martedì 21 marzo 2017

Quanto e come la parola "hikikomori" viene cercata su Google: Italia al primo posto




Ad oggi non abbiamo ancora dei dati certi su quale sia la diffusione dell'hikikomori nel nostro paese, né per quanto riguarda la dimensione del fenomeno (le stime vanno dai 30 ai 50 mila casi), né per quanto concerne la distribuzione geografica.

Non sappiamo se ci sono più hikikomori al Nord, al Centro o al Sud, non sappiamo se il fenomeno è più diffuso nelle grandi città, nelle periferie o nelle zone rurali. Insomma, ci sono ancora molte indagini che devono essere fatte. Eppure, grazie a "Google Trends", possiamo avere alcune piccole indicazioni sull'interesse del nostro paese (e del mondo) nei confronti di questo fenomeno.


Quanto viene cercata la parola in Italia



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Questo grafico mostra l'evoluzione delle ricerche, per quanto riguarda la parola "hikikomori" su Google, negli ultimi tre anni. Come si può notare, l'interesse attorno al fenomeno sta lentamente crescendo, ma c'è ancora molto da fare.

Il picco che vedete coincide con il servizio de "Le Iene" andato in onda il 1° Maggio 2016 (lo trovate qui), a testimonianza del grande potere di sensibilizzazione che può avere la televisione su questo tema.


Italia e Spagna sopra tutti



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Ancor più interessante il dato che mostra quanto viene ricercata la parola "hikikomori" nel mondo. Escludendo ovviamente il Giappone e gli altri paese che non utilizzano l'alfabeto latino, è inquietante vedere come l'Italia sia al primo posto, immediatamente sopra la Spagna.

Per rendere il dato più attendibile andrebbe fatta un'analisi incrociata includendo anche tutte quelle parole che vengono usate nei vari paesi come sinonimo di hikikomori (ad esempio, "acute social withdrawal" nei paesi anglofoni).


L'Emilia-Romagna in testa alle ricerche



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Un altro dato che ci fornisce Google Trends è la distribuzione delle ricerche per regione. Sono almeno due le cose interessanti che possono essere lette da questo grafico:


  1. l'interesse nei confronti dell'hikikomori è nazionale, con una leggera prevalenza per il Centro-Nord (anche se questo dato non tiene conto del fatto che, in generale, il volume totale delle ricerche online in alcune zone d'Italia è più alto);
  2. L'Emilia-Romagna è la regione che sembra essere più interessata al fenomeno, insieme all'Umbria e alla Liguria. Si tratta di un dato curioso che merita di essere approfondito nel prossimo futuro.


Come interpretare queste informazioni


Ovviamente questi sono tutti dati altamente indicativi da cui non è possibile trarre alcuna conclusione definitiva (al contrario, vanno presi molto "con le pinze"). Tuttavia, in questa colpevole lacuna di ricerche sul fenomeno, possono fornirci delle prime indicazioni di massima.

Attendiamo fiduciosi un'indagine seria e approfondita che ci aiuti a trovare delle risposte.



lunedì 6 marzo 2017

Fujisato: la città giapponese senza hikikomori



Fujisato è una cittadina di montagna situata nel nord del Giappone (nella prefettura di Akita). Conta circa 3.500 abitanti, di cui però solo il 45% sono residenti locali. La restante parte è composta da visitatori provenienti da ogni parte del paese interessati a studiare i metodi utilizzati dall'amministrazione locale per fare fronte al fenomeno degli hikikomori. Nello spazio di cinque anni, infatti, l'80% dei ragazzi isolati a Fujisato è stato reintegrato nella società ed è diventato indipendente.



Komitto, il campo base per le operazioni di supporto a Fujisato.


Qui, del fenomeno degli hikikomori, si sono accorti un po' per caso. Gli assistenti sociali che si recavano nelle case degli anziani per aiutarli si sono accorti che in molte occasioni vi erano persone giovani (in età lavorativa) sempre presenti, anche durante il giorno. In un'indagine successiva scoprirono che il 9% degli abitanti di Fujisato tra i 18 e i 54 anni erano hikikomori (molti di loro avevano più di 40 anni).


Quali sono i metodi usati a Fujisato?


Nulla di estremamente elaborato. Semplicemente la città si è premurata di creare luoghi che i reclusi potessero frequentare e nei quali potessero avere un ruolo attivo. È stata realizzata, per esempio, una sala da pranzo dove gli hikikomori possono imparare a cucinare e a servire i clienti, oppure un corso per chi desidera diventare assistente sociale.

È stato anche istituito il "Fujisato Experience Program", che consiste in una serie di attività lavorative che le persone possono provare per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni a un massimo di 3 mesi. Alcuni hikikomori (ora ex) hanno beneficiato moltissimo di questa esperienza, dichiarando di aver avuto la possibilità di sperimentare "una nuova prospettiva di vita".

Ogni due o tre mesi gli hikikomori ricevono una comunicazione direttamente a casa nella quale sono indicate tutte le iniziative e gli eventi pensati per loro.


Un posto migliore per tutti, non solo per gli hikikomori


Questo programma di intervento ha prodotto anche un cambiamento nella percezione che l'intera comunità di Fujisato ha nei confronti degli hikikomori. Dapprima erano visti come "individui strani" o "fannulloni", ma dopo che molti di loro si sono messi in evidenza in diverse attività lavorative sono stati riconosciuti come un patrimonio importante della città.

Mayumi Kikuchi, il responsabile di queste iniziative, ha dichiarato: "Se consideriamo l'esclusione sociale come un problema solo degli hikikomori, non lo risolveremo mai. Noi stiamo creando un posto migliore per tutti."


"Dopo 29 anni di reclusione ora mi sento più leggero!"


Tsukasa Hatakeyama, quarantacinquenne di Fujisato, ha da pochissimo interrotto una reclusione durata 29 anni. Ecco la sua storia:

"Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell'umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l'iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all'interno della mia casa. 
Passavo il mio tempo online, giocando ai videogiochi o guardando la TV. Andavo a letto verso le 5:00 di notte e mi svegliavo alle 4:00 del pomeriggio. Cucinavo riso e cenavo insieme alla mia famiglia. I weekend qualche volta andavamo fuori a mangiare". 
Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.  
Litigavo spesso con mio padre, il quale insisteva che la mia condizione non poteva durare per sempre e si preoccupava di quello che mi sarebbe potuto succedere. Mi chiedeva di considerare anche quello che sarebbe successo una volta che lui fosse morto. Mia madre non disse mai una parola sulla mia condizione, mentre mio fratello più giovane mi rimproverava spesso. Dopo queste discussioni mi sentivo sempre depresso. Divenni irascibile, tiravo libri e prendevo a calci il mio letto.
Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città. Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. Prima di quel momento non avevo idea di cosa succedesse a Fujisato e non sapevo del progetto di supporto in atto. Cominciai a pensare a come potevo rendermi utile per le altre persone. Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.
Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un'esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: "Sì, sì, verrò!", ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse. 
Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni."

Intervista pubblicata sul The Japan News il 5 Marzo 2017



martedì 3 gennaio 2017

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato?




Molti hikikomori ritengono di non avere alcun problema e ripetono di voler essere lasciati in pace. Questo atteggiamento di rifiuto porta inevitabilmente a continui conflitti con i genitori che, invece, vorrebbero vedere il figlio condurre una vita diversa, una vita "come quella dei coetanei".

I genitori più determinati, dopo lunghe battaglie, riescono a convincere i figli a recarsi da uno psicologo, ma i percorsi psicoterapeutici possono rivelarsi inconcludenti quando non vi è una reale motivazione intrinseca da parte degli hikikomori a cambiare il proprio stato. Spesso, chi accetta di essere seguito da un professionista lo fa solamente per "fare contenti gli altri" e per far cessare le pressioni dei famigliari.




"Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?"

Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.

Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l'impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del "qui e ora".

Ma il sacrosanto diritto che ognuno ha di vivere la propria vita come meglio crede cessa nel momento in cui la propria scelta grava sulle spalle di altri.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?


Tornando alla nostra domanda, la risposta è "sì". Non solo è possibile, ma è anche un dovere farlo. L'importante, però, è che si tengano sempre in mente questi tre punti, a mio parere fondamentali:

  • non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l'obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);
  • posso aiutarlo fino a un certo punto: l'impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un'altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.
  • devo continuare a vivere la mia vita: quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l'effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d'ordine è sempre "pazienza".

Questi "consigli" sono il frutto del confronto con decide e decide di genitori di ragazzi hikikomori facenti parte del gruppo Facebook a loro dedicato. Non vogliono suonare né arroganti, né pretenziosi e non sono ovviamente la soluzione al problema. 

Avere a che fare con un figlio hikikomori è probabilmente una delle sfide più difficili che un genitore può trovarsi a dover affrontare e richiede un impegno quotidiano che, solo chi lo ha vissuto in prima persona, può davvero capire.




mercoledì 7 dicembre 2016

Hikikomori e abbandono scolastico: qual è la situazione in Italia?



L'abbandono scolastico è sicuramente uno dei primi campanelli d'allarme per quanto riguarda l'hikikomori. Ho già affrontato questo tema in un post precedente, cercando di capire cosa non funziona nel nostro sistema educativo e cosa spinge milioni di ragazzi ad abbandonare anzi tempo gli studi.

In questo post proverò ad approfondire ulteriormente.





Un recente articolo uscito su "La Repubblica" ha riportato i fari dell'informazione sulla questione. Il quotidiano ha parlato di 27 casi di abbandono scolastico a Bologna, definendo quella dei cosiddetti alunni-fantasma una "tendenza preoccupante".

L'articolo, tuttavia, ha un taglio molto regionale, mentre è facile ipotizzare che l'abbandono scolastico sia un fenomeno in crescita in tutta Italia.

Con l'obiettivo di rinforzare questa tesi, ho deciso di intervistare la Dott.ssa Ileana Colleoni, responsabile dello sportello psicologico all'Istituto Comprensivo E. Breda di Sesto San Giovanni (MI).

Le risposte che ho ricevuto sono state molto interessanti. Le riporto di seguito.


  • Ha mai sentito parlare di "hikikomori" prima d'ora?


Sì, ne ho sentito parlare da colleghi e ho letto in internet.

  • Quanti casi di abbandono scolastico ci sono all'anno nel suo istituto? È un fenomeno in aumento?


Lavoro in Istituti comprensivi molto ampi con circa 500 ragazzi nella scuola secondaria di primo grado. Ogni anno ci sono circa 10 ragazzi che si assentano ripetutamente da scuola. Non si può parlare di vero abbandono scolastico perché siamo ancora in situazioni di scuola dell’obbligo e si riescono ancora a seguire da vicino queste situazioni, ma di questi 10 almeno 2-3 sono molto vicino ai 16 anni e spesso diventa difficile motivarli.

  • Cosa fate quando un ragazzo smette completamente di venire a scuola o comincia a accumulare un numero elevato di assenze? 


Di solito si attivano gli insegnanti che avvisano la dirigente e chiamano la famiglia. Io come psicologa dello sportello d’ascolto vengo coinvolta per iniziare i primi colloqui con la famiglia e verificare la situazione, poi, se è possibile vedo il ragazzo o la ragazza. Incontro anche gli insegnanti per costruire insieme, a seconda delle necessità un percorso specifico (con gli insegnanti che si rendono disponibili).

L’anno scorso un ragazzino si è “rifugiato” in casa senza più voler entrare a scuola, con crisi di ansia e un rifiuto totale di contatto. Sono riuscita a vedere la madre e ad accompagnarla lungo la decisione di contattare un servizio del territorio che potesse prendersi in carico il ragazzo. Nel frattempo con la scuola (e una dirigente molto disponibile e attenta) si è costruito un percorso su misura in cui, piano piano il ragazzo ha potuto svolgere a casa parte delle lezioni e svolgere a scuola solo alcuni colloqui di verifica con i professori. Quest’anno dopo un percorso psicoterapeutico che ancora prosegue, è rientrato a scuola e sta svolgendo quasi tutte le lezioni.

  • È capitato che dei genitori venissero a chiedervi aiuto (a causa dell'isolamento del figlio)?


Raramente mi è accaduto che siano i genitori che si attivino, più spesso accade che i ragazzi vengono a parlare allo sportello di quello che vivono, a volte spontaneamente e a volte perché consigliato dai professori. Oppure accade che i compagni di classe preoccupati ne parlano con gli insegnanti che poi si attivano.

  • Qual è la sua opinione in generale sul fenomeno degli hikikomori?


Credo sia un fenomeno complesso ancora tanto da conoscere e capire, almeno in Italia. Quello che vedo nella mia esperienza con i ragazzi è il bisogno di viversi una realtà parallela che sia però “schermata”, un relazionarsi a basso costo, senza un reale troppo diretto, come se il non metterci la faccia sia sufficiente per tutelarsi da una possibile inadeguatezza. E’ una sofferenza, una fragilità che ha trovato nei social network e in internet un luogo per essere senza essere davvero. 

  • Lei ritiene che le scuole italiane siano pronte ad affrontare questo fenomeno? 


Non sono pronte le scuole né lo sono le famiglie. Credo sia molto importante aprire il dialogo con i giovani sul senso che loro conferiscono a queste attività, cosa provano nelle relazioni “virtuali”. Credo serva capire e scoprire insieme a loro cosa sono queste esperienze e da queste comprensioni nasceranno poi i servizi utili.


domenica 23 ottobre 2016

Il numero di donne hikikomori è sottostimato




Le statistiche raccolte fino a oggi descrivono l'hikikomori come un fenomeno tipicamente maschile.
 Alcuni studi parlano addirittura del 90% di uomini contro il solo 10% di donne.

Questa enorme sproporzione viene spesso giustificata con il fatto che i maschi sono maggiormente soggetti alle pressioni di realizzazione sociale, mentre le aspettative sulle donne sarebbero minori.

Ma è davvero così?





Le donne hikikomori sono solamente il 10% dei casi?


In un suo recente intervento la famosa scrittrice giapponese Kyoko Hayashi ha dichiarato che il numero delle donne hikikomori in Giappone è sottostimato a causa degli stereotipi di genere. Infatti, siccome la figura della donna è molto più "casalinga" rispetto a quella degli uomini, tante ragazze socialmente recluse vengono ignorate.

A tal proposito voglio riportare il commento lasciato da una ragazza sulla pagina Facebook, in quanto lo ritengo particolarmente illuminante:

"Io credo che sia considerata una cosa normale per una donna starsene chiusa in casa, è per questo che non viene neanche in mente di farle rientrare nella categoria. Socialmente è molto più accettabile. 
Prima di tutto, perché alle donne viene data molta meno libertà fin dall'infanzia. Le bambine e le ragazze tendono ad essere più protette dai genitori rispetto ai maschi, che la contrario, sono spinti ad uscire, a socializzare e ad avvicinarsi al sesso opposto. 
Se un ragazzo non esce è considerato uno sfigato, se una ragazza non esce invece significa che è una con la testa a posto. E anche crescendo la situazione non cambia, è sempre l'uomo ad essere spinto a realizzarsi e ad avere una vita sociale attiva.
Mi viene in mente che una volta mi fecero una battuta: «Se un hikikomori è uno che se ne sta sempre chiuso in casa, allora di hikikomori donne sposate ne conosco a bizzeffe»"

Le donne hikikomori sono più di quello che pensiamo


È questa la conclusione a cui sono arrivato, anche basandomi sulle testimonianze raccolte nel Gruppo Genitori, nel Forum e, soprattutto, nella Chat Skype dedicata hai ragazzi.

Inoltre, mi sento di aggiungere che la condizione delle donne hikikomori è perfino più delicata rispetto a quella dei maschi, in quanto può capitare che il loro stato di isolamento venga sottovalutato anche dagli stessi genitori.


sabato 17 settembre 2016

In Giappone ci sono 541.000 hikikomori




Secondo un recente sondaggio (pubblicato il 7 settembre 2016) condotto dal governo gli hikikomori tra i 15 e i 39 anni in Giappone sarebbero circa 541.000.

Vediamo nel dettaglio cosa è emerso e perché si tratta di una stima ottimistica.





  • Il sondaggio è stato condotto su un campione di 5000 famiglie con almeno un membro tra i 15 e i 39 anni. 
  • il 34,7% ha iniziato la propria reclusione tra i 20 e i 24 anni, confermando che il periodo più critico è quello immediatamente dopo la conclusione delle scuole superiori (in questo post ho cercato di capire perché);
  • il 35% è isolato da almeno 7 anni.


Perché si tratta di una stima ottimistica



Innanzitutto perché il sondaggio non tiene conto degli hikikomori con più di 40 anni, fascia di popolazione che secondo recenti studi sembra registrare un'incidenza crescente (anche a causa di hikikomori che si sono ritirati in giovane età e sono rimasti in tale condizione per così tanto tempo da superare la soglia dei 40, ovvero la "prima generazione hikikomori");

Inoltre, il Ministero della Salute giapponese considera rigidamente hikikomori solamente chi non esce dalla propria abitazione per almeno 6 mesi, non studia e non lavora. Questo esclude tutti coloro che tendono fortemente all'isolamento sociale, ma che ancora mantengono delle relazioni dirette con il mondo esterno.

Infine, bisogna tenere conto anche di quella che in psicologia viene chiamata "desiderabilità sociale". In Giappone, l'avere un figlio hikikomori è un qualcosa che viene vissuto con grande vergogna dalla famiglia, per questo motivo è possibile che alcuni partecipanti al sondaggio abbiano risposto in modo non del tutto onesto.


Quanti sono allora gli hikikomori?



A oggi fare una stima realistica di quanti siano veramente gli hikikomori è molto difficile, proprio per la natura sfuggente del fenomeno. Negli ultima anni si sono susseguiti numerosi sondaggi condotti da enti diversi e le stime emerse variano da 100.000 a 2 milioni; un range davvero troppo ampio per sperare di trovare un punto di incontro realistico.

In questo periodo in Italia si parla di 30 mila casi, ma solo pochi anni fa, nel 2013, il TG2 rilanciava una stima ridicola, ovvero che nel nostro paese ci fossero solo 50 hikikomori (non cinquanta mila, cinquanta!)

A mio parere c'è ancora molta strada da fare per comprendere a pieno cosa sia l'hikikomori ed effettuare, di conseguenza, delle stime accurate.



domenica 17 luglio 2016

Pokemon Go: un videogioco può aiutare a combattere depressione e ansia sociale?




I videogiochi sono spesso indicati come causa di isolamento sociale nei giovani, nonché associati erroneamente al fenomeno degli hikikomori. Eppure, nel caso di Pokemon Go (l'applicazione per smartphone sviluppata da Niantic e scaricata da milioni di persone in tutto il mondo) i videogiocatori non possono starsene seduti comodamente nella propria stanza, ma sono costretti ad attivarsi fisicamente e a uscire di casa se vogliono ottenere progressi nel gioco.






Lo psicologo americano John Grohol, che da diversi anni studia l'impatto delle nuove tecnologie sul comportamento umano e sulla salute mentale, a proposito di Pokemon Go dice:

"[...] è qualcosa di unico, di mai visto prima. Se sei depresso la tua motivazione è inesistente. Uscire per prendere un po' di aria fresca può essere una cosa difficile anche solo da pensare. Da questo punto di vista l'impatto che può avere questo gioco è davvero benefico. [...] hanno creato un incoraggiamento molto forte a uscire di casa e a essere più attivi."

Grohol addirittura ipotizza un suo utilizzo in ambito clinico:

"Non consiglierei alle persone di trattare un disturbo serio dell'umore, come la depressione cronica, solo con un videogame, ma si potrebbe utilizzare in aggiunta ad altri tipi di trattamento, come ad esempio la psicoterapia o le cure farmacologiche."




Sui social questa ipotesi sembra trovare conferma. Di seguito sono riportati una serie di Tweet nei quali i ragazzi raccontano gli effetti benefici che Pokemon Go ha avuto sulla loro vita sociale e sull'umore:


"Mi son fatto tanti nuovi amici con Pokemon Go, ha aiutato la mia ansia sociale, e ne sto davvero uscendo. Questo è molto più di un gioco."


 "Pokemon Go mi ha cambiato così tanto in meglio in una sola settimana. Avendo a che fare con il Disturbo Borderline di Personalità, depressione e ansia, mi ha aiutato a uscire di casa."


Seriamente però, non mi sentivo così tranquilla nell'uscire di casa da anni. Pokemon Go mi sta aiutando con l'ansia e la depressione ed è stupefacente."


"Pokemon Go mi ha onestamente aiutato con la mia depressione e la mia ansia. Sto davvero parlando con le persone e sono più attivo. Lo amo così tanto."

Anche gli hikikomori posso avere dei benefici da videogame come Pokemon Go?


Probabilmente no, e se fosse veramente così, questo rafforzerebbe ulteriormente la tesi secondo cui l'hikikomori sia qualcosa di diverso rispetto alla depressione o alla fobia sociale. Perché l'hikikomori, a differenza del depresso, interpreta la propria condizione di autoisolamento come una scelta consapevole e ponderata. L'hikikomori ritiene di avere la forza e l'energia per uscire di casa, ma semplicemente non desidera farlo. Per questo motivo, un videogioco come Pokemon Go non verrebbe - a mio parere -  preso in considerazione.

Tuttavia, nei casi di autoisolamento meno gravi (dove il ragazzo esce saltuariamente dalla propria abitazione per brevi periodi di tempo) un videogioco di questo tipo potrebbe aiutare a favorirne il comportamento. È anche vero, però, che uscire di casa non equivale a interagire con altre persone e l'applicazione in sé non obbliga nessun tipo rapporto sociale con gli altri giocatori.

I videogiochi non sono il male


Pokemon Go è nell'esima dimostrazione che i videogiochi non sono per definizione negativi, al contrario, possono avere un impatto positivo sulla vita delle persone, anche dal punto di vista sociale. In letteratura sono ormai numerosi gli studi che dimostrano gli effetti positivi di alcuni videogame in diversi disturbi sociali, come ad esempio l'autismo.

Pokemon Go non spingerà gli hikikomori a riabbracciare la vita sociale, non è la soluzione alla depressione e all'ansia sociale, ma in alcuni casi può essere d'aiuto. Quelle stesse nuove tecnologie che continuiamo a colpevolizzare possono rivelarsi, infatti, un prezioso alleato.