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martedì 27 settembre 2022

Curare l'ansia sociale con la Realtà Virtuale: è possibile?



Le nuove tecnologie, in particolare i videogiochi, vengono spesso additate come responsabili dei problemi di isolamento sociale dei giovani, e in parte ciò è vero, ma in questo video vorrei parlarvi delle loro potenzialità positive e in particolare di quelli che potrebbero essere gli utilizzi a scopo terapeutico della cosiddetta realtà virtuale.

Lo sapete bene, con “realtà virtuale” si intende l’immersione del soggetto in un ambiente completamente digitale, solitamente attraverso i visori, una tecnologia ancora acerba ma su cui le grandi aziende tech stanno investendo miliardi.




 

La realtà virtuale non è da confondere con la realtà aumentata, che invece consiste nell’utilizzare le nuove tecnologie, come per esempio lo smartphone, al fine di generare nuove informazioni create digitalmente ma da noi percepibili come all’interno del mondo reale.

Uno dei più popolari esempi di realtà aumentata è quella di Pokemon Go, che è stato molto criticato per il grande numero di incidenti che sembra aver provocato, compresi incidenti mortali (anche se alcuni sono stati riportati dalla stampa in maniera fuorviante, come sempre per creare inutili allarmismi). Ma uno studio uscito di recente, ovvero nell’aprile 2022, condotto su un campione molto vasto e dislocato in dodici diverse nazioni del mondo, ha identificato una significativa diminuzione dei sintomi depressivi proprio in quei luoghi dove Pokemon Go è più diffuso, concludendo che quest'ultimo abbia degli effetti positivi sulla salute psicosociale grazie alla sua capacità di favorire interazioni faccia a faccia e un maggiore contatto con la natura.


Lo scetticismo sulle nuove tecnologie


Nonostante questi dati molti professionisti della salute mentale continuano a essere scettici sulle potenzialità delle nuove tecnologie e mantengono uno sguardo tendenzialmente critico su tutto ciò che ha a che fare con il mondo digitale, sovrastimando probabilmente le responsabilità delle nuove tecnologie nei disturbi psicologici più comuni del nostro tempo. Per esempio molti sono convinti che l’hikikomori sia causato da internet o dai videogiochi, quando l’esplosione del fenomeno viene fatta risalire in Giappone nell’era pre-digitale, dimostrando inequivocabilmente come il ruolo delle nuovo tecnologie nel crescente isolamento sociale sia solo parziale.

Il pregiudizio negativo nei confronti di tutto ciò che appartiene al digitale deriva in parte anche da quello che viene chiamato “Rosy retrospection” (o retrospettiva rosea), un bias cognitivo che ci porta percepire tutto ciò che è stato come migliore di ciò che è o che sarà. Di conseguenza rimaniamo legati a vecchi paradigmi e facciamo fatica ad approfittare delle risorse del nostro presente.

Ma la paura e lo scetticismo dipendono anche dalla familiarità che abbiamo con lo strumento: i cosiddetti nativi digitali ovviamente tendono a muoversi con maggiore sicurezza online, e in questi casi il rischio è quello opposto, ovvero di sottovalutare i pericoli.


 


La realtà virtuale per curare le fobie


Lo scetticismo di molti verso le nuove tecnologie contribuisce anche a un loro scarso utilizzo in ambito psicologico clinico, nonostante siano ormai numerose le prove scientifiche che dimostrano le loro enormi potenzialità in questo campo.

Pensate che già negli anni ‘90 la realtà virtuale è stata testata come possibile strumento per combattere varie fobie di natura psicologica. Per esempio, nel 1995 all’università di Atlanta è stato condotto uno studio che ha sfruttato la realtà virtuale nella cura dell’agorafobia, una grave forma di fobia sociale che riguarda la paura e il panico vissuto in quegli spazi dai quali è difficile o imbarazzante allontanarsi, per esempio quando ci si trova su un autobus affollato o in una piazza piena di persone.

La tecnica terapeutica più utilizzata in questo caso viene chiamata “systematic desensitization” (desensibilizzazione sistematica), che consiste sostanzialmente in tre fasi: rilassamento muscolare, individuazione delle proprie paure e infine un’esposizione graduale alle paure stesse. L’esposizione può avvenire dal vivo, oppure anche attraverso la visualizzazione dell’oggetto della fobia nella propria mente. Con la realtà virtuale si crea anche una terza opzione. Per esempio, nell’esperimento citato sono stati ricreati tutta una serie di scenari temuti dagli agorafobici, e si è visto come l’esporsi digitalmente ad essi abbia comportato nei partecipanti allo studio un miglioramento nel tempo della sintomatologia rispetto al gruppo di controllo. Questo perché esporsi gradualmente alla situazione o all’oggetto temuto ci aiuta a desensibilizzarci, mentre l’esposizione repentina a esso rischia di creare un trauma che finirà per alimentare ulteriormente la nostra paura.

Esperimenti simili sono stati condotti anche per altre tipologie di fobie, come per esempio l’acrofobia, ovvero la paura dell’altezza, e anche in questi casi i risultati ottenuti sono stati sovrapponibili a quelli rinvenuti con le terapie dal vivo (Emmelkamp et al., 2002).


La realtà virtuale per curare l'ansia sociale


Come immaginerete, e come avete letto anche dal titolo, l’ambito di applicazione che personalmente ritengo più interessante per quanto riguarda la realtà virtuale riguarda la lotta all’ansia sociale, una delle problematiche psicologiche più diffuse in assoluto nella nostra società e causa di molteplici sofferenze, tra cui anche, nei casi estremi, la condizione di hikikomori. Anche la ricerca scientifica si sta infatti concentrando sempre di più in questo ambito e gli articoli in merito sono tantissimi. Per esempio nel 2017 è stata effettuata una comparazione tra il trattamento dell’ansia sociale dal vivo rispetto a quello con la realtà virtuale.

Le tipologie di esercizi sociali a cui venivano esposti i partecipanti del gruppo dal vivo consistevano per esempio nel chiedere l’orario, commettere errori in pubblico, indossare calzini di colore diverso, fare richieste fuori luogo in un negozio di vestiti, ecc. Gli esercizi richiesti invece al gruppo che utilizzava la realtà virtuale erano: parlare in pubblico durante una riunione, sostenere un colloquio di lavoro, presentarsi a un coinquilino, ecc. Entrambi i gruppi hanno avuto significativi miglioramenti nella loro ansia sociale rispetto al gruppo di controllo, ma i risultati ottenuti dal gruppo VR sono stati i più positivi in assoluto, a testimonianza della validità dello strumento associato a una terapia cognitivo comportamentale.

I miglioramenti sono stati controllati a distanza di 6 mesi, senza che questi abbiano subito sostanziali variazioni. Altri studi hanno dimostrato la stabilità del cambiamento ottenuto tramite la realtà virtuale anche dopo un anno (Anderson et al., 2013).


La realtà virtuale contro il bullismo


Ma le potenzialità delle nuove tecnologie e, in particolare, della realtà virtuale non si limitano a ciò. Il trend della psicologia infatti è sempre più quello di potenziale e non solo curare. In questo senso è molto interessante l’applicazione della realtà virtuale al potenziamento dell’empatia. Ciò si può ottenere facendo assumere al soggetto il punto di vista di una determinata categoria di persone, per esempio una minoranza sociale (studio Seinfeld et al.)., in questo modo sarà possibile aumentare la sua capacità di immedesimazione nella sofferenza e nel dolore altrui, incrementando di conseguenza anche la propensione ad atteggiamenti altruistici.





Potenziare l’empatia è fondamentale anche per contrastare il fenomeno del bullismo, di cui abbiamo parlato spesso; una delle più grandi piaghe della società umana e, in particolare, della scuola. Molti studenti arrivano ad abbandonare gli studi o a sviluppare dei veri e propri traumi di lungo periodo a causa delle vessazioni subite in aula, e questo perché sono esposti quotidianamente ai loro carnefici senza che spesso vi siano particolare tutele da parte di insegnati e da parte della scuola. Il bullismo è diffuso a tutti i livelli della società e consiste sostanzialmente nella sottomissione del più debole da parte del più forte. A volte però il bullismo viene messo in atto dal bullo senza rendersi veramente conto del dolore che si provoca nell’altro. Questo vale soprattutto per i bambini piccoli, per esempio quelli delle elementari. La capacità di empatizzare con l’altro è infatti una competenza psicosociale che viene sviluppata tendenzialmente tardi nella vita, ma può essere accelerata e potenziata tramite diversi esercizi e appunto nel fare questo ci si potrebbe avvalere in futuro, sempre di più, anche della realtà virtuale.


Conclusioni


L'utilizzo della realtà virtuale in ambito clinico potrebbe rivelarsi nei prossimi anni uno strumento fondamentale per aiutare gli hikikomori, dal momento che permette loro di sperimentare la socialità, affrontando le proprie paure, senza necessariamente allontanarsi dall'abitazione. Sfruttando la tecnologia del metaverso si potrebbero inoltre creare delle comunità digitali dove i ragazzi e le ragazze in isolamento sociale possono frequentarsi, come un primo step per poi riuscire a trovare il coraggio di conoscersi anche dal vivo.

Psicologo
Presidente fondatore Hikikomori italia





mercoledì 7 settembre 2022

Lettera di un hikikomori alla ex professoressa



Salve Marco e Hikikomori Italia. Sono un ragazzo 25enne del Piemonte. Di recente ho pensato di mandare una lunga lettera alla mia ex-professoressa delle superiori riguardo il fatto che ciò che ho passato andava ben oltre il classico bullismo, e come la mancanza di supporto emotivo e psicologico mi hanno dato un'idea sbagliata della mia persona, con conseguente isolamento sociale decennale. Ho voluto condividere la mia email con voi come personale testimonianza degli accaduti, in una versione leggermente modificata per rispettare la privacy di tutte le persone coinvolte.





Gentile Prof.ssa ***
Non so se lei si ricorda di me, io sono ***, un ex-studente dell'istituto *** della classe ** IT, anno scolastico 2011-2012 dove lei insegnava Lettere, se non ricordo male. Mi dispiace disturbarLa così di punto in bianco, anche perché presumo che molti ricordi di quello specifico anno (insignificante forse per tanti, sicuramente non per me) siano ormai spariti nelle profondità della sua mente, ma sento il bisogno di doverli richiamare per motivi a cui arriveremo a breve.
Ho vissuto gli ultimi dieci anni della mia vita con un senso di vuoto, affiancato da una confusione che facevo fatica a comprendere. Per lunghissimo tempo ho pensato di essere io il problema, di essere quello "sbagliato", una persona senza valore. Tutto questo mi ha portato a pensare che non merito né attenzione, né affetto, né una carriera significativa. Passavo le giornate riflettendo, per dare un senso a tutto ciò che mi è capitato, oppure a distrarmi con videogiochi e musica, finché non mi sono detto "basta!". A quel punto, ho cominciato a cercare delle risposte, principalmente tramite argomenti di psicologia umana e dinamiche sociali. Mi sono chiesto: “Se sono davvero io il problema, voglio vedere come posso risolvere i miei difetti e migliorare il mio carattere”. Così mi sono messo a leggere molti articoli, molti libri e guardare molti video sull'argomento che mi interessavano, oltre che visitare una psicologa che si è rivelata davvero molto professionale, in grado di comprendere il mio stato d’animo.
È stata una strada lunga e difficile da percorrere, ma per la prima volta in tutta la mia vita, sto finalmente cominciando ad avere le idee chiare. Ho capito che non è necessario dare un senso a ciò che mi è capitato, né dovrei continuare a sondarne le ragioni in un ciclo di riflessione continuo, ma gli effetti che quei momenti del passato hanno avuto e stanno ancora avendo su di me, con delle conseguenze che sono risultate devastanti sulla mia persona. Una persona che ho quasi finito per odiare. Mi rabbrividisce il fatto che tutte le figure adulte che ho avuto vicino hanno cercato di farmi credere che io fossi il problema, in quanto troppo sensibile.
Informandomi sugli effetti della negligenza emotiva, sull'abuso emotivo e la manipolazione psicologica, e sugli effetti dei traumi che essi comportano, ho capito che in realtà non odio la mia persona, odio ciò che mi è stato fatto. Queste informazioni sono state di grande aiuto, ma allo stesso tempo mi trasmettono ancora più rabbia. Una rabbia che forse ho sempre tenuto nascosta da ragazzino, per non deludere le mie figure di riferimento, sulle quali avrei voluto contare.
Detto questo, vorrei entrare nello specifico e dirLe cosa mi ha spinto a mettermi in gioco, scrivendoLe questa mail. Partirei dal rapporto che ho avuto con i miei ex-compagni di classe.
Per farLe capire quanto è stato importante per me quel periodo, mi ricordo ancora i nomi dei capibranco che coinvolsero studenti di diverse classi per colpire la mia persona e soddisfare ancora di più le loro tendenze violente: *** e ***. In particolare quest’ultimo: su internet continuò a spacciarsi per dottore, astronauta, psicologo, magnate del business e quant'altro non solo per creare un'immagine significativa di sé agli occhi di tutti, ma anche per cercare di manipolare gli utenti che si imbattevano in lui. Nessuno con almeno metà cervello ci sarebbe cascato a pieno, ma ciò la dice comunque lunga sulla persona con cui ho dovuto aver a che fare.
Tutto è iniziato nei primissimi giorni di scuola, quando notai gli studenti ridere di me per via di qualche mia caratteristica fisica (che, al giorno d'oggi, considero nulla di anormale). Classico bullismo da quattro soldi, infatti anche io cercai di riderci su, o almeno di ignorarli, commettendo di fatto un grosso errore, perché con la mia mancata risposta ho legittimato la loro posizione. Infatti, col tempo le cose peggiorarono sempre di più, sfociando nel vero e proprio abuso emotivo (umiliazioni pubbliche, minacce dirette, azioni persecutorie, …) e occasionalmente violenza fisica. *** indossò diverse maschere in base alla situazione: durante le giornate a scuola mi perseguitò, mi umiliò, trovò modi per far pagare a me le conseguenze delle sue azioni davanti ai professori, mentre al di fuori degli orari scolastici si confidò con me come un amico in chat testuale di Facebook per spingermi a riavvicinarmi a lui. ***, invece, fu quello che mi minacciò, mi mise le mani addosso ed era un tipo imprevedibile. Con loro si unirono non solo metà della nostra classe, ma anche altri studenti di varie classi in giro per la scuola. Da zimbello della classe, passai a essere lo sfigato di un'intera scuola che girovagava su un campo minato.

Una volta è successo che quel branco dedicò a me una canzone da loro creata e la caricarono pubblicamente su Youtube. Mi ricordo solo una piccola parte del loro testo, cito testualmente: "Fai vomitare solo a guardarti, sai". Avrei dovuto reagire con una bella denuncia, ma ero un ragazzino ignaro e indifeso, non sapevo come comportarmi per uscire da quella situazione. Neanche i miei genitori sono riusciti a darmi un appoggio adeguato. Avevo paura di reagire, perché ogni volta che cercavo di rispondere alle minacce, venivo punito.
Provi a immaginare come ci si sente ad alzarsi ogni mattina con l'ansia e la paura addosso. Immagini quante emozioni ho dovuto sopprimere per restare "forte" ogni volta che mi recavo all'entrata della scuola. Immagini come mi sentivo nel sapere che quei compagni di classe, che avrebbero dovuto affiancarmi nel mio percorso scolastico, erano in realtà delle persone ostili. Il senso di solitudine mi corrodeva dall’interno, neanche le figure adulte di riferimento mi sono state vicino, minimizzando ogni accaduto. Eppure io continuai a comportarmi bene con tutti loro, nonostante le violenze che ho subito. Pensai: "Se mi comporto da amico, magari prima o poi la smetteranno". Che illuso. Ricordo che abbastanza spesso mi chiudevo in bagno e lasciavo scorrere un po' il tempo, perché quello era l'unico posto sicuro dell'edificio. A volte uscivo anche dalla classe per fare una camminata nei corridoi vuoti e allontanarmi per qualche momento. In un episodio di forte debolezza e tensione, ho anche lanciato un banco durante una lezione, per attirare l’attenzione dell’insegnante che rifiutava di intervenire per mettere fine alle mie angherie. Nelle giornate di scuola piene (quindi dalle 8 di mattina fino alle 6 di sera) pensavo spesso di buttarmi giù dalla finestra per l'eccessivo carico mentale che queste giornate comportavano. Ho pianto davanti alla vice-preside, e io sono una persona che molto raramente tende a versare delle lacrime. Faticare sia per lo studio che per sopravvivere in un ambiente interamente tossico, immaturo e narcisistico è stato fin troppo per me. Vivevo ogni singolo giorno oltre il mio limite, mi sentivo come se stessi camminando sui gusci d’uovo.
Di norma, in una situazione del genere, dove la salute mentale di un individuo è a rischio, si dovrebbe cercare di risolvere la situazione mostrando comprensione, supporto, validazione.
Lei ha mai visto un film del 1944 chiamato "Angoscia"? Nella lingua originale, è chiamato "Gaslighting". Il film ha coniato questo termine per descrivere una forma di violenza psicologica che ha lo scopo di far dubitare la vittima della sua stessa memoria e percezione. Se io dovessi descrivere la metà dei professori che ho avuto nella mia vita, posso farlo con una sola parola: "enabler". Un enabler è una persona che, essenzialmente, supporta il carnefice, anche tramite la trascuratezza nei confronti della vittima, quindi è, in sostanza anch'essa, complice delle violenze che la vittima subisce, volontariamente o meno.
Quindi lei, prof.ssa ***, mi duole dirlo ma è rientrata in questa categoria. Ricordo le prime volte che ho subito certe umiliazioni, e tutto ciò che ho sentito da lei è stato "ignorali". Le faccio una domanda: che tipo di società crede che si possa creare ignorando la violenza? Quando la situazione cominciò a peggiorare, mi sentii dire da tutti voi che la causa di tutte queste violenze era la mia "permalosità", e che ero troppo sensibile. Forse lei non si ricorda, ma spesso io e lei discutevamo di questi argomenti, anche in presenza dei miei genitori. Discussioni che si sono rivelate inutili, perché piuttosto che cercare di risolvere o almeno identificare la fonte del problema per poterlo sviscerare, tutta l'attenzione era solo rivolta ai miei difetti caratteriali e alla mia "esagerata sensibilità". Quindi vorrei farle un’altra domanda: se una persona è secondo gli standard "troppo permalosa", sono sempre e comunque giustificate le violenze che ha subito?
Ho anche vissuto episodi di "colpevolizzazione della vittima". Ricordo una volta quando io risposi verbalmente alle minacce di ***, e quest'ultimo cominciò ad assalirmi fisicamente. Subito dopo arrivò il professore di ginnastica (che purtroppo non ricordo il nome, ma mi ricordo la sua faccia con capelli e barba corti e la tuta verde che indossava sempre) che mi prese a forza con la mano e mi urlò in faccia dicendo di smetterla, mentre il bullo uscì di scena in tutta tranquillità. Pur essendo una persona educata, quel giorno risposi male al professore, con frasi che non vorrei ripetere. Un'altra volta il branco di *** fece rumore in classe durante una lezione, cercando di darmene la colpa. La professoressa in cattedra, convinta che io fossi colpevole, mi intimò di smetterla. Ho provato a convincerla della mia innocenza, ma fu tutto vano. Lei fu anche la professoressa di mio fratello, ed ebbe il coraggio di andare da lui sostenendo di non aver mai conosciuto una persona così maleducata. Come sempre, io non potevo fare altro che sopprimere la rabbia che provavo in quei momenti.
Sono successe tante altre cose, come ad esempio i professori che fecero finta di niente mentre i miei aggressori mi lanciarono oggetti DURANTE LA LEZIONE. Per contro, appena io provavo minimamente a reagire con gesti innocui, questi venivano visti come segno di maleducazione e mancanza di rispetto. Mi è rimasta impressa una giornata che ho passato, io seduto su una sedia con Lei e mia madre. Non ricordo di cosa stessimo parlando nello specifico, ma più volte il mio comportamento venne giudicato strano. A mio parere è strano non reagire alle minacce e alle violenze, è strano non avere l’appoggio delle figure di riferimento, è strano non denunciare questi atti di bullismo e mettere fine a qualcosa che mi è costata la giovinezza. O sono strano io a pensare queste cose? Vivere queste esperienze mentre si è vittima del bullismo, credo sia una delle umiliazioni più grandi di sempre.
Dopo una lezione, un supplente venne da me e mi disse: "Allora sei tu quello di cui parliamo tra colleghi...". Quella fu l'unica volta in cui questo supplente ci fece da insegnante, quel giorno. Non l'avevo mai visto prima d'ora, ma ciò che mi disse in quel momento mi diede i brividi. Quella credo fu la prova del fatto che io spesso ero citato nelle riunioni tra professori. I professori sapevano cosa stavo passando, ma piuttosto che cercare di rendere l'ambiente scolastico più sicuro per tutti, preferivano piuttosto prendere la scorciatoia, cioè colpevolizzare la vittima per poi trascurarla, ed è lì che nasce la manipolazione psicologica.
Ho capito solo di recente che le mie reazioni a certe situazioni NON sono state esagerate. Sapevo di sentirmi letteralmente male, sapevo di essere dentro un ambiente a cui non volevo essere associato. Oltre agli studenti carnefici, le altre persone non sono state esattamente "amiche" per me, ma semplici conoscenti che a volte mi parlavano un po', altre volte mi isolavano. Mi sentivo solo perché ERO SOLO. E ogni singolo giorno, nonostante il male che ho subito, non ho mai visto, MAI VISTO i miei aggressori venire puniti per le loro malefatte. Il massimo che vidi fare dai miei professori fu semplicemente dire a loro "piantatela". Ma la giornata finisce e domani è un altro giorno.
Adesso ho 25 anni. Mi ci sono voluti 10 anni, dopo il mio ultimo anno di scuola, per realizzare che tutto ciò che sento dentro di me - le mie emozioni, i miei pensieri e i miei disagi - è valido, e nessuno dovrebbe dirmi il contrario. Se io sento caldo o sento freddo, lo decido io. Se a me quel cibo piace o meno, lo decido io. Se una persona mi aggredisce deliberatamente, ho tutto il diritto di rimanerci male, e soprattutto di difendermi e di reagire, perché sono un essere umano, e come tale ho il diritto di sentire delle emozioni. Mi ci sono voluti 25 anni della mia vita per trovare delle persone che, ascoltando le mie parole, ci rimangono male a livello emotivo ed empatizzano con me. Nessun altro prima di loro l'ha fatto. Ho cominciato ad odiare me stesso perché la manipolazione psicologica che ho subito mi ha fatto credere di essere il problema, quando invece non è così. Questi traumi, che sto ancora cercando di eliminare, mi hanno reso un isolato sociale, un "hikikomori", per 10 anni, senza un diploma, senza una vita sociale e con il costante pensiero che i miei carnefici sono riusciti a passarla liscia mentre io devo impegnarmi al massimo per guarire e riparare a dei danni che non ho nemmeno causato io direttamente.
Scrivere questa mail per me è stato difficile. Credo di non essere riuscito a dire tutto quel che avrei voluto esprimere, ma spero almeno di aver reso l'idea. Ho voluto scriverLe la mail per diversi motivi, non tanto per trasmetterLe dei sensi di colpa, né tantomeno per pretendere da Lei delle scuse. Ho solo bisogno di provare ad andare avanti nella vita, di mostrare più rispetto per me stesso cercando di reagire (anche se solo testualmente), e fare in modo che situazioni del genere, in futuro, non accadano più. Spero che Lei sia ancora un’insegnante, La autorizzo a diffondere questo messaggio per portare una testimonianza di sofferenza, in modo che tutto questo non possa mai più capitare a nessun altro essere umano."


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mercoledì 20 ottobre 2021

Covid, boom dell'homeschooling: pro e contro per l'hikikomori?


 

Molti genitori contrari al vaccino hanno deciso di ritirare i propri figli da scuola, attivando di fatto quello che viene definito "homeschooling" (o "Educazione parentale"): la scuola si sposta a casa e l'insegnante diventa il genitore stesso, oppure, chi può permetterselo, ricorre a insegnanti privati.

Si tratta di un trend in forte crescita e dobbiamo necessariamente chiederci che impatto può avere sui giovani, sulle famiglie e sul fenomeno dell'isolamento sociale volontario (hikikomori). In questo articolo proviamo a fare qualche ipotesi, analizzando sia i possibili pro che i possibili contro. 




Homeschooling: un fenomeno in crescita

La pandemia e la questione vaccini hanno solo accelerato un trend che era già in crescita da tempo, e non solo in Italia. Negli Stati Uniti, in particolare, l'homescooling è una pratica molto diffusa che coinvolgerebbe addirittura quasi il 20% di tutti gli studenti (prima della pandemia la percentuale era comunque elevata, pari al 3,3%).

Nel nostro paese la percentuale sembra essere nettamente più bassa, ma i numeri sono comunque rilevanti e con la pandemia sono più che raddoppiati, passando da circa 5 mila a oltre 15 mila nell'arco di tre anni, dal 2019 al 2021. 

Tra le motivazioni per cui un ragazzo studia a casa e non in classe c'è ovviamente anche l'hikikomori. Tanti genitori della nostra associazione si sono trovati a dover attivare questo tipo di percorso, spesso l'unico sostenuto o accettato dal figlio. Esistono anche delle scuole per drop out, ma sono poche e spesso costose, e, in ogni caso, non è detto che gli hikikomori accettino di frequentarle.

In generale la crescita dell'homeschooling e delle scuole private è un fenomeno strettamente collegato all'incapacità della scuola pubblica di essere inclusiva anche nei confronti dei ragazzi caratterialmente più deboli e con maggiori difficoltà di integrazione sociale.


Pro e contro dell'homeschooling


Tra i vantaggi dell'homeschooling possiamo citare:
  • la possibilità di continuare a studiare e non perdere l'anno scolastico per quei ragazzi che non riescono a frequentare in aula a causa della forte ansia sociale o per gravi difficoltà di integrazione (es. bullismo sistematico);
  • la possibilità di sviluppare un legame più profondo e intimo con il genitore;
  • la possibilità di parametrare il percorso di studio, il ritmo e le modalità di apprendimento in base alle caratteristiche del singolo ragazzo.

Tra gli svantaggi, invece, identifichiamo:

  • il rischio di perdere completamente i contatti con la rete sociale dei coetanei, con una conseguente diminuzione delle competenze relazionali e una generale disabitudine a rapportarsi con il mondo esterno, che potrebbe sul lungo periodo avere degli effetti profondamente negativi sul ragazzo;
  • il rischio di sviluppare un rapporto di dipendenza eccessiva con il genitore, con una possibile maggiore difficoltà nel processo di emancipazione dalla famiglia nel corso dell'adolescenza;
  • lo sviluppo di lacune in quelle materie dove il genitore non è adeguatamente preparato;
  • il rischio di interiorizzare eccessivamente il punto di vista della realtà del genitore, privandosi della possibilità di esporsi a sistemi valoriali e interpretativi diversi.

Oltre ai contro per i ragazzi, c'è anche un grandissimo contro per i genitori stessi, che si troveranno ad avere un carico di lavoro molto elevato, talvolta eccessivo, con conseguente stress e riduzione della qualità della vita e anche dell'educazione stessa. 


Impatto sul fenomeno degli hikikomori


Esattamente come detto per la pandemia, l'eccessivo ricorso all'homeschooling rischia di avere un impatto negativo sui ragazzi, soprattutto per coloro che attivano questo percorso con motivazioni che nulla hanno a che fare con disagi psico-sociali. 

Se per un hikikomori studiare a casa è spesso una strada necessaria per ridurre l'ansia sociale, non perdere l'anno e continuare a rimanere in corsa con il percorso previsto, nella speranza di riuscire in futuro a riprendere la frequenza in aula, per chi pratica l'homeschooling a causa di fattori esterni alle esigenze del ragazzo (come, ad esempio, la mancata vaccinazione) i rischi sono decisamente più alti.

Come per la DAD (Didattica a Distanza) anche l'educazione parentale può favorire, accelerare o cronicizzare il processo di distaccamento dalla società di coloro che hanno palesi o latenti predisposizioni all'isolamento sociale. Inoltre, l'aspetto educativo della scuola va oltre la mera trasmissione delle materie oggetto di studio: dovrebbe avere come obiettivo ultimo quello di aiutare l'individuo a crescere come persona, sviluppando in lui quelle competenze sociali necessarie per vivere in una società iper-competitiva come quella odierna. Alcune di queste competenze sono acquisibili esclusivamente sul campo e nel rapporto diretto con i coetanei.

Purtroppo la scuola pubblica al momento ha moltissime lacune e continua a perdere studenti di anno in anno, con o senza Covid. Per chi può permetterselo, l'alternativa migliore è comunque rappresentata dalla scuola privata, che può talvolta andare a compensare le mancanze createsi nel pubblico.

L'homeschooling è una pratica che andrebbe preferita solamente in casi eccezionali. 


 Marco Crepaldi

Presidente e fondatore Hikikomori Italia


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      giovedì 1 ottobre 2020

      Le conseguenze del Coronavirus sull'hikikomori



      La pandemia globale di Covid-19 potrebbe avere un impatto notevole anche sul fenomeno degli hikikomori. In questo articolo cercherò di analizzare le conseguenze del Coronavirus sull'isolamento sociale volontario, attraverso la mia esperienza e attraverso quanto riportato in alcuni studi scientifici condotti a riguardo.



      "Siamo tutti hikikomori"

      Partiamo con lo sfatare questo mito. Nemmeno durante il lockdown abbiamo potuto sperimentare realmente la condizione psicologica di un hikikomori: c'è molta differenza, infatti, tra un isolamento volontario e uno forzato. L'hikikomori vive spesso il proprio ritiro come una scelta, o comunque come un qualcosa che ha a che fare, almeno in parte, con la propria volontà. L'isolamento che ci è stato imposto per motivi di sicurezza durante la quarantena non aveva questa base motivazionale e, dunque, anche le ripercussioni psicologiche sono differenti.

      Quando si parla di solitudine, infatti, andrebbe sempre fatto un distinguo tra solitudine psicologica e solitudine fisica. Quest'ultima è una condizione oggettiva, caratterizzata dall'assenza di altre persone nei dintorni. La solitudine psicologica, invece, è una condizione soggettiva dell'individuo e consiste nel non sentirsi riconosciuto dagli altri, apprezzato e benvoluto nella propria versione "autentica", ovvero senza maschere o comportamenti dissimulati.

      Ecco la solitudine degli hikikomori è una solitudine psicologica, che viene da loro sperimentata anche in quelle occasioni in cui si trovano fisicamente a contatto con altra gente.



      Il lockdown degli hikikomori

      Come hanno vissuto la quarantena gli hikikomori? Di questo ne ho già parlato in un video YouTube. Non c'è una risposta univoca a tale domanda poiché tutto dipende dalla condizione nella quale si trovava l'hikikomori stesso al momento della chiusura. In ogni caso, possiamo, a grandi linee, paventare tre possibili scenari:


      Gli hikikomori che stavano cercando di uscirne

      Chi, prima del lockdown, stava combattendo contro la propria condizione di isolamento sociale, oppure stava cercando di resiste alla pulsione di ritiro, rischia di aver subito un forte aggravio o, quantomeno, una battuta di arresto. In questi casi la chiusura forzata potrebbe infatti aver privato i soggetti in hikikomori anche delle poche attività che permettevano loro di rimanere aggrappati al mondo sociale, come, per esempio, la scuola.


      Gli hikikomori al primo stadio

      Chi si trova al primo stadio dell'hikikomori sperimenta già la pulsione all'isolamento sociale, ma non riesce ancora a elaborarla consciamente. Dunque, dal momento che il soggetto non ha ancora sviluppato una motivazione razionale per abbandonare il mondo sociale, tende a contrastare l'istinto che lo porterebbe a isolarsi. In questi casi il lockdown potrebbe aver comportato un'accelerazione del processo di isolamento o, più banalmente, la possibilità di sperimentare i "benefici" di una vita da ritirato con poche o nessuna pressione sociale.


      Gli hikikomori che NON stavano provando a uscirne

      Questa è la fetta maggioritaria e forse anche quella più a rischio, sia perché presumibilmente si trovano in una condizione più grave (dal momento che non si è ancora innescato un processo attivo di reazione al problema), sia perché potrebbero incorrere in un forte contraccolpo psicologico.

      Questi soggetti, infatti, durante la quarantena, hanno sperimentato un calo delle pressioni di realizzazione personale sulle loro spalle, poiché, in una società bloccata, in cui nessuno può uscire, forse per la prima volta da molto tempo si sono sentiti "normali" o quantomeno simili a tutti gli altri.


      Sondaggio
      Sondaggio effettuato nella sezione "Community" del canale YouTube. Non ha valore scientifico.


      Anche le pressioni da parte dei genitori su di loro si saranno sicuramente allentate. Questo potrebbe rappresentare anche un fattore positivo, poiché pressare un hikikomori a uscire di casa non è quasi mai una buona idea (come illustrato nelle nostre "buone prassi"). Diventerebbe però un fattore negativo qualora si traducesse anche in una sottovalutazione da parte del genitore circa la condizione del figlio, con il rischio di perdere tempo prezioso per lavorare alla risoluzione del problema e permettere all'isolamento di continuare il processo di cronicizzazione.

      Infatti, pensare che, dal momento che nessuno può uscire di casa, allora non si può fare nulla per aiutare un soggetto in isolamento sociale, è un grave errore e sottende il più grande equivoco che riguarda l'hikikomori, ovvero ritenere che l'obiettivo di un qualsiasi intervento sia quello di convincerlo a lasciare l'abitazione, invece che aiutarlo a stare meglio... anche dentro casa!

      L'isolamento dell'hikikomori non è infatti di per sé IL PROBLEMA, quanto piuttosto un sintomo di un problema, che rimane psicologico-adattivo. Se una persona "sta bene", tenderà spontaneamente a ricercare la socialità (tenendo conto ovviamente delle diverse predisposizioni personali) e non avrà bisogno di nessuno stratagemma per essere spinto a farlo.



      Il rischio del contraccolpo psicologico

      Il più grande rischio legato alla pandemia di Covid-19 è quello del contraccolpo psicologico che gli hikikomori potrebbero aver vissuto al termine del lockdown, e, più in generale, potrebbero vivere alla conclusione definitiva dell'emergenza sanitaria.

      Sì perché se è vero che molti ritirati sociali hanno tratto sollievo (o addirittura piacere) da una società bloccata, esattamente come loro, cosa succederà quando tutto riprenderà normalmente e le persone torneranno a vivere la propria socialità in modo libero e spensierato? Ecco, forse in quel momento gli hikikomori realizzeranno, in un sol colpo, tutta la miseria della propria condizione. Realizzeranno che la loro "quarantena" non è appunto un periodo transitorio causato da fattori esterni, come per le altre persone, ma una prigionia che può durare potenzialmente tutta la vita.


      L'impatto sulla famiglia

      La pandemia non ha avuto un impatto solamente sugli hikikomori, ma anche sulle loro famiglie. Come infatti viene giustamente sottolineato nell'articolo di Paul W.C. Wong, pubblicato sull'Asian Journal of Psychiatric, "l'effetto negativo sui giovani, correlato alla perdita di lavoro dei genitori [a causa del Covid], non è ancora stimabile". 

      È tuttavia facile ipotizzare che una situazione di maggiore stress di tutto il nucleo famigliare non giovi affatto ai soggetti isolati. Anzi, la presenza forzata dei genitori in casa 24 ore su 24, potrebbe aver amplificato i conflitti sia all'interno della coppia, sia tra genitori e figli, portando talvolta anche allo scontro fisico, con violenza perpetrata da ambo i lati (non è raro che siano gli hikikomori stessi a esercitare violenza sui propri genitori).

      Anche per questo motivo abbiamo deciso di non interrompere i gruppi di supporto genitoriale dell'associazione, nemmeno durante il lockdown, sfruttando gli strumenti di comunicazione digitale.


      Gli aspetti positivi


      L'impatto della pandemia sul fenomeno degli hikikomori rischia dunque di rivelarsi molto negativo, con un sostanziale aumento dei casi e un aggravarsi di quelli già esistenti.

      Le richieste di aiuto che riceviamo come associazione sono crollate durante il lockdown, salvo poi riprendere copiose nel corso della Fase 2 e, soprattutto, durante l'estate, stagione da sempre particolarmente critica per gli isolati sociali.

      Tuttavia, voglio concludere l'articolo cercando di infondere un po' di speranza, ipotizzando anche degli aspetti potenzialmente positivi legati al lockdown.

      Se è vero infatti che la reclusione forzata di un'intera nazione ha contribuito ulteriormente a distogliere l'attenzione mediatica dal fenomeno dell'isolamento sociale volontario, mimetizzandolo quasi fosse una condizione del tutto normale, dall'altra parte è anche vero che molte più persone hanno potuto sperimentare, seppur in minima parte, le sensazioni provate da un recluso sociale. Ciò potrebbe aver innescato un processo di maggiore empatizzazione della società sul fenomeno degli hikikomori.

      Un altro aspetto positivo è legato alla didattica a distanza implementata dalle scuole. Quante volte agli hikikomori è stata negata la possibilità di proseguire gli studi a causa delle loro difficoltà di presenza in aula. Il lockdown ci ha costretti ad accelerare il processo di digitalizzazione, dotando gli istituti e gli insegnanti di strumenti e competenze che possono tornare utili anche una volta che il problema della pandemia sarà superato.

      Infine, mi piace pensare che, oltre agli inevitabili conflitti, la presenza prolungata di genitori e figli sotto lo stesso tetto, almeno in alcuni casi, abbia favorito un maggiore legame e abbia consentito di passare più tempo assieme senza pressioni legate all'uscire o al "fare qualcosa della propria vita".

      In fondo, trarre forza e stimolo di crescita dagli eventi negativi rimane una delle competenze più importanti che un essere umano può sviluppare nel corso della vita.

      Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"

       


      giovedì 19 marzo 2020

      Gli hikikomori sono misantropi (odiano il genere umano)?




      "La misantropia si sviluppa quando una persona, riposto completa fiducia nei confronti di un altro che sembri essere di buon animo e veritiero, scopre poi che questa persona in realtà non lo è. Quando questo succede troppo spesso, ecco che essa comincia, inevitabilmente, a odiare tutte le persone e a non fidarsi più di nessuno."

      Questa citazione di Socrate suggerisce come la misantropia, sentimento di odio e disprezzo trasversale nei confronti del genere umano, nasca spesso da un contrasto, dal dissiparsi di un'aspettativa che il soggetto aveva sviluppato e che poi è stata tradita.

      L'altro aspetto chiave consiste nel processo di generalizzazione dal micro al macro. I soggetti che provocano la perdita di fiducia nel misantropo rappresentano un piccolo estratto dell'umanità, eppure le loro caratteristiche negative vengono estese e attribuite al genere umano nel suo complesso. Questo discorso vale sia per le esperienze dirette, ossia per le persone con le quali il misantropo entra in contatto nel corso della sua vita, sia per quelle proiettate attraverso i media, tendenzialmente negative e pessimistiche.

      Entrambi questi passaggi mentali li abbiamo accostati spesso anche al fenomeno degli hikikomori, il cui disagio adattivo sociale porta a generare tutta una serie di meccanismi psicologici difensivi a giustificazione della propria condizione, tra i quali potrebbe esservi anche l'atteggiamento misantropo.


      Losing You - LY


      "La gente è stupida e malvagia"


      Quando l'atteggiamento misantropo scaturisce in larga parte da violenze subite, come, per esempio, nel caso del bullismo, non è raro che il soggetto sviluppi una sensazione di superiorità nei confronti delle altre persone. Egli potrebbe percepirsi come più intelligente, maturo e moralmente integro rispetto ai propri detrattori, alimentando contestualmente, con tale atteggiamento, le vessazioni subite.

      Tuttavia, capita spesso che la perdita di fiducia negli altri venga generalizzata a tal punto da ricadere anche su se stessi: se le caratteristiche negative che si ritrovano nelle persone sono interpretate come tratti distintivi dell'essere umano, allora nessuno può sfuggirvi poiché significa che il "difetto" è intrinseco nella specie.

      Come ogni credenza, anche quelle misantrope tendono a cristallizzarsi e a polarizzarsi nel tempo a causa di meccanismi psicologici come l'attenzione selettiva, il bias della conferma e la profezia che si autoavvera, finendo talvolta per apparire al soggetto come verità oggettive e incontrovertibili.

      Una tale interpretazione della realtà, particolarmente cinica e pessimistica, aumenterà enormemente anche il rischio di sindromi paranoidi e depressive.




      I misantropi sono giovani e maschi


      Secondo uno studio del 2008, l'atteggiamento misantropo riguarderebbe soprattutto la popolazione giovane e di sesso maschile, curiosamente lo stesso identico gruppo sociale che risulta essere particolarmente esposto anche al fenomeno degli hikikomori. 

      Sul fatto che riguardi soprattutto i giovani, l'ipotesi è più semplice da formulare. L'adolescenza rappresenta una fase dello sviluppo caratterizzata da una forte decostruzione e ricostruzione della propria interpretazione della realtà, fino a quel momento delineata interamente dagli adulti di riferimento, genitori in primis, mentre ora messa in discussione dallo sviluppo di un pensiero critico.

      In questo processo si diviene consapevoli di molti aspetti paradossali e potenzialmente turbanti delle natura umana, tra i quali vi sono anche quelli esistenziali, come, ad esempio, la finitezza. Cadono un po' tutti i miti e le fantasie legate all'infanzia, le quali vengono via via rimpiazzate da credenze più mature, crude e disilluse. L'esistenza, che appariva semplice e lineare, comincia lentamente a palesarsi in tutta la sua complessità e le sue contraddizioni.

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      Sul perché i misantropi siano soprattutto uomini, formulare ipotesi risulta più complesso. Da una prospettiva sociale, credo che i fattori scatenanti siano ancora una volta da ricercare all'interno del pesante ruolo di genere maschile.

      L'uomo oggi cresce con il senso di colpa, da una parte per essere un privilegiato all'interno di un sistema ancora considerato fortemente patriarcale, dall'altro per essere (nella rappresentazione educativa e mediatica) più violento, brutale e rozzo rispetto alla donna.

      L'uomo è colui che detiene il potere, che picchia, schiaccia e corrompe. Dunque, tutto ciò che è male è rappresentato nell'immaginario comune primariamente come maschile, e se è vero che la misantropia nasce spesso da un disprezzo verso se stessi, allora non stupisce che tale credenza segua la narrazione mediatica.




      Gli hikikomori godono delle disgrazie altrui?


      Se l'essere umano è intrinsecamente negativo, qualunque battaglia sociale risulterà al soggetto misantropo del tutto inutile e questo lo condurrà anche a sviluppare un atteggiamento apatico e passivo rispetto a un qualsiasi obiettivo di vita, sia esso personale o collettivo.

      Il misantropo può arrivare anche ad auspicare l'estinzione dell'intera specie umana, poiché tale scenario viene interpretato come l'unica soluzione definitiva al problema madre, ovvero l'essere umano stesso.

      Non a caso, in questo periodo complesso a causa della pandemia mondiale generata dal COVID-19, diversi utenti del canale YouTube di "Hikikomori Italia" hanno espresso esplicitamente di essere istintivamente (e talvolta razionalmente) felici dell'attuale situazione.

      Il misantropo gode dunque delle disgrazie altrui? Tendenzialmente sì, ma anche in questo caso esistono diverse casiste più o meno estreme. Il fatto di ritenere razionalmente che l'essere umano dovrebbe estinguersi (sentimento che ho notato essere molto in crescita nell'ultimo periodo), non significa che si desideri necessariamente osservare dolore nel singolo individuo.



      Conclusione


      In passato ho parlato di come la condizione di hikikomori sia spesso favorita da un pensiero nichilista e da uno status di depressione esistenziale che conduce a una profonda perdita di senso e a un'apatia generalizzata. L'atteggiamento misantropo si inserisce all'interno di questo quadro psicologico estremamente pessimistico e cinico, non solo nei confronti dell'essere umano e della società da lui creata, ma anche verso l'esistenza stessa, vista essenzialmente come una fonte di sofferenza. 

      Quest'uomo, ferito e disilluso, non concepisce come la vita possa avere un senso e trova nel disprezzo assoluto, verso gli altri e verso se stesso, l'unica forma di consolazione possibile.

      Il rischio che un misantropo possa cercare di applicare attivamente il proprio odio nei confronti delle persone non è affatto remoto e, anche nel caso degli hikikomori, non bisognerebbe mai sottovalutare questo tipo di atteggiamento.
      Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"