martedì 3 aprile 2018

L'hikikomori è un disturbo giovanile? Sbagliato!



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La stragrande maggioranza degli hikikomori italiani sembra avere un'età compresa tra i 14 e i 25 anni, con una particolare concentrazione intorno ai 17. Un dato che ha trovato conferma anche nell'ultimo sondaggio condotto nel nostro gruppo dedicato ai genitori, il quale conta ormai quasi 900 iscritti.

Partendo da questa evidenza, verrebbe spontaneo sostenere che l'hikikomori sia un fenomeno che riguarda specificatamente i giovani, eppure si tratterebbe di un errore.



Losing You - LY


La prima generazione di hikikomori


L'età media degli hikikomori italiani è molto bassa semplicemente perché si tratta della prima generazione. In Giappone, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che da noi, intorno agli anni 80', l'età media dei reclusi sociali è notevolmente più alta e c'è un grande numero di isolati over 40, nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Il problema degli hikikomori adulti è talmente grave nel Paese del Sol Levante, che il governo è stato costretto a garantire a molti di loro una pensione minima che gli permettesse di sopravvivere anche dopo la morte dei genitori. Sono in contatto personalmente con uno di questi casi, il quale mi ha confermato tutto ciò.

Anche in Italia l'età media dei ritirati sociali è destinata a aumentare costantemente nei prossimi anni, soprattutto se il problema continuerà a essere ignorato e non ci saranno cambiamenti considerevoli da un punto di vista governativo e sociale.



L'hikikomori può riguardare tutti


Sostenere, dunque, che l'hikikomori sia una problematica giovanile è scorretto e rischia di rivelarsi una concezione fuorviante rispetto a quello che dovrebbe essere il giusto approccio alla questione.

Resta però il fatto che l'hikikomori sembra manifestarsi, nella maggior parte dei casi, tra i 14 e 18 anni. Cosa accade in questo periodo della nostra vita?

Entrano in gioco almeno due fattori potenzialmente in grado di favorirlo:


1. Fragilità psicologica e mancanza di resilienza


La pulsione all'isolamento sociale (ovvero l'hikikomori) sfocia in un'isolamento effettivo solamente quando il soggetto che la esperisce non ha gli strumenti adeguati per elaborarla, razionalizzarla e contrastarla. Da questo punto di vista, sappiamo bene come l'adolescenza sia una fase evolutiva particolarmente delicata, caratterizzata da una grande instabilità e fragilità psicologica.

A questo è possibile aggiungere ulteriori fattori di rischio, come, ad esempio, un carattere timido e introverso che rende complesso instaurare relazioni soddisfacenti con i coetanei, instabilità famigliari (caratterizzate, per esempio, da un divorzio o da uno squilibrio tra le figure genitoriali), oppure, dal fatto di essere figlio unico e di sentire proiettate su di sé maggiori aspettative di realizzazione sociale.

Detto questo, è importante ribadire che l'hikikomori può insorgere in qualunque momento della vita, soprattutto in concomitanza di eventi e circostanze che possono, direttamente o indirettamente, favorire una condizione di isolamento sociale, come, ad esempio, un percorso universitario insoddisfacente, oppure la perdita del lavoro, così come la difficoltà di trovare un'occupazione stabile e gratificante.

In generale, ciò che sembra mancare agli hikikomori è la cosiddetta "resilienza", ovvero la capacità di far fronte a eventi potenzialmente traumatici o sfidanti, rielaborandoli positivamente.


2. Depressione esistenziale


L'hikikomori non è come un virus, per cui una volta smaltito il corpo ritorna a essere sano, ma rappresenta una condizione dell'individuo legata inscindibilmente al suo modo di interpretare la vita. È la manifestazione concreta di una difficoltà adattiva, non solo a livello sociale, ma spesso anche esistenziale. La sofferenza, il disagio, la demotivazione e l'apatia che affliggono un hikikomori originano da una valutazione fortemente negativa del modello di vita contemporaneo e da una perdita di senso rispetto al perseguimento di tutti quegli obiettivi sociali considerati come necessari e obbligati.

Non è un caso, infatti, che l'età di insorgenza dell'hikikomori sia spesso correlata con il grado di maturità introspettiva del ragazzo, il quale potrebbe percepire questo profondo disagio già in tenera età, senza tuttavia riuscire a elaborarlo consciamente. Esistono casi particolarmente prematuri di hikikomori che possono manifestarsi anche intorno ai 10 anni di vita.

Capite bene, allora, che un conflitto interiore come quello descritto sia difficile da razionalizzare e superare, soprattutto in un periodo di tempo ridotto. È pertanto necessario un percorso interiore dalla durata impronosticabile, lungo qualche mese o potenzialmente tutta la vita, nel quale si alterneranno fasi di apertura e profonde ricadute.





Come si aiuta un hikikomori adulto?


Questo articolo è nato su richiesta di alcuni genitori dell'associazione, particolarmente turbati dal fatto di avere un figlio tra i 25 e i 35 anni, o anche oltre, completamente inattivo da un punto di vista scolastico, lavorativo e sociale (attenzione, parliamo sempre di socialità diretta, non virtuale).

La loro paura nasce soprattutto dal fatto che le tipologie di intervento di cui oggi si parla maggiormente mirano principalmente al reinserimento scolastico. Anche la nostra associazione lavora molto per sensibilizzare le scuole, ma lo facciamo soprattutto in un'ottica preventiva, non perché crediamo che gli hikikomori siano solo adolescenti.

La domanda più ricorrente è: come si aiuta un ragazzo isolato da diversi anni, ormai non più in età scolare e senza nessuna esperienza lavorativa?

Ovviamente non esiste una risposta definitiva a questa domanda, ma ci tengo a fare alcune considerazioni in merito.

Personalmente ritengo non ci siano molte differenze, da un punto di vista dell'approccio di intervento, tra un hikikomori adolescente e un hikikomori adulto. In entrambi i casi l'obiettivo rimane quello di modificare la loro immagine negativa del mondo sociale e aiutarli a rielaborare le loro paure. In particolare "la paura del tempo perso", che spesso attanaglia quegli hikikomori divenuti consapevoli dell'impossibilità di trascinare per sempre l'isolamento e desiderosi di riprendere una strada sociale. La durata effettiva del tempo che si ritiene di aver perso è irrilevante, potrebbe essere un mese, così come 10 anni. Tutto dipende da come viene interpretato.

"La paura del tempo perso" non è altro che un inganno mentale, responsabile della fallace convinzione che sia impossibile riprendere in mano la propria vita, a qualunque età.

La vera differenza tra un hikikomori adolescente e uno adulto è che il primo avrà probabilmente una visione negativa della socialità recente e quindi più facilmente modificabile. Dall'altro lato, invece, l'hikikomori adulto ha rimuginato in solitaria per anni sulla sua concezione dell'esistenza, cristallizzatasi per l'assenza di prospettive alternative dovute all'isolamento, e quindi maggiormente interiorizzata e più difficilmente sradicabile. Ed è per questo che è fondamentale intervenire prima che l'isolamento si cronicizzi, a prescindere dall'età in cui l'hikikomori si manifesta.



L'hikikomori NON va curato, ma supportato


Quando una persona comincia a manifestare i primi campanelli d'allarme dell'hikikomori, come ci si deve comportare? Come si aiuta un hikikomori a non sprofondare nel baratro della solitudine?

Anche questa domanda è certamente complessa. Il mio primo consiglio è sempre quello di mantenere la calma e non generare su di lui ulteriore pressione. Prima di spronarlo a ritornare immediatamente a scuola, al lavoro o alla vita sociale in generale, è necessario capire quale tipo di disagio sta vivendo e cercare di abbassare le aspettative di realizzazione sociale che egli percepisce provenire dai genitori, dai coetanei, dalla scuola e dalla società nel suo complesso.

Io non credo che l'hikikomori possa essere "curato", semplicemente perché non ha nessuna malattia, ma può certamente essere supportato in quella che è una fase particolarmente complessa della sua esistenza. Bisogna porsi nei suoi confronti non con un atteggiamento di aiuto attivo o, ancora peggio, invadente, ma comportarsi come un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta: non lo tiene per tutto il tragitto, ma allo stesso tempo non lo abbandona completamente perché sa che da solo rischia di cadere e farsi male. Gli sta accanto e interviene solo quando lo vede in reale difficoltà, senza farglielo pesare e senza quasi farsi notare.




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