venerdì 28 giugno 2013

Il padre che non c'è: il ruolo della figura paterna in Giappone




La separazione dei ruoli tra maschi e femmine è una tradizione ancora molto forte nella cultura giapponese moderna. Il padre lavora e pensa al sostentamento economico della famiglia, mentre la moglie si occupa della casa e dell’educazione dei figli.




I ritmi lavorativi in Giappone


Questa premessa è fondamentale per comprendere meglio ciò che sta accadendo in questi anni in Giappone. A causa della crisi economica i ritmi di lavoro sono diventati insostenibili. La competitività del mercato costringe a orari estenuanti e capita spesso che gli uomini rincasino molto tardi la sera, con l’unico desiderio di dormire.

Uno stile di vita di completa abnegazione per il lavoro che, tuttavia, è considerato motivo di orgoglio e un dovere morale nei confronti della propria famiglia. Questo spirito di sacrificio può essere ricollegato a una caratteristica della cultura giapponese molto antica: la lealtà bushido, “la via del guerriero”, ovvero un codice di condotta e un modello di vita che esige il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore che devono essere perseguiti fino alla morte.

Fino alla morte, appunto. E’ quello che accaduto a 317 uomini nel 2002 morti per eccesso di lavoro (karoshi, parola coniata appositamente per il fenomeno). Dimostrare che si sta dando il massimo diventa più importante di ogni cosa, anche della stessa vita.

Padri assenti


Costretto sempre fuori casa dal lavoro, il padre contribuirà poco all'educazione del figlio. In questo modo la figura genitoriale femminile avrà un ruolo dominante e, talvolta, sarà una madre eccessivamente presente. A tal proposito Carla Ricci, nel saggio “Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione”, dice: “la madre fa troppo la madre perché non fa per niente la moglie”. Questo è un punto fondamentale per comprendere meglio quali dinamiche familiari possono favorire l’hikikomori. La lontananza del padre non solo priva il bambino di una figura genitoriale fondamentale, ma favorisce anche lo svilupparsi di quel legame di dipendenza tra madre e figlio (l’amae) che spesso rappresenta una delle principali cause di hikikomori.

"[...] la madre si occupa di lui, delle sue scelte scolastiche, lo accompagna a scuola, segue i suoi studi e sa tutto della sua vita. Il figlio è amato e protetto, molto amato molto protetto, troppo amato troppo protetto [...]" (Carla Ricci in Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione).

Un'assenza ingombrante


Prima di concludere è importante sottolineare una cosa. L’assenza fisica del padre non impedisce che egli risulti comunque una figura particolarmente influente e ingombrante. Le sue “gesta eroiche”, infatti, vengono spesso raccontate dalla madre al figlio, il quale sentirà la pressione a comportarsi nella stessa maniera, a dover diventare come lui.

"Attorno a questo padre silenzioso ma severo e senza dubbio opprimente, si sviluppa un percorso perverso di aspettative, dove ognuno si aspetta qualcosa da qualcun'altro: il padre lavora e tutti conoscono le aspettative su di lui; la madre conosce quelle che marito e figlio hanno su di lei ed il figlio conosce ciò che i genitori si aspettano da lui. E' un circolo vizioso di co-dipendenza all'interno del quale i membri della famiglia ristagnano e da questa scala di valori sembra che effettivamente non ci sia via di scampo" (Carla Ricci, in Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione).


domenica 23 giugno 2013

Il sistema scolastico giapponese: "l'inferno degli esami"




Spesso si sente parlare del sistema scolastico giapponese come uno dei migliori al mondo, dove disciplina e rigore sono ritenuti elementi imprescindibili per l’apprendimento. Tuttavia, un sistema così rigido nasconde spesso diverse inside e può avere degli esiti imprevisti, tra i quali vi è anche l'hikikomori.



Losing You - LY


Vediamo quali sono le principali caratteristiche del sistema scolastico giapponese:


Scuola pubblica verso scuola privata 


Mentre in Italia la scuola pubblica è la norma e la scuola privata un lusso per pochi, in Giappone le cose si invertono. Gli istituti privati sono diventati gli unici che consentono di ottenere un diploma spendibile nel mondo del lavoro. Così, i genitori spesso fanno enormi sacrifici per mandare i propri figli nelle scuole più care e prestigiose.


Un sistema gerarchizzato


Come lasciato intuire, in Giappone esiste una precisa gerarchia degli istituti e delle università che vede in vetta la prestigiosa Università di Tokyo, tale che...

"Il rango dell'università dove ci si laurea determina l'attività individuale, oltre che l'accesso a una certa condizione sociale e il successo che ci si può aspettare di ottenere nella vita. Le aziende più importanti nella scala gerarchica tendono sempre più a reclutare i laureati di cui hanno bisogno nelle università di livello più alto. Si tratta di un fenomeno che negli ultimi anni [...] si è accentuato al punto che le imprese più importanti accettano soltanto le domande di impiego dei laureati provenienti dalle università di massimo livello."  (da "La Società Giapponese”, di C. Nakane, 1992)

Gli esami di ammissione


La corsa agli istituti più eccellenti determina, a sua volta, esami di ammissione sempre più rigidi, per i quali gli studenti arrivano a studiare anche 12 ore al giorno. Non è difficile allora capire perché il sistema scolastico giapponese sia chiamato shinken jigoku, che significa letteralmente “inferno degli esami”.

Quando uno studente tenta e fallisce un esame di ammissione universitario diventa un ronin, ovvero uno studente che studia per un anno intero da solo per poi ritentare nuovamente il test. Ed è questo uno dei periodi nei quali si rischia maggiormente di diventare un hikikomori, in quanto l’isolamento sociale dello studente tende ad aggravarsi.


Studio mnemonico


Il sistema scolastico giapponese ha sempre privilegiato uno studio mnemonico rispetto all'apprendimento critico, che invece dovrebbe rimanere un principio fondamentale di ogni sistema educativo. In questo modo, il piacere di imparare si perde completamente, così come la motivazione intrinseca allo studio.

La scuola diventa un peso ed aumenta esponenzialmente il rischio di abbandono.


La competitività 


Il sistema scolastico giapponese è pensato per stimolare ai massimi livelli la competizione tra gli studenti, non solo all'interno di un istituto, ma anche a livello nazionale. Esistono, infatti, delle graduatorie pubbliche, esposte periodicamente dopo ogni sessione di esami. Questo tipo di impostazione può avere diversi effetti negativi, per esempio, uno studente con un basso rendimento scolastico si sentirà umiliato, abbattendosi o iniziando a studiare in modo ossessivo.

Tale competitività ha portato, inoltre, al proliferare di scuole di studio intensivo (juku), ovvero scuole serali o nei week end (che si sommano a quelle già frequentate) dove gli studenti trascurano in modo totale attività sportiva e socializzazione per dedicarsi completamente allo studio.

È evidente come un sistema così organizzato generi una grande pressione su quei ragazzi che non hanno le capacità per sostenerlo. I genitori spenderanno molti soldi per l’istruzione del figlio, mandandolo nelle migliori scuole private e mettendolo così nella situazione di non poter deludere le pesanti aspettative riposte in lui.  

"La famiglia partecipa emotivamente ed economicamente al suo successo [del figlio] e se per caso il giovane fallisce, anche se apparentemente si cerca di non farne un dramma, ciò che si verifica è uno stato di prostrazione che contagia tutti. Ciò spesso rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso. Il giovane prova vergogna per non essere stato abbastanza bravo e senso di colpa nei confronti dei genitori, che spesso si devono indebitare per pagare gli insegnamenti privati. Tutto questo può essere un motivo sufficiente per cominciare il ritiro."  (Carla Ricci, in “Hikikomori e adolescenza. Fenomenologia dell’auto reclusione”)


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martedì 18 giugno 2013

Ijimè (bullismo): "il chiodo che sporge va preso a martellate"




L’aver subito atti di bullismo a scuola rappresenta un grave fattore di rischio per quanto riguarda l’hikikomori. In Giappone le dimensioni di questo fenomeno sono inquietanti: in un sondaggio del 1994, il 54% degli alunni delle scuole medie ha dichiarato di aver subito bullismo.



La piaga del bullismo nelle scuole è presente in quasi tutte le nazioni del mondo, ma in Giappone, all’interno della cultura giapponese, esso sembra assumere alcune caratteristiche particolarmente rilevanti. L’ijimè (parola che deriva dal verbo ijimereru, ovvero “tormentare”) viene considerato un marchio d’infamia e subirlo equivale spesso ad ammettere il proprio fallimento nella società. I casi di suicidio correlati sono numerosissimi.

Un’altra modalità caratteristica del bullismo giapponese è lo shikato, che consiste nell’isolamento totale della vittima, esclusa da ogni gruppo e trattata da tutti come se non esistesse. Si può capire come questo gesto, in una società dove l’importanza del gruppo è particolarmente esasperata, rappresenti una violenza psicologica brutale.

Secondo Zielenziger (ricercatore dell’Università di Berkeley, California) "in Giappone non esistono vere e proprie norme morali che impediscono l’ijimè". Egli infatti, nel suo libro "Non voglio più vivere alla luce del sole" scrive:

"A causa dei fitti legami razziali, tribali e culturali, il dogma nazionale giapponese implica che tutti siano uguali e abbiano in comune pensieri e valori identici. Tale ideologia rende più semplice razionalizzare la punizione della persona che devia. 

[...] Il bullismo, di fatto, è tollerato anche nella società giapponese adulta come un mezzo per modificare un comportamento, uno strumento per costringere l'individuo ad accettare la logica del gruppo.”


Lo shikato e gli atti di bullismo avvengono spesso sotto gli occhi degli insegnanti che non sempre intervengono, lasciando che la logica del gruppo prenda il controllo della classe. Perché, come dice un famoso proverbio giapponese, “il chiodo che sporge va preso martellate”.


Qual è la situazione in Italia? 


Il bullismo nelle scuole è una questione molto calda anche nel nostro paese. Dalle ultime ricerche risulta che almeno un adolescente su cinque lo abbia subito. Il problema è che spesso le persecuzioni proseguono anche al di fuori del contesto scolastico, attraverso il cosiddetto cyberbullismo.

I contraccolpi psicologici del bullismo non vanno intesi solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo, come spiega benissimo questo articolo del Corriere della Sera. I maltrattamenti sono in grado di generare un vero e proprio trauma con conseguenze molto gravi.


Bullismo e hikikomori


Basta leggere le testimonianze nel Forum per rendersi conto di quanto bullismo e hikikomori siano legati. Nella maggior parte delle storie riportate viene, infatti, dato grande risalto ai maltrattamenti subiti durante le ore scolastiche e al grave disagio vissuto.

Gli hikikomori sono ragazzi molto fragili e sensibili, che faticano a relazionarsi con i compagni, non solo per una incompetenza caratteriale, ma anche perché si sentono più maturi rispetto a loro e, talvolta, si convincono di non aver nulla da spartire. Entrano allora in un circolo di negatività che può portarli a interpretare un'episodio di derisione o una battuta detta nel momento sbagliato in modo particolarmente doloroso,  fino al cosiddetto "fattore precipitante", ovvero un episodio specifico alla quale gli hikikomori collegano la loro scelta di ritiro.

Contrastare il bullismo significa, allora, contrastare anche il fenomeno degli hikikomori. È perciò fondamentale che la scuola si attrezzi per garantire un ambiente positivo, dove anche le minoranze caratteriali siano in qualche modo tutelate. Purtroppo, a volte ciò non accade e si lascia che la logica del gruppo prevalga, sotto gli occhi di insegnanti poco attenti.


martedì 11 giugno 2013

"Amae": la dipendenza tra genitori e figli causa dell'hikikomori




Il concetto di amae è fondamentale per comprendere meglio il fenomeno degli hikikomori. Esso esprime, in sostanza, una relazione di dipendenza tra madre e figlio, un rapporto simbiotico.





Il termine è stato usato per la prima volta da Takeo Doi nel 1973 (all'interno del libro: "Anatomia della dipendenza") e non è altro che il sostantivo del verbo ameru che significa “dipendere da e presumere benevolenza dall’altro”. La traduzione non è letterale, in quanto, nelle lingue Occidentali, una parola corrispondente all’amae non esiste. Perché? Secondo lo stesso Doi ci troveremmo di fronte ad un sentimento esclusivamente giapponese. A tal proposito egli dice:

“[…] il fattore che il termine amae esiste in Giappone, mentre manca nelle lingue occidentali, può essere interpretato come segno che, contrariamente a ciò che avviene in Occidente, i giapponesi sono particolarmente sensibili all'amae e vi attribuiscono una grande importanza.”

Lo stesso autore fornisce due possibili spiegazioni per giustificare la mancata presenza dell’amae anche in altri paesi:

"[...] la prima è che, mentre in Giappone i rapporti umani fondati sulla dipendenza si sono integrati nel sistema sociale, in Occidente ne sono rimasti esclusi, col risultato che l'amae ha potuto svilupparsi nel primo caso e non nel secondo. L'altra spiegazione, che non contraddice necessariamente la prima, è che anche nelle società occidentali dove non esiste termine equivalente all'amae, e un'emozione corrispondente non sembra esistere, se ne possono di fatto osservare analoghe in numero cospicuo […]”

Ma in che modo l’amae riguarda il fenomeno degli hikikomori?


Secondo alcune ricerche, circa nell’88% dei casi di hikikomori la madre presenta questo tipo di relazione con il figlio. Con il passare degli anni l’amae si concretizza in un atteggiamento sempre più iperprotettivo della madre verso un ragazzo (e non più un bambino) che potrà reagire in modo ambivalente: da una parte “approfittando” di queste eccessive attenzioni, dall’altra sentendosi oppresso e reagendo, talvolta, in modo aggressivo (come testimoniano i numerosi casi di violenza operati dagli hikikomori nei confronti dei genitori).

E in Italia?


L’amae sembra giocare un ruolo molto importante nelle dinamiche degli hikikomori giapponesi, ma possiamo dire la stessa cosa per gli hikikomori italiani?

Una risposta a questa domanda ancora non c’è. Anche presupponendo che l'amae sia un sentimento esclusivo della cultura nipponica, possiamo comunque ipotizzare che esistono altri tipi di legami simili all’amae anche in Occidente, anche in Italia (come sostiene lo stesso Doi).

Insomma, sono ancora tante le domande legate a questo concetto e forse noi, che ragioniamo e vediamo il mondo con occhi occidentali, non siamo in grado di concepirlo fino in fondo e comprenderne l'essenza.

venerdì 7 giugno 2013

Italia: più di 2 milioni di NEET


Secondo il rapporto Istat 2013, presentato il 22 maggio scorso, sono 2 milioni e 250mila i giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. L'Istituto Nazionale di Statistica sottolinea, inoltre, che l'Italia ha la quota di NEET più alta di tutta Europa.





Alla luce di questi dati allarmanti, mi viene spontaneo chiedere: per quanto tempo ancora l'Italia potrà ignorare il fenomeno degli hikikomori?

E' evidente che la crisi economica, sbarrando le porte del mondo del lavoro ai giovani, può essere un elemento che favorisce l'inattività, l'apatia, il distaccamento dalla società e, nei casi più estremi, il ritiro. Spesso, infatti, l'hikikomori inizia in modo graduale. Il soggetto può trovarsi costretto a trascorrere molto del suo tempo in casa, e ciò può comportare un lento adattamento alla vita solitaria. Essa può essere inizialmente percepita dal soggetto stesso come transitoria e facilmente modificabile, tutto sembra sotto controllo, ma può capitare che quando ci si rende conto di essere scivolati nell'isolamento, ormai ci si trova in una condizione tale per cui è difficile abbandonarlo.

Molte ricerche, infatti, sottolineano l'importanza cruciale di un intervento rapido nel trattamento dell'hikikomori. Più tempo si aspetta e più difficile sarà uscirne.

Un'altra considerazione importante che sorge dai dati riportati, è che le stime ufficiali finora prodotte, per quanto riguarda il numero di casi di hikikomori in Italia (al momento solo 50 documentati), appaiono del tutto irrealistiche.

Quello che sta succedendo in Giappone dovrebbe servire da monito per tutti i paesi del mondo, dovrebbe essere un campanello d'allarme da cui non si può sfuggire solamente tappandosi le orecchie. Bisogna prepararsi, studiare possibili interventi preventivi, sfruttare l'esperienza giapponese per non essere colti impreparati.

L'Italia è il paese Europeo con il più alto numero di NEET. Forse l'hikikomori è più vicino a noi di quello che pensiamo.


AGGIORNAMENTO 26/12/2016

I nuovi dati pubblicati dalla Commissione Europea parlano di un ulteriore crescita dei NEET nel nostro paese (più di 2,3 milioni). È importante però fare alcune precisazioni:


  • Tutti gli hikikomori sono NEET, ma non tutti i NEET sono hikikomori: i NEET infatti, al contrario degli hikikomori, mantengono una vita relazionale normale e non si isolano dal mondo esterno.
  • le cause sociali e le motivazioni alla base dei due fenomeni sono diverse: l'aumento dei NEET in Italia è inevitabilmente collegato alla crisi economica che da anni ormai colpisce il nostro paese. I giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro e dopo l'ennesima porta sbarrata possono perdere la motivazione e smettere di cercare un'occupazione, diventando così dei NEET. L'inattività degli hikikomori, invece, è più legata a fattori interni. È una scelta di carattere ideologico, connessa a difficoltà relazionali che nulla hanno a che fare con il mercato del lavoro attuale.



Dunque, il fenomeno degli hikikomori e quello dei NEET, pur avendo delle sovrapposizioni e delle connessioni evidenti, devono essere considerati come due cose ben distinte.



sabato 1 giugno 2013

Nel mondo di un hikikomori






In questo post voglio cercare di entrare nel mondo di un hikikomori partendo da un video. Il filmato in questione riguarda uno degli anime più famosi e apprezzati degli ultimi anni: Welcome to the NHK (titolo originale: “NHK ni Youkoso!”). Uno dei motivi del suo successo è sicuramente da attribuire al tema trattato, ovvero quello degli hikikomori.

Perché ho scelto questo video? Per due motivi:

- il primo: gli anime e i manga veicolano moltissimo della cultura Giapponese, dai modi di comunicare al cibo, dai costumi ai miti. Insomma, quando guardi un anime apprendi molte cose sul modo di vivere Nipponico;

- il secondo: offre diversi spunti di riflessione. Questi sette minuti di video mi danno la possibilità di toccare diverse tematiche, “estraendole” direttamente dalla bocca di un hikikomori.  




1. La stanza

                
La prima cosa che colpisce è l’ambientazione, la stanza. C’è molto disordine (lattine vuote, panni stesi, riviste, ecc.) e scarsa illuminazione. Questa è la rappresentazione tipica del luogo in cui vive un hikikomori. Alcune ricerche parlano di ragazzi malnutriti, che si cibano solo di prodotti confezionati, come quelli acquistabili nei kombini (i caratteristici negozi Giapponesi aperti 24 ore su 24) e che oscurano le finestre della stanza con del nastro adesivo nero, oppure con dei fogli di giornale, per non permettere alla luce del sole di penetrare.

Una conseguenza di questa perenne oscurità può essere l’inversione del ritmo circadiano, della notte con il giorno. Infatti, le prime parole del protagonista dell’anime, Tatsuhiro Satō, sono: “Ultimamente la mia testa ha qualcosa che non va… sarà perché dormo sedici ore al giorno”


2. "Posso uscire, ma non voglio"


Un altro momento del video degno di nota inizia al minuto 1.17 (circa), quando Saito guarda la porta e ragiona su quanto sarebbe facile uscire per andare fino all’appartamento accanto e bussare. Gli hikikomori, infatti, spesso credono di essere in grado di uscire quando lo desiderano, raccontandosi delle bugie del tipo “posso, ma non voglio” (vedi la storia di Jun). Questa sembra una dinamica di pensiero frequente negli hikikomori, ma non mi sento di generalizzarla. 


3. La paura di essere giudicati


Il filmato continua con una fantasia del protagonista, che immagina come la gente lo guarderebbe se uscisse dalla sua stanza. Si vedono delle persone che ridono alle sue spalle, che lo scherniscono e lo offendono. Qui entra in gioco anche il tema complesso della timidezza (che in giapponese si esprime con la stessa parola di “vergogna”). La paura di essere giudicati dagli altri può essere un motivo valido per iniziare o continuare il ritiro.


4. Il periodo più difficile


Andiamo avanti. “L’estate del primo anno di università…”, questo è il periodo in cui inizia l’isolamento di Saito. Come già detto nei post precedenti, la fase che separa la fine delle scuole superiori e l'inizio dell'università è particolarmente critica (ne ho parlato approfonditamente qui). Molte cose cambiano e la paura di ciò che si dovrà affrontare spesso è troppo forte. Anche questo è un elemento che accomuna tanti hikikomori.

Vi è poi un lungo momento di silenzio, scandito dal frinire delle cicale, in cui domina l'inattività e l’apatia del protagonista; elementi che inevitabilmente caratterizzano la vita di un recluso.


5. Deresponsabilizzazione e sfiducia nella società


Poi arriviamo al tema del “complotto” (quello che lui identifica nella “Nihon Hikikomori Kyokai”, traducibile come “Associazione Giapponese Hikikomori”). A dire il vero, nell’anime questo concetto è un po’ “romanzato” (giustamente) e forse si potrebbe dire che è un qualcosa che riguarda più specificatamente Saito piuttosto che tutti gli hikikomori, ma almeno due cose interessanti ce le dice. Mostra una tendenza ad attribuire le cause della propria condizione a fattori esterni (“non è colpa mia se sono recluso, è colpa dei complotti contro di me”) e palesa una certa sfiducia nei confronti della società.


6. Differenza tra Hikikomori, Otaku e NEET


Infine, questo video offre anche lo spunto per trattare un’importante distinzione, quella tra hikikomori, otaku e NEET. Probabilmente quasi tutti hanno già sentito parlare di queste ultime due classificazioni. In breve...


  • otaku è un termine giapponese che si riferisce a soggetti ossessivamente interessati a qualcosa (in particolare attinente al mondo dei manga);
  • NEET (Not in Education, Employment or Training) è un termine inglese che si riferisce a quelle persone che non studiano, non lavorano e non sono interessate a farlo.


Le tre categorie sono sicuramente in relazione tra loro, ma non per questo uguali. Infatti, mentre tutti gli hikikomori sono NEET (ovvero non studiano e non lavorano), non tutti i NEET sono hikikomori. La maggior parte mantiene delle relazioni sociali, esce con gli amici, si fidanza, ecc. Per quanto riguarda gli otaku, è vero che esserlo può favorire il passaggio verso l’hikikomori (come viene esplicitamente detto nel video), ma ciò non è affatto obbligatorio o scontato.

A conclusione del post, mi sento di consigliarvi la visione di questo anime. Se siete stati piacevolmente colpiti dai suoi primi minuti e se siete interessati ad approfondire il fenomeno degli hikikomori da un punto di vista più “leggero” (ma non per questo meno importante), non potete perdervelo.