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sabato 26 ottobre 2019

Hikikomori: una nuova etichetta diagnostica?




L'hikikomori, a oggi, non è ancora stato riconosciuto ufficialmente, né in Giappone né dalla comunità scientifica internazionale, come una psicopatologia.

Anche nel mio libro ho dedicato un capitolo su questa spinosa questione, spiegando perché l'isolato sociale volontario non sembri essere sempre e necessariamente depresso, fobico sociale, dipendente da internet o, peggio, affetto da psicosi. Eppure molto di frequente diverse di queste problematiche si associano alla condizione di ritiro.

"Ma se l'hikikomori non è una psicopatologia, allora che cos'è?"

In questo articolo voglio tornare sulla questione e provare a proporre un diverso approccio al problema. Si tratta evidentemente di un tema molto articolato che non può essere risolto in poche righe. Qui esprimerò, semplicemente e in sintesi, quello che è il mio personale punto di vista.



Losing You - LY.



Disagio adattivo di origine sociale


"L’hikikomori è una pulsione all'isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle forti pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate."


Questa è la mia attuale definizione di hikikomori, analizzata dettagliatamente nel mio libro. La ritengo piuttosto completa e in grado di evidenziare tutte le principali caratteristiche del fenomeno.

In sostanza stiamo parlando di un "disagio adattivo", manifestato da un numero sempre crescente di individui, che consiste nella difficoltà di trarre sensazioni positive e stimoli dalle relazioni interpersonali e, più in generale, dalle dinamiche sociali moderne. 

Tale disagio può condurre alla scelta di isolarsi al fine trovare un rifugio, uno spazio dove le pressioni derivanti dal giudizio altrui e dall'ansia da prestazione sociale sono ridotte al minimo: la propria casa o la propria camera da letto.

La scelta drastica e spesso estrema dell'isolamento, potrebbe tuttavia non concretizzarsi e rimanere solamente un'opzione, nonostante il soggetto continui a valutarla e a esperirne quotidianamente l'esigenza.


La diagnosi di "hikikomori"


Per poter dare vita a una vera e propria diagnosi di hikikomori, bisognerebbe dunque stabilire quando tale disagio superi "il limite" e diventi effettivamente una psicopatologia, ma personalmente la trovo una forzatura tanto semplicistica quanto inutile.

In Giappone, per esempio, hanno stabilito che si dovrebbe parlare di hikikomori solamente se l'isolamento totale (che non preveda attività lavorative, scolastiche o amicali) perduri in modo continuativo per almeno 6 mesi. Tale inquadramento, tuttavia, rischia di risultare in termini pratici e preventivi assolutamente controproducente e stigmatizzante.

L'esigenza, quasi esclusivamente burocratica, di trasformare l'hikikomori in una etichetta diagnostica, potrebbe infatti produrre più danni di quelli che riuscirebbe a risolvere, generando confusione e una discussione infinita su dove dovrebbe essere tracciata quella famosa linea. 



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Verso un approccio dimensionale


Come ho argomentato nel video sullo stigma sociale legato alle diagnosi psicopatologiche, la mia speranza è che in futuro ci si allontani sempre di più dall'approccio nosologico, ovvero classificatorio, e si abbracci invece un approccio dimensionale, il quale NON mira a produrre una diagnosi sotto forma di etichetta medica, ma affronta il disagio psicologico scomponendolo nelle varie dimensioni da cui è formato.

Per esempio, se dovesse arrivare nello studio di uno psicologo o di un medico, un ragazzo che presenta diverse caratteristiche riconducibili al fenomeno degli hikikomori (pulsione all'isolamento sociale, ansia relazionale, umore depresso, inibizione e fobia sociale, paura del giudizio, apatia, depressione esistenziale, metavergogna, ecc.) per aiutarlo non è necessario produrre una diagnosi di "hikikomori", affibbiandogli immediatamente un'etichetta sociale e identitaria, ma bisognerebbe cercare piuttosto di comprendere quali siano le dimensioni dominanti del suo disagio e in che modo queste impattano sulla qualità della vita del soggetto. 

Il fenomeno degli hikikomori è infatti molto eterogeneo nelle sue manifestazioni e l'unica variabile strettamente caratterizzante e generalizzabile è proprio l'impulso all'isolamento sociale. Le altre dimensioni possono variare enormemente da soggetto a soggetto: c'è chi presenterà un forte quadro depressivo, ma poca fobia sociale; chi soffrirà di una profonda crisi esistenziale e chi invece di apatia; chi soffrirà maggiormente le pressioni di origine sessuale e chi invece quelle legate al confronto con i pari.

Insomma, tracciare un identikit de "l'hikikomori tipo" non è semplice e anche stabilirne rigidamente i confini per una sua classificazione diagnostica rischia di rivelarsi un lavoro infinitamente complesso e, al tempo stesso, completamente inutile in termini pratici.


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Conclusioni


Inevitabilmente nei prossimi anni il dibattito attorno alla questione crescerà e diventerà sempre più controverso. Tempo ed energia che, a mio parere, dovrebbero invece essere interamente investiti nella ricerca di soluzioni efficaci al problema e su una riflessione ad ampio spettro del funzionamento della società capitalistica moderna. 

Il termine "hikikomori", nonostante non sia ancora ufficialmente riconosciuto, viene già utilizzato nei testi e negli articoli dei ricercatori di tutto il mondo. Ritengo la sua adozione fondamentale in un'ottica comunicativa e di ricerca, soprattutto interculturale, ma poco utile in termini medico-diagnostici.

So bene che, a seconda della propria prospettiva di studio, le mie argomentazioni potrebbero risultare più o meno condivisibili, ma avendo il fenomeno una comprovata origine socio-culturale, ritengo altresì doveroso porre maggiore attenzione su tali aspetti e non aggravare ulteriormente il problema assumendo un approccio classificatorio e categorizzante, perfettamente in linea con la tendenza di una società che contribuisce in modo determinate, attraverso le sue logiche, al diffondersi della problematica stessa. 



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giovedì 19 settembre 2019

Hikikomori e tecnologie digitali: educare, non privare




Sono passati oltre sei anni da quando scrissi l'articolo "Hikikomori e Dipendenza da Internet: non confondiamoli", nel quale argomentavo di come le due problematiche fossero distinte, mentre i media e il senso comune facessero di tutto per assimilarle. Oggi posso dire che il lavoro di sensibilizzazione portato avanti sta dando i suoi frutti, nonostante in molti cadano ancora in questo banale, quanto pericoloso, equivoco.

Un semplice dato oggettivo prova, senza troppi dubbi, come l'hikikomori non sia causato direttamente dall'abuso delle nuove tecnologie: la maggior parte degli studi, infatti, fa risalire in fenomeno in Giappone negli anni '80, periodo storico nel quale internet, i videogiochi, i social network e gli smartphone non erano ancora entrati in modo pervasivo nelle nostre vite (o nemmeno esistevano), eppure gli isolati sociali erano già molto numerosi, tanto che alcune fonti collocano gli esordi del fenomeno addirittura negli anni '60.


Losing You - LY



Al di là di questo basterebbe fermarsi a parlare pochi minuti con un soggetto in isolamento sociale volontario per capire quanto il suo disagio abbia profonde radici relazionali, adattive ed esistenziali, mentre l'eventuale abuso di internet e dei videogiochi rappresenti spesso una conseguenza dell'isolamento piuttosto che una sua causa diretta (attenzione, questo non significa che la dipendenza da internet non esista, ma semplicemente che stiamo parlando di due problematiche diverse).

Detto ciò, le connessioni tra hikikomori e tecnologie digitali ci sono e in questo articolo voglio scavare ulteriormente nella questione per fornire spunti di riflessione aggiuntivi.


Effetto acceleratore


Nel mio libro "Hikikomori, i giovani che non escono di casa" affermo che, sebbene le nuove tecnologie non sembrino essere tra le cause scatenanti del fenomeno, potrebbero aver contribuito a una sua più rapida diffusione. 

Colui che nell'era pre-digitale sperimentava il forte disagio adattivo, esistenziale e relazionale tipico dell'hikikomori, poteva cercare di lenire tale disagio attraverso il ritiro, ma sapeva che ciò avrebbe comportato una rinuncia pressoché totale di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Con l'avvento di internet le cose sono radicalmente cambiate: lo stesso soggetto ritirato può disporre di un universo digitale senza confini, fatto di intrattenimento audio-video, informazioni e relazioni sociali indirette, ovvero digitalmente mediate, ancora volgarmente e impropriamente definite "relazioni virtuali".

Capirete bene come la scelta del ritiro sia oggi decisamente meno drastica e alienante rispetto all'era pre-digitale e, dunque, molto più accessibile e attraente per chi desidera trovare riparo dalle pressioni del contesto sociale.


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Un mondo alternativo


Molti degli istinti innati del soggetto isolato non vengono completamente soppressi, ma trovano sfogo nel web: chat e social network compensano in parte il bisogno di socialità, i videogiochi online quello della competizione e del confronto, mentre le infinite fonti di informazioni digitali colmano il vuoto lasciato dall'abbandono della scuola.

Le nuove tecnologie assumono dunque un ruolo fondamentale nella vita di un soggetto isolato e privarlo repentinamente di tali strumenti senza intervenire contestualmente sul piano psico-sociale (in particolare quello famigliare) può avere degli esiti negativi devastanti. Tuttavia, è innegabile come il grande numero di ore che la quasi totalità dei soggetti isolati trascorre connesso alla rete li esponga enormemente a tutta una serie di pericoli, di cui la dipendenza è forse quello che dovrebbe suscitare minor preoccupazione.

Facciamo alcuni esempi:

  • il web rende il passaggio del ritiro più morbido di quello che risulterebbe in sua assenza, restituendo una minore sensazione di pericolo al soggetto e talvolta creandogli l'illusione di aver trovato una soluzione definitiva o sostenibile sul lungo termine, aumentano il rischio di cronicizzazione; 
  • la grande varietà di intrattenimento offerto dalla rete, e dal comparto videoludico in generale, aiuta a ridurre la rimuginazione dei pensieri negativi e dunque potrebbe avere un effetto analgesico rispetto alla sofferenza derivante dal proprio stato, ma al contempo ne ostacola l'elaborazione e la razionalizzazione poiché favorisce la negazione del problema, piuttosto che il suo contrasto;


Educare, non privare


Stiamo vivendo un passaggio evolutivo che verrà ricordato come tra i più delicati della storia dell'uomo: quello della transizione dell'Era Analogica all'Era Digitale. È inevitabile che le generazioni che si trovino a cavallo di questo periodo storico siano soggette a tutta una serie di trasformazioni culturali, sociali e biologiche che provocano disagi adattivi più o meno profondi.

Purtroppo oggi si tende spesso a demonizzare le nuove tecnologie. I media cavalcano questa tendenza con grande insistenza poiché semplice, immediata e apparentemente logica. Quante volte, sul treno o in altri luoghi pubblici, un tempo spazi di aggregazione sociale, vediamo persone chine sullo smartphone che nemmeno si rivolgono lo sguardo. "I cellulari ci rendono più distanti!", verrebbe semplice pensare, eppure la questione è decisamente più complessa: le dinamiche sociali stanno cambiando, a prescindere dalle nuove tecnologie.

Nei prossimi anni assisteremo alla nascita di numerose comunità riabilitative per la dipendenza da internet, situate in luoghi periferici, immerse nella natura e depurate di qualsiasi tecnologia digitale. Luoghi utili se desideriamo trattare una dipendenza estrema e necessitiamo di uno spazio di transizione, ma l'obiettivo sul lungo periodo non può essere semplicemente quello di rimuovere completamente il digitale dalla nostra vita, quale fosse una sostanza stupefacente, ma piuttosto imparare a padroneggiare tale universo riducendo al minimo i suoi impatti negativi e valorizzando quelli positivi.

La separazione tra il mondo analogico (spesso impropriamente definito "reale") e quello digitale (spesso impropriamente definito "virtuale"), che oggi si tende a vivere come una linea chiara e netta, in futuro sarà sempre più sfumata fino al punto che sarà impossibile distinguere quando saremo online da quando saremo offline.

La situazione è questa, che ci piaccia o meno. Indietro non si torna.



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domenica 18 agosto 2019

Il fenomeno degli INCEL: i "celibi involontari" che odiano le donne




Durante questi anni di studio del fenomeno degli hikikomori, ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardo le diverse problematiche che talvolta si associano all'isolamento sociale volontario, come, ad esempio, la depressione esistenziale, la dipendenza dai videogiochi e da internet, la fobia scolare e quella sociale.

Eppure, un altro fenomeno sta attirando sempre di più la mia attenzione: sto parlando degli INCEL, parola coniata a partire dai termini inglesi "INvoluntary" e "CELibates" (che in italiano potremmo tradurre con l'espressione "celibi involontari").

Vi racconterò quanto ho compreso finora di questo fenomeno e quali sono le sue possibili connessioni con l'hikikomori.



Losing You - LY


Chi sono gli INCEL?


Gli INCEL sono maschi eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con l'altro sesso. Queste difficoltà generano in loro una grande frustrazione che si traduce talvolta in misoginia. Le donne sono infatti "accusate" di essere attratte esclusivamente dall'aspetto fisico, dai soldi e dallo status (da qui la "teoria LMS", acronimo che sta appunto per "Look, Money & Status"), per cui chi non eccelle in queste variabili inevitabilmente non avrà alcuna possibilità di risultare interessante ai loro occhi.

Gli INCEL si auto-includono in tre categorie:

  • i virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali (chi li ha avuti spesso dichiara di essersi rivolto a prostitute);
  • i kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali e non hanno mai baciato;
  • gli hugless-kissless-virgin: coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali, non hanno mai baciato e nemmeno abbracciato una potenziale partner. 

Gli INCEL sembrano essere ossessionati in particolare dell'aspetto esteriore: hanno generalmente una bassa autostima fisica e si percepiscono come poco attraenti. Nella loro prospettiva la bellezza è una variabile oggettiva e misurabile attraverso l'osservazione di precise disposizioni fisiche (per esempio la struttura della mascella, oppure lo spessore dei polsi, ecc.).

Eppure l'elemento principale che li rende effettivamente poco interessanti all'altro sesso è legato soprattutto agli aspetti di personalità e in particolare a un'insicurezza di fondo che rappresenta un serio handicap nella società moderna, non solo nelle relazioni sentimentali e sessuali, ma nelle relazioni in genere.

Gli INCEL si definiscono in gergo "redpillati" (termine che deriva dalla famosa scena del film Matrix), ovvero sono divenuti consapevoli che la società sia effettivamente governata dalle donne, le quali detengono maggiori privilegi rispetto agli uomini, nonostante i media e il senso comune ci indurrebbero a credere il contrario.



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Perché esistono gli INCEL?


Se ci fermiamo alle teorie più o meno grottesche che si accostano agli INCEL, potremmo commettere l'errore di sottovalutare e banalizzare la questione, eppure ci troviamo di fronte a un vero e proprio fenomeno sociale legato ai mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, in particolare relativi ai ruoli di genere.

Se prendiamo come riferimento la storia della civiltà umana, ci accorgeremo che la coppia "romantica", ovvero quella costituita esclusivamente sulla base della volontà paritaria di entrambe le parti, è una consuetudine relativamente recente. In passato i fidanzamenti e i matrimoni erano combinati e stabiliti dalle famiglie per fini utilitaristici (principalmente economici). A farne le spese era soprattutto la donna, costretta talvolta ad accoppiarsi in giovanissima età.

Anche in tempi più recenti, nonostante la progressiva estinzione di queste usanze, la donna ha comunque continuato a subire una forte pressione socio-culturale ad accasarsi, in particolare da parte della famiglia, trovandosi talvolta con le spalle al muro e dovendo forzare le proprie scelte di accoppiamento.

Nella società odierna le cose - per fortuna - stanno cambiando. La donna sta infatti acquisendo progressivamente maggiore autonomia decisionale e indipendenza economica, potendosi permettere di selezionare con maggiore libertà i propri partners. Questo, tuttavia, comporta dall'altro lato, ovvero quello maschile, un aumento della competizione, con difficoltà significativamente maggiori per coloro che non possiedono le competenze necessarie a rendersi attraenti agli occhi dell'altro sesso.


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Perché gli INCEL soffrono la loro condizione?


La difficoltà nell'avere partner sessuali rappresenta per il maschio etero, ancor più che per la femmina etero, una grande fonte di sofferenza e frustrazione, non tanto per l'impossibilità di soddisfare i propri impulsi sessuali, ma piuttosto a causa delle pressioni socio-culturali legate ai ruoli di genere.

Nei maschi etero il sesso si lega culturalmente al potere e allo status sociale: ciò significa che più si è abili e prestanti in tale ambito, più ci si sentirà percepiti positivamente. Al contrario, eventuali deficit potrebbero far insorgere sentimenti di inadeguatezza e fallimento: l'etichetta di "vergine" è particolarmente carica di stigma nella società moderna. 

Nelle donne le pressioni socio-culturali cambiano e l'avere molti partner sessuali rappresenta generalmente motivo di vergogna e senso di colpa. Il risultato di questa alterazione degli istinti legata ai ruoli di genere consiste nell'insorgenza di un forte disequilibrio tra "domanda e offerta" sessuale: da una parte i maschi sentiranno la pressione ad avere più partner possibili, mentre dall'altra le donne a operare una maggiore selettività. 


Quali sono le connessioni tra INCEL e hikikomori?


I due fenomeni sono ovviamente molto differenti, a partire dal fatto che il termine "INCEL", a differenza di "hikikomori", è stato auto-coniato dai diretti interessati. Non si tratta di un particolare da sottovalutare poiché ciò esprime in modo evidente l'esigenza di trovare un elemento di aggregazione, utile condividere e a lenire, almeno in parte, la grande frustrazione che deriva dal proprio status.

Eppure vedo alcune affinità tra i due fenomeni:

  1. il pensiero sviluppato dagli INCEL sembra essere un meccanismo psicologico difensivo atto ad abbassare la pressione sociale e il senso di colpa percepito attraverso l'attribuzione del proprio fallimento relazionale con l'altro sesso a fattori esterni al proprio controllo, come, ad esempio, ai gusti delle donne o all'aspetto fisico. Nel caso dell'hikikomori il meccanismo psicologico è simile, con la differenza che l'elemento negativo e fuori controllo è spesso rappresentato dalla scuola, dai genitori, dai coetanei o, più in generale, dalla società;
  2. il fenomeno degli hikikomori nasce a causa delle forti pressioni di realizzazione sociale generate della dinamiche sociali moderne. All'interno di queste pressioni un ruolo importante lo hanno anche le pressioni sessuali che, come abbiamo visto, costituiscono delle pressioni sociali a tutti gli effetti.


Un ragazzo inibito socialmente faticherà a instaurare relazioni amicali soddisfacenti con i coetanei e, forse in modo ancor più estremo, fallirà nelle relazioni sentimentali con l'altro sesso. Nel caso in cui fossero le pressioni sessuali quelle dominanti all'interno dello spettro delle pressioni sociali che portano un maschio etero a isolarsi, potrebbe insorgere in lui, come meccanismo psicologico difensivo, un atteggiamento di forte ostilità nei confronti delle donne e, di conseguenza, potrebbe essere fatto rientrare all'interno del fenomeno degli INCEL. Questo contribuirebbe a spiegare il motivo per cui gli hikikomori sono soprattutto di genere maschile.

Detto ciò, dalle mie osservazioni ho potuto notare come non tutti gli hikikomori vivano l'assenza di relazioni sessuali con particolare ansia e senso di fallimento. In molti, ad esempio, si professano asessuali o demisessuali, ovvero attratti sessualmente da un partner solamente in presenza di un forte legame emotivo. Dunque la sovrapposizione tra i due fenomeni, se esiste, è solamente parziale.


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Conclusioni


Il fenomeno degli INCEL merita molta più attenzione da parte dei ricercatori sociali poiché i livelli di sofferenza e frustrazione che possono celarsi dietro a questa condizione non sono affatto trascurabili e possono dare adito a forme di violenza auto o etero-diretta (esistono già alcuni casi di cronaca nera dove sono coinvolti sedicenti INCEL).

Come per gli hikikomori, è importante sensibilizzare sull'argomento e invitare coloro che ne soffrono a chiedere aiuto a professionisti adeguatamente formati, in particolare sessuologi.

Dobbiamo essere consapevoli di come il costante aumento della competizione sociale, e delle conseguenti pressioni di realizzazione personale, possa avere ripercussioni diversificate a seconda delle predisposizioni personali di ogni individuo. C'è chi finirà per prendersela con la società, chi con le donne e chi con altro. I sentimenti di inadeguatezza e fallimento ci portano a puntare il dito nel disperato tentativo di ridurre il senso di colpa e la sofferenza che deriva dalla propria condizione.

Piaccia o meno, queste sono le regole dell'attuale società capitalistica: chi è in grado di reggere le pressioni e sfruttarle a proprio vantaggio performerà al massimo raggiungendo alti livelli di successo personale. Per gli altri non rimane che imparare a convivere con la pressione, oppure provare a cambiare le regole del gioco, ammesso che questa seconda opzione differisca dalla prima.


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venerdì 7 giugno 2019

hikikomori e autismo: riflettiamo sulle possibili sovrapposizioni


Post di Marco Crepaldi

Se interpretiamo l'hikikomori, NON come uno status dell'individuo, ma come una pulsione all'isolamento sociale prolungata nel tempo e dettata da una visione pessimistica delle relazioni, della società e della realtà più in generale, ci renderemo allora conto di come non sia così impellente riuscire a tirare una linea netta tra coloro che possono essere fatti rientrare all'interno di questa definizione e coloro che, invece, ne sono completamente estranei.

Comprendo perché vi sia una forte esigenza in tal senso: la burocrazia, a cui anche la medicina è assoggettata, ha bisogno di categorie diagnostiche ben definite, chiare e, se possibile, basate su criteri oggettivi. Siamo tanti, serve standardizzare. Eppure, in termini pratici, non vedo una particolare urgenza. La questione di fondo è che ci troviamo dinnanzi a un importante aumento del disagio psicologico, sempre più spesso presente in giovane età, con un ruolo importante giocato dall'ambiente sociale. A prescindere dalla diagnosi (sia essa "fobia sociale", "depressione", "ansia sociale", ecc. a seconda di quale sia la sintomatologia preponderante), l'intervento, affinché abbia esito positivo, dovrà essere quanto più multidisciplinare possibile e strutturato ad hoc sul singolo caso.

Personalmente non auspico che l'hikikomori diventi una categoria diagnostica. L'utilizzo di questo termine è utile soprattutto dal punto di vista della ricerca, affinché si parli tutti la stessa lingua, anche tra nazioni differenti. Se deve invece essere affibbiato modi etichetta a un soggetto che presenta un preciso quadro sintomatologico, allora il discorso cambia e non mi trova d'accordo.

Il mio invito è quello di interpretare l'hikikomori come un disagio adattivo di natura sociale all'interno del quale esiste una grande eterogeneità di casistiche, con l'unico elemento trasversale rappresentato da quella pulsione all'isolamento sociale descritta nel primo paragrafo del presente articolo. La sintomatologia, e le eventuali comorbidità, possono invece variare enormemente.



Losing You - LY



Secondo quanto indicato in letteratura, esisterebbero almeno due tipologie di hikikomori: quello "primario", ovvero uno stato di isolamento indipendente da patologie mentali, e l'hikikomori "secondario", ovvero un'isolamento sopraggiunto come esito di una psicopatologia.

Per quanto mi riguarda, questa distinzione è irrilevante dal punto di vista "diagnostico" (anche, se appunto, di diagnosi non si dovrebbe parlare) poiché la discriminante rimane, in ogni caso, l'aspetto motivazionale, ovvero quella sfiducia, quel pessimismo e quella perdita di senso che intacca dapprima le relazioni interpersonali e poi l'esistenza nel suo complesso. Da quali esperienze sia scaturita tale interpretazione della realtà è difficile da determinare e comunque non altera la natura del problema.

L'hikikomori è sempre esistito, quello che cambia sono i numeri. Se prima si trattava di casi sporadici, oggi esistono delle precise dinamiche sociali che rendono tale disagio enormemente più diffuso, al punto da assumere le dimensioni di un fenomeno sociale mondiale.


Hikikomori e Asperger: la storia di Roberto


Hikikomori e autismo


Fatta questa premessa, mi è più facile argomentare come anche l'autismo (ovvero un disturbo pervasivo dello sviluppo che coinvolge, in particolare, le competenze comunicative e quelle relazionali) possa essere potenzialmente una condizione predisponente rispetto all'hikikomori e non necessariamente un'alternativa diagnostica.

Se pensiamo, ad esempio, alla sindrome di Asperger, una forma di autismo definita "ad alto funzionamento" proprio perché non comporta ritardi dal punto di vista intellettivo e dell'acquisizione del linguaggio, le possibili connessioni con l'hikikomori sono ancor più evidenti.

Abbiamo infatti ripetuto spesso che i soggetti in isolamento sociale volontario presentano solitamente un profilo caratterizzato da ansia, introversione, alta moralità e pensiero critico (o ipercritico), tutte variabili che trovano sovente connessione con un'alta competenza intellettiva, caratteristica, appunto, anche dell'Asperger.

A mio parere, dunque, la vera questione da porsi non è se un soggetto Asperger possa essere ANCHE un hikikomori (perché le due cose non si escludono), ma se il profilo psicologico tipico dell'Asperger sia predisponente all'hikikomori o meno. Come avrete capito, per quanto mi riguarda la risposta è positiva.


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Conclusioni


La questione è sicuramente complessa e non esauribile in poche righe. Tuttavia, credo che il punto di osservazione del problema sia spesso fuorviante e determinato da un'impostazione mentale eccessivamente focalizzata sull'esigenza classificatoria, piuttosto che sulla risoluzione.

Dobbiamo metterci il cuore in pace: non esistono dei criteri diagnostici oggettivi riguardo all'hikikomori e forzarli rischia solo di produrre ulteriori danni. Pensiamo ad esempio al Giappone, che ha stabilito che si possa parlare di hikikomori solo dopo un isolamento continuativo di almeno sei mesi. Come può questo essere utile ai fini preventivi? Dobbiamo aspettare che un ragazzo isolato da un mese arrivi a sei per poterlo classificare e attivare un intervento? Mi sembra ridicolo.

Manteniamo il focus sul problema: ci sono milioni di giovani che manifestano un disagio adattivo profondo, al punto da scegliere di vivere in uno stato di isolamento più o meno estremo. Come possiamo aiutarli? Questa rimane la domanda chiave alla quale trovare risposta.


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sabato 11 maggio 2019

Spazi di confronto online dedicati agli hikikomori: ecco perché ho deciso di chiuderli


Post di Marco Crepaldi

Come annunciato attraverso i profili social, ho recentemente preso la sofferta decisione di chiudere a tempo indeterminato tutti gli spazi online di Hikikomori Italia pensati per favorire l'interazione tra ragazzi e ragazze che soffrono di problematiche legate all'isolamento sociale volontario.

Tali spazi, che includevano un gruppo Telegram, un gruppo Facebook e un forum, sono stati aperti circa tre anni fa in via del tutto sperimentale. In particolare il gruppo Telegram è nato su esplicita richiesta di un hikikomori che manifestava l'esigenza di un contatto più dinamico con i membri del forum.

Ho già comunicato brevemente nel canale Telegram i motivi che mi hanno portato a tale scelta, ma voglio in questo articolo cercare di approfondirli ulteriormente, sia perché mi sento in dovere di dare una spiegazione ai tanti ragazzi che da questi mezzi traevano giovamento, sia perché penso che la mia esperienza possa essere utile a coloro che abbiano intenzione di utilizzare il web nel supporto degli hikikomori.




Losing You - LY



Elementi positivi


Gli hikikomori riescono a relazionarsi con molta più facilità tra di loro dal momento che si sentono giudicati in misura minore rispetto a quando riportano le proprie difficoltà a un soggetto lontano da questa problematica. 

Grande successo, in particolare, è stato riscosso dal gruppo Telegram, sia in termini di utenti registrati (più di 500), sia in termini di messaggi pubblicati (decine di migliaia ogni settimana). Su Telegram in realtà i gruppi erano due, uno per gli over 25 e uno per gli under 25, con questo secondo decisamente più numeroso a testimonianza del fatto che in Italia il fenomeno riguarda ancora soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti, mentre in Giappone il numero di ritirati sociali sembra essere oggi superiore nella fascia più anziana, ovvero quella che va dai quarant'anni in su.



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Interessante anche notare come questi gruppi permettano l'emergere degli hikikomori di sesso femminile, gravemente sottostimati dai sondaggi condotti finora sul fenomeno, sia in Italia che in Giappone. Essendo in questo caso loro stesse, e non i genitori, a valutare le proprie difficoltà di adattamento sociale, l'effetto culturale di sottovalutazione del problema che riguarda spesso le donne viene bypassato.

È stato inoltre possibile responsabilizzare i gruppi stessi, affidandone la moderazione ai soggetti che si dimostravano più equilibrati e maturi. La scelta, infatti, è stata inizialmente quella di tenere i volontari dell'associazione come osservatori silenti (solo nel gruppo Facebook, come indicato nel regolamento), in modo da aiutarmi nella supervisione, ma senza intervenire in prima persona. Io ero l'unico che proponeva ed entrava regolarmente nelle discussioni e ciò non creava malumori.

Quando al gruppo Facebook è stato però chiesto, attraverso un sondaggio, se avrebbero accettato la presenza attiva di psicologi all'interno del gruppo, nonostante la maggioranza abbia risposto positivamente, una larga minoranza ha manifestato malumori e la preferenza di continuare a gestire lo spazio senza interferenze da parte di professionisti, sui quali in molti nutrono sfiducia e scetticismo.



Elementi negativi


Si possono riassumere sostanzialmente in tre voci:

1. filtraggio: nonostante l'implementazione di luoghi di transizione (come, ad esempio, la "chat di presentazione", popolata esclusivamente dai moderatori e a cui si accedeva preventivamente rispetto al gruppo vero e proprio, oppure il questionario somministrato in automatico quando un utente chiedeva di entrare nel gruppo Facebook) riuscivano comunque a penetrare all'interno di questi spazi persone fortemente negative, con problemi depressivi gravi non sempre riconducibili all'hikikomori. Si andava dunque a creare un gruppo pericolosamente eterogeneo per problematiche, età, livello di comprensione del proprio status, ecc. 

Inoltre, un grave limite è dato dall'impossibilità di stabilire con certezza l'età del soggetto e, essendoci anche molti minorenni che soffrono di hikikomori, i rischi che vedremo successivamente sono da interpretare con ulteriore allarme. 

2. influenza negativa: molti dei messaggi postati all'interno di questi spazi, soprattutto nel forum e nel gruppo Facebook, erano tendenzialmente pessimistici e vi era il concreto rischio che potessero influenzare negativamente gli altri membri del gruppo. Anche gli "ex hikikomori", a cui è stato permesso di partecipare proprio nella speranza che potessero portare maggiore positività, non erano in grado di contrastare la grande autocommiserazione e il profondo cinismo che permeava molte testimonianze. 

3. interazioni occulte: per quanto si possa supervisionare e moderare con attenzione queste piattaforme online, è assolutamente impossibile impedire agli utenti di contattarsi in privato e alimentare, in chat o gruppi paralleli, derive negative di varia entità e gravità, potenzialmente anche di natura sessuale o autolesionistiche.

Conclusioni


Gli spazi di confronto online dedicati agli hikikomori detengono moltissime potenzialità nell'aiutare chi soffre di isolamento sociale volontario, soprattutto nella delicata fase di intercettazione e aggancio. Infatti, grazie a questi spazi, è anche possibile far emergere le categorie più sottostimate dell'hikikomori, rappresentate dalle donne e dai ritirati over 30.

Tuttavia, nascondono anche numerose insidie e possono diventare degli spazi non solo poco utili in termini di mutuo aiuto, ma anche potenzialmente negativi, soprattutto data la difficoltà di filtraggio in ingresso e la tendenza alla condivisione di contenuti pessimistici.

Diventa fondamentale, inoltre, progettare uno spazio ad hoc dove gli utenti non possano contattarsi in privato, all'oscuro degli occhi dei moderatori: cosa impossibile da evitare sui principali social network esistenti a oggi.

Nel prossimo futuro, insieme al team di psicologi dell'associazione, rifletterò su come debbano essere strutturati tali spazi in modo da superare tutti i limiti sopraesposti. Nel frattempo rimane comunque attiva la chat supporto: uno sportello d'ascolto che consente di mettere in contatto coloro che soffrono di isolamento sociale con degli operatori esperti.

Infine, al posto del forum, è nata sul sito la sezione "Storie", che ha lo scopo di raccogliere esperienze reali di isolamento sociale. Se volete portare la vostra testimonianza scrivete a info@hikikomoriitalia.it.

Ci tengo a sottolineare che la mia è stata una scelta a lungo ponderata e per nulla semplice. Ho aperto questi spazi con intenzioni positive, eppure mi sono reso conto che i rischi erano superiori ai potenziali benefici.

Spero possiate capire.

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