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Come si aiuta un hikikomori? Riflessioni sull'importanza delle comunità




Quando usciamo dalla nostra zona di confort siamo costretti a ricrearci una nuova routine. Dobbiamo riplasmare l'ambiente circostante in modo da adattarlo alle nostre esigenze e renderlo a noi confortevole, esattamente come abbiamo fatto, nel tempo, con l'ambiente che stiamo lasciando.

È nella natura dell'uomo crearsi una propria zona di confort e non c'è niente di male nel ricercarla e proteggerla. Ma talvolta, durante il corso della nostra esistenza, la routine può condurci in una spirale negativa: ci porta a percepire la realtà sempre dallo stesso punto di vista, diventando una vera e propria trappola per la mente.

È in questo momento che dobbiamo trovare la forza per allontanarcene, per fuggire dalla prigione che noi stessi ci siamo creati, per ricostruire una nuova routine, che ci porterà in contatto con cose, persone e ambienti diversi, portandoci, di conseguenza, a sviluppare dei pensieri e delle sensazioni che saranno inevitabilmente differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati.

L'uomo esiste solamente in relazione al suo ambiente. L'uomo plasma l'ambiente e l'ambiente contribuisce a plasmare l'uomo.

E' per questo motivo che un hikikomori, passando molto tempo nello stesso spazio, ripetendo la stessa routine e le stesse attività, si costruisce un mondo che finisce per apparirgli come l'unico possibile.







Immaginiamo per un momento di prendere l'hikikomori e di trasportarlo in un altro posto, che non ha più le caratteristiche dell'ambiente-stanza, ma avrà delle peculiarità completamente diverse.

L'hikikomori, così come qualunque altra persona privata improvvisamente della propria zona di confort, vivrà con grande sofferenza questo cambiamento, perché si troverà a dover ricostruire la propria routine utilizzando un mondo (l'ambiente circostante) diverso da quello a cui era abituato. Sentirà la mancanza delle attività che in precedenza erano per lui fonte di piacere, dimenticandosi quasi delle cose che invece lo facevano stare male. E' questa la caratteristica principale dello stato psicologico comunemente definito come "nostalgia". È un sentimento ingannevole, perché ci riporta alla mente solo gli aspetti positivi del nostro ricordo, ma allo stesso tempo ci nasconde o minimizza quelli negativi.

Il soggetto, dunque, attraverserà un periodo di rifiuto dell'ambiente e ricercherà inizialmente di ricostruirsi la zona di confort persa. Tuttavia, non avendo gli stessi strumenti messi a disposizione dall'ambiente, dovrà necessariamente modificarla in relazione a esso. Ciò comporterà una serie di attività differenti, che non sono mai state intraprese precedentemente e che, di conseguenza, genereranno una serie di pensieri, riflessioni e interpretazione della realtà differenti.

Questo significa che, quando una persona cambia ambiente, cambia essa stessa e si ristruttura come individuo, che lo voglia o meno. E' un meccanismo per la maggior parte inconscio, ma assolutamente ineluttabile.

Tale cambiamento avviene sia quando il soggetto è costretto a cambiare ambiente per periodi prolungati, avendo tempo di ricreare completamente una nuova zona di confort (ad esempio, quando ci trasferiamo a vivere in un'altra città), ma vale anche per periodi più brevi, ad esempio quando partiamo per una vacanza.

Al rientro a casa proveremo inevitabilmente una sensazione di familiarità, che non è dovuto solamente dagli aspetti fisici dell'ambiente, ma soprattutto dal fatto che stiamo reinserendo repentinamente il nostro essere in una routine che avevamo in gran parte modificato nel corso della nostra vacanza.

Parlo di vacanza, ma può essere anche un viaggio di lavoro o di studio. Insomma, non importa il motivo per il quale abbandoniamo la nostra zona di confort, il punto è che quando cambiamo ambiente per un periodo medio-lungo, cambiamo inevitabilmente anche noi stessi e il nostro modo di pensare e rapportarci alla realtà.

Nel caso degli hikikomori, questo avvalora l'importanza fondamentale di creare delle comunità che il ragazzo possa frequentare, se lo desidera, anche 24 ore su 24 e trascorrere lì tutto il tempo necessario per modificare definitivamente la propria zona di confort e non sentire più l'attrazione per quella precedente. Questa cosa avviene già in Giappone ed è una delle poche metodologie che finora sta dando dei risultati importanti, anche sul lungo termine.



L'importanza della volontarietà dell'atto



Ci sono altri due punti da analizzare. Il primo è il rischio di ricadute, aspetto particolarmente delicato negli hikikomori. Molti, infatti, una volta abbandonata la comunità e rientrati a casa, risprofondano rapidamente nella vecchia routine e si fanno catturare nuovamente dai piaceri che pensavano aver accantonato. Esatto, perché l'isolamento crea dipendenza e, come tutte le dipendenze, può determinare delle ricadute.

In questo caso, però, la dipendenza non è rappresentata da una sostanza (come può essere l'alcool) o da un elemento fisico (come può essere il pc), ma da un intero ambiente che consente una serie di attività che, prese singolarmente, possono sembrare del tutto innocue, ma che nel loro insieme contribuiscono a determinare una zona di confort talmente radicata da determinare una dipendenza.

E qui arriviamo all'ultimo aspetto della mia analisi: la volontarietà dell'atto.

Da quanto detto in precedenza, ovvero sul "prendere l'hikikomori e di trasportarlo in un altro posto" qualcuno potrebbe erroneamente pensare che una soluzione possibile sia quella di prelevare a qualunque costo il soggetto, anche con la forza, e portarlo in un altro luogo.

Questa pratica avviene, purtroppo, già da diversi anni in Giappone. Parallelamente alla diffusione del fenomeno degli hikikomori, sono nate infatti anche delle figure specializzate chiamate in gergo "estrattori di hikikomori" che hanno il solo compito di prelevare il ragazzo isolato, con le buone o con le cattive, e portarlo in un centro di recupero, segregandolo a tutti gli effetti, in modo che non possa fuggire.

È evidente come questa pratica non possa portare alcun beneficio, semplicemente perché non si tratta di una scelta volontaria del ragazzo. Quest'ultimo, una volta tornato a casa, riprenderà la sua vita esattamente da dove l'aveva lasciata, aggravando ulteriormente la propria sfiducia nei confronti delle persone e della società e, di conseguenza, isolandosi ancora di più.

Questo significa che, affinché il cambio di ambiente e l'abbandono della zona di confort siano efficaci nel produrre un cambiamento profondo e a lungo termine nel soggetto, è fondamentale che sia egli stesso, e nessun altro (non il genitore, non lo psicologo, non il medico), a prendere tale decisione.



E se non vuole saperne?



Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare: "Tutto molto bello... ma mio figlio non si trasferirebbe mai e poi mai volontariamente in una comunità per hikikomori".

Il punto è proprio questo. Quando un hikikomori decide di lasciare la propria camera (dunque la propria zona di confort, la propria routine, il proprio oggetto di dipendenza, se così vogliamo definirlo) lo deve fare perché pensa che quella sia la soluzione migliore per il suo bene.

Alcuni hikikomori arrivano a maturare spontaneamente tale decisione dopo un lungo periodo di isolamento che li porta a provare una sofferenza tale da diventare insopportabile e da desiderare a tutti i costi un cambiamento, che però non sono in grado di ottenere da soli.

Altri, invece, forse per orgoglio, forse per incapacità di interpretare correttamente la propria sofferenza, si rifiutano categoricamente di prendere una tale decisione, anche qualora il malessere derivante dal loro isolamento fosse ormai divenuto insostenibile.

È in questo caso che si rende necessario l'intervento di "facilitatori", ruolo che in Giappone, per esempio, è svolto dalle cosiddette "rental sister" (letteralmente "sorelle in prestito"), ovvero volontarie che, senza nessuna particolare preparazione, si recano fisicamente a casa degli hikikomori e cominciano a parlare con loro da dietro la porta chiusa, provando a convincerli, con tanta pazienza e delicatezza, a trasferirsi in comunità per un breve periodo (inizialmente può essere anche qualche ora, poi un giorno, poi due, poi una settimana e così via).

Personalmente, per la nostra cultura, ritengo che non sia necessario che in Italia il ruolo sia svolto necessariamente da soggetti di sesso femminile, ma ritengo, altresì, importante, che sia svolto da giovani che sappiamo in qualche modo parlare lo stesso "linguaggio" degli hikikomori, ovvero che condividano in parte le loro passioni e le loro paure, che non li facciano sentire giudicati, riuscendo in questo modo costruire un forte legame empatico.

Ovviamente, una volta in comunità, è importante che i soggetti isolati siano seguiti anche da personale esperto (psicologi, psichiatri, educatori, assistenti sociali, ecc.) e non solamente da volontari. Tuttavia, è essenziale che mai e poi mai gli hikikomori si sentano trattati come "malati", perché non lo sono.

Una volta in comunità, possono essere numerose le attività utili per aiutare gli hikikomori a recuperare gradualmente le proprie competenze sociali smarrite durante il periodo dell'isolamento. Ad esempio, è possibile organizzare sedute di discussione di gruppo (coordinate da un moderatore esperto), tornei con videogiochi online e offline, gite fuori porta, piccoli lavoretti part-time, laboratori creativi e attività formative di qualsiasi tipo (professionali e non).

Fondamentale che il ragazzo sia seguito anche negli anni successivi al suo reintegro in società, seppur apparentemente, non presenti più gravi ed evidenti pulsioni di isolamento sociale.

Quella che ho descritto è, a mio parere, una delle poche metodologie trasversali in grado di produrre cambiamenti efficaci e duraturi nella maggior parte degli hikikomori, soprattutto per coloro che hanno raggiunto un grado di isolamento particolarmente profondo.

Al momento in Italia non esistono ancora strutture di questo tipo, ma il mio auspicio è che in futuro possano svilupparsi su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo assolutamente fare tesoro dell'esperienza giapponese.


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8 commenti:

  1. Propongo una lettura rovesciata del fenomeno, cosiddetto, dell'hikikomori. E se fossero loro ad essere i sani e tutto il resto della società, invece, profondamente malata? Provate a pensare a quanta violenza permea la nostra vita quotidiana. Non solo quella visibile: l'arroganza degli automobilisti, la maleducazione diffusa, il bullismo nelle scuole e la criminalità di ogni genere e dimensione. Parlo della violenza culturale che considera normale l'arrivismo, lo sfiancarsi per emergere sugli altri, "la competitività". Questa violenza entra anche nelle stanze dei terapeuti e nelle comunità, e molte teorie sono ispirate ad essa. Ma non è tutto. C'è anche la violenza strutturale, quella delle istituzioni. Quella che fa del potere (che è il modo in cui la violenza entra nelle relazioni e le regola) il suo unico scopo di esistenza. Pensiamo al sadismo della burocrazia (da Kafka a Fantozzi), pensiamo a quanto è violento il denaro, la mercificazione, il profitto.
    Pensate a tutto questo. Forse davvero loro sono la parte sana che ha trovato questo unico modo per sottrarsi alla violenza e alla necessità di infliggerla a qualcun'altro appena si mette piede fuori dalla stanza. Pensate a Budda, a San Francesco, a tutti gli eremiti, agli anacoreti, ai maestri zen. Pensate a molti, moltissimi, filosofi e artisti, a Montaigne, a Leopardi, chi sono tutti costoro, se non degli hikikomori ante litteram? Eppure sono state le persone migliori che siano mai transitate su questa terra.

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    1. Bellissima riflessione!pienamente condivisa

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    2. Anch'io condivido l'idea che il comportamento di questi ragazzi rappresenti una forma di protesta silenziosa verso una societa' a cui non sentono di appartenere e si sentono toppo fragili e impotenti per cercare di modificarla in maniera propositiva !

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