mercoledì 13 giugno 2018

Come approcciare un hikikomori: buone prassi e comportamenti da evitare





Avere a che fare con un hikikomori rappresenta una compito delicato per chiunque, si tratti di un genitore, di un insegnante, di un amico o di uno psicologo, dal momento che ci si trova a doversi relazionare con persone profondamente negative, sfiduciate e disilluse nei confronti dei rapporti interpersonali.

Per non essere respinti bisogna cercare di aggirare le barriere che hanno eretto nei confronti del mondo sociale, evitando qualsiasi tipo di forzatura o atteggiamento supponente, ma ponendosi come degli interlocutori umili, empatici e non giudicanti.



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In questo post ho voluto provare a riassumere i comportamenti che, sulla base della mia esperienza, si sono rivelati propedeutici a raggiungere dei risultati positivi e quelli che, al contrario, tendono a generare nell'hikikomori ulteriore chiusura e possono, talvolta, aggravarne la condizione di isolamento.



Comportamenti consigliati



1. Riconoscerne la sofferenza


Anche se la scelta di un hikikomori può sembrare assurda e incomprensibile, è necessario abbattere le proprie barriere mentali e sforzarsi di comprendere realmente il profondo disagio sociale ed esistenziale che egli sperimenta, senza banalizzarlo o sminuirlo in nessun modo.


2. Allentare la pressione di realizzazione sociale


L'hikikomori si isola per fuggire dalla competizione sociale e ricerca nella propria abitazione un luogo sicuro dove non essere osservato e, dunque, giudicato. È importante quindi assumere nei suoi confronti un atteggiamento che non venga percepito come un'ulteriore fonte di pressione da cui allontanarsi.


3. Cercare il confronto


Allentare la pressione non significa evitare a tutti i costi il conflitto, che anzi, se gestito correttamente, può rivelarsi uno strumento importante per sbloccare situazioni anche complesse. Il fine ultimo di tale conflitto, però, dovrà sempre essere quello di stimolare un dialogo e una riflessione critica sul problema, non di manipolare le sue intenzioni.


4. Interpretare il problema a livello sistemico


Pensare che l'hikikomori sia un problema che riguarda solamente il singolo individuo è scorretto. Bisogna invece riuscire a osservarlo in un'ottica sistemica, andando ad agire su tutti quei fattori, sociali, scolastici o famigliari, che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento. Non a caso le azioni di supporto della nostra associazione partono sempre dai genitori.


5. Responsabilizzarlo


Soprattutto nel caso degli hikikomori adulti, è importante che si sentano trattati alla pari e non con un atteggiamento di superiorità, oppure come degli eterni bambini che necessitano di essere costantemente educati. Fondamentale, in questo senso, concedere loro gli spazi, l'intimità e l'autonomia decisionale di cui necessitano, ma, allo stesso tempo, responsabilizzarli circa l'effetto che i loro comportamenti hanno sulle persone che li circondano e non essere pronti a soddisfare ogni loro necessità.


6. Essere trasparenti


Capita spesso che i genitori si muovano all'insaputa del figlio con l'intento di aiutarlo, ma questo contribuisce a generare un rapporto di sfiducia e sospetto. È allora importante che qualsiasi azione intrapresa nei suoi confronti sia condivisa e, se possibile, concordata.


7. Spezzarne la routine


Dal momento che gli hikikomori tendono a sviluppare una routine rigida e solitaria, è importante provare in tutti i modi a coinvolgerli in attività che li aiutino a evadere dai propri schemi e creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento.


8. Focalizzarsi sul benessere


Quando si vuole aiutare un hikikomori, non bisogna mai dimenticarsi che la priorità rimane quella di aiutarlo a stare meglio, non quella di recuperare immediatamente la frequenza scolastica o la carriera sociale interrotta.




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Comportamenti da evitare




1. Assumere un atteggiamento iperprotettivo o assistenzialista


Quando un hikikomori inizia a isolarsi, capita spesso che il genitore reagisca istintivamente aumentando il proprio grado di protezione sul figlio. Questo comportamento, tuttavia, rischia di ostacolare la sua crescita psicologica e sociale, impedendogli di sperimentare situazioni di insuccesso e delusione.


2. Intraprendere azioni coercitive


Per quanto possa essere complessa la situazione di un hikikomori, assumere nei suoi confronti un atteggiamento di imposizione non produce quasi mai effetti positivi. L'azione più comune è quella di privarlo forzatamente di internet, scambiandolo per la causa del problema, ma condannandolo, invece, a una condizione di isolamento ancor più netta e pericolosa.


3. Abnegarsi e rinunciare al proprio benessere


Può capire che un genitore arrivi a rinunciare al proprio benessere personale nel tentativo di aiutare in tutti i modi il figlio hikikomori, ottenendo però l'effetto opposto. Tale atteggiamento, infatti, non fa altro che aumentare la pressione e il senso di colpa sperimentato dal ragazzo.


4. Trattarlo come un malato


Quando un hikikomori percepisce che la persona che si propone di aiutarlo lo considera alla stregua di un malato da curare, automaticamente reagirà con orgoglio e tenderà ad allontanare tale persona.


5. Giudicarlo per la propria condizione


Per riuscire a rapportarsi con un hikikomori è necessario sospendere qualsiasi tipo di giudizio sulla sua decisione di isolamento, concentrandosi, invece, sul suo malessere e sulle cause che lo hanno portato a tale scelta.


6. Pressarlo affinché ritorni a scuola o frequenti gli amici


Quando un hikikomori abbandona la scuola o gli amici, un genitore proverà istintivamente a convincere il figlio a tornare sui suoi passi. Questo tipo di atteggiamento solitamente aggrava la situazione e rischia di produrre l'effetto opposto, generando in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere.




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Conclusioni


In questo articolo ho voluto provare a espormi, riportando dei comportamenti che, osservati in modo ripetuto, hanno spesso prodotto il medesimo effetto.

Ovviamente quanto riportato non dev'essere adottato acriticamente, ma calato sul singolo caso. Ogni hikikomori ha la sua storie e le sue peculiarità, che lo rendono unico e non inquadrabile all'interno di un pacchetto preconfezionato di azioni.

Per questo motivo, invito tutti coloro che si trovassero nella condizione di avere a che fare con un hikikomori, a rivolgersi a un professionista che possa supportarli e guidarli nelle proprie azioni quotidiane. A tal proposito abbiamo recentemente aperto uno sportello gratuito online, che può essere utilizzato proprio in un'ottica di orientamento.



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martedì 8 maggio 2018

"Cosa cambieresti della scuola?": le risposte degli hikikomori





"I nostri figli passano anni in un sistema educativo antiquato a studiare materie che non useranno mai, preparandosi per un mondo che non esiste più."


Questa citazione di Robert Kiyosaki, scrittore e imprenditore statunitense, è stata pubblicata da un ragazzo nel gruppo Facebook di Hikikomori Italia. Sotto al post è nata un'accesa discussione sul sistema scolastico moderno, con diversi commenti molto critici.

La maggior parte degli hikikomori, infatti, ha sviluppato una visione particolarmente negativa della scuola, considerandola spesso come una delle cause principali del proprio ritiro. Il loro rifiuto scolastico non dipende esclusivamente dall'ansia o dalla paura, ma anche da una componente razionale e valutativa fortemente radicata.

Ho deciso allora di fare un sondaggio chiedendo ai diretti interessati cosa, secondo il loro parere, non funzionasse nella scuola italiana. Ecco le risposte più interessanti.



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Sui coetanei...


"L'educazione della maggior parte dei giovani è pessima. Ciò li porta ad adottare dei valori di vita falsi (ricchezza, popolarità, moda, ecc.), i quali si diffondono e diventano il criterio per normalizzarsi."

"Spesso mi prendevano in giro e mi denigravano, favorendo il mio isolamento. Nessuno mi chiedeva mai come stessi."

"Parlavo solo con 3 persone. Gli altri o mi ignoravano o ridevano di me."

"Mi sentivo esclusa, diversa e lontana dagli altri. Nessuno mi ha mai conosciuta veramente, nessuno si è mai veramente interessato a me."

"Io ho fatto di tutto per ricercare delle amicizie profonde, ma ho soltanto trovato persone egocentriche, incapaci di dire la verità."


Da queste citazioni si evince come gli hikikomori fatichino a identificarsi con i loro coetanei, percependosi come più maturi e umanamente sensibili.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in pochi si sono lamentati del bullismo manifesto. La principale sofferenza sembra derivare dal disinteresse che i compagni di classe mostrano nei loro confronti, a testimonianza di come la solitudine e l'isolamento non inizi tra le mura di casa, ma già nell'ambiente scolastico. Il salto non è poi così netto come potrebbe sembrarci.

Un altro aspetto che emerge parzialmente da questo sondaggio, ma che ho riscontrato anche in numerose altre storie, è l'esigenza da parte degli hikikomori di instaurare legami "profondi", rifiutando a priori qualunque altro tipo di legame affettivo, percepito come falso o inutile.

Una volta un ragazzo mi disse: "Per me l'amicizia non esiste, esiste solo l'amore. Io non penso di aver mai provato amicizia."


Sui professori...


"Spesso ci sono professori severi che camminano sopra le esigenze degli stessi alunni." 
"I professori dovrebbero sostenere esami di pedagogia e di scienze dell'educazione." 
"Per fare il mestiere di professore si dovrebbero fare prima dei test psicologici di idoneità. Per svolgere tale mestiere c'è bisogno di molta pazienza, professionalità e la capacità di far interessare le persone." 

"Pensavano che avessi dei problemi perché non interagivo mai con loro, se non sotto sollecitazione. Talvolta si limitavano a dire ai miei genitori che avessi bisogno di una psicologa, ignorando totalmente il fatto che mi sentissi a disagio all'interno dell'ambiente scolastico (per altri motivi)." 
"Penso che se ci fosse stato qualche professore veramente di valore nel mio percorso scolastico, oggi sarei potuta essere migliore."


Queste citazioni confermano la visione fortemente negativa che gli hikikomori, spesso, hanno nei confronti dei professori. In particolare, sembrano soffrire particolarmente l'assenza di un contatto umano che vada al di là della semplice trasmissione di competenze.

Ci tengo a precisare, però, come non tutte le risposte che mi sono pervenute fossero negative. Alcuni hanno raccontato di aver ricevuto supporto dagli insegnanti, oppure di non aver nulla da recriminare sul loro comportamento.

Rimane evidente, tuttavia, l'esigenza di evolvere la figura del docente, dotandolo di maggiori strumenti psicopedagogici, in modo tale che egli sia in grado di rapportarsi efficacemente e in modo empatico con i propri alunni, cogliendone le esigenze e supportandoli nelle difficoltà, scolastiche e umane.



Sulle materie...



"Cambierei la poca flessibilità nella scelta dei vari indirizzi scolastici."

"Aumenterei il numero di ore di educazione fisica e inserirei una materia nella quale si studia come star bene."

"Bisognerebbe dare più importanza a materie come letteratura, e filosofia per appassionare di più i ragazzi alla lettura."

"Oggi si ha bisogno d'imparare a vivere, senza produrre danni al creato."



Qui emerge un'esigenza forte e concreta. Quello che questi ragazzi, quasi in coro, chiedono alla scuola, è di insegnare loro ad affrontare la vita.

Come ho ribadito anche in questo video, la scuola dovrebbe ridare dignità a tutte quelle materie che vengono svalutate nel modello di società capitalistico attuale, in primis la filosofia, la psicologia, l'arte e la religione. Molti, ritenendo queste poco utili per entrare nel mondo del lavoro, sostengono sia corretto sacrificarle a favore delle materie scientifiche. A mio parere si tratta di un ragionamento fallato.

Lo studio delle materie umanistiche non è fine a se stesso: aiuta l'individuo a sviluppare competenze essenziali per comprendere la propria natura, dominare il proprio caos esistenziale e costruire una solida struttura identitaria.



Guarda il video


Sul metodo...


"L'attribuzione dei voti e il sistema di integrazione forzata porta le persone più introverse a isolarsi."

"Abbiamo un sistema scolastico troppo mnemonico e nozionistico, per cui prendere voti alti non è indice di vera e propria competenza o intelligenza, ma di buona memoria."

"Sembra avere come principale scopo quello di formare persone col maggior numero di competenze per poter essere pronti alla 'guerra del lavoro'. Eppure così facendo si perde di vista quella che, secondo me, è la cosa più importante, ovvero formare persone, sì competenti, ma soprattutto felici o quantomeno che stiano bene."

"La scuola è assoggettata alle richieste del mercato e della società che oramai si basa su principi di efficienza e di raccomandazione, perciò le scuole non pensano più alla formazione personale, educativa e psicologica dell'individuo."

"La scuola dovrebbe essere un posto aperto tutto il giorno e a tutti."


Queste citazioni confermano quanto detto sopra e rafforzano la richiesta da parte dei ragazzi di una scuola che non si prostri al servizio della società, ma che, al contrario, abbia la forza di guidarne i mutamenti, contrastando quelle che sono le logiche imposte dal mercato. In altre parole, i giovani chiedono alla scuola di avere più coraggio.

Emerge anche una critica al sistema basato sui voti, la cui efficacia è stata messa in discussione più volte da diversi studiosi, ma ad oggi (salvo alcune rare eccezioni) rimane, probabilmente per inerzia, il principale metodo adottato a livello mondiale.

Infine, l'ultima citazione sembra auspicare un ripensamento dell'ambiente scolastico a partire dal concetto di spazio. Soprattutto in Italia la scuola è percepita come un luogo transitorio, dagli orari rigidi, che non vediamo l'ora di abbandonare non appena suona la campanella.

Eppure dobbiamo avere la capacità di immaginare una scuola flessibile e inclusiva. Un luogo che non sia esclusivamente finalizzato all'apprendimento, ma un spazio da vivere a 360 gradi, dove sia possibile cimentarsi in attività ludiche, sportive e dove poter coltivare le proprie passioni.


Conclusioni


Il sistema scolastico moderno si fonda in gran parte su principi obsoleti e le conseguenze si stanno manifestando, oggi, più forti che mai.

Quella degli hikikomori è una protesta silenziosa, ma assordante. Un rifiuto netto e totale, che non può essere di certo risolto con un semplice intervento sul singolo, cercando magari di convincerlo in tutti i modi a ritornare in quell'ambiente che è per lui fonte di grande sofferenza, quell'ambiente che ritiene essere il riflesso del malfunzionamento di una società nella quale non si riconosce più come parte integrante.

Dobbiamo allora interpretare l'hikikomori come un'opportunità di crescita. Dobbiamo ascoltare la loro protesta, comprendere le motivazioni del loro disagio e correggere quello che non funziona. Progettare forme alternative di istruzione, aprirci a nuove modalità di insegnamento, più flessibili e che tengano conto delle enormi differenze personali.

La scuola non deve avere il compito di standardizzare, ma di valorizzare i singoli talenti che ognuno di noi possiede. Se così non fosse l'abbandono scolastico nei prossimi anni sarà destinato a crescere drammaticamente, e ci ritroveremo a chiederci, per l'ennesima volta, dove abbiamo sbagliato.







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martedì 3 aprile 2018

L'hikikomori non riguarda solo i giovani



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La stragrande maggioranza degli hikikomori italiani sembra avere un'età compresa tra i 14 e i 25 anni, con una particolare concentrazione intorno ai 17. Un dato che ha trovato conferma anche nell'ultimo sondaggio condotto nel nostro gruppo dedicato ai genitori, il quale conta ormai quasi 900 iscritti.

Partendo da questa evidenza, verrebbe spontaneo sostenere che l'hikikomori sia un fenomeno che riguarda specificatamente i giovani, eppure si tratterebbe di un errore.



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La prima generazione di hikikomori


L'età media degli hikikomori italiani è molto bassa semplicemente perché si tratta della prima generazione. In Giappone, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che da noi, intorno agli anni 80', l'età media dei reclusi sociali è notevolmente più alta e c'è un grande numero di isolati over 40, nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Il problema degli hikikomori adulti è talmente grave nel Paese del Sol Levante, che il governo è stato costretto a garantire a molti di loro una pensione minima che gli permettesse di sopravvivere anche dopo la morte dei genitori. Sono in contatto personalmente con uno di questi casi, il quale mi ha confermato tutto ciò.

Anche in Italia l'età media dei ritirati sociali è destinata a aumentare costantemente nei prossimi anni, soprattutto se il problema continuerà a essere ignorato e non ci saranno cambiamenti considerevoli da un punto di vista governativo e sociale.



L'hikikomori può riguardare tutti


Sostenere, dunque, che l'hikikomori sia una problematica giovanile è scorretto e rischia di rivelarsi una concezione fuorviante rispetto a quello che dovrebbe essere il giusto approccio alla questione.

Resta però il fatto che l'hikikomori sembra manifestarsi, nella maggior parte dei casi, tra i 14 e 18 anni. Cosa accade in questo periodo della nostra vita?

Entrano in gioco almeno due fattori potenzialmente in grado di favorirlo:


1. Fragilità psicologica e mancanza di resilienza


La pulsione all'isolamento sociale (ovvero l'hikikomori) sfocia in un'isolamento effettivo solamente quando il soggetto che la esperisce non ha gli strumenti adeguati per elaborarla, razionalizzarla e contrastarla. Da questo punto di vista, sappiamo bene come l'adolescenza sia una fase evolutiva particolarmente delicata, caratterizzata da una grande instabilità e fragilità psicologica.

A questo è possibile aggiungere ulteriori fattori di rischio, come, ad esempio, un carattere timido e introverso che rende complesso instaurare relazioni soddisfacenti con i coetanei, instabilità famigliari (caratterizzate, per esempio, da un divorzio o da uno squilibrio tra le figure genitoriali), oppure, dal fatto di essere figlio unico e di sentire proiettate su di sé maggiori aspettative di realizzazione sociale.

Detto questo, è importante ribadire che l'hikikomori può insorgere in qualunque momento della vita, soprattutto in concomitanza di eventi e circostanze che possono, direttamente o indirettamente, favorire una condizione di isolamento sociale, come, ad esempio, un percorso universitario insoddisfacente, oppure la perdita del lavoro, così come la difficoltà di trovare un'occupazione stabile e gratificante.

In generale, ciò che sembra mancare agli hikikomori è la cosiddetta "resilienza", ovvero la capacità di far fronte a eventi potenzialmente traumatici o sfidanti, rielaborandoli positivamente.


2. Depressione esistenziale


L'hikikomori non è come un virus, per cui una volta smaltito il corpo ritorna a essere sano, ma rappresenta una condizione dell'individuo legata inscindibilmente al suo modo di interpretare la vita. È la manifestazione concreta di una difficoltà adattiva, non solo a livello sociale, ma spesso anche esistenziale. La sofferenza, il disagio, la demotivazione e l'apatia che affliggono un hikikomori originano da una valutazione fortemente negativa del modello di vita contemporaneo e da una perdita di senso rispetto al perseguimento di tutti quegli obiettivi sociali considerati come necessari e obbligati.

Non è un caso, infatti, che l'età di insorgenza dell'hikikomori sia spesso correlata con il grado di maturità introspettiva del ragazzo, il quale potrebbe percepire questo profondo disagio già in tenera età, senza tuttavia riuscire a elaborarlo consciamente. Esistono casi particolarmente prematuri di hikikomori che possono manifestarsi anche intorno ai 10 anni di vita.

Capite bene, allora, che un conflitto interiore come quello descritto sia difficile da razionalizzare e superare, soprattutto in un periodo di tempo ridotto. È pertanto necessario un percorso interiore dalla durata impronosticabile, lungo qualche mese o potenzialmente tutta la vita, nel quale si alterneranno fasi di apertura e profonde ricadute.






Come si aiuta un hikikomori adulto?


Questo articolo è nato su richiesta di alcuni genitori dell'associazione, particolarmente turbati dal fatto di avere un figlio tra i 25 e i 35 anni, o anche oltre, completamente inattivo da un punto di vista scolastico, lavorativo e sociale (attenzione, parliamo sempre di socialità diretta, non virtuale).

La loro paura nasce soprattutto dal fatto che le tipologie di intervento di cui oggi si parla maggiormente mirano principalmente al reinserimento scolastico. Anche la nostra associazione lavora molto per sensibilizzare le scuole, ma lo facciamo soprattutto in un'ottica preventiva, non perché crediamo che gli hikikomori siano solo adolescenti.

La domanda più ricorrente è: come si aiuta un ragazzo isolato da diversi anni, ormai non più in età scolare e senza nessuna esperienza lavorativa?

Ovviamente non esiste una risposta definitiva a questa domanda, ma ci tengo a fare alcune considerazioni in merito.

Personalmente ritengo non ci siano molte differenze, da un punto di vista dell'approccio di intervento, tra un hikikomori adolescente e un hikikomori adulto. In entrambi i casi l'obiettivo rimane quello di modificare la loro immagine negativa del mondo sociale e aiutarli a rielaborare le loro paure. In particolare "la paura del tempo perso", che spesso attanaglia quegli hikikomori divenuti consapevoli dell'impossibilità di trascinare per sempre l'isolamento e desiderosi di riprendere una strada sociale. La durata effettiva del tempo che si ritiene di aver perso è irrilevante, potrebbe essere un mese, così come 10 anni. Tutto dipende da come viene interpretato.

"La paura del tempo perso" non è altro che un inganno mentale, responsabile della fallace convinzione che sia impossibile riprendere in mano la propria vita, a qualunque età.

La vera differenza tra un hikikomori adolescente e uno adulto è che il primo avrà probabilmente una visione negativa della socialità recente e quindi più facilmente modificabile. Dall'altro lato, invece, l'hikikomori adulto ha rimuginato in solitaria per anni sulla sua concezione dell'esistenza, cristallizzatasi per l'assenza di prospettive alternative dovute all'isolamento, e quindi maggiormente interiorizzata e più difficilmente sradicabile. Ed è per questo che è fondamentale intervenire prima che l'isolamento si cronicizzi, a prescindere dall'età in cui l'hikikomori si manifesta.



L'hikikomori NON va curato, ma supportato


Quando una persona comincia a manifestare i primi campanelli d'allarme dell'hikikomori, come ci si deve comportare? Come si aiuta un hikikomori a non sprofondare nel baratro della solitudine?

Anche questa domanda è certamente complessa. Il mio primo consiglio è sempre quello di mantenere la calma e non generare su di lui ulteriore pressione. Prima di spronarlo a ritornare immediatamente a scuola, al lavoro o alla vita sociale in generale, è necessario capire quale tipo di disagio sta vivendo e cercare di abbassare le aspettative di realizzazione sociale che egli percepisce provenire dai genitori, dai coetanei, dalla scuola e dalla società nel suo complesso.

Io non credo che l'hikikomori possa essere "curato", semplicemente perché non ha nessuna malattia, ma può certamente essere supportato in quella che è una fase particolarmente complessa della sua esistenza. Bisogna porsi nei suoi confronti non con un atteggiamento di aiuto attivo o, ancora peggio, invadente, ma comportarsi come un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta: non lo tiene per tutto il tragitto, ma allo stesso tempo non lo abbandona completamente perché sa che da solo rischia di cadere e farsi male. Gli sta accanto e interviene solo quando lo vede in reale difficoltà, senza farglielo pesare e senza quasi farsi notare.







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lunedì 5 marzo 2018

I falsi miti sull'hikikomori: basta chiamarli "eremiti" o "asociali"



ITA | ENG

L'hikikomori è un fenomeno ancora pressoché sconosciuto in Italia, nonostante i ragazzi e le ragazze che vivono questo disagio sociale siano numerosissimi, potenzialmente centinaia di migliaia.

Fortunatamente, anche grazie al lavoro della nostra associazione, ultimamente qualcosa sta cambiando. Sono sempre di più i media che ne parlano e l'interesse, anche a livello istituzionale, è in forte crescita.

Il lato negativo della medaglia è che non tutti ne parlano in modo corretto, contribuendo ad alimentare i numerosi falsi miti esistenti attorno a questo fenomeno sociale.


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Per farvi esempio, solo un anno fa erano molti gli articoli che confondevano il fenomeno degli hikikomori con la dipendenza da internet, generando confusione tra i lettori e rischiando di trasfigurare e snaturare il significato stesso del termine "hikikomori", trasformandolo in un mero sinonimo. Attraverso questo blog mi sono battuto per evitare che ciò accadesse e sono felice, oggi, di osservare tale accostamento con una frequenza sensibilmente inferiore.

Alcuni stereotipi sull'hikikomori sono il frutto di banalizzazioni popolari, dovuti alla scarsa informazione o alla pigrizia mentale, altri, invece, sono più sottili e vengono veicolati soprattutto dai media, bramosi di etichettare con terminologie già conosciute un fenomeno che invece presenta caratteristiche peculiari e del tutto nuove.


"Sono dei viziati"


Si tratta dello stereotipo per eccellenza, quello che vorrebbe gli hikikomori come dei fannulloni che approfittano della permissività dei propri genitori per sfuggire dalle fatiche scolastiche o lavorative.

Questa credenza è stata recentemente fomentata da alcuni servizi realizzati sul fenomeno, come, ad esempio, quello di Fanpage.it (lo trovate qui).

Nel documentario vengono intervistati due ragazzi potenzialmente riconducibili al fenomeno degli hikikomori (non abbiamo abbastanza informazioni per concluderlo con certezza), diversi per età, sesso, contesto sociale e familiare.

Sono state due, in particolare, le dichiarazioni controverse che hanno provocato sui social network (soprattutto su Facebook) migliaia di commenti rabbiosi e indignati:


"I miei genitori non mi dicono niente [...]"

"[...] al momento non ho il desiderio di lavorare".


Due frasi estrapolate dal contesto, che non sono state in nessun modo contestualizzate nella storia e nella sofferenza vissuta dai due ragazzi e che non possono essere strumentalizzate e generalizzate a rappresentanza di un fenomeno complesso ed eterogeneo come è quello degli hikikomori.

Grazie a "Hikikomori Italia" ho la fortuna di avere un osservatorio privilegiato. In questi cinque anni sono entrato in contatto, direttamente o indirettamente, con centinaia di storie di ragazzi isolati, ascoltando sia il loro punto di vista, che quello dei loro genitori. In questo modo ho potuto raccogliere moltissime informazioni, facendo un distinguo tra quelli che sono elementi ricorsivi, e quelli che invece rappresentano caratteristiche personali non generalizzabili.

L'isolamento degli hikikomori non è mai finalizzato ad evitare la fatica, ma è piuttosto un modo per fuggire dalle forti pressioni di realizzazione che provocano in loro un'estrema sofferenza quotidiana ogniqualvolta si trovano a doversi confrontare con un qualsiasi contesto sociale (dalla scuola, al gruppo di coetanei, fino ai genitori e parenti. Ne ho parlato più approfonditamente in questo video).

Allo stesso modo, non esiste nessuna correlazione tra un atteggiamento genitoriale permissivo e la tendenza all'isolamento sociale. Si tratta di una credenza che, al momento, non trova fondamento scientifico.


"Sono i nuovi eremiti"


Questa è un'espressione che sento usare spesso, soprattutto dai media, ma si tratta ancora una volta di un accostamento improprio e forzato. Gli eremiti sono, cito testualmente dal vocabolario Treccani, "coloro che, specialmente per motivi religiosi, si appartano dal mondo [...] non solo spiritualmente, ma anche materialmente [...]"

Ci sono, dunque, almeno due enormi differenze tra un eremita e un hikikomori:

  1. Gli hikikomori, pur isolandosi nella propria abitazione, rimangono in pieno contatto con il mondo esterno grazie a televisione e web: si informano sull'attualità, seguono le mode che riguardano, per esempio, i videogames o le serie TV, ascoltano la musica del momento. Insomma, mentalmente non vi è nessun distacco con la società, fatta eccezione per i casi più gravi (quelli nel terzo stadio).
  2. Gli hikikomori non sono degli asceti. Pur isolandosi, non rinunciano agli agi della vita moderna.

L'unico punto di contatto tra l'isolamento di un eremita e quello di un hikikomori potrebbe essere, in alcuni casi, il movente spirituale (non religioso, attenzione). La scelta di ritirarsi come conseguenza, almeno in parte, di una particolare interpretazione della realtà, caratterizzata dal rifiuto della centralità del corpo, dalla messa in discussione dei dogmi sociali e dominata da sentimenti ostili nei confronti della società dell'immagine. In altre parole, quella che potremmo definire come una depressione esistenziale.



Guarda il video



"Sono degli asociali"


Probabilmente questo è il falso mito più complesso da sfatare, ovvero quello che vorrebbe gli hikikomori come degli "asociali", persone sostanzialmente disinteressate alla componente sociale dell'esistenza. Eppure quella degli hikikomori non è asocialità, bensì una socialità diversa, che non ricorre all'esposizione del corpo, talvolta nemmeno dell'identità. Una nuova forma di socialità, indiretta, oggi consentita dalla diffusione delle tecnologie cosiddette virtuali.

Sto parlando, ovviamente, di chat, forum e social network. Le interazioni che originano da queste piattaforme digitali, pur non possedendo molte delle caratteristiche di una relazione diretta, rimangono comunque e a tutti gli effetti delle interazioni sociali. Dunque, affermare che gli hikikomori siano asociali è tecnicamente scorretto.

Inoltre, vi è un altro aspetto importante. Anche se un hikikomori sostiene, spesso per orgoglio, di poter fare a meno delle relazioni interpersonali, la realtà è che, essendo quello sociale un bisogno innato, esso non può essere facilmente soppresso (ricordiamoci che l'uomo è un "animale sociale" e parte della sua identità si plasma attraverso le relazioni).

Tale bisogno emerge spesso anche durante il colloquio clinico ed è confermato dall'abuso che i ragazzi isolati fanno, talvolta, del mezzo digitale, come, per esempio, la chat di Hikikomori Italia, la quale conta oltre 500 iscritti e decine di migliaia di messaggi postati ogni giorno. 


Conclusioni


Quelli citati sono solamente alcuni dei tanti falsi miti esistenti sull'hikikomori. L'unica arma che abbiamo per combatterli è l'informazione e non dobbiamo commettere l'errore di sottovalutarli. Il rischio, infatti, è che si diffondano a tal punto da generare uno stigma sociale nei confronti di chi si trova in questa condizione, nonché dei loro genitori, che sentiranno su di essi tutto il peso della condizione del figlio, colpevolizzandosi oltremodo ed evitando di chiedere aiuto per paura di essere giudicati negativamente.

Questi e altri falsi miti sono raccolti nell'opuscolo informativo, il cui ricavato verrà interamente utilizzato per sostenere il nostro progetto di sensibilizzazione.


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lunedì 5 febbraio 2018

Hikikomori e abbandono scolastico: cosa può fare la scuola?



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Quando ho chiesto ai ragazzi della chat di Hikikomori Italia: "Se poteste scegliere, cosa cambiereste in questa società?", molti di loro hanno risposto, immediatamente e senza nemmeno pensarci: "la scuola".


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L'ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro inizia l'isolamento proprio durante gli anni delle medie e delle superiori.

È lecito allora interrogarsi quali responsabilità abbia la scuola quando un ragazzo decide di abbandonarla, non per disinteresse, non per incapacità di ottenere buoni voti, ma a causa di una negatività talmente forte da sovrastare anche quegli obblighi morali e sociali che dovrebbero dissuaderlo.


Il ruolo dei coetanei


Gli hikikomori sono spesso ragazzi timidi e introversi che faticano a relazionarsi con il resto della classe. Questa loro caratteristica temperamentale li porta a essere vittima di scherno e derisione da parte dei compagni, che possono sfociare, talvolta, in veri e propri atti di bullismo.

Questi atteggiamenti non fanno altro che alimentare in loro l'idea di essere "diversi" dagli altri, in quanto più maturi e meno superficiali. Faticano quindi a riconoscersi come parte di una generazione e di una società che sembra essere così distante dal loro modo di interpretare l'esistenza.

Più vengono ignorati, derisi e presi di mira, e più la sofferenza li rende rigidi, disillusi e cinici nei confronti di un sistema, quello scolastico, di cui loro, essendo parte integrante, percepiscono i malfunzionamenti più di chiunque altro.

Dal rifiuto della scuola si passa rapidamente all'isolamento, non solo perché la scuola rappresenta per loro la quasi totalità della vita sociale, ma anche perché finiscono per generalizzare la sofferenza e gli aspetti negativi sperimentati nell'ambiente scolastico alla società nel suo complesso.


Il ruolo degli insegnanti


Il malessere provocato dalla scuola non è dato solamente dal rapporto con i coetanei, ma spesso anche da quello con gli insegnanti.

Quando un hikikomori si sente schernito e minacciato dai compagni si aspetta, consciamente o inconsciamente, che l'adulto di riferimento lo supporti. Se questo non avviene, se il ragazzo non si sente tutelato dall'insegnante, ma al contrario, percepisce da parte di quest'ultimo disinteresse, superficialità o, addirittura, complicità con i suoi detrattori, allora la sua sfiducia nei confronti delle persone, delle relazioni e, di conseguenza, della società, diventa tale da provocare in lui una grave perdita di motivazione nell'intraprendere qualsiasi carriera scolastica, lavorativa e sociale.


Il fattore precipitante


L'isolamento di un hikikomori ha raramente origine traumatica, ma è piuttosto il frutto di un processo graduale che porta il ragazzo a sviluppare con il tempo una visione negativa e fortemente interiorizzata delle relazioni interpersonali e della società.

Tuttavia, in fase di colloquio clinico emerge quasi sempre un cosiddetto "fattore precipitante", ovvero un evento che il ragazzo associa alla sua decisione di isolarsi, quello che egli considera l'episodio chiave che ha dato origine alla condizione di ritiro.

Tale fattore potrebbe essere un qualcosa di innocuo ai nostri occhi, ma contestualizzato all'intero di un quadro psicologico reso fragile e vulnerabile dal continuo stress che il ragazzo sperimenta ogni giorno in un ambiente percepito come ostile, fa si che questo evento assuma per lui un'importanza estremamente rilevante.

Non è sicuramente un caso che il "fattore precipitante" si concretizzi, nella stragrande maggioranza dei casi, proprio all'interno dell'ambiente scolastico.


Cosa può fare la scuola?


La scuola gioca, dunque, nel bene e nel male, un ruolo cruciale nella diffusione del fenomeno degli hikikomori e, nonostante tutte le difficoltà dovute alla continua mortificazione e svalutazione del ruolo dell'insegnante, nonché alla mancanza di risorse economiche, dovrebbe:

  • informarsi approfonditamente sul tema: conoscere il problema e le sue dinamiche è il primo fondamentale passo per poterlo contrastare;
  • attivarsi tempestivamente nel supporto dei ragazzi e delle loro famiglie mettendo a loro disposizione le proprie risorse: ad esempio, formando psicologi scolastici che siano in grado di riconoscere prontamente un potenziale caso di hikikomori e intervenire, fornendo un primo supporto non solo al ragazzo, ma anche agli stessi genitori, completamente disorientati di fronte al comportamento del figlio;
  • non esercitare pressione sull'hikikomori affinché ritorni subito a scuola: una volta che l'isolamento dell'hikikomori si è concretizzato ed egli non vuole saperne di tornare a scuola, forzarlo non servirà a nulla. Bisogna intraprendere un percorso di risocializzazione graduale dove il ritorno alla frequenza scolastica rappresenta solamente l'ultimo step;
  • schierarsi con decisione dalla parte della vittima nei casi di bullismo, anche psicologico o sottile: è importante che gli insegnanti non sottovalutino nessuna forma di comportamento denigratorio o violento, sia esso di natura fisica o psicologica. In una società come la nostra, progettata per gli estroversi, è fondamentale che tutte le minoranze caratteriali siano tutelate, almeno in un ambiente paritario come dovrebbe essere quello scolastico.
  • dimostrarsi flessibile sulle forme di istruzione alternativa: ad esempio, la possibilità di sostenere verifiche e interrogazioni a domicilio o al di fuori dell'orario scolastico, oppure una maggiore apertura all'educazione parentale, oggi vista con particolare occhio critico da molti insegnanti.





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venerdì 12 gennaio 2018

La paura di essere giudicati è un "inganno mentale"



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Ho sempre indicato la pressione di realizzazione sociale come la causa madre dell'hikikomori, l'unico fattore trasversale in tutti i casi di isolamento volontario.

Eppure, tale pressione, non è altro che il combustibile. Il fuoco, l'emozione dominante, è la paura.


Losing You - LY.


La paura di fallire, la paura di essere giudicati per i propri insuccessi, per le proprie mancanze. La paura di non essere all'altezza delle aspettative altrui, ma non solo, anche delle nostre. La paura di non riuscire a sfruttare le proprie potenzialità, la paura di non riuscire a raggiungere quello che è il nostro sé idealizzato.

Gli hikikomori sono spesso ragazzi molto brillanti e fin da bambini sono abituati a ricevere attenzioni e complimenti per le proprie capacità, costruendo, in questo modo, un'identità di sé corrispondente ai feedback ricevuti. 

Se, per qualsiasi motivo, il gap tra quello che è il proprio sé ideale e la realtà diventa troppo ampio, la pressione a raggiungere il modello idealizzato aumenta, insieme alla paura di fallire, di deludere gli altri e, di conseguenza, se stessi. Parte della nostra identità, infatti, si plasma in relazione a come noi ci percepiamo attraverso lo sguardo altrui, quello che il sociologo Charles Horton Cooley chiamava "l'io riflesso".

Dunque, la pressione di realizzazione alimenta la paura del fallimento sociale, la quale, a sua volta, porterà ad attivare, nei soggetti più fragili e predisposti, quel meccanismo di difesa primordiale che si innesca ogniqualvolta avvertiamo una situazione di pericolo: la fuga.

Nel caso specifico degli hikikomori, il pericolo è rappresentato dall'esposizione sociale e dal giudizio, la fuga si concretizza con l'auto-isolamento e la casa svolge il ruolo di "tana", un rifugio sicuro che permette di ridurre al minimo tale pericolo. Attenzione, ridurre, non annullare, perché, come abbiamo detto precedentemente, le fonti di giudizio sono sempre almeno due: una sono gli altri, l'altra siamo noi. E dal nostro giudizio non c'è scampo.


Il ruolo della vergogna


Un'altra emozione chiave, spesso associata all'hikikomori, è la vergogna, la quale non è un'emozione primaria, come la paura, ma un'emozione di origine sociale. Essa implica gli aspetti di auto-valutazione di cui parlavamo in precedenza.

Da una certa prospettiva, potremmo dire che gli hikikomori non scappano dalla famiglia, dalla scuola o dai coetanei: scappano proprio dalla vergogna. Hanno paura di tutte quelle situazioni che possono attivare in loro un meccanismo di confronto sociale, ovvero un raffronto istintivo tra il proprio grado di successo personale e quello di una persona, o di un gruppo di persone, giudicate rilevanti. Da questo bilancio possono nascere sentimenti di inadeguatezza, inferiorità e vergogna, i quali generano, a loro volta, atteggiamenti di rabbia, disinteresse e rifiuto.

Dunque, paura e vergogna nell'hikikomori sono due lati della stessa medaglia. Coesistono e si fondono in un'unico sentimento: la paura di essere giudicati. Un fattore che nella società moderna ha assunto un peso e una centralità mai avuta nella storia dell'uomo.


Come si supera la paura di essere giudicati?


La paura è un'emozione "primaria" perché fa parte dell'uomo fin dalla preistoria ed è trasversale sia al genere umano che al genere animale. Tale emozione si innescava, originariamente, solo in quelle situazioni che potevano mettere in pericolo l'incolumità e la sopravvivenza, eppure è evidente che la paura di essere giudicati non rientra in questa categoria.

Si tratta quindi di un "inganno mentale" che origina da una sovrastima insensata di un pericolo minimo o inesistente. Come si supera? Attraverso l'esperienza e l'apprendimento. Questa tipologia di paura, infatti, si sgonfia e si disinnesca automaticamente nel momento in cui la si affronta, ovvero nel momento in cui ci si rende conto che si tratta solamente di un nostro errore di valutazione. Nient'altro che un'illusione.

Per fare questo step è necessario intraprendere un percorso interiore che ci porti a elaborare consciamente le nostre fobie, a ridefinirle, a razionalizzare e, infine, a padroneggiarle. In questo modo tutta la sofferenza dell'isolamento potrà trasformarsi in potenziale, energia, voglia di riscatto. In poche parole: in un'occasione di crescita personale.

Davanti al pericolo, alla paura, si può infatti reagire sempre almeno in due modi: uno è fuggire, l'altro, invece, è lottare.





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venerdì 29 dicembre 2017

Identikit dell'hikikomori tipo: maschio, sensibile e negativo verso la società




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L'hikikomori è un fenomeno particolarmente complesso e variegato, che può riguardare potenzialmente tutti, senza limiti di sesso, età o estrazione sociale. Allo stesso tempo, però, è innegabile che ci siano delle caratteristiche che ricorrono più frequentemente di altre.

In questo post cercheremo di capire quali sono e perché rappresentano dei fattori di rischio.



Losing You - LY


Maschio


Secondo i dati giapponesi gli hikikomori sarebbero per il 90% di sesso maschile. In Italia, questa proporzione sembra essere meno netta, con una percentuale di donne molto più ampia del 10%. Resta il fatto, però, che anche nel nostro paese i ragazzi e gli adulti in isolamento sociale volontario siano per la maggioranza uomini. A cosa è dovuto questo squilibrio?

Un'ipotesi è che sui maschi la pressione di realizzazione sociale, ovvero la causa madre dell'hikikomori, sia culturalmente più forte. In altre parole, questo significa che sui figli di sesso maschile ci sono mediamente aspettative più alte da parte della famiglia, della scuola, dei coetanei o della società in generale.

Un'altra ipotesi è che il numero di hikikomori di sesso femminile sia gravemente sottostimato in quanto, culturalmente, una donna che passa molto tempo in casa è vista con minore apprensione da parte della famiglia rispetto a un maschio.

Se fosse così significherebbe che questo gap di genere sia destinato a ridursi nei prossimi anni, parallelamente al miglioramento della posizione sociale della donna nella nostra società.


Figlio unico


Un altro fattore di rischio sembra essere il fatto di non avere fratelli e sorelle, nonché di poter usufruire di una camera da letto tutta per sé. Non solo perché aumentano i momenti di solitudine all'interno della casa, ma soprattutto perché sui figli unici vengono proiettate generalmente maggiori aspettative da parte dei genitori e, di conseguenza, maggiori pressioni.

Non è un caso, infatti, che l'esplosione del fenomeno degli hikikomori sia coinciso, sia in Italia che in Giappone, con un drastico crollo delle nascite e con un esponenziale aumento delle famiglie a figlio unico.


Famiglia monoparentale


L'esperienza giapponese ci dice che nelle famiglie con figli hikikomori è spesso presente una figura paterna debole o assente, sia sul piano fisico, sia sul piano emotivo. Ciò causerebbe uno squilibrio della relazione genitoriale sulle spalle della madre che finirà per sviluppare un rapporto di dipendenza con il figlio, la cui autonomia sociale verrà inevitabilmente compromessa.

In Italia tale aspetto, seppur presente, sembra essere meno centrale. Ho comunque notato un elevato numero di famiglie monoparentali o con genitori divorziati. Due fattori sicuramente in grado di favorire quello squilibrio di cui parlavamo precedentemente.


Adolescente o giovane adulto


In Italia, la maggior parte degli hikikomori ha un'età compresa tra i 14 e i 25 anni. In Giappone, invece, l'età media è molto più alta e ci sono moltissimi reclusi over 40, i quali hanno iniziato il proprio isolamento durante l'adolescenza e lo hanno perpetrato per decenni. Appartengono a quella che viene definita come "la prima generazione di hikikomori", tanto ignorata e trascurata dal governo nipponico.

Il fenomeno nel nostro paese è ancora in una fase iniziale. Nei prossimi anni, l'età media delle persone in isolamento sociale volontario aumenterà anche qui. Possiamo, però, fare tesoro dell'esperienza giapponese ed evitare di commettere i loro stessi errori. Dobbiamo lavorare sulla prevenzione e impedire che il ritiro degli hikikomori si cronicizzi e raggiunga il "terzo stadio", ovvero l'isolamento totale.


Sensibile e introspettivo


Gli hikikomori non hanno nessun deficit cognitivo, anzi, si tratta spesso di ragazzi e ragazze molto brillanti. La loro spiccata natura critica, riflessiva e introspettiva si trasforma, però, in un'arma a doppio taglio che li rende particolarmente impacciati, fragili e ansiosi nelle relazioni sociali.

Non di rado è presente in loro una componente narcisistica molto forte, nutrita dalle aspettative altrui e ferita da una realtà che si manifesta diversa da quella idealizzata.


Negativo verso la società


Le difficoltà nell'instaurare relazioni soddisfacenti con gli altri, la maturità intellettiva che alimenta una sensazione di diversità e incompatibilità con i coetanei, unita a un forte spirito critico, contribuiscono a generare sfiducia, negatività e disinteresse nei confronti delle relazioni interpersonali.

Tale negatività viene poi generalizzata dal contesto micro (scuola, famiglia, gruppo di coetanei, ecc.) al contesto macro, ovvero a tutte le relazioni sociali e alla società nel suo complesso, trasformandosi, talvolta, anche in cinismo e disprezzo.


Conclusioni


Ci tengo a precisare, nuovamente, che tutte le caratteristiche sopradescritte non devono essere intese in modo esclusivo, come fisse e sempre presenti. Esistono molti casi di hikikomori che rientrano solo in alcune di queste casistiche, talvolta in nessuna.

Si tratta di fattori ricorrenti, la cui incidenza statistica dev'essere ancora verificata.



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