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lunedì 4 febbraio 2019

I primi dati statistici sul fenomeno degli hikikomori in Italia





All'interno del libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" analizzo il fenomeno dell'isolamento sociale giovanile partendo dalle principali ricerche scientifiche pubblicate sino a oggi e integrando con quella che è la mia esperienza osservativa diretta maturata negli ultimi sette anni di studio.

Al termine del testo presento anche i risultati della prima indagine statistica in assoluto condotta sul fenomeno a livello nazionale, la quale ha coinvolto 288 madri e padri dell'Associazione Hikikomori Italia Genitori ONLUS, e i cui dati emersi sono estremamente preziosi per meglio definire la natura del problema.

Ecco alcune delle statistiche più interessanti.





L'87,85% del campione selezionato ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile. Nonostante tale dato confermi quanto emerso dai sondaggi Giapponesi circa la prevalenza di hikikomori maschi, lo sbilanciamento di genere appare eccessivo, sia facendo riferimento ai dati nipponici (che parlano del 63,3% di ragazzi), sia rispetto alla mia esperienza diretta. 

Ho modo di ritenere, infatti, che le donne hikikomori siano sensibilmente maggiori rispetto a quanto emerge dallo studio e il motivo è da ricercare, con tutta probabilità, nel diverso grado di allerta che si innesca culturalmente quando l'isolamento sociale riguarda un maschio piuttosto che una femmina.






La durata dell'isolamento si conferma essere tendenzialmente lunga: la maggior parte dei figli risulta infatti ritirato da oltre tre anni, con un'età media che si attesta intorno ai 20. Questo dato è purtroppo destinato a crescere nel prossimo futuro poiché l'hikikomori rappresenta una problematica a forte rischio di cronicizzazione. In Giappone, infatti, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che in Italia, il numero di isolati over 40 è sensibilmente più alto rispetto che nel nostro paese.

Particolarmente significativo il dato relativo all'insorgenza del problema: l'età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali di hikikomori è intorno ai 15 anni, a testimonianza del fatto che il periodo più delicato in assoluto è quello che segna il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori

Qui, però, emerge la prima importante discordanza rispetto ai dati nipponici. In Giappone, infatti, il periodo più critico non sembra essere quello della scuola secondaria, bensì collocato nel post diploma, con il 42,9% che inizia il proprio ritiro tra i 20 e i 29 anni. Il motivo è probabilmente legato all'alta competitività del sistema universitario, il cui fallimento dei test di ammissione risulta spesso determinante per l'inizio dell'isolamento.





L'interpretazione del fenomeno contenuta nel libro vuole l'hikikomori non come uno status rigido della persona, bensì come condizione che può avere diversi gradi di intensità e gravità (ne ho parlato dettagliatamente in questo post).

La maggior parte del campione si concentra nel 2° Stadio, ovvero quando la pulsione all'isolamento sociale è già stata interpretata razionalmente dal soggetto ed ha costituito una motivazione valida alla scelta del ritiro. È questa la fase nella quale viene abbandonata completamente la scuola ed allontanati quasi tutti i contatti sociali diretti, ad eccezione di quelli con i parenti più prossimi.

Il terzo stadio, che rappresenta l'isolamento totale, dove vengono quindi evitati anche genitori e relazioni virtuali, è il più raro e riguarda solo il 6,69% del campione oggetto di studio. Chi si trova in questa condizione ha verosimilmente sviluppato una qualche forma psicopatologica associata al ritiro.


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Conclusioni


I dati emersi dal sondaggio aprono numerosi spunti di riflessione e consentono una prima analisi quantitativa del fenomeno. In questo articolo ne sono stati presentati solo una piccola porzione rispetto a quelli contenuti nel libro. I più interessanti riguardano la distruzione geografica, il rapporto con le nuove tecnologie e quello con i genitori. 

Inoltre, all'interno del testo viene presentato anche un secondo studio dove il questionario è stato somministrato direttamente a 89 soggetti in condizione di ritiro sociale. La maggior parte dei risultati emersi sono sovrapponibili con quelli del sondaggio principale, ma ci sono anche delle contraddizioni, come, ad esempio, la predisposizione all'aiuto riportata dai genitori e quella invece manifestata dai figli.







giovedì 20 dicembre 2018

Perché aiutare un hikikomori è così difficile




Quando parliamo con un hikikomori ci accorgiamo di avere davanti una persona che soffre evidentemente, ma che, allo stesso tempo, si dimostra restia ad abbandonare la propria condizione, adducendo una serie di motivazioni a suo modo razionali: sostiene di stare bene nella solitudine, di non avere nulla da spartire con i coetanei, oppure di essere senza alternative, convinto che nessuno possa aiutarlo.

Tale aspetto emerge anche da uno studio (presentato integralmente nel mio libro in uscita a febbraio) condotto su 288 madri e padri dell’associazione genitori di Hikikomori Italia, la cui età media dei figli è risultata essere pari a 20 anni. Questi ultimi, secondo la maggior parte dei partecipanti al sondaggio (circa il 60%), avrebbe un’alta consapevolezza del proprio problema di ritiro, eppure, solo una minoranza di loro sembrerebbe predisposto a ricevere aiuto.

Cerchiamo di capire perché.



Losing You - LY



Come descritto nel post relativo ai tre stadi dell’hikikomori, la pulsione all’isolamento nasce a livello irrazionale e scaturisce da una difficoltà dell’individuo nell'instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. L’ambiente sociale, spesso rappresentato da quello scolastico e dal rapporto quotidiano con i coetanei, diventa fonte di malessere e viene quindi respinto.

Il bisogno di ritiro potrebbe essere dunque interpretato, in questa fase iniziale, come un meccanismo di difesa istintivo che porta l’hikikomori a evitare il più possibile le relazioni sociali dirette. La causa del disagio, tuttavia, deve essere ancora individuata, elaborata e attribuita a livello consapevole.

Ciò che porta l’hikikomori ad abbandonarsi alla pulsione di isolamento sociale, smettendo di contrastarla e sprofondando dunque nella solitudine, è la visione negativa delle relazioni che si viene a sviluppare successivamente e che fornisce una motivazione razionale alla scelta del ritiro. In questa fase viene quindi identificata una correlazione causa-effetto tra il proprio malessere e il rapporto diretto con gli altri, maturando contestualmente anche l’idea che sarebbe opportuno allontanarsene e smettere di imporsi determinate azioni sociali fonte di sofferenza.

Alla base dell’hikikomori vi poi è un meccanismo psicologico che favorisce la cronicizzazione dell’isolamento e lo rende difficilmente reversibile, ed è il motivo per cui il soggetto arriva talvolta respingere qualsiasi tentativo di aiuto. Parlo di una estremizzazione del pensiero, ovvero una visione della realtà che potremmo definire “comune” nel contesto sociale di cui l’hikikomori fa parte, che tuttavia finisce per radicalizzarsi e per orientare fortemente le azioni dell’individuo. 


Da ipotesi a convinzione: il ruolo degli schemi mentali


Nel corso dell'esistenza, noi esseri umani sviluppiamo una serie di convinzioni sul funzionamento della realtà, generando degli schemi mentali che ci permettono di filtrare le informazioni in ingresso, elaborarle e incasellarle sulla base di un criterio predeterminato. Tali schemi ci sono necessari poiché le nostre risorse cognitive non sono infinite e necessitiamo di punti fermi che ci aiutino a fare ordine in una realtà dimensionale caotica e piena di stimoli.

Questi tendono tuttavia a irrigidirsi nel tempo poiché, sempre per una questione di risorse cognitive limitate, non ci possiamo permettere di metterli costantemente in discussione, e quindi saremo predisposti a cogliere solo le informazioni che andranno a confermarli, mentre ignoreremo quelle in contrasto.


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Dunque, ogni convinzione è in origine solamente un'ipotesi generata direttamente dall'esperienza, ossia dal nostro interfacciarci con l’ambiente circostante. Alcune ipotesi, però, sopravvivono nel tempo, diventando sempre più forti, grazie a una ripetuta e costante convalidazione, fino a diventare parte integrante della nostra identità e guidando di conseguenza le azioni. A quel punto non saremo più interessati a metterle in discussione, al contrario, diventeremo come dei "ricercatori disonesti", che non cercano realmente di comprendere se la propria ipotesi sia vera o falsa, ma selezionano solo quelle informazioni in grado di sostenerla.

Gli schemi mentali sono dunque come delle lenti che determinano il nostro modo di percepire il mondo, in un processo di influenza bidirezionale, per cui l'esperienza determina gli schemi e gli schemi, a loro volta, determinano il nostro modo di interpretare l'esperienza.


Proviamo a fare un esempio semplificato di questo meccanismo sul caso concreto di un hikikomori. Immaginiamo un ragazzo poco abile e brillante nelle situazioni sociali che fatica a relazionarsi con i compagni di classe, i quali tenderanno ad approfittarsi delle sue debolezze per prendersi gioco di lui. Tutto ciò potrebbe portarlo a sperimentare malessere e a preferire stare da solo rispetto che in compagnia di altre persone.

La solitudine diventa allora fonte di sollievo poiché permette al ragazzo di ridurre la pressione derivante dal giudizio altrui, inflessibile certificatore delle sue mancanze sociali. Il rischio, dunque, è che nasca in lui l’idea di essere diverso dagli altri, immaginando la propria vita migliore se vissuta lontano da tutti.

Tale idea rappresenta quindi un’ipotesi sviluppata sulla base di un’esperienza reale diretta, rafforzata da sensazioni fisiche e somatiche. Il passaggio da ipotesi a convinzione non è però così diretto, non basta infatti tale l’idea per passare all’azione, ovvero all’isolamento. L’ipotesi deve essere rafforzata e validata più e più volte nel corso del tempo, finché non verrà pienamente accettata come veritiera e dunque applicata.


Conclusioni


Gli hikikomori, è giusto precisarlo, non sono i soli in grado di cogliere gli effetti negativi che relazioni interpersonali e dinamiche sociali possono produrre. Noi tutti le sperimentiamo e ne diventiamo consapevoli. La differenza è che a livello temperamentale e ambientale disponiamo di maggiori strumenti per elaborarle e razionalizzarle, in modo da riuscire a conviverci senza lasciare che ci portino a dei comportamenti di rifiuto estremi.

Cambiare l’interpretazione della realtà di un hikikomori è dunque molto complesso poiché andremo a scontrarci con degli schemi mentali particolarmente rigidi e composti da una serie di convinzioni che si sono fortificate nel corso di molto tempo e che sono divenute parte integrante dell’identità del soggetto che le ha generate.

Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un disallineamento e un fraintendimento di fondo tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.


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mercoledì 24 ottobre 2018

Hikikomori: la perdita di senso che conduce all'apatia





Cosa spinge un hikikomori a isolarsi? Abbiamo detto che la causa primaria va ricercata nella crescente competitività sociale e nella pressione di realizzazione personale, divenuta oggi talmente forte da spingere molti giovani a preferire la strada del ritiro pur di sottrarvisi.

Eppure non tutti diventano hikikomori. C'è chi in un contesto di questo tipo riesce ad adattarsi, reggendo la pressione e trovando il proprio equilibrio. C'è chi sviluppa problematiche completamente dissimili, o ancora, chi stringe i denti e va avanti, nonostante tutto. A cosa sono dovute tali differenze?



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La perdita di senso


Ogni nostra azione, anche la più semplice, ha uno scopo e una motivazione che la sorregge. Se ci alziamo la mattina e andiamo a scuola o al lavoro, persino quando non abbiamo nessuna voglia, significa che esiste una forza che ci spinge a farlo: senso del dovere, desiderio di mantenere un determinato status sociale, paura di essere giudicati come falliti, e mille altri fattori.

Attenzione a non confondere la voglia con la motivazione. Se qualcuno mi puntasse un coltello alla gola intimandomi di consegnargli il portafoglio, io non avrei nessuna voglia di farlo, ma la paura del dolore mi renderebbe altamente motivato ad acconsentire alla richiesta.

Gli hikikomori sono spesso soggetti particolarmente critici, il che significa che faticano ad accettare a priori le cose e tendono costantemente a metterle in discussione. Provando malessere nel contesto sociale, arrivano a mettere in discussione anche la necessità di farne parte, sperimentando di conseguenza una forte perdita di motivazione in tal senso.



Dall'apatia alla depressione


Dunque, il malessere, unito allo spirito critico, portano a mettere in discussione i dogmi sociali che guidano determinate azioni, le quali appariranno di conseguenza prive di senso poiché ci si renderà conto di non avere un reale interesse intrinseco nel perseguirle, ma piuttosto di essere motivati dalla paura di deludere le aspettative altrui. 

Da questa prospettiva, la scelta del ritiro di un hikikomori potrebbe essere interpretata come la volontà di sperimentare una strada alternativa, non più vissuta come frutto di un volere superiore, ma al contrario, una strada socialmente osteggiata. Una sorta di ribellione, non dettata solamente dalla paura del confronto sociale, ma con alla base una forte componente razionale e motivazionale.

Attenzione, il fatto che l'isolamento di un hikikomori possa essere interpretato come una scelta conscia, non significa che non sia guidata da un forte malessere. Se la maggior parte di loro arriva anche ad abbandonare la scuola, nonostante siano cresciuti, come tutti noi, con il dogma sociale che vuole lo studio come un aspetto sacro e irrinunciabile della vita, non lo fanno certo a cuor leggero.

Inutile dire che l'isolamento, ovvero la soluzione sperimentata per porre rimedio al proprio disagio sociale, finisce sempre per rivelarsi una strada fallimentare, e passa dall'essere vissuto come una scelta consapevole, al diventare una trappola da cui poi non si è più in grado di uscire.

Quando la motivazione che porta all'isolamento smette di apparire come un'alternativa valida, è probabile che sopraggiunga l'apatia, ovvero una forte carenza motivazionale generalizzata, la quale, a sua volta, rischia di sfociare in una vera e propria depressione, patologia che include la componente apatica, ma alla quale si sommano altre problematiche, soprattutto legate all'ansia e all'abbassamento del tono dell'umore.



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Conclusioni


L'hikikomori non è solo una fuga, non è solo paura dell'altro. Dietro esso si cela un vuoto motivazionale, una perdita di senso che sembra riguardare in modo trasversale soprattutto le nuove generazioni. La forte pressione sociale spingerebbe i soggetti più fragili, introspettivi e critici a mettere in discussione la propria permanenza nella società.

Il modo migliore per aiutare un hikikomori è allora supportarlo nella sua ricerca del senso. Ciò che spesso sembra mancare in loro è proprio uno scopo che sia in grado di conferire significato alle azioni e all'esistenza stessa, riaccendendo la volontà di confrontarsi con le sfide sociali.

In un'ottica preventiva, l'obiettivo comune, in particolare della scuola e della famiglia, dev'essere quello di alimentare le loro passioni e i loro talenti, e non sopprimerli sull'altare della standardizzazione, o peggio, castrarli poiché diversi da quelle che sono le nostre aspettative su di loro.


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Hikikomori e depressione esistenziale: riflessione sui possibili legami



sabato 15 settembre 2018

Dipendenza da videogiochi: meccanismi e criteri diagnostici





Più volte in questo blog è stata rimarcata la differenza tra l'isolamento sociale che caratterizza gli hikikomori e quello causato da una dipendenza tecnologica, videogame compresi. Nel presente articolo voglio però soffermarmi sui possibili punti di sovrapposizione esistenti tra i due fenomeni, i quali, pur rimanendo distinti, possono talvolta alimentarsi tra loro.

Gli hikikomori, infatti, sono spesso videogiocatori assidui e non è raro che arrivino ad abusare del mezzo. Il videogioco approfitta del loro stato di fragilità facendo leva su istinti umani primari e stimolando quei meccanismi psicologici che si trovano alla base delle dipendenze.



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Perché i videogiochi creano dipendenza?



Il sistema di ricompense


In psicologia si definisce "rinforzo positivo" quando un'azione viene ricompensata con una sensazione piacevole e siamo quindi incentivati a compierla nuovamente, più e più volte, finché non ne saremo assuefatti. Si tratta di un meccanismo umano che funziona tanto nella vita reale, quanto nei videogame, con la differenza che in questi ultimi ne troviamo una versione semplificata, dove la correlazione azione-beneficio è più nitida e facilmente quantificabile.

Per esempio, se compiendo un salto otteniamo in cambio dieci monete, sappiamo esattamente lo sforzo che ci viene richiesto e l'entità del guadagno: si tratta di un contratto chiaro e senza scherzi. Il rinforzo positivo è immediato e saremo quindi stimolati a ripetere l'azione in cerca di rapide, sicure e costanti sensazioni di piacere.

In quasi tutti gli ambiti della vita, invece, non funziona così: i guadagni che riceviamo in cambio dei nostri sforzi sono più indefiniti, con una relazione causa-effetto non sempre lineare e misurabile. Possiamo studiare mesi per un esame e non passarlo, provando la sensazione di aver fatto tanti sforzi senza ottenere nulla in cambio. In questo caso il rinforzo positivo viene meno, eppure siamo comunque chiamati a perseverare. Questo significa che, per raggiungere un obiettivo nel quotidiano, dobbiamo avere una motivazione intrinseca nel perseguirlo, una motivazione che vada al di là del puro piacere edonico e immediato.


L'incompletezza


Uno dei meccanismi che sfruttano i videogame di nuova generazione per creare dipendenza consiste nell'impedire all'utente di completare l'esperienza di gioco al 100%. In che modo? Attraverso almeno due meccanismi: il rilascio costante di aggiornamenti ed espansioni, che variano e amplificano la versione precedente del videogioco, e il sistema degli achievement, ovvero obiettivi secondari particolarmente complessi da raggiungere, che permettono di sbloccare bonus speciali.

Spesso tali achievement richiedono azioni routinarie e ripetitive, talvolta frustranti per il videogiocatore. Il bisogno su cui fanno leva è quello della completezza, sensazione tanto appagante, quanto effimera e illusoria, responsabile anche della crescente tendenza al perfezionismo registrata nelle nuove generazioni.


La competizione


Con l'avvento dei giochi online è nata anche la possibilità di comparare la propria performance videoludica con quella di altri giocatori. In questo caso l'istinto che viene stimolato è quello competitivo: il bisogno di primeggiare sugli altri genera dipendenza nella misura in cui alimenta l'autostima e genera, di conseguenza, sensazioni piacevoli che fungono da rinforzo positivo all'azione.

Curioso notare come gli hikikomori, proprio coloro che fuggono dalla competizione sociale, ricerchino insistentemente il confronto virtuale, in un meccanismo che potrebbe sembrare compensatorio o irrazionale. In realtà le due tipologie di competizione sono differenti e la discriminante risiede nel diverso coinvolgimento identitario: come esseri umani, infatti, abbiamo tante identità quanti sono i contesti sociali frequentati, e un videogioco online è uno di questi. Quando subiamo una sconfitta in un mondo virtuale, è quella nostra specifica identità che ne risente, quando invece sperimentiamo un fallimento o un insuccesso a livello sociale, l'impatto sulla nostra auto-percezione è maggiore poiché legato all'immagine pubblica.



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Quando si può parlare di dipendenza?


I meccanismi sopracitati non si innescano casualmente, ma sono appositamente studiati dalle case produttrici di videogames. Ciò significa che mentre c'è una parte di mondo che cerca di capire come combattere le dipendenze, c'è un'altra parte che, contemporaneamente, studia come indurle.

Di recente l'Ordine Mondiale della Sanità ha inserito il Gaming Disorder tra le psicopatologie ufficialmente riconosciute. Contestualmente a tale decisione, ha indicato tre criteri per distinguere la dipendenza vera e propria da un semplice abuso. La discriminante non è il tempo che si trascorre giocando, bensì la tipologia di relazione che viene a crearsi con lo strumento.

Si può parlare di dipendenza da videogame quando il giocare:
  • impatta negativamente sulla propria sfera personale, sociale e familiare; 
  • esercita sul videogiocatore un bisogno difficilmente governabile;
  • prende il sopravvento fino ad annullare gli altri interessi della vita. 


Dipendenza da videogame e hikikomori


Gli hikikomori sono spesso assidui videogiocatori, eppure raramente rientrano nei criteri descritti dall'OMS.

Per loro il giocare ai videogame, così come il navigare su internet, rappresenta uno strumento di intrattenimento, di distrazione e di comunicazione con il mondo esterno. Non è il videogioco a creare un vuoto negli interessi: nel loro caso la perdita di senso e di significato si trova a monte. Al contrario, attraverso il videogioco tentano proprio di colmare un vuoto.

Ciò significa che, se privati del videogioco, il loro vuoto non scompare, anzi, rischia di aggravarsi.



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lunedì 2 luglio 2018

Hikikomori e la trappola del perfezionismo





Per comprendere il fenomeno degli hikikomori è sempre necessario contestualizzato all'interno di un quadro che tenga conto di tutti i cambiamenti socio-culturali avvenuti negli ultimi anni.

Nei post precedenti, abbiamo messo in risalto come le nuove generazioni siano particolarmente esposte alla pressione di realizzazione sociale e alla depressione esistenziale, due tra le principali cause dell'isolamento sociale volontario.

Esiste però un altro fattore predisponente, fortemente correlato con l'aumento della competizione sociale e con la crescente importanza attribuita alla propria immagine pubblica. Una tendenza nevrotica che si sta diffondendo a macchia d'olio negli ultimi anni: sto parlando del perfezionismo, ovvero la ricerca ossessiva della perfezione.



Losing You - LY



L'epidemia del perfezionismo tra i giovani


Da una ricerca pubblicata nel 2017 è emerso che, dalla fine degli anni '80 in poi, la tendenza al perfezionismo è aumentata enormemente nei giovani, i quali percepiscono gli altri come particolarmente esigenti nei loro confronti, molto di più rispetto alle generazioni precedenti.

Si tratta di un dato allarmante, dal momento che numerosi gli studi scientifici hanno individuato una correlazione tra perfezionismo e disturbi d'ansia, tendenza alla ruminazione di pensieri negativi, atteggiamento eccessivamente autocritico, depressione e autolesionismo.

È facile ipotizzare come uno dei principali fattori di tale epidemia sia la crescente competizione sociale caratteristica della società moderna, dove l'errore e il fallimento sono vissuti con vergogna e non interpretati, invece, come delle tappe fisiologiche all'interno di un processo di crescita personale.



Il confronto sociale e la sensazione del 100%


La competizione sociale viene alimentata anche dalle nuove tecnologie e, in particolare, da internet. Non è un caso, infatti, che il perfezionismo sia in forte crescita soprattutto tra i nativi digitali. I social network, per esempio, stimolano enormemente il confronto sociale, il quale non è più limitato a determinate occasioni pubbliche, come in passato, ma diventa una sfida costante dalla quale fatichiamo a sottrarci.

Eppure, esiste anche una ricerca della perfezione privata e non necessariamente finalizzata alla competizione con gli altri. Una ricerca della perfezione che si basa sul piacere umano della completezza, di quella che potremmo definire come "la sensazione del 100%" (quante volte vi è capitato di portare a termine un compito con il solo scopo di esaurirlo, per esempio leggere un libro noioso, oppure completare una serie TV che avete iniziato, ma che vi siete accorti di non apprezzare).

Se nella realtà "la sensazione del 100%" è difficile da sperimentare appieno, nel mondo virtuale, ovvero uno spazio delimitato e con variabili più facilmente controllabili, tale sensazione rappresenta un obiettivo raggiungibile e lineare, tanto che la sua ricerca rappresenta una delle principali cause che si nascondono dietro la dipendenza da videogiochi.



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Hikikomori e perfezionismo


La correlazione tra isolamento sociale e perfezionismo è emersa in modo evidente in molte delle testimonianze di isolamento che ho raccolto in questi anni.

Come, per esempio, nella storia di Davide (nome di fantasia), studente modello di medicina, il quale, nonostante sia da anni fuori corso, arriva a rifiutare degli ottimi voti pur di non abbassare la sua media del 30. Un atteggiamento che lo porta ha sviluppare un fortissimo stress, nonché un grande senso di vergogna nei confronti dei coetanei. Inizia così a evitare qualsiasi occasione sociale che lo obbligherebbe a rendere conto delle proprie difficoltà, sprofondando lentamente in una spirale di isolamento e solitudine.

In questo caso l'elemento bloccante e nocivo è rappresentato dalla necessità psicologica di mantenere un determinato standard sotto al quale non si accetta di scendere. Un meccanismo del "tutto o niente", per cui se non si riesce a raggiungere l'obiettivo prefissato, qualsiasi risultato intermedio verrà vissuto come un fallimento privo di soddisfazione. Nei casi estremi questo meccanismo psicologico porterà a un rinuncia totale all'agire, perché anche il solo provarci apparirà privo di senso.

Sì, perché se nella perfezione l'errore non è ammesso, fare qualsiasi cosa, anche la più semplice, diventa particolarmente difficile, se non addirittura impossibile. Ed è per questo motivo che i perfezionisti tendono a rimandare tutto all'infinito, fino a sviluppare un atteggiamento di resa o una sensazione di paralisi.



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Conclusioni


Per provare ad arginare questa epidemia di perfezionismo, dobbiamo ridurre la competizione sociale e le pressioni che i giovani percepiscono su di loro. Nello sport, nella scuola, nel lavoro, in ogni contesto sociale, è necessario abbassare le nostre aspettative.

Inoltre, è fondamentale ridefinire socialmente e culturalmente i concetti di "errore" e "fallimento", oggi utilizzati quasi esclusivamente con un'accezione negativa. In che modo? Partendo dalle scuole, insegnando alle nuove generazioni a interpretarli come una sfida di crescita personale e non come un qualcosa di cui vergognarsi, oppure da evitare a tutti i costi.

Se raggiungere la perfezione regala una sensazione positiva e piacevole, non riuscire in tale scopo può generare frustrazione e stress. Comprendere quando un'attività diventa "tossica", ed essere in grado di interromperla, rappresenta allora una competenza fondamentale per il nostro benessere e per la nostra realizzazione personale.

Allo stesso modo, riuscire a liberarci dalla paura del fallimento, o dalla necessità di dover mantenere sempre e comunque un certo standard, può aiutarci a diventare maggiormente produttivi e proattivi, evitando l'eterna procrastinazione e l'immobilità. Non è un caso, infatti, che il motto di molti imprenditori, musicisti, scrittori e persone di successo sia: "Done is better than perfect (fatto è meglio di perfetto)".


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mercoledì 13 giugno 2018

Come approcciare un hikikomori: buone prassi e comportamenti da evitare





Avere a che fare con un hikikomori rappresenta una compito delicato per chiunque, si tratti di un genitore, di un insegnante, di un amico o di uno psicologo, dal momento che ci si trova a doversi relazionare con persone profondamente negative, sfiduciate e disilluse nei confronti dei rapporti interpersonali.

Per non essere respinti bisogna cercare di aggirare le barriere che hanno eretto nei confronti del mondo sociale, evitando qualsiasi tipo di forzatura o atteggiamento supponente, ma ponendosi come degli interlocutori umili, empatici e non giudicanti.



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In questo post ho voluto provare a riassumere i comportamenti che, sulla base della mia esperienza, si sono rivelati propedeutici a raggiungere dei risultati positivi e quelli che, al contrario, tendono a generare nell'hikikomori ulteriore chiusura e possono, talvolta, aggravarne la condizione di isolamento.



Comportamenti consigliati



1. Riconoscerne la sofferenza


Anche se la scelta di un hikikomori può sembrare assurda e incomprensibile, è necessario abbattere le proprie barriere mentali e sforzarsi di comprendere realmente il profondo disagio sociale ed esistenziale che egli sperimenta, senza banalizzarlo o sminuirlo in nessun modo.


2. Allentare la pressione di realizzazione sociale


L'hikikomori si isola per fuggire dalla competizione sociale e ricerca nella propria abitazione un luogo sicuro dove non essere osservato e, dunque, giudicato. È importante quindi assumere nei suoi confronti un atteggiamento che non venga percepito come un'ulteriore fonte di pressione da cui allontanarsi.


3. Cercare il confronto


Allentare la pressione non significa evitare a tutti i costi il conflitto, che anzi, se gestito correttamente, può rivelarsi uno strumento importante per sbloccare situazioni anche complesse. Il fine ultimo di tale conflitto, però, dovrà sempre essere quello di stimolare un dialogo e una riflessione critica sul problema, non di manipolare le sue intenzioni.


4. Interpretare il problema a livello sistemico


Pensare che l'hikikomori sia un problema che riguarda solamente il singolo individuo è scorretto. Bisogna invece riuscire a osservarlo in un'ottica sistemica, andando ad agire su tutti quei fattori, sociali, scolastici o famigliari, che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento. Non a caso le azioni di supporto della nostra associazione partono sempre dai genitori.


5. Responsabilizzarlo


Soprattutto nel caso degli hikikomori adulti, è importante che si sentano trattati alla pari e non con un atteggiamento di superiorità, oppure come degli eterni bambini che necessitano di essere costantemente educati. Fondamentale, in questo senso, concedere loro gli spazi, l'intimità e l'autonomia decisionale di cui necessitano, ma, allo stesso tempo, responsabilizzarli circa l'effetto che i loro comportamenti hanno sulle persone che li circondano e non essere pronti a soddisfare ogni loro necessità.


6. Essere trasparenti


Capita spesso che i genitori si muovano all'insaputa del figlio con l'intento di aiutarlo, ma questo contribuisce a generare un rapporto di sfiducia e sospetto. È allora importante che qualsiasi azione intrapresa nei suoi confronti sia condivisa e, se possibile, concordata.


7. Spezzarne la routine


Dal momento che gli hikikomori tendono a sviluppare una routine rigida e solitaria, è importante provare in tutti i modi a coinvolgerli in attività che li aiutino a evadere dai propri schemi e creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento.


8. Focalizzarsi sul benessere


Quando si vuole aiutare un hikikomori, non bisogna mai dimenticarsi che la priorità rimane quella di aiutarlo a stare meglio, non quella di recuperare immediatamente la frequenza scolastica o la carriera sociale interrotta.




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Comportamenti da evitare




1. Assumere un atteggiamento iperprotettivo o assistenzialista


Quando un hikikomori inizia a isolarsi, capita spesso che il genitore reagisca istintivamente aumentando il proprio grado di protezione sul figlio. Questo comportamento, tuttavia, rischia di ostacolare la sua crescita psicologica e sociale, impedendogli di sperimentare situazioni di insuccesso e delusione.


2. Intraprendere azioni coercitive


Per quanto possa essere complessa la situazione di un hikikomori, assumere nei suoi confronti un atteggiamento di imposizione non produce quasi mai effetti positivi. L'azione più comune è quella di privarlo forzatamente di internet, scambiandolo per la causa del problema, ma condannandolo, invece, a una condizione di isolamento ancor più netta e pericolosa.


3. Abnegarsi e rinunciare al proprio benessere


Può capire che un genitore arrivi a rinunciare al proprio benessere personale nel tentativo di aiutare in tutti i modi il figlio hikikomori, ottenendo però l'effetto opposto. Tale atteggiamento, infatti, non fa altro che aumentare la pressione e il senso di colpa sperimentato dal ragazzo.


4. Trattarlo come un malato


Quando un hikikomori percepisce che la persona che si propone di aiutarlo lo considera alla stregua di un malato da curare, automaticamente reagirà con orgoglio e tenderà ad allontanare tale persona.


5. Giudicarlo per la propria condizione


Per riuscire a rapportarsi con un hikikomori è necessario sospendere qualsiasi tipo di giudizio sulla sua decisione di isolamento, concentrandosi, invece, sul suo malessere e sulle cause che lo hanno portato a tale scelta.


6. Pressarlo affinché ritorni a scuola o frequenti gli amici


Quando un hikikomori abbandona la scuola o gli amici, un genitore proverà istintivamente a convincere il figlio a tornare sui suoi passi. Questo tipo di atteggiamento solitamente aggrava la situazione e rischia di produrre l'effetto opposto, generando in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere.




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Conclusioni


In questo articolo ho voluto provare a espormi, riportando dei comportamenti che, osservati in modo ripetuto, hanno spesso prodotto il medesimo effetto.

Ovviamente quanto riportato non dev'essere adottato acriticamente, ma calato sul singolo caso. Ogni hikikomori ha la sua storie e le sue peculiarità, che lo rendono unico e non inquadrabile all'interno di un pacchetto preconfezionato di azioni.

Per questo motivo, invito tutti coloro che si trovassero nella condizione di avere a che fare con un hikikomori, a rivolgersi a un professionista che possa supportarli e guidarli nelle proprie azioni quotidiane. A tal proposito abbiamo recentemente aperto uno sportello gratuito online, che può essere utilizzato proprio in un'ottica di orientamento.



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martedì 8 maggio 2018

"Cosa cambieresti della scuola?": le risposte degli hikikomori





"I nostri figli passano anni in un sistema educativo antiquato a studiare materie che non useranno mai, preparandosi per un mondo che non esiste più."


Questa citazione di Robert Kiyosaki, scrittore e imprenditore statunitense, è stata pubblicata da un ragazzo nel gruppo Facebook di Hikikomori Italia. Sotto al post è nata un'accesa discussione sul sistema scolastico moderno, con diversi commenti molto critici.

La maggior parte degli hikikomori, infatti, ha sviluppato una visione particolarmente negativa della scuola, considerandola spesso come una delle cause principali del proprio ritiro. Il loro rifiuto scolastico non dipende esclusivamente dall'ansia o dalla paura, ma anche da una componente razionale e valutativa fortemente radicata.

Ho deciso allora di fare un sondaggio chiedendo ai diretti interessati cosa, secondo il loro parere, non funzionasse nella scuola italiana. Ecco le risposte più interessanti.



Losing You - LY


Sui coetanei...


"L'educazione della maggior parte dei giovani è pessima. Ciò li porta ad adottare dei valori di vita falsi (ricchezza, popolarità, moda, ecc.), i quali si diffondono e diventano il criterio per normalizzarsi."

"Spesso mi prendevano in giro e mi denigravano, favorendo il mio isolamento. Nessuno mi chiedeva mai come stessi."

"Parlavo solo con 3 persone. Gli altri o mi ignoravano o ridevano di me."

"Mi sentivo esclusa, diversa e lontana dagli altri. Nessuno mi ha mai conosciuta veramente, nessuno si è mai veramente interessato a me."

"Io ho fatto di tutto per ricercare delle amicizie profonde, ma ho soltanto trovato persone egocentriche, incapaci di dire la verità."


Da queste citazioni si evince come gli hikikomori fatichino a identificarsi con i loro coetanei, percependosi come più maturi e umanamente sensibili.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in pochi si sono lamentati del bullismo manifesto. La principale sofferenza sembra derivare dal disinteresse che i compagni di classe mostrano nei loro confronti, a testimonianza di come la solitudine e l'isolamento non inizi tra le mura di casa, ma già nell'ambiente scolastico. Il salto non è poi così netto come potrebbe sembrarci.

Un altro aspetto che emerge parzialmente da questo sondaggio, ma che ho riscontrato anche in numerose altre storie, è l'esigenza da parte degli hikikomori di instaurare legami "profondi", rifiutando a priori qualunque altro tipo di legame affettivo, percepito come falso o inutile.

Una volta un ragazzo mi disse: "Per me l'amicizia non esiste, esiste solo l'amore. Io non penso di aver mai provato amicizia."


Sui professori...


"Spesso ci sono professori severi che camminano sopra le esigenze degli stessi alunni." 
"I professori dovrebbero sostenere esami di pedagogia e di scienze dell'educazione." 
"Per fare il mestiere di professore si dovrebbero fare prima dei test psicologici di idoneità. Per svolgere tale mestiere c'è bisogno di molta pazienza, professionalità e la capacità di far interessare le persone." 

"Pensavano che avessi dei problemi perché non interagivo mai con loro, se non sotto sollecitazione. Talvolta si limitavano a dire ai miei genitori che avessi bisogno di una psicologa, ignorando totalmente il fatto che mi sentissi a disagio all'interno dell'ambiente scolastico (per altri motivi)." 
"Penso che se ci fosse stato qualche professore veramente di valore nel mio percorso scolastico, oggi sarei potuta essere migliore."


Queste citazioni confermano la visione fortemente negativa che gli hikikomori, spesso, hanno nei confronti dei professori. In particolare, sembrano soffrire particolarmente l'assenza di un contatto umano che vada al di là della semplice trasmissione di competenze.

Ci tengo a precisare, però, come non tutte le risposte che mi sono pervenute fossero negative. Alcuni hanno raccontato di aver ricevuto supporto dagli insegnanti, oppure di non aver nulla da recriminare sul loro comportamento.

Rimane evidente, tuttavia, l'esigenza di evolvere la figura del docente, dotandolo di maggiori strumenti psicopedagogici, in modo tale che egli sia in grado di rapportarsi efficacemente e in modo empatico con i propri alunni, cogliendone le esigenze e supportandoli nelle difficoltà, scolastiche e umane.



Sulle materie...



"Cambierei la poca flessibilità nella scelta dei vari indirizzi scolastici."

"Aumenterei il numero di ore di educazione fisica e inserirei una materia nella quale si studia come star bene."

"Bisognerebbe dare più importanza a materie come letteratura, e filosofia per appassionare di più i ragazzi alla lettura."

"Oggi si ha bisogno d'imparare a vivere, senza produrre danni al creato."



Qui emerge un'esigenza forte e concreta. Quello che questi ragazzi, quasi in coro, chiedono alla scuola, è di insegnare loro ad affrontare la vita.

Come ho ribadito anche in questo video, la scuola dovrebbe ridare dignità a tutte quelle materie che vengono svalutate nel modello di società capitalistico attuale, in primis la filosofia, la psicologia, l'arte e la religione. Molti, ritenendo queste poco utili per entrare nel mondo del lavoro, sostengono sia corretto sacrificarle a favore delle materie scientifiche. A mio parere si tratta di un ragionamento fallato.

Lo studio delle materie umanistiche non è fine a se stesso: aiuta l'individuo a sviluppare competenze essenziali per comprendere la propria natura, dominare il proprio caos esistenziale e costruire una solida struttura identitaria.



Guarda il video


Sul metodo...


"L'attribuzione dei voti e il sistema di integrazione forzata porta le persone più introverse a isolarsi."

"Abbiamo un sistema scolastico troppo mnemonico e nozionistico, per cui prendere voti alti non è indice di vera e propria competenza o intelligenza, ma di buona memoria."

"Sembra avere come principale scopo quello di formare persone col maggior numero di competenze per poter essere pronti alla 'guerra del lavoro'. Eppure così facendo si perde di vista quella che, secondo me, è la cosa più importante, ovvero formare persone, sì competenti, ma soprattutto felici o quantomeno che stiano bene."

"La scuola è assoggettata alle richieste del mercato e della società che oramai si basa su principi di efficienza e di raccomandazione, perciò le scuole non pensano più alla formazione personale, educativa e psicologica dell'individuo."

"La scuola dovrebbe essere un posto aperto tutto il giorno e a tutti."


Queste citazioni confermano quanto detto sopra e rafforzano la richiesta da parte dei ragazzi di una scuola che non si prostri al servizio della società, ma che, al contrario, abbia la forza di guidarne i mutamenti, contrastando quelle che sono le logiche imposte dal mercato. In altre parole, i giovani chiedono alla scuola di avere più coraggio.

Emerge anche una critica al sistema basato sui voti, la cui efficacia è stata messa in discussione più volte da diversi studiosi, ma ad oggi (salvo alcune rare eccezioni) rimane, probabilmente per inerzia, il principale metodo adottato a livello mondiale.

Infine, l'ultima citazione sembra auspicare un ripensamento dell'ambiente scolastico a partire dal concetto di spazio. Soprattutto in Italia la scuola è percepita come un luogo transitorio, dagli orari rigidi, che non vediamo l'ora di abbandonare non appena suona la campanella.

Eppure dobbiamo avere la capacità di immaginare una scuola flessibile e inclusiva. Un luogo che non sia esclusivamente finalizzato all'apprendimento, ma un spazio da vivere a 360 gradi, dove sia possibile cimentarsi in attività ludiche, sportive e dove poter coltivare le proprie passioni.


Conclusioni


Il sistema scolastico moderno si fonda in gran parte su principi obsoleti e le conseguenze si stanno manifestando, oggi, più forti che mai.

Quella degli hikikomori è una protesta silenziosa, ma assordante. Un rifiuto netto e totale, che non può essere di certo risolto con un semplice intervento sul singolo, cercando magari di convincerlo in tutti i modi a ritornare in quell'ambiente che è per lui fonte di grande sofferenza, quell'ambiente che ritiene essere il riflesso del malfunzionamento di una società nella quale non si riconosce più come parte integrante.

Dobbiamo allora interpretare l'hikikomori come un'opportunità di crescita. Dobbiamo ascoltare la loro protesta, comprendere le motivazioni del loro disagio e correggere quello che non funziona. Progettare forme alternative di istruzione, aprirci a nuove modalità di insegnamento, più flessibili e che tengano conto delle enormi differenze personali.

La scuola non deve avere il compito di standardizzare, ma di valorizzare i singoli talenti che ognuno di noi possiede. Se così non fosse l'abbandono scolastico nei prossimi anni sarà destinato a crescere drammaticamente, e ci ritroveremo a chiederci, per l'ennesima volta, dove abbiamo sbagliato.







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