomori il meccanismo psicologico è simile, con la differenza che l'elemento negativo e fuori controllo è spesso rappresentato dalla scuola, dai genitori, dai coetanei o, più in generale, dalla società;
  2. il fenomeno degli hikikomori nasce a causa delle forti pressioni di realizzazione sociale generate della dinamiche sociali moderne. All'interno di queste pressioni un ruolo importante lo hanno anche le pressioni sessuali che, come abbiamo visto, costituiscono delle pressioni sociali a tutti gli effetti.


Un ragazzo inibito socialmente faticherà a instaurare relazioni amicali soddisfacenti con i coetanei e, forse in modo ancor più estremo, fallirà nelle relazioni sentimentali con l'altro sesso. Nel caso in cui fossero le pressioni sessuali quelle dominanti all'interno dello spettro delle pressioni sociali che portano un maschio etero a isolarsi, potrebbe insorgere in lui, come meccanismo psicologico difensivo, un atteggiamento di forte ostilità nei confronti delle donne e, di conseguenza, potrebbe essere fatto rientrare all'interno del fenomeno degli INCEL. Questo contribuirebbe a spiegare il motivo per cui gli hikikomori sono soprattutto di genere maschile.

Detto ciò, dalle mie osservazioni ho potuto notare come non tutti gli hikikomori vivano l'assenza di relazioni sessuali con particolare ansia e senso di fallimento. In molti, ad esempio, si professano asessuali o demisessuali, ovvero attratti sessualmente da un partner solamente in presenza di un forte legame emotivo. Dunque la sovrapposizione tra i due fenomeni, se esiste, è solamente parziale.


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Conclusioni


Il fenomeno degli INCEL merita molta più attenzione da parte dei ricercatori sociali poiché i livelli di sofferenza e frustrazione che possono celarsi dietro a questa condizione non sono affatto trascurabili e possono dare adito a forme di violenza auto o etero-diretta (esistono già alcuni casi di cronaca nera dove sono coinvolti sedicenti INCEL).

Come per gli hikikomori, è importante sensibilizzare sull'argomento e invitare coloro che ne soffrono a chiedere aiuto a professionisti adeguatamente formati, in particolare sessuologi.

Dobbiamo essere consapevoli di come il costante aumento della competizione sociale, e delle conseguenti pressioni di realizzazione personale, possa avere ripercussioni diversificate a seconda delle predisposizioni personali di ogni individuo. C'è chi finirà per prendersela con la società, chi con le donne e chi con altro. I sentimenti di inadeguatezza e fallimento ci portano a puntare il dito nel disperato tentativo di ridurre il senso di colpa e la sofferenza che deriva dalla propria condizione.

Piaccia o meno, queste sono le regole dell'attuale società capitalistica: chi è in grado di reggere le pressioni e sfruttarle a proprio vantaggio performerà al massimo raggiungendo alti livelli di successo personale. Per gli altri non rimane che imparare a convivere con la pressione, oppure provare a cambiare le regole del gioco, ammesso che questa seconda opzione differisca dalla prima.


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venerdì 7 giugno 2019

hikikomori e autismo: riflettiamo sulle possibili sovrapposizioni





Se interpretiamo l'hikikomori, NON come uno status dell'individuo, ma come una pulsione all'isolamento sociale prolungata nel tempo e dettata da una visione pessimistica delle relazioni, della società e della realtà più in generale, ci renderemo allora conto di come non sia così impellente riuscire a tirare una linea netta tra coloro che possono essere fatti rientrare all'interno di questa definizione e coloro che, invece, ne sono completamente estranei.

Comprendo perché vi sia una forte esigenza in tal senso: la burocrazia, a cui anche la medicina è assoggettata, ha bisogno di categorie diagnostiche ben definite, chiare e, se possibile, basate su criteri oggettivi. Siamo tanti, serve standardizzare. Eppure, in termini pratici, non vedo una particolare urgenza. La questione di fondo è che ci troviamo dinnanzi a un importante aumento del disagio psicologico, sempre più spesso presente in giovane età, con un ruolo importante giocato dall'ambiente sociale. A prescindere dalla diagnosi (sia essa "fobia sociale", "depressione", "ansia sociale", ecc. a seconda di quale sia la sintomatologia preponderante), l'intervento, affinché abbia esito positivo, dovrà essere quanto più multidisciplinare possibile e strutturato ad hoc sul singolo caso.

Personalmente non auspico che l'hikikomori diventi una categoria diagnostica. L'utilizzo di questo termine è utile soprattutto dal punto di vista della ricerca, affinché si parli tutti la stessa lingua, anche tra nazioni differenti. Se deve invece essere affibbiato modi etichetta a un soggetto che presenta un preciso quadro sintomatologico, allora il discorso cambia e non mi trova d'accordo.

Il mio invito è quello di interpretare l'hikikomori come un disagio adattivo di natura sociale all'interno del quale esiste una grande eterogeneità di casistiche, con l'unico elemento trasversale rappresentato da quella pulsione all'isolamento sociale descritta nel primo paragrafo del presente articolo. La sintomatologia, e le eventuali comorbidità, possono invece variare enormemente.



Losing You - LY



Secondo quanto indicato in letteratura, esisterebbero almeno due tipologie di hikikomori: quello "primario", ovvero uno stato di isolamento indipendente da patologie mentali, e l'hikikomori "secondario", ovvero un'isolamento sopraggiunto come esito di una psicopatologia.

Per quanto mi riguarda, questa distinzione è irrilevante dal punto di vista "diagnostico" (anche, se appunto, di diagnosi non si dovrebbe parlare) poiché la discriminante rimane, in ogni caso, l'aspetto motivazionale, ovvero quella sfiducia, quel pessimismo e quella perdita di senso che intacca dapprima le relazioni interpersonali e poi l'esistenza nel suo complesso. Da quali esperienze sia scaturita tale interpretazione della realtà è difficile da determinare e comunque non altera la natura del problema.

L'hikikomori è sempre esistito, quello che cambia sono i numeri. Se prima si trattava di casi sporadici, oggi esistono delle precise dinamiche sociali che rendono tale disagio enormemente più diffuso, al punto da assumere le dimensioni di un fenomeno sociale mondiale.


Hikikomori e Asperger: la storia di Roberto


Hikikomori e autismo


Fatta questa premessa, mi è più facile argomentare come anche l'autismo (ovvero un disturbo pervasivo dello sviluppo che coinvolge, in particolare, le competenze comunicative e quelle relazionali) possa essere potenzialmente una condizione predisponente rispetto all'hikikomori e non necessariamente un'alternativa diagnostica.

Se pensiamo, ad esempio, alla sindrome di Asperger, una forma di autismo definita "ad alto funzionamento" proprio perché non comporta ritardi dal punto di vista intellettivo e dell'acquisizione del linguaggio, le possibili connessioni con l'hikikomori sono ancor più evidenti.

Abbiamo infatti ripetuto spesso che i soggetti in isolamento sociale volontario presentano solitamente un profilo caratterizzato da ansia, introversione, alta moralità e pensiero critico (o ipercritico), tutte variabili che trovano sovente connessione con un'alta competenza intellettiva, caratteristica, appunto, anche dell'Asperger.

A mio parere, dunque, la vera questione da porsi non è se un soggetto Asperger possa essere ANCHE un hikikomori (perché le due cose non si escludono), ma se il profilo psicologico tipico dell'Asperger sia predisponente all'hikikomori o meno. Come avrete capito, per quanto mi riguarda la risposta è positiva.


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Conclusioni


La questione è sicuramente complessa e non esauribile in poche righe. Tuttavia, credo che il punto di osservazione del problema sia spesso fuorviante e determinato da un'impostazione mentale eccessivamente focalizzata sull'esigenza classificatoria, piuttosto che sulla risoluzione.

Dobbiamo metterci il cuore in pace: non esistono dei criteri diagnostici oggettivi riguardo all'hikikomori e forzarli rischia solo di produrre ulteriori danni. Pensiamo ad esempio al Giappone, che ha stabilito che si possa parlare di hikikomori solo dopo un isolamento continuativo di almeno sei mesi. Come può questo essere utile ai fini preventivi? Dobbiamo aspettare che un ragazzo isolato da un mese arrivi a sei per poterlo classificare e attivare un intervento? Mi sembra ridicolo.

Manteniamo il focus sul problema: ci sono milioni di giovani che manifestano un disagio adattivo profondo, al punto da scegliere di vivere in uno stato di isolamento più o meno estremo. Come possiamo aiutarli? Questa rimane la domanda chiave alla quale trovare risposta.


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sabato 11 maggio 2019

Spazi di confronto online dedicati agli hikikomori: ecco perché ho deciso di chiuderli





Come annunciato attraverso i profili social, ho recentemente preso la sofferta decisione di chiudere a tempo indeterminato tutti gli spazi online di Hikikomori Italia pensati per favorire l'interazione tra ragazzi e ragazze che soffrono di problematiche legate all'isolamento sociale volontario.

Tali spazi, che includevano un gruppo Telegram, un gruppo Facebook e un forum, sono stati aperti circa tre anni fa in via del tutto sperimentale. In particolare il gruppo Telegram è nato su esplicita richiesta di un hikikomori che manifestava l'esigenza di un contatto più dinamico con i membri del forum.

Ho già comunicato brevemente nel canale Telegram i motivi che mi hanno portato a tale scelta, ma voglio in questo articolo cercare di approfondirli ulteriormente, sia perché mi sento in dovere di dare una spiegazione ai tanti ragazzi che da questi mezzi traevano giovamento, sia perché penso che la mia esperienza possa essere utile a coloro che abbiano intenzione di utilizzare il web nel supporto degli hikikomori.




Losing You - LY



Elementi positivi


Gli hikikomori riescono a relazionarsi con molta più facilità tra di loro dal momento che si sentono giudicati in misura minore rispetto a quando riportano le proprie difficoltà a un soggetto lontano da questa problematica. 

Grande successo, in particolare, è stato riscosso dal gruppo Telegram, sia in termini di utenti registrati (più di 500), sia in termini di messaggi pubblicati (decine di migliaia ogni settimana). Su Telegram in realtà i gruppi erano due, uno per gli over 25 e uno per gli under 25, con questo secondo decisamente più numeroso a testimonianza del fatto che in Italia il fenomeno riguarda ancora soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti, mentre in Giappone il numero di ritirati sociali sembra essere oggi superiore nella fascia più anziana, ovvero quella che va dai quarant'anni in su.



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Interessante anche notare come questi gruppi permettano l'emergere degli hikikomori di sesso femminile, gravemente sottostimati dai sondaggi condotti finora sul fenomeno, sia in Italia che in Giappone. Essendo in questo caso loro stesse, e non i genitori, a valutare le proprie difficoltà di adattamento sociale, l'effetto culturale di sottovalutazione del problema che riguarda spesso le donne viene bypassato.

È stato inoltre possibile responsabilizzare i gruppi stessi, affidandone la moderazione ai soggetti che si dimostravano più equilibrati e maturi. La scelta, infatti, è stata inizialmente quella di tenere i volontari dell'associazione come osservatori silenti (solo nel gruppo Facebook, come indicato nel regolamento), in modo da aiutarmi nella supervisione, ma senza intervenire in prima persona. Io ero l'unico che proponeva ed entrava regolarmente nelle discussioni e ciò non creava malumori.

Quando al gruppo Facebook è stato però chiesto, attraverso un sondaggio, se avrebbero accettato la presenza attiva di psicologi all'interno del gruppo, nonostante la maggioranza abbia risposto positivamente, una larga minoranza ha manifestato malumori e la preferenza di continuare a gestire lo spazio senza interferenze da parte di professionisti, sui quali in molti nutrono sfiducia e scetticismo.



Elementi negativi


Si possono riassumere sostanzialmente in tre voci:

1. filtraggio: nonostante l'implementazione di luoghi di transizione (come, ad esempio, la "chat di presentazione", popolata esclusivamente dai moderatori e a cui si accedeva preventivamente rispetto al gruppo vero e proprio, oppure il questionario somministrato in automatico quando un utente chiedeva di entrare nel gruppo Facebook) riuscivano comunque a penetrare all'interno di questi spazi persone fortemente negative, con problemi depressivi gravi non sempre riconducibili all'hikikomori. Si andava dunque a creare un gruppo pericolosamente eterogeneo per problematiche, età, livello di comprensione del proprio status, ecc. 

Inoltre, un grave limite è dato dall'impossibilità di stabilire con certezza l'età del soggetto e, essendoci anche molti minorenni che soffrono di hikikomori, i rischi che vedremo successivamente sono da interpretare con ulteriore allarme. 

2. influenza negativa: molti dei messaggi postati all'interno di questi spazi, soprattutto nel forum e nel gruppo Facebook, erano tendenzialmente pessimistici e vi era il concreto rischio che potessero influenzare negativamente gli altri membri del gruppo. Anche gli "ex hikikomori", a cui è stato permesso di partecipare proprio nella speranza che potessero portare maggiore positività, non erano in grado di contrastare la grande autocommiserazione e il profondo cinismo che permeava molte testimonianze. 

3. interazioni occulte: per quanto si possa supervisionare e moderare con attenzione queste piattaforme online, è assolutamente impossibile impedire agli utenti di contattarsi in privato e alimentare, in chat o gruppi paralleli, derive negative di varia entità e gravità, potenzialmente anche di natura sessuale o autolesionistiche.

Conclusioni


Gli spazi di confronto online dedicati agli hikikomori detengono moltissime potenzialità nell'aiutare chi soffre di isolamento sociale volontario, soprattutto nella delicata fase di intercettazione e aggancio. Infatti, grazie a questi spazi, è anche possibile far emergere le categorie più sottostimate dell'hikikomori, rappresentate dalle donne e dai ritirati over 30.

Tuttavia, nascondono anche numerose insidie e possono diventare degli spazi non solo poco utili in termini di mutuo aiuto, ma anche potenzialmente negativi, soprattutto data la difficoltà di filtraggio in ingresso e la tendenza alla condivisione di contenuti pessimistici.

Diventa fondamentale, inoltre, progettare uno spazio ad hoc dove gli utenti non possano contattarsi in privato, all'oscuro degli occhi dei moderatori: cosa impossibile da evitare sui principali social network esistenti a oggi.

Nel prossimo futuro, insieme al team di psicologi dell'associazione, rifletterò su come debbano essere strutturati tali spazi in modo da superare tutti i limiti sopraesposti. Nel frattempo rimane comunque attiva la chat supporto: uno sportello d'ascolto che consente di mettere in contatto coloro che soffrono di isolamento sociale con degli operatori esperti.

Infine, al posto del forum, è nata sul sito la sezione "Storie", che ha lo scopo di raccogliere esperienze reali di isolamento sociale. Se volete portare la vostra testimonianza scrivete a info@hikikomoriitalia.it.

Ci tengo a sottolineare che la mia è stata una scelta a lungo ponderata e per nulla semplice. Ho aperto questi spazi con intenzioni positive, eppure mi sono reso conto che i rischi erano superiori ai potenziali benefici.

Spero possiate capire.

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sabato 30 marzo 2019

Gli isolati sociali over 40 in Giappone sono più di 600 mila





Il Governo giapponese l'aveva annunciata da tempo e finalmente sono stati pubblicati i risultati della ricerca sugli hikikomori over 40. Nel precedente sondaggio del 2017, infatti, ci si era concentrati esclusivamente sulla fascia di età che andava dai 15 ai 39 anni, identificando ben 541.000 ritirati sociali.

Ebbene, chi sperava in un numero inferiore purtroppo rimarrà deluso perché gli isolati tra i 40 e i 64 nel paese nipponico sono addirittura più dei giovani e toccano la cifra record di 613.000 casi, con i maschi che rappresentano quasi l'80% del totale (fonte "The Japan Times"). Sommando i numeri emersi dalle due indagini, dunque, si supera abbondantemente il milione di hikikomori.

Andiamo a vedere nel dettaglio cosa ci dice questo importantissimo studio e proviamo a fare delle riflessioni in merito.



Losing You



Alla ricerca hanno partecipato 3.248 persone, delle quali quarantasette sono risultate avere delle caratteristiche riconducibili alla definizione di hikikomori (che ricordiamo in Giappone è molto stringente e prevede un isolamento continuativo di almeno 6 mesi), di cui il 76,6% maschi e il 23,4% femmine. 

Interessanti i dati relativi all'inizio dell'isolamento: il 27,7% si è ritirato tra i 20 e i 29 anni, l'8,5% durante i trenta, il 21,3% nel corso dei quarant'anni e ben il 19,1% dopo i cinquanta.




Sono davvero tutti hikikomori?

Nella mia interpretazione di hikikomori, che ho illustrato dettagliatamente nel libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa", ho sempre utilizzato come discriminante gli aspetti motivazionali che portano al ritiro.

L'hikikomori ricerca istintivamente l'isolamento a causa di forti difficoltà relazionali, paura del giudizio e, in generale, incapacità di sostenere pressioni e aspettative sociali. Ciò che causa la cronicizzazione della sua condizione, però, è lo svilupparsi di un'interpretazione della realtà che vede la società come un luogo negativo, lontano dai propri valori e dal quale è meglio tenersi distanti.

Raramente l'impulso all'isolamento sociale caratteristico dell'hikikomori si manifesta dopo i vent'anni (dal nostro sondaggio l'età media risultata essere chiaramente intorno ai 15 anni), proprio perché è soprattutto durante l'adolescenza che si costruisce l' identità sociale ed è sempre in questa fase della vita che si plasmano i valori e la propria interpretazione della realtà, che tenderà invece a stabilizzarsi durante la fase adulta (spiego il meccanismo psicologico in questo video).

Attenzione, ciò non significa che l'hikikomori non possa manifestarsi anche dopo i 30 anni, ma semplicemente lo ritengo raro e la mia ipotesi è che molte delle persone conteggiate nel sondaggio siano più semplicemente soggetti che si trovano in una condizione di emarginazione sociale, ma alla cui base non vi è una motivazione sovrapponibile a quella che caratterizza gli hikikomori.

Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che, nella maggior parte dei casi, a detta degli stessi partecipanti allo studio, la condizione di ritiro è iniziata in seguito alla perdita del lavoro e molti hanno dichiarato di essere ritornati nella società una volta trovata una nuova occupazione.



Clicca qui per guardare il video.


Conclusioni

Nella società moderna, oltre al fenomeno degli hikikomori, esiste più generale un tema legato alla crescente solitudine e alla disgregazione dei legami sociali. Fondamentale però distinguere quando l'isolamento avviene per volontà della persona e quando, invece, avviene per forze di causa maggiore o per un'attitudine solitaria.

Tuttavia, nonostante io ritenga che all'interno dei 613.000 over 40 identificati da questo ultimo sondaggio giapponese vi siano anche molti che non dovrebbero essere annoverati tra gli hikikomori, è evidente che si tratti comunque di un numero enorme che rilancia ulteriormente l'allarme sul fenomeno.

Il tema degli hikikomori adulti esiste è sarà, con il passare degli anni, sempre più impellente. La maggior parte di loro, tuttavia, inizia il proprio isolamento durante gli anni dell'adolescenza o della prima età adulta. Questo è giusto ricordarlo in modo da non fare confusione.

Per loro gli strumenti che abbiamo a disposizione sono davvero pochi, non avendo nemmeno più come potenziale alleata la scuola, cosa si può fare? Qui si apre un altro tema immenso (che ho già in parte trattato in post precedenti e nel mio libro) e le soluzioni possono essere le più diverse, ancora però tutte da creare.

Quello che è certo è che se non interveniamo ora, lavorando soprattutto in termini preventivi, tra non molti anni ci troveremo con un numero di hikikomori sovrapponibile a quello giapponese, e allora l'impatto sociale sarà devastante.



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lunedì 11 marzo 2019

Hikikomori e sesso: ecco come gli isolati sociali vivono la propria sessualità





Quello sessuale è un istinto che abbiamo sviluppato in ottica riproduttiva, ma che nella società moderna si è svincolato quasi totalmente dalla sua funzione originaria e ha assunto una connotazione prettamente edonica e ludica. Non solo, la frequenza e la qualità della performance sessuale sono divenuti parametri di confronto sociale e dunque in grado di conferire un determinato status.

Soprattutto se parliamo di maschi, il successo sessuale determina maggiore rispetto e autostima. Diversamente, l'insuccesso può determinare una posizione di inferiorità in grado di provocare malessere e frustrazione in colui che la sperimenta. Il sesso diventa quindi, a tutti gli effetti, una fonte di pressione di realizzazione sociale, ovvero quella dinamica che da sempre abbiamo indicato come la causa madre dell'hikikomori.

Viene dunque da chiedersi se esista un nesso tra il crescente fenomeno dell'isolamento giovanile volontario e l'aumento della pressione sessuale nella società moderna. Proviamo a capirlo.



Losing You - LY



Il ruolo del sesso nella società moderna


Il sesso è una tematica che permea e domina ogni ambito della nostra società, ma spesso lo fa in modo latente e superficiale, mentre raramente viene affrontato con serietà e trasparenza. Sui media tradizionali, come sul web, siamo continuamente bombardati da input che lo riguardano, i quali, sempre più spesso, ci suggeriscono quanto sia importante per gli altri e, di conseguenza, quanto dovrebbe esserlo anche per noi.

In particolare i porno trasmettono un'immagine meccanica e stereotipata dell'atto sessuale, sia per l'uomo che per la donna. Quest'ultima, inoltre, viene spesso oggettivata e ridotta a semplice strumento di piacere a uso e consumo del maschio. Tale rappresentazione provoca diversi impatti sulla psiche del consumatore, poiché contribuisce a legare al sesso concetti come potere, possesso e violenza.

Inoltre, dal momento che l'atto viene derubricato a mera performance, quello che si genera in entrambi i sessi è un'ansia da prestazione che rischia svuotare il rapporto sessuale di qualsiasi piacere poiché tutta la concentrazione sarà indirizzata non sulle sensazioni fisiche e mentali, ma sul timore di non deludere le presunte aspettative del partner.

L'argomento è vastissimo e non voglio dilungarmi eccessivamente nella sua trattazione (per maggiore completezza vi consiglio di guardare questo mio video). Quello che mi preme evidenziare è come il sesso sia così predominante e impattante nella società moderna, e allo stesso tempo rimanga un tabù nell'educazione dei giovani, per cui genitori e insegnanti faticano a trattarlo in modo adeguato, demandando l'apprendimento alle esperienze casuali della vita.



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Il fenomeno degli INCEL


Se nella società moderna il sesso è sempre più legato allo status sociale, a tal punto che spesso il bisogno di piacere fisico passa in secondo piano, chi fatica a trovare partner sessuali avrà ripercussioni sulla propria autostima e proverà un grande senso di frustrazione.

Soprattutto nei maschi eterosessuali tale frustrazione può portare anche a identificare come capro espiatorio le donne, ree di essere attratte quasi esclusivamente da determinate caratteristiche fisiche, temperamentali e sociali. È questo il caso degli "INCEL" (termine che deriva dall'abbreviazione delle parole inglesi "involuntary celibate", ovvero "celibe involontario), i quali finiscono per ricercare in fattori esterni, come ad esempio il proprio aspetto fisico, un alibi che possa giustificare le proprie fragilità relazionali.

In particolare, la dinamica sociologica che ha dato vita a questo fenomeno può essere identificata nella maggiore emancipazione ottenuta dalla donna nella società moderna, che non dipende più dall'uomo come in passato, sia culturalmente che economicamente, e può dunque selezionare con maggiore autonomia i propri partner sessuali.

Forse ce lo siamo dimenticati, ma fino a non molti anni fa l'amore romantico rappresentava un lusso per pochi. I matrimoni erano perlopiù programmati, con le donne spesso utilizzate come merce di scambio, oppure pressate affinché si accasassero a tutti i costi, a prescindere dai legami sentimentali. Questo faceva sì che gli uomini, indipendentemente dal proprio aspetto fisico e dalle proprie abilità in fatto di corteggiamento, potessero sfogare i propri istinti sessuali.

Oggi, per fortuna, non è più così, ma i contraccolpi sociali sono evidenti e andrebbero esaminati con maggiore attenzione.


Come vivono il sesso gli hikikomori?


Molti hikikomori si professano asessuali o, più frequentemente, demisessuali, ovvero in grado di provare attrazione sessuale solamente nei confronti di persone con le quali instaurano precedentemente un forte legame emotivo. Potremmo definirla una visione romantica del sesso, profondamente in contrasto i valori dominanti della società attuale, lontana da quelle immoralità e quelle "derive sociali" che essi rifuggono.

Altri ancora sostengono di non pensarci poiché vedono il sesso come una cosa talmente lontana da loro, da non porsi nemmeno il problema, concentrandosi piuttosto sul bisogno più urgente di riuscire a instaurare legami di amicizia e/o sentimentali in genere. Tuttavia, ammettono che, nel momento in cui vi si soffermano, la poca o nessuna esperienza in ambito sessuale li fa sentire molto in difetto. Dunque il problema c'è ed è riconosciuto, ma semplicemente o viene evitato o collocato su una scala di priorità secondaria.

C'è poi una terza categoria di hikikomori che vive il sesso come un fallimento profondo e come una pressione che genera grande disagio. Una di quelle mancanze di cui dover rendere conto al mondo esterno e che dunque spinge a evitare le relazioni interpersonali in modo da non provare vergogna.


Per quanto riguarda invece lo sfogo degli istinti sessuali, la maggior parte degli hikikomori sperimenta un forte calo della libido, a causa dell'apatia, della depressione o degli eventuali farmaci antidepressivi assunti. Solo una minoranza sembra esporsi a un abuso del materiale pornografico e al rischio della masturbazione compulsiva.



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Conclusioni


Le pressioni sessuali stanno aumentando nella società moderna e sono in grado di generare forti manifestazioni di insofferenza, sopratutto nei soggetti più fragili.

Gli hikikomori sembrano, nella maggior parte dei casi, riuscire a gestirle attraverso un'idealizzazione del sesso che prende nettamente le distanze dall'attuale mercificazione mediatica. Sarebbe interessante approfondire se questa concezione romantica può essere inserita all'interno di una loro interpretazione più generale dell'esistenza, oppure si tratta solamente un meccanismo di difesa attivato per sfuggire da un vuoto talmente profondo da non poter essere gestito in altro modo se non attraverso il rifiuto.

In ogni caso gli hikikomori sono ben consapevoli di dover giustificare al mondo le proprie peculiarità e le proprie mancanze in fatto di esperienze sessuali e questo li pone in una condizione di difficoltà e pressione.

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lunedì 4 febbraio 2019

I primi dati statistici sul fenomeno degli hikikomori in Italia


ITA | ENG

All'interno del libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" analizzo il fenomeno dell'isolamento sociale giovanile partendo dalle principali ricerche scientifiche pubblicate sino a oggi e integrando con quella che è la mia esperienza osservativa diretta maturata negli ultimi sette anni di studio.

Al termine del testo presento anche i risultati della prima indagine statistica in assoluto condotta sul fenomeno a livello nazionale, la quale ha coinvolto 288 madri e padri dell'Associazione Hikikomori Italia Genitori ONLUS, e i cui dati emersi sono estremamente preziosi per meglio definire la natura del problema.

Ecco alcune delle statistiche più interessanti.





L'87,85% del campione selezionato ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile. Nonostante tale dato confermi quanto emerso dai sondaggi Giapponesi circa la prevalenza di hikikomori maschi, lo sbilanciamento di genere appare eccessivo, sia facendo riferimento ai dati nipponici (che parlano del 63,3% di ragazzi), sia rispetto alla mia esperienza diretta. 

Ho modo di ritenere, infatti, che le donne hikikomori siano sensibilmente maggiori rispetto a quanto emerge dallo studio e il motivo è da ricercare, con tutta probabilità, nel diverso grado di allerta che si innesca culturalmente quando l'isolamento sociale riguarda un maschio piuttosto che una femmina.






La durata dell'isolamento si conferma essere tendenzialmente lunga: la maggior parte dei figli risulta infatti ritirato da oltre tre anni, con un'età media che si attesta intorno ai 20. Questo dato è purtroppo destinato a crescere nel prossimo futuro poiché l'hikikomori rappresenta una problematica a forte rischio di cronicizzazione. In Giappone, infatti, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che in Italia, il numero di isolati over 40 è sensibilmente più alto rispetto che nel nostro paese.

Particolarmente significativo il dato relativo all'insorgenza del problema: l'età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali di hikikomori è intorno ai 15 anni, a testimonianza del fatto che il periodo più delicato in assoluto è quello che segna il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori

Qui, però, emerge la prima importante discordanza rispetto ai dati nipponici. In Giappone, infatti, il periodo più critico non sembra essere quello della scuola secondaria, bensì collocato nel post diploma, con il 42,9% che inizia il proprio ritiro tra i 20 e i 29 anni. Il motivo è probabilmente legato all'alta competitività del sistema universitario, il cui fallimento dei test di ammissione risulta spesso determinante per l'inizio dell'isolamento.





L'interpretazione del fenomeno contenuta nel libro vuole l'hikikomori non come uno status rigido della persona, bensì come condizione che può avere diversi gradi di intensità e gravità (ne ho parlato dettagliatamente in questo post).

La maggior parte del campione si concentra nel 2° Stadio, ovvero quando la pulsione all'isolamento sociale è già stata interpretata razionalmente dal soggetto ed ha costituito una motivazione valida alla scelta del ritiro. È questa la fase nella quale viene abbandonata completamente la scuola ed allontanati quasi tutti i contatti sociali diretti, ad eccezione di quelli con i parenti più prossimi.

Il terzo stadio, che rappresenta l'isolamento totale, dove vengono quindi evitati anche genitori e relazioni virtuali, è il più raro e riguarda solo il 6,69% del campione oggetto di studio. Chi si trova in questa condizione ha verosimilmente sviluppato una qualche forma psicopatologica associata al ritiro.


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Conclusioni


I dati emersi dal sondaggio aprono numerosi spunti di riflessione e consentono una prima analisi quantitativa del fenomeno. In questo articolo ne sono stati presentati solo una piccola porzione rispetto a quelli contenuti nel libro. I più interessanti riguardano la distruzione geografica, il rapporto con le nuove tecnologie e quello con i genitori. 

Inoltre, all'interno del testo viene presentato anche un secondo studio dove il questionario è stato somministrato direttamente a 89 soggetti in condizione di ritiro sociale. La maggior parte dei risultati emersi sono sovrapponibili con quelli del sondaggio principale, ma ci sono anche delle contraddizioni, come, ad esempio, la predisposizione all'aiuto riportata dai genitori e quella invece manifestata dai figli.






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giovedì 20 dicembre 2018

Perché aiutare un hikikomori è così difficile




Quando parliamo con un hikikomori ci accorgiamo di avere davanti una persona che soffre evidentemente, ma che, allo stesso tempo, si dimostra restia ad abbandonare la propria condizione, adducendo una serie di motivazioni a suo modo razionali: sostiene di stare bene nella solitudine, di non avere nulla da spartire con i coetanei, oppure di essere senza alternative, convinto che nessuno possa aiutarlo.

Tale aspetto emerge anche da uno studio (presentato integralmente nel mio libro in uscita a febbraio) condotto su 288 madri e padri dell’associazione genitori di Hikikomori Italia, la cui età media dei figli è risultata essere pari a 20 anni. Questi ultimi, secondo la maggior parte dei partecipanti al sondaggio (circa il 60%), avrebbe un’alta consapevolezza del proprio problema di ritiro, eppure, solo una minoranza di loro sembrerebbe predisposto a ricevere aiuto.

Cerchiamo di capire perché.



Losing You - LY



Come descritto nel post relativo ai tre stadi dell’hikikomori, la pulsione all’isolamento nasce a livello irrazionale e scaturisce da una difficoltà dell’individuo nell'instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. L’ambiente sociale, spesso rappresentato da quello scolastico e dal rapporto quotidiano con i coetanei, diventa fonte di malessere e viene quindi respinto.

Il bisogno di ritiro potrebbe essere dunque interpretato, in questa fase iniziale, come un meccanismo di difesa istintivo che porta l’hikikomori a evitare il più possibile le relazioni sociali dirette. La causa del disagio, tuttavia, deve essere ancora individuata, elaborata e attribuita a livello consapevole.

Ciò che porta l’hikikomori ad abbandonarsi alla pulsione di isolamento sociale, smettendo di contrastarla e sprofondando dunque nella solitudine, è la visione negativa delle relazioni che si viene a sviluppare successivamente e che fornisce una motivazione razionale alla scelta del ritiro. In questa fase viene quindi identificata una correlazione causa-effetto tra il proprio malessere e il rapporto diretto con gli altri, maturando contestualmente anche l’idea che sarebbe opportuno allontanarsene e smettere di imporsi determinate azioni sociali fonte di sofferenza.

Alla base dell’hikikomori vi poi è un meccanismo psicologico che favorisce la cronicizzazione dell’isolamento e lo rende difficilmente reversibile, ed è il motivo per cui il soggetto arriva talvolta respingere qualsiasi tentativo di aiuto. Parlo di una estremizzazione del pensiero, ovvero una visione della realtà che potremmo definire “comune” nel contesto sociale di cui l’hikikomori fa parte, che tuttavia finisce per radicalizzarsi e per orientare fortemente le azioni dell’individuo. 


Da ipotesi a convinzione: il ruolo degli schemi mentali


Nel corso dell'esistenza, noi esseri umani sviluppiamo una serie di convinzioni sul funzionamento della realtà, generando degli schemi mentali che ci permettono di filtrare le informazioni in ingresso, elaborarle e incasellarle sulla base di un criterio predeterminato. Tali schemi ci sono necessari poiché le nostre risorse cognitive non sono infinite e necessitiamo di punti fermi che ci aiutino a fare ordine in una realtà dimensionale caotica e piena di stimoli.

Questi tendono tuttavia a irrigidirsi nel tempo poiché, sempre per una questione di risorse cognitive limitate, non ci possiamo permettere di metterli costantemente in discussione, e quindi saremo predisposti a cogliere solo le informazioni che andranno a confermarli, mentre ignoreremo quelle in contrasto.


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Dunque, ogni convinzione è in origine solamente un'ipotesi generata direttamente dall'esperienza, ossia dal nostro interfacciarci con l’ambiente circostante. Alcune ipotesi, però, sopravvivono nel tempo, diventando sempre più forti, grazie a una ripetuta e costante convalidazione, fino a diventare parte integrante della nostra identità e guidando di conseguenza le azioni. A quel punto non saremo più interessati a metterle in discussione, al contrario, diventeremo come dei "ricercatori disonesti", che non cercano realmente di comprendere se la propria ipotesi sia vera o falsa, ma selezionano solo quelle informazioni in grado di sostenerla.

Gli schemi mentali sono dunque come delle lenti che determinano il nostro modo di percepire il mondo, in un processo di influenza bidirezionale, per cui l'esperienza determina gli schemi e gli schemi, a loro volta, determinano il nostro modo di interpretare l'esperienza.


Proviamo a fare un esempio semplificato di questo meccanismo sul caso concreto di un hikikomori. Immaginiamo un ragazzo poco abile e brillante nelle situazioni sociali che fatica a relazionarsi con i compagni di classe, i quali tenderanno ad approfittarsi delle sue debolezze per prendersi gioco di lui. Tutto ciò potrebbe portarlo a sperimentare malessere e a preferire stare da solo rispetto che in compagnia di altre persone.

La solitudine diventa allora fonte di sollievo poiché permette al ragazzo di ridurre la pressione derivante dal giudizio altrui, inflessibile certificatore delle sue mancanze sociali. Il rischio, dunque, è che nasca in lui l’idea di essere diverso dagli altri, immaginando la propria vita migliore se vissuta lontano da tutti.

Tale idea rappresenta quindi un’ipotesi sviluppata sulla base di un’esperienza reale diretta, rafforzata da sensazioni fisiche e somatiche. Il passaggio da ipotesi a convinzione non è però così diretto, non basta infatti tale l’idea per passare all’azione, ovvero all’isolamento. L’ipotesi deve essere rafforzata e validata più e più volte nel corso del tempo, finché non verrà pienamente accettata come veritiera e dunque applicata.


Leggi il libro


Conclusioni


Gli hikikomori, è giusto precisarlo, non sono i soli in grado di cogliere gli effetti negativi che relazioni interpersonali e dinamiche sociali possono produrre. Noi tutti le sperimentiamo e ne diventiamo consapevoli. La differenza è che a livello temperamentale e ambientale disponiamo di maggiori strumenti per elaborarle e razionalizzarle, in modo da riuscire a conviverci senza lasciare che ci portino a dei comportamenti di rifiuto estremi.

Cambiare l’interpretazione della realtà di un hikikomori è dunque molto complesso poiché andremo a scontrarci con degli schemi mentali particolarmente rigidi e composti da una serie di convinzioni che si sono fortificate nel corso di molto tempo e che sono divenute parte integrante dell’identità del soggetto che le ha generate.

Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un disallineamento e un fraintendimento di fondo tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.

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