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mercoledì 19 febbraio 2020

Le 5 riforme per ridurre l'abbandono scolastico e l'hikikomori





Pochi giorni fa tutti i media italiani hanno ripreso la notizia che vorrebbe al vaglio una proposta di estensione dell'obbligo scolastico fino a 18 anni. Motivazione? Combattere la dispersione scolastica.

Mi è venuto da sorridere. Invece di cercare di rendere la scuola un ambiente più accogliente e attrattivo, si spera di diminuire il crescente fenomeno dell'abbandono scolastico attraverso l'ennesima imposizione legale inutile, perché se i ragazzi a scuola non ci vogliono andare, state tranquilli che non ci vanno! Lo sanno bene i molti genitori della nostra associazione.


Losing You - LY


Grazie allo studio del fenomeno degli hikikomori, ho avuto modo in questi anni di approfondire ulteriormente tutti i limiti strutturali della scuola italiana e in questo articolo voglio provare a riassumerli in cinque punti: quelli che io ritengo essere più urgenti e impattanti.

Ci tengo a precisare che, le proposte che leggerete successivamente, non sono basate esclusivamente sulla mia opinione personale, ma provano a interpretare anche il pensiero dei ragazzi italiani che la scuola l'hanno abbandonata effettivamente e hanno finito poi per isolarsi.

Inoltre, mi baserò anche su quanto è emerso nell'intervista che ho effettuato a Marco Braghero circa il sistema scolastico finlandese, uno dei più avanzati al mondo e capace di limitare fortemente sia il fenomeno del drop out, sia quello, talvolta consequenziale, dell'hikikomori.

Infine, altra fonte di ispirazione importante, è stata per me l'intervista a Davide Fant, sociologo responsabile del progetto italiano "Anno unico", che non è altro che uno dei tanti micro tentativi privati di creare uno spazio educativo adatto anche a chi nella scuola pubblica non riesce più a starci.


1 | Eliminare i voti


Parto dal tema più controverso, che ho notato in molti non riescono nemmeno a concepire. Come è possibile una scuola senza voti? Siamo talmente abituati a tale modello che anche il solo pensiero ci sembra assurdo. Eppure, in molti contesti si è sperimentato con successo l'abbandono della valutazione numerica e quantitativa, a favore di una restituzione più qualitativa.

Il voto, per come lo intendiamo oggi, ha tanti, troppi limiti. Spesso infatti viene vissuto dallo studente, non come un feedback circa la sua prestazione scritta o verbale, ma piuttosto come una valutazione sulla sua persona. Può condurre a sentimenti di fallimento e inferiorità, che potrebbero avere ripercussioni permanenti agendo sull'autostima e, in generale, sullo sviluppo identitario.

Inoltre, il voto non è nemmeno in grado di rappresentare fedelmente la preparazione di uno studente, poiché, sulla performance valutata, incidono numerose variabili che niente hanno a che fare con l'apprendimento della materia, come, per esempio, la capacità di gestire l'ansia, le condizioni psico-fisiche del momento, le capacità di public speaking e molto altro.




2 | Ridurre la standardizzazione


Sono convinto che questo sia il punto chiave per contrastare l'abbandono scolastico su larga scala, ovvero non solo quello legato alle difficoltà adattive sociali degli hikikomori, ma più in generale quello inerente alla capacità attrattiva della scuola.

Molti studenti sono annoiati e convinti che non ci sia niente che li appassioni perché le materie che vengono loro proposte sono veramente ristrette. Bisognerebbe offrirgli la possibilità di scegliere tra quante più opzioni possibili, inserendo nel ventaglio anche le discipline sportive (danza, atletica, nuoto, ecc.), digitali (videogames, videoediting, programmazione, graphic design, ecc.) e artistiche (teatro, pittura, scrittura creativa, ecc.). L'obiettivo deve essere quello di permettere la massima personalizzazione del percorso di studio.

La scuola dovrebbe puntare infatti alla valorizzare i talenti, seguendo le predisposizioni personali, mentre sembra piuttosto concentrata nel preparare "alla guerra del lavoro" (espressione usata in modo ricorrente dai ragazzi isolati).



3 | Riportare l'educazione al centro


Uno dei limiti strutturali più difficilmente contrastabili è quello legato alla metodologia di selezione degli insegnati, oggi valutati quasi esclusivamente sulla base delle loro competente tecniche, mentre vengono quasi completamente ignorate quelle educative e pedagogiche.

Eppure l'insegnante delle scuole medie o superiori, prima di essere un esperto della sua materia, dovrebbe essere in grado rapportarsi efficacemente con degli adolescenti e riuscire a stimolare in loro la curiosità di apprendere.

So bene che l'insegnante oggi non è messo nelle condizioni ottimali per svolgere il suo lavoro a causa delle pressioni delle famiglie e di quelle burocratico-amministrative, eppure conserva sempre un margine di flessibilità all'interno del quale può spaziare per adattare al meglio il proprio metodo di insegnamento alle caratteristiche della classe, e non viceversa.

In alternativa, credo che una soluzione ottimale potrebbe essere quella di affidare la classe a un esperto di metodo, come un educatore o un pedagogista, il quale si concentrerà esclusivamente sull'osservazione delle dinamiche di gruppo (in particolare sul bullismo), lasciando l'insegnante libero di concentrarsi sul programma e sulla lezione.




4 | Insegnare le life skills


Una cosa che manca completamente nel sistema scolastico italiano è l'attenzione per le cosiddette "Life Skills", ovvero tutte quelle competenze che non riguardano strettamente l'apprendimento di una materia specifica, ma che sono fondamentali per riuscire ad adattarsi efficacemente al contesto sociale moderno.

In particolare è necessario lavorare sulle competenze emotive dei ragazzi, aiutarli a riconoscere, elaborare ed esprimere le diverse sensazioni che man mano si sviluppano e si rafforzano nel corso dell'adolescenza.

Per contrastare il bullismo, è fondamentale, inoltre, educare all'empatia, ovvero alla capacità di immedesimarsi nella sofferenza dell'altro. Competenza spesso molto debole in giovane età.

Infine, ritengo che la scuola sia colpevolmente deficitaria soprattutto per l'assenza di due discipline chiave, essenziali nella vita di qualsiasi individuo e, in particolare, in quella di un adolescente:

  • l'educazione sessuale: oggi più di ieri, i giovani entrano in contatto con il sesso in età giovanissima, e lo fanno quasi sempre attraverso internet e l'incredibile offerta di materiale pornografico che esso veicola. I genitori, spesso, vivono la sessualità come un tabù e faticano a trasmetterla efficacemente ai figli. La scuola, composta da professionisti, ha il dovere di assumersi la responsabilità di colmare tale vuoto;
  • l'educazione alimentare: negli ultimi anni abbiamo scoperto molto sugli effetti che il cibo produce al nostro corpo, sia in termini positivi che negativi. Un'alimentazione scorretta nella fase di sviluppo può provocare danni permanenti e irreversibili. Per questo motivo, a prescindere dalle abitudini alimentari della famiglia di origine, la scuola deve aiutare gli studenti a salvaguardare la propria salute.


5 | Eliminare le scuole medie


La stragrande maggioranza degli studenti abbandona gli studi durante il passaggio dalle scuole medie a quelle superiori. Gli stessi hikikomori sembrano, dai dati che ho raccolto, soffrire particolarmente tale transizione.

I motivi sono presto detti: un cambio così drastico di ambiente in una fase delicatissima dell'esistenza dell'individuo, come l'adolescenza, può avere degli impatti psicologici devastanti, soprattutto per coloro che hanno caratteristiche temperamentali di timidezza e introversione.

In molti sistemi scolastici internazionali questa voragine non esiste.




Conclusioni


Ricerche ufficiali ci dicono che l'Italia è tra i primi posti in Europa per tasso di abbandono scolastico e negli ultimi anni questo dato è stato registrato in ulteriore aumento. La tendenza sembra riguardare soprattutto i maschi, suggerendo una parziale sovrapposizione con il fenomeno degli hikikomori. 

In Emilia-Romagna, su stimolo della nostra associazione, è stato effettuato il primo sondaggio a livello europeo per quanto riguarda l'isolamento sociale post drop out, e i casi identificati sono stati diverse centinaia.

Purtroppo la scuola pubblica non sarà in grado di attuare per tempo tutte le riforme necessarie ad arginare questo esodo, con un conseguente rafforzamento del settore privato e di tutte quelle realtà che sperimentano modelli educativi alternativi. Lo dico con rammarico, poiché riconosco il valore di una scuola pubblica forte, flessibile e inclusiva, ma gli errori commessi sono continuativi, cronici e forse irreversibili.

Se oggi, in molte classi italiane, vi è il banco vuoto, ancora sottovalutato e interpretato come un caso "anomalo", un domani vi saranno le aule vuote e qualcuno, ne son sicuro, sarà ancora in grado di alzare la voce ed affermare con assoluta miopia che la colpa è degli studenti svogliati.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"





sabato 28 dicembre 2019

Perché l'hikikomori riguarda soprattutto i maschi




Dai dati emersi in Giappone, e da quelli che ho raccolto in Italia internamente alla nostra associazione genitori, sembra evidente che l’hikikomori rappresenti un fenomeno sociale principalmente maschile: addirittura la percentuale italiana si attesterebbe intorno al 90%, contro il circa 70% riportato dal paese nipponico.

Ho già spiegato in un precedente articolo perché tali dati potrebbero essere condizionati da una cultura che vede la donna come maggiormente centrata nel contesto casalingo, tale per cui, soprattutto nelle prime fasi dell'isolamento, l'allarme generato nella famiglia risulterebbe minore.

Eppure, sono convinto che il fenomeno riguardi effettivamente più i maschi, per una serie di ragioni che proverò ad approfondire in questo articolo dedicato.


Losing You - LY


Cos’è il “ruolo di genere”?


Diciamolo chiaramente: non esistono ragioni strettamente biologiche per cui l’hikikomori riguardi maggiormente gli esseri umani di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile. Dunque, tutte le cause di questa differente incidenza statistica vanno ricercate all’interno delle diverse pressioni socio-culturali legate al ruolo di genere, ovvero a ciò che noi percepiamo che gli altri si aspettano dai noi per il solo fatto di essere identificati come maschi o femmine.

Attenzione, il ruolo di genere è un costrutto esclusivamente sociale e può non coincidere con il sesso biologico. Ad esempio, se un maschio che soffre di “Disforia di genere” decide di assumere socialmente le sembianze di una donna, al punto da essere percepito come tale (indipendentemente se abbia completato o meno la transizione da un punto di vista biologico), le aspettative sociali legate al suo ruolo di genere saranno le stesse delle altre donne.



Le pressioni sociali legate al ruolo di genere maschile


Come abbiamo spesso ripetuto, la causa sociologica madre dell’hikikomori è la pressione alla realizzazione personale, fattore che ci condiziona in tutti gli ambiti della nostra vita. In questo paragrafo analizzerò nello specifico le pressioni che riguardano i maschi, le quali sembrano essere particolarmente predisponenti rispetto allo sviluppo di una pulsione all'isolamento sociale.


Pressioni scolastiche e lavorative


Storicamente il maschio è colui che, all’interno della coppia eterosessuale, ha la responsabilità del mantenimento economico della moglie e dei figli. Tale aspettativa sociale è notevolmente cambiata negli ultimi anni, con un maggiore accesso delle donne nel mondo del lavoro e una conseguente maggiore indipendenza, anche all’interno di un eventuale legame matrimoniale. 

Eppure, come dimostrano alcuni studi (Paa & McWhirter, 2011), le aspettative da parte della famiglia sulla carriera scolastica e lavorativa dei maschi rimangono mediamente più alte rispetto a quelle riposte sulle femmine, maggiormente orientate, invece, verso i ruolo tradizionali di madre e compagna.

L'uomo stesso interiorizza questo suo destino di lavoratore, a tal punto che nel paese nipponico si parla molto ultimamente del karoshi, ovvero delle morti per eccesso di lavoro, fenomeno riguardante per la stragrande maggioranza maschi fortemente identificati nel proprio ruolo di genere e pronti a tutto pur di non deludere le aspettative sociali.




Pressioni relazionali


Nel ruolo di genere maschile la socializzazione con i pari è un aspetto caratterizzante, tanto che nelle scienze sociali è stata coniata l’espressione “male bonding”, che identifica il classico spirito di intesa, cooperazione e fraternità che contraddistingue i gruppi composti da maschi. Chi è inibito socialmente o ha, in generale, minore predisposizione nell’instaurare questa tipologia di legame, subisce forti pressioni, come nel caso degli hikikomori. 

Inoltre, secondo alcuni studi sembra che gli uomini, nonostante questo apparente slancio sociale, sviluppino legami amicali tendenzialmente più deboli rispetto alle donne (Sheets & Lugar, 2005) e rimangano dunque più soli nei momenti di difficoltà.


Pressioni corporee


Storicamente è sempre stata la donna ad aver avuto maggiore attenzione sulla propria immagine estetica poiché in passato l’attraenza rappresentava un fattore determinante per la crescita sociale femminile. Tuttavia, nonostante la progressiva indipendenza economica ottenuta, le pressioni sul corpo della donna rimangono molto alte anche nella società moderna, anzi, sono in grande crescita, come dimostrano i tanti casi di anoressia, una psicopatologia fortemente connessa a una dispercezione del corpo dettata dai modelli sociali proposti.

Eppure, anche la pressione sul corpo dell’uomo è in grandissimo aumento, tanto che esiste un corrispettivo sociale dell’anoressia relativamente al ruolo di genere maschile: la “bigoressia”, ovvero la volontà di diventare sempre più grossi, massicci e muscolosi, con l’obiettivo di essere percepiti come più virili, mascolini e attraenti (ne ho parlato approfonditamente in questo video).

Ebbene, di anoressia, problematica quasi esclusivamente femminile, si è parlato molto negli ultimi anni, mentre sulla bigoressia, quasi esclusivamente maschile, è stata fatta pochissima sensibilizzazione, nonostante i pericoli per il corpo e per la psiche non siano affatto minori.




Pressioni sessuali


Ho lasciato questa tipologia di pressioni per ultime, ma ritengo siano spesso le più determinanti. Ne ho già parlato ampiamente in articoli precedenti, per cui non mi ci soffermerò molto. Ribadisco solo come il fallire nelle relazioni sentimentali e sessuali con i partner rappresenti una vergogna altissima per il maschio, molto di più che per la femmina, poiché nel ruolo di genere maschile le abilità sessuali sono fortemente connesse al proprio status sociale. 


Le donne non hanno pressioni sociali?


Le aspettative di realizzazione sociale descritte sono molto forti e in aumento anche sulle donne, soprattutto quelle legate all’aspetto fisico, esasperate dai canoni estetici altissimi veicolati in particolare dai social network.

In generale, non credo affatto che a livello quantitativo le donne abbiamo minori pressioni sociali legate al proprio ruolo di genere, ma sicuramente ci sono differenze sul piano qualitativo, per cui le modalità di reazione disfunzionali adottate variano anche a seconda del ruolo di genere di appartenenza.

Ad esempio, negli ultimi anni si è registrato un grande aumento del fenomeno del “cutting”, ovvero di provocarsi lesioni sul corpo come strumento per concretizzare, sotto forma di dolore fisico, una sofferenza psicologica che non si riesce a elaborare e gestire in altro modo. Le cosiddette “cutters” sono per la stragrande maggioranza ragazze, forse proprio perché il corpo per la donna rappresenta un grande fardello sociale che si desidera inconsciamente distruggere.


Tuttavia, il ruolo di genere maschile potrebbe essere effettivamente più soffocante di quello femminile, poiché, come riportato anche da Chiara Volpato nel libro “Psicologia del maschilismo”:

“L’identità sessuale femminile è messa in questione meno frequentemente di quella maschile; l’autentificazione della femminilità non richiede le prove, le competizioni, gli scontri richiesti ai maschi, probabilmente perché la femminilità si presenta come condizione biologica che può essere culturalmente affinata e perfezionata [...]"

Anche per questo motivo:

“[...] la preoccupazione che i ragazzi non diventino uomini è molto più diffusa della preoccupazione che le ragazze non diventino donne.” 




Già nel 1978, James Harrison pubblicava sul “Journal of Social Issues” un articolo che indagava il crescente gap nelle aspettative di vita tra gli uomini e le donne americane, identificando come causa principale della minore longevità maschile proprio l’ansia di dover aderire al ruolo di genere, con conseguenti sensazioni di fallimento e comportamenti autodistruttivi.

Agli uomini, a livello sociale, viene costantemente richiesta una prova della propria mascolinità, sia da parte degli altri uomini, sia da parte delle donne, e fallire in questo compito significa essere giudicati negativamente, significa vergogna: proprio quell’emozione da cui gli hikikomori fuggono attraverso il ritiro.



Perché non se ne parla?


A quanto abbiamo detto finora sulle pressioni legate al ruolo di genere maschile dobbiamo aggiungere un altro fattore, enormemente negativo: non se ne parla.

Veniamo da un periodo storico di profondi disparità tra i diritti degli uomini e quelli delle donne, con quest’ultime profondamente penalizzate ed emarginate in quasi tutti gli ambiti sociali, dal lavoro alla politica. Le grandi battaglie femministe avvenute nei secoli precedenti hanno ristabilito una parità di diritti in molte delle nazioni del mondo (non in tutte purtroppo), eppure ancora oggi permangono squilibri dettati dalle reminescenze di una cultura profondamente maschilista.

Questo ha contribuito a far sì che i temi femminili continuino ad avere un grandissimo risalto nell’opinione pubblica e, di conseguenza, sui mass media, mentre le difficoltà legate al ruolo di genere maschile rimangono sommerse, trascurate e profondamente sminuite.

In particolare negli ultimi anni, in televisione e sui giornali, la cronaca ha dato grandissima copertura ai crimini violenti commessi proprio dagli uomini nei confronti delle donne, in particolare stupri e omicidi (rinominati “femminicidi”). Il problema è serio, esiste ed è sicuramente giusto parlarne, ma la percezione distorta che ne deriva (l’agenda dei mass media ci porta a sovrastimare statisticamente l’incidenza di determinati eventi) contribuisce a demonizzare la figura maschile, generando sentimenti di colpevolizzazione trasversali negli uomini e creando un clima di ostilità, sospetto e pregiudizio sessista.

In un clima di questo tipo, qualunque battaglia venga portata avanti relativamente alle difficoltà degli uomini, verrà vissuta con sospetto, rabbia e indignazione, come fosse un tentativo di denigrazione delle battaglie femminili, oppure come se gli uomini non ne avessero il diritto in quanto socialmente privilegiati, in tutto e per tutto, o ancora, in quanto colpevoli di un passato tutt'altro che paritario.



Losing You - LY


Censura e autocensura


Ad esempio, nel 2012 un’équipe di ricercatori dell’Università di Siena ha recuperato le domande di un sondaggio utilizzato pochi anni prima dall’ISTAT per indagare la violenza sulle donne (il cui responso ha avuto una grandissima diffusione sui media) e ha provato a riproporle a un campione di uomini tra i 18 e i 70. I risultati mostrano come una grande percentuale di loro abbia subito diversi abusi psicologici da parte delle partner, come, ad esempio, denigrazioni a causa della vita modesta consentita (50,2%) distruzione, danneggiamento di beni (47,1%) e minacce varie, come quella di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%).

Ebbene, tali dati, non solo non hanno avuto pressoché nessuna copertura da parte dei principali media italiani, ma hanno generato diversi problemi ai ricercatori che se no sono occupati, come ha riportato uno di essi, Fabio Nestola, sotto al mio video YouTube:

“Ero nel gruppo di ricercatori che ha fatto l'indagine citata sulle vittime maschili di violenza. Non hai idea delle offese e delle ritorsioni che abbiamo dovuto subire per la gravissima colpa di avere osato studiare tale fenomeno.



Eppure, c’è un altro grande motivo per cui le problematiche maschili tendono ad affiorare con minore frequenza rispetto a quelle femminili: l’autocensura da parte degli uomini stessi. Esatto, perché il ruolo di genere maschile prevede storicamente anche una maggiore repressione delle emozioni negative e della sofferenza (tendenza esasperata nella cultura giapponese). Parlarne significa mostrarsi deboli e meno virili, con il rischio di esporsi al giudizio e alla vergogna.

In particolare, in una ricerca (Cramer & Neyedley 1998) è emerso come gli uomini siano molto più riluttanti delle donne nel confessare i sentimenti di solitudine. Insomma, la soluzione del problema è ostacolata dal problema stesso.

Per concludere voglio nuovamente citare Chiara Volpato, che sempre nel suo libro "Psicologia del maschilismo" scrive:

"L'uomo comune, che è stato esposto nel corso della sua vita a modelli di mascolinità tradizionale, ma che ha anche conosciuto le istanze di cambiamento provenienti dal mondo femminile e le nuove immagini proposte dalla politica e dai media, si trova oggi di fronte a modelli diversi e spesso contrastanti; il suo comportamento e il suo atteggiamento ne vengono influenzati secondo modulazioni dettate dalle preferenze individuali e dalla posizione sociale. Le sue reazioni di fronte a tante divergenti sollecitazioni e alla complessità delle richieste possono essere di riflessione e apertura al cambiamento, ma anche di sofferenza, insofferenza, crisi o, semplicemente, fuga."
 

Conclusioni


Questo articolo non ha bandiera, né partito. Non vuole vittimizzare gli uomini e nemmeno colpevolizzare le donne. Non ne avrebbe alcun senso.

I ruoli di genere sono forti, e questo forse non lo cambieremo mai, eppure il problema principale è che sono ancora molto polarizzati e, dunque, fortemente connotanti. Essere identificati come uomini o come donne significa avere sulle spalle dei pregiudizi rispetto al nostro aspetto, al nostro pensiero e alle nostre azioni. Pregiudizi infondati scientificamente, poiché numerosi studi dimostrano come il sesso biologico, di per sé, determini pochissime differenze di funzionamento psicologico tra gli essere umani, tanto che sembra esistere una varietà maggiore internamente al gruppo sociale delle donne e internamente a quello degli uomini, piuttosto che nel raffronto tra i due (Hyde, 2005).

Personalmente auspico che si superi l'utilizzo del termine "femminismo", il quale rischia (almeno nelle democrazie occidentali, dove si è ormai raggiunta la parità di diritti) di assumere un'accezione negativa e discriminatoria. Rischia di generare uno scontro ideologico tra fazioni, o ancora peggio, tra sessi, dove ognuno cerca sostanzialmente di fare i propri interessi e dove, in definitiva, ne usciamo tutti sconfitti.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"






lunedì 16 dicembre 2019

Sparire nel nulla: dall’hikikomori, al “ghosting”, fino agli “johatsu”




Quello degli hikikomori non è l’unico fenomeno sociale, in crescita negli ultimi anni, che riguarda persone in fuga dalla propria identità pubblica e incapaci di gestire le pressioni connesse alle relazioni interpersonali.

In questo articolo voglio parlarvi, infatti, anche di “ghosting” e “johatsu”, due tendenze apparentemente lontane dall'hikikomori, ma che originano dalla medesima matrice: la paura del giudizio.


Losing You - LY.



Il fenomeno del “ghosting”


Il fenomeno del “ghosting”, che letteralmente potremmo tradurre in italiano con l’espressione “diventare un fantasma”, si riferisce a quelle persone che interrompono repentinamente una relazione importante e strutturata, in particolare di stampo amoroso e sentimentale, senza comunicarlo all’altro, ma semplicemente scomparendo nel nulla. 

Ciò è reso possibile dal fatto che la maggior parte dei rapporti interpersonali moderni sono largamente mediati dagli strumenti digitali, in particolare chat di messaggistica e social network, e per decidere di non vedere né sentire più una persona, potenzialmente basta bloccarla su queste applicazioni.

Alla base del ghosting vi è il medesimo istinto che porta l'hikikomori a isolarsi, ovvero l'istinto di fuga. Non scappiamo più da animali feroci o dai nemici, come accadeva in passato, ma dal giudizio: gli occhi, le parole e le reazioni dell'altro ci fanno terribilmente paura, a tal punto da arrivare a nasconderci piuttosto che affrontarle. Un comportamento completamente irrazionale e istintuale, simile a quello di un bambino che si mette le mani davanti agli occhi per scampare da un presunto pericolo.





Il fenomeno degli Johatsu


Gli Johatsu sono letteralmente gli “evaporati”, ovvero quelle persone che spariscono nel nulla, per tutti, compresi i parenti più stretti. L’obiettivo in questo caso è quello di poter ricominciare la vita da zero, eliminando completamente tutti i fallimenti sociali connessi alla propria identità pubblica e ripartire con una nuova identità (anche in questo caso il termine è di origine giapponese poiché sembra essere una pratica particolarmente diffusa nel paese nipponico).

Tutto ciò è già consentito nel mondo online, dove possiamo eliminare un account e ricrearlo da zero, con un nuovo avatar, ogni volta che lo desideriamo. Eppure, questa sembra essere una tendenza sempre più frequente anche nella vita offline, a tal punto che in Giappone il fenomeno degli Johatsu ha dato vita a un vero e proprio business, con la nascita di strutture specializzate “nell’evaporazione”, compreso il servizio di trasloco notturno dei propri averi che si desidera portare con sé nella nuova vita.

A primo impatto potremmo scambiare questa pratica come una potenziale soluzione all'hikikomori. Personalmente credo si tratti piuttosto di un'alternativa, appannaggio esclusivo di coloro che, nonostante l'alto tasso di sofferenza legata alla propria immagine pubblica, hanno comunque le competenze sociali (e la disponibilità economica) per ripartire da zero senza alcun tipo di supporto famigliare e/o sociale.



Per l'hikikomori sparire non basta, poiché le fragilità sociali, nonché la parte istintuale della paura del giudizio, rimarrebbero nonostante la nuova identità "ripulita" da colpe e fallimenti pregressi. 

Eppure è indubbio che la possibilità di cambiare completamente contesto sociale possa aiutare ad alleggerire quella pressione derivante dallo stigma sociale connesso al “tempo perso”, ovvero al fatto che siamo stati isolati e non abbiamo utilizzato quel tempo per lavorare, studiare, relazionarsi e, in generale, realizzarci socialmente.

Inoltre, come ho riportato anche nel mio libro, sembra che alcuni hikikomori, qualora abbiano l'occasione e le risorse per cimentarsi in un viaggio all’estero, riescano a recuperare gran parte delle proprie competenze sociali. Questo perché sanno di essere percepiti come degli “stranieri” e dunque persone che, in quanto non avvezze alla cultura del luogo, possono permettersi di comportarsi in modo anomalo e bizzarro. In altre parole: possono permettersi di sbagliare.


Conclusioni


Il fenomeno del ghosting e quello degli Johatsu sono evidentemente diversi dall'hikikomori, ma originano da un medesimo contesto sociale, estremamente pressante e dove il fallimento non è ammesso.

Non è ammesso deludere il partner, come nel caso del ghosting. Non è ammesso deludere i compagni di classe, gli insegnanti o i genitori, come nel caso degli hikikomori. Non è ammesso deludere niente e nessuno, compresi i vicini di casa, per cui l'unica soluzione è quella di scomparire e riapparire da un'altra parte, come nel caso degli Johatsu.

Il comune denominatore è sempre lo stesso: il desiderio di fuggire dal giudizio sociale. Purtroppo questa apparente scorciatoia si rivela spesso un'arma a doppio taglio, poiché non fa altro che procrastinare il problema, il quale si ripresenterà in futuro sempre più grosso e ingestibile.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"







domenica 8 dicembre 2019

Hikikomori: quanta colpa hanno i genitori?





Tra le concause alla base del fenomeno degli hikikomori dobbiamo necessariamente prendere in considerazione anche il cambiamento delle aspettative genitoriali sulla prole.

La nascita di un figlio non è mai stato accolto come un evento banale o irrilevante, ma complici diversi fattori, tra cui la numerosità delle famiglie del passato, l’alta mortalità infantile e le concrete preoccupazioni circa la sostenibilità economica che una nuova vita comportava, i genitori ponevano inconsciamente e pragmaticamente minori attenzione sul nuovo arrivato.


Losing You - LY.




Il contesto all’interno del quale viene al mondo un figlio oggi, nella società del benessere e dalla realizzazione sociale, è completamente diverso. Nulla o quasi viene lasciato al caso: i genitori spesso programmano il periodo della vita nel quale generare e predispongono ogni risorsa affinché il nascituro possa essere messo nelle migliori condizioni possibili per crescere sano e felice.

Non vi è nulla di male in tutto questo, se non fosse che talvolta le grandi attenzioni poste sul benessere di un figlio si concretizzano in alte aspettative circa la sua realizzazione futura. I genitori non vedono il figlio come un essere umano, ma come un piccolo prodigio dalle potenzialità straordinare che aspettano solo di essere svelate a loro e al mondo intero. La sua esistenza viene idealizzata ancor prima che possa manifestare qualsivoglia talento.

La nascita di un figlio, evento rarissimo, se non unico, nella vita di una coppia moderna, scuote drasticamente il baricentro del focus realizzativo dei genitori, il quale passa dal realizzarsi al realizzare. In altre parole: la propria realizzazione personale dipende in gran parte, se non totalmente, dalla realizzazione del figlio.

L’hikikomori nasce spesso qui.




“Voglio darti tutto quello che io non ho mai avuto”


L’idea che la vita di nostro figlio debba essere necessariamente migliorativa rispetto alla nostra è molto radicata culturalmente. Eppure parliamo di un’esistenza a se stante, che nasce in un contesto sociale nuovo e che avrà (e gli deve essere concesso avere) un percorso completamente diverso da coloro che l’hanno generata, al netto del comparto genetico ereditato.

L’ansia di un genitore di non commettere errori e di fare in modo che il figlio non trovi particolari ostacoli nel proprio processo di crescita si tramuta talvolta in un atteggiamento invadente e iperprotettivo che ottiene l’effetto esattamente opposto rispetto a quello desiderato.

Nel senso comune, e di conseguenza anche a livello mediatico, l’atteggiamento genitoriale più stigmatizzato è quello negligente. Per esempio, se la scuola si rende conto che un alunno sembra essere trascurato nel vestiario, nell’igiene personale o in quant’altro che dovrebbe essere responsabilità del genitore, può decidere di rivolgersi ai servizi sociali per verificare effettivamente se esista una mancanza da parte della famiglia nell’accudimento del figlio.

Eppure oggi ci stiamo accorgendo che a livello psicologico l’iperprotettività genitoriale, nonostante non si porti dietro un vero e proprio stigma sociale al pari della negligenza, è in grado di produrre sull’adolescente danni evolutivi equipollenti se non maggiori rispetto alla sua eventuale “trascuratezza” (o quella che oggi viene identificata come tale).


Leggi il libro

Qual è il compito di un genitore?


A livello evolutivo il compito di un genitore non è quello di portare il figlio a diplomarsi, a laurearsi, a fidanzarsi, ad avere un lavoro stabile, a essere felice o, in generale, a realizzarsi socialmente. Il compito evolutivo di un genitore è quello di favorire la transizione del figlio da un condizione di completa dipendenza (infanzia) a una condizione di completa indipendenza (adultezzà): quella che noi comunemente definiamo “adolescenza” non è altro che la fase transitoria tra questi due stadi.

Attenzione però, l’adolescenza non è una fase meramente anagrafica, ma una tappa evolutiva psicologica e il suo raggiungimento non è un risultato automatico indotto dall’età. Se il genitore, o la società, non crea le condizioni affinché un adolescente possa divenire psicologicamente adulto, il passaggio potrebbe non avvenire mai.



La caratteristica fondamentale che deve avere il genitore di un hikikomori


Se un genitore si rende conto di aver assunto un comportamento iperprotettivo e particolarmente carico di aspettative sulla realizzazione personale del figlio, e questo abbia provocato in lui una personalità fragile, ansiosa, inibita socialmente e con forti tendenze all’isolamento sociale, cosa può fare per recuperare?

La buona notizia è che si è sempre in tempo per correggere il proprio comportamento e apportare un miglioramento sostanziale nella vita del figlio. La cattiva notizia è che non è semplice e purtroppo non tutti hanno gli strumenti per farlo.

La caratteristica fondamentale che un genitore deve avere, o provare a sviluppare, per aiutare un figlio hikikomori è l’apertura mentale. Apertura mentale significa avere la capacità di mettere in discussione la propria interpretazione dell’esistenza e riuscire a superare i dogmi che hanno guidato il proprio stile educativo.



I passaggi mentali che deve fare un genitore per poter essere una presenza positiva per il figlio


Il primo passaggio fondamentale è riuscire a riconoscere il figlio non come una proprietà, oppure come un prolungamento di se stessi, ma come un essere indipendente e autonomo nelle proprie scelte di vita.

Il secondo passaggio è quello di accettare il fatto che non diventerà mai la nostra versione idealizzata che abbiamo coltivato con tanta soddisfazione fin dai suoi primissimi istanti di vita. Quella era solamente una nostra fantasia dettata dall’euforia. La vita reale è diversa e non prevedibile nei suoi sviluppi quotidiani.

Il terzo passaggio, necessario quando la condizione di hikikomori del figlio si è protratta per lungo tempo innescando in lui profonde fragilità emotive e sociali, è quello di accettare, non solo che non diventerà mai il nostro sogno idealizzato, ma anche che probabilmente non avrà mai quella che culturalmente e socialmente definiremmo “un’esistenza normale”. Dobbiamo accettare che potrebbe non diplomarsi mai, che potrebbe non innamorarsi mai, che potrebbe non riuscire mai del tutto a integrarsi socialmente. O meglio, potrebbe non riuscirci nelle modalità e nei tempi in cui noi speriamo che lo faccia.

Solo in questo momento, una volta distrutte tutte le aspettative sul futuro di nostro figlio, possiamo dare a lui in mano le chiavi della sua vita e lasciare che ne faccia quello che meglio crede. Se è adulto, e noi vogliamo che lo sia, le sue scelte non ci competono. In caso contrario continueremo a trattarlo come un eterno adolescente e lui rimarrà tale.




Conclusioni


In conclusione ci tengo a precisare che, sebbene lo scenario sopra descritto sia frequente, a mio modo di vedere, nelle dinamiche di ritiro adolescenziale, non è comunque generalizzabile alla totalità dei casi. La causa sociologica primaria alla base dell'hikikomori rimane la crescente competitività sociale, di cui i genitori possono diventare, inconsapevolmente, antenne amplificatrici.

Certo, quando un adolescente sperimenta l’impulso all’isolamento sociale tipico dell’hikikomori, la famiglia ha sempre un qualche tipo di ruolo, diretto o indiretto, ma è importante sottolineare che ci sono casi dove le responsabilità delle famiglie sono altissime e altri, invece, dove sono davvero minime.

L’altro aspetto che è giusto sottolineare è che il genitore agisce sempre a fin di bene e, dunque, dal punto di vista morale il suo comportamento non è stigmatizzabile. Ciò non toglie che le sue responsabilità rimangano e, soprattutto nel momento in cui ne diventa consapevole, deve avere la forza e la flessibilità mentale per mettersi profondamente in discussione. Con equilibrio, senza colpevolizzarsi eccessivamente, ma anche senza nemmeno scaricare tutto su fattori esterni.

L’hikikomori è un problema individuale, ma è anche un problema sociale, scolastico e famigliare, e non può essere superato senza uno sforzo di crescita collettivo da parte di tutti.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"





sabato 26 ottobre 2019

Hikikomori: una nuova etichetta diagnostica?




L'hikikomori, a oggi, non è ancora stato riconosciuto ufficialmente, né in Giappone né dalla comunità scientifica internazionale, come una psicopatologia.

Anche nel mio libro ho dedicato un capitolo su questa spinosa questione, spiegando perché l'isolato sociale volontario non sembri essere sempre e necessariamente depresso, fobico sociale, dipendente da internet o, peggio, affetto da psicosi. Eppure molto di frequente diverse di queste problematiche si associano alla condizione di ritiro.

"Ma se l'hikikomori non è una psicopatologia, allora che cos'è?"

In questo articolo voglio tornare sulla questione e provare a proporre un diverso approccio al problema. Si tratta evidentemente di un tema molto articolato che non può essere risolto in poche righe. Qui esprimerò, semplicemente e in sintesi, quello che è il mio personale punto di vista.



Losing You - LY.



Disagio adattivo di origine sociale


"L’hikikomori è una pulsione all'isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle forti pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate."


Questa è la mia attuale definizione di hikikomori, analizzata dettagliatamente nel mio libro. La ritengo piuttosto completa e in grado di evidenziare tutte le principali caratteristiche del fenomeno.

In sostanza stiamo parlando di un "disagio adattivo", manifestato da un numero sempre crescente di individui, che consiste nella difficoltà di trarre sensazioni positive e stimoli dalle relazioni interpersonali e, più in generale, dalle dinamiche sociali moderne. 

Tale disagio può condurre alla scelta di isolarsi al fine trovare un rifugio, uno spazio dove le pressioni derivanti dal giudizio altrui e dall'ansia da prestazione sociale sono ridotte al minimo: la propria casa o la propria camera da letto.

La scelta drastica e spesso estrema dell'isolamento, potrebbe tuttavia non concretizzarsi e rimanere solamente un'opzione, nonostante il soggetto continui a valutarla e a esperirne quotidianamente l'esigenza.


La diagnosi di "hikikomori"


Per poter dare vita a una vera e propria diagnosi di hikikomori, bisognerebbe dunque stabilire quando tale disagio superi "il limite" e diventi effettivamente una psicopatologia, ma personalmente la trovo una forzatura tanto semplicistica quanto inutile.

In Giappone, per esempio, hanno stabilito che si dovrebbe parlare di hikikomori solamente se l'isolamento totale (che non preveda attività lavorative, scolastiche o amicali) perduri in modo continuativo per almeno 6 mesi. Tale inquadramento, tuttavia, rischia di risultare in termini pratici e preventivi assolutamente controproducente e stigmatizzante.

L'esigenza, quasi esclusivamente burocratica, di trasformare l'hikikomori in una etichetta diagnostica, potrebbe infatti produrre più danni di quelli che riuscirebbe a risolvere, generando confusione e una discussione infinita su dove dovrebbe essere tracciata quella famosa linea. 





Verso un approccio dimensionale


Come ho argomentato nel video sullo stigma sociale legato alle diagnosi psicopatologiche, la mia speranza è che in futuro ci si allontani sempre di più dall'approccio nosologico, ovvero classificatorio, e si abbracci invece un approccio dimensionale, il quale NON mira a produrre una diagnosi sotto forma di etichetta medica, ma affronta il disagio psicologico scomponendolo nelle varie dimensioni da cui è formato.

Per esempio, se dovesse arrivare nello studio di uno psicologo o di un medico, un ragazzo che presenta diverse caratteristiche riconducibili al fenomeno degli hikikomori (pulsione all'isolamento sociale, ansia relazionale, umore depresso, inibizione e fobia sociale, paura del giudizio, apatia, depressione esistenziale, metavergogna, ecc.) per aiutarlo non è necessario produrre una diagnosi di "hikikomori", affibbiandogli immediatamente un'etichetta sociale e identitaria, ma bisognerebbe cercare piuttosto di comprendere quali siano le dimensioni dominanti del suo disagio e in che modo queste impattano sulla qualità della vita del soggetto. 

Il fenomeno degli hikikomori è infatti molto eterogeneo nelle sue manifestazioni e l'unica variabile strettamente caratterizzante e generalizzabile è proprio l'impulso all'isolamento sociale. Le altre dimensioni possono variare enormemente da soggetto a soggetto: c'è chi presenterà un forte quadro depressivo, ma poca fobia sociale; chi soffrirà di una profonda crisi esistenziale e chi invece di apatia; chi soffrirà maggiormente le pressioni di origine sessuale e chi invece quelle legate al confronto con i pari.

Insomma, tracciare un identikit de "l'hikikomori tipo" non è semplice e anche stabilirne rigidamente i confini per una sua classificazione diagnostica rischia di rivelarsi un lavoro infinitamente complesso e, al tempo stesso, completamente inutile in termini pratici.


Leggi il libro


Conclusioni


Inevitabilmente nei prossimi anni il dibattito attorno alla questione crescerà e diventerà sempre più controverso. Tempo ed energia che, a mio parere, dovrebbero invece essere interamente investiti nella ricerca di soluzioni efficaci al problema e su una riflessione ad ampio spettro del funzionamento della società capitalistica moderna. 

Il termine "hikikomori", nonostante non sia ancora ufficialmente riconosciuto, viene già utilizzato nei testi e negli articoli dei ricercatori di tutto il mondo. Ritengo la sua adozione fondamentale in un'ottica comunicativa e di ricerca, soprattutto interculturale, ma poco utile in termini medico-diagnostici.

So bene che, a seconda della propria prospettiva di studio, le mie argomentazioni potrebbero risultare più o meno condivisibili, ma avendo il fenomeno una comprovata origine socio-culturale, ritengo altresì doveroso porre maggiore attenzione su tali aspetti e non aggravare ulteriormente il problema assumendo un approccio classificatorio e categorizzante, perfettamente in linea con la tendenza di una società che contribuisce in modo determinate, attraverso le sue logiche, al diffondersi della problematica stessa.

Presidente e fondatore "Hikikomori Italia"


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