domenica 11 giugno 2017

Costringere gli Hikikomori a uscire di casa con la forza: il Giappone ci mette in guardia sui rischi




Sul web, quando si parla di hikikomori, si leggono spesso commenti che inneggiano a soluzioni violente, come quelli che ho riportato in questo post di Facebook.

Possiamo interpretarle come uscite fuori luogo di persone che non hanno la motivazione o le capacità per approfondire il fenomeno, fermandosi alle apparenze. Eppure, non dobbiamo abbassare la guardia perché esiste il rischio che diventino delle realtà concrete.

In Giappone, infatti, le forme di violenza nei confronti degli hikikomori sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, generando un business da milioni di euro. Sono nate delle vere e proprio figure specializzate che hanno il solo compito di portare fuori il ragazzo isolato dalla sua stanza, con le buone o con le cattive.






Il 22 Maggio scorso, a Tokyo, si è tenuta una conferenza stampa per informare circa i pericoli dei cosiddetti "gruppi di supporto violenti", conosciuti in Giappone anche con il nome di "Hikikomori Drawers" (che in italiano potremmo tradurre come "estrattori di hikikomori").


"Ho ferito mia figlia profondamente"


In questa occasione è stata raccolta anche la testimonianza di una madre pentita.

In preda alla disperazione, dopo l'ennesimo litigio con la figlia hikikomori, ha cercato aiuto su internet e si è imbattuta nel sito di una di queste organizzazioni. Nei giorni successivi alla firma del contratto si sono presentate a casa sua otto persone, hanno preso la figlia con la forza e l'hanno caricata su una macchina senza dirle nulla.

È stata condotta in una struttura spoglia, privata di tutti gli effetti personali (portafogli, carta di identità, telefono, ecc.) e controllata a vista.

Dopo tre mesi le è stato permesso di tornare a casa. La madre, allarmata dalle condizioni nelle quali versava la figlia, ben lontana dall'aver recuperato la propria indipendenza, ha deciso di fare causa all'organizzazione.

Questo "servizio" gli è costato ben 5,7 milioni di yen, circa 45 mila euro.


Un business in grande crescita


Ho avuto recentemente uno scambio di mail con Vosot Ikeida, membro dello staff di Hikikomori News, il quale mi ha parlato proprio di questo fenomeno. Vi riporto le sue parole:


"Si tratta di professionisti che ricevono decine di migliaia di euro da parte delle famiglie di ragazzi hikikomori. Il loro obiettivo è quello di persuadere il ragazzo a uscire dalla stanza e portarlo a frequentare un centro riabilitativo.
Inizialmente usano dei trucchetti psicologici, ma quando questi non funzionano, buttano giù la porta della stanza dove l'hikikomori si è rifugiato e lo portano fuori con la violenza.
I loro centri riabilitativi sono spesso dispersi tra le montagne oppure oltremare, in modo che gli hikikomori non possano scappare facilmente.
Questo business è iniziato circa 10 anni fa e sta crescendo rapidamente. Hanno anche già dei contatti all'estero."


La pazienza come unica chiave


Affinché questo tipo di organizzazioni non trovino terreno fertile anche nel nostro paese è fondamentale continuare a fare corretta informazione sull'hikikomori, ribadire che le soluzioni violente non portano MAI a benefici.

Per aiutare un hikikomori serve molta pazienza, bisogna comprendere le sue paure e riportarlo gradualmente alla vita sociale, agendo sul singolo, sulla famiglia, ma anche sulla comunità nel suo insieme (come è accaduto a Fujisato, la città giapponese senza hikikomori).

Le soluzioni rapide, soprattutto nei momenti difficili, possono sembrare allettanti, ma essendo l'hikikomori una scelta profondamente radicata nei valori e nel vissuto dell'individuo, ha bisogno necessariamente di tempo per essere modificata.



sabato 6 maggio 2017

hikikomori: il circolo vizioso della solitudine




Uno dei principali fattori di rischio, per quanto riguarda l'hikikomori, è l'allontanamento progressivo del ragazzo o della ragazza dal proprio gruppo di coetanei. Spesso gli amici, anche quelli di vecchia data, vengono rifiutati in modo apparentemente ingiustificato.

Questo può essere considerato l'ultimo step dell'hikikomori, quello più grave e dal quale è più difficile tornare indietro. Perché la solitudine genera solitudine, in un circolo vizioso che porta lentamente alla cronicizzazione.






A supporto di questa tesi vi è un recente studio condotto in Belgio che ha coinvolto 730 adolescenti.

Ai partecipanti sono state presentate due diverse tipologie di scenario:

  • Scenario di inclusione sociale: "Viene inaugurata una nuova panineria in città. Alcuni dei tuoi compagni di classe ci andranno per pranzo e ti hanno chiesto se vuoi unirti a loro."
  • Scenario di esclusione sociale: "Vedi su Facebook una foto di un compleanno di classe al quale tu non sei stato invitato."

I partecipanti che precedentemente erano stati classificati come "più solitari" hanno vissuto la situazione di esclusione sociale in modo maggiormente negativo rispetto agli altri (manifestando alti livelli di rabbia, delusione e gelosia), attribuendo tale esclusione alle proprie caratteristiche personali (aspetto, carattere, ecc.).

Ancor più interessanti, tuttavia, sono state le reazioni di questi ragazzi nella situazione di inclusione sociale (ovvero quando erano stati effettivamente invitati dagli amici). Ebbene, anche in questo caso l'entusiasmo mostrato è risultato molto basso, semplicemente perché l'invito è stato vissuto come frutto del caso o comunque legato a un secondo fine.


La solitudine genera solitudine


Questo sembra essere un meccanismo mentale che si verifica spesso negli hikikomori, ragazzi che hanno un'alta considerazione di se stessi, ma che tendono a sviluppare una forte sfiducia nei confronti degli altri (per motivi caratteriali, ma anche per aver vissuto situazioni negative, quali il bullismo).

Così, anche quando ricevono inviti spontanei e sinceri, tendono a interpretarli con sospetto, facendo pensieri del tipo: "Lo ha fatto solo perché si sentiva in obbligo, non gli interessa veramente se vengo anche io", oppure "Vogliono solo prendersi gioco di me."


In riferimento a questo meccanismo rafforzativo della solitudine, Weeks Molly, coautrice dello studio e ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University, dice:
"Questi risultati ci mostrano che gli adolescenti più solitari sembrano rispondere alle situazioni sociali in modo tale da perpetuare la propria solitudine. La ricerca futura dovrebbe indagare quando e come la solitudine temporanea diventa solitudine cronica e capire come si possa intervenire per evitare che ciò accada."

Il suo auspicio è anche il nostro.




martedì 21 marzo 2017

Quanto e come la parola "hikikomori" viene cercata su Google: Italia al primo posto




Ad oggi non abbiamo ancora dei dati certi su quale sia la diffusione dell'hikikomori nel nostro paese, né per quanto riguarda la dimensione del fenomeno (le stime vanno dai 30 ai 50 mila casi), né per quanto concerne la distribuzione geografica.

Non sappiamo se ci sono più hikikomori al Nord, al Centro o al Sud, non sappiamo se il fenomeno è più diffuso nelle grandi città, nelle periferie o nelle zone rurali. Insomma, ci sono ancora molte indagini che devono essere fatte. Eppure, grazie a "Google Trends", possiamo avere alcune piccole indicazioni sull'interesse del nostro paese (e del mondo) nei confronti di questo fenomeno.


Quanto viene cercata la parola in Italia



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Questo grafico mostra l'evoluzione delle ricerche, per quanto riguarda la parola "hikikomori" su Google, negli ultimi tre anni. Come si può notare, l'interesse attorno al fenomeno sta lentamente crescendo, ma c'è ancora molto da fare.

Il picco che vedete coincide con il servizio de "Le Iene" andato in onda il 1° Maggio 2016 (lo trovate qui), a testimonianza del grande potere di sensibilizzazione che può avere la televisione su questo tema.


Italia e Spagna sopra tutti



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Ancor più interessante il dato che mostra quanto viene ricercata la parola "hikikomori" nel mondo. Escludendo ovviamente il Giappone e gli altri paese che non utilizzano l'alfabeto latino, è inquietante vedere come l'Italia sia al primo posto, immediatamente sopra la Spagna.

Per rendere il dato più attendibile andrebbe fatta un'analisi incrociata includendo anche tutte quelle parole che vengono usate nei vari paesi come sinonimo di hikikomori (ad esempio, "acute social withdrawal" nei paesi anglofoni).


L'Emilia-Romagna in testa alle ricerche



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Un altro dato che ci fornisce Google Trends è la distribuzione delle ricerche per regione. Sono almeno due le cose interessanti che possono essere lette da questo grafico:


  1. l'interesse nei confronti dell'hikikomori è nazionale, con una leggera prevalenza per il Centro-Nord (anche se questo dato non tiene conto del fatto che, in generale, il volume totale delle ricerche online in alcune zone d'Italia è più alto);
  2. L'Emilia-Romagna è la regione che sembra essere più interessata al fenomeno, insieme all'Umbria e alla Liguria. Si tratta di un dato curioso che merita di essere approfondito nel prossimo futuro.


Come interpretare queste informazioni


Ovviamente questi sono tutti dati altamente indicativi da cui non è possibile trarre alcuna conclusione definitiva (al contrario, vanno presi molto "con le pinze"). Tuttavia, in questa colpevole lacuna di ricerche sul fenomeno, possono fornirci delle prime indicazioni di massima.

Attendiamo fiduciosi un'indagine seria e approfondita che ci aiuti a trovare delle risposte.



lunedì 6 marzo 2017

Fujisato: la città giapponese senza hikikomori




Fujisato è una cittadina di montagna situata nel nord del Giappone (nella prefettura di Akita). Conta circa 3.500 abitanti, di cui però solo il 45% sono residenti locali. La restante parte è composta da visitatori provenienti da ogni parte del paese interessati a studiare i metodi utilizzati dall'amministrazione locale per fare fronte al fenomeno degli hikikomori. Nello spazio di cinque anni, infatti, l'80% dei ragazzi isolati a Fujisato è stato reintegrato nella società ed è diventato indipendente.



Komitto, il campo base per le operazioni di supporto a Fujisato.


Qui, del fenomeno degli hikikomori, si sono accorti un po' per caso. Gli assistenti sociali che si recavano nelle case degli anziani per aiutarli si sono accorti che in molte occasioni vi erano persone giovani (in età lavorativa) sempre presenti, anche durante il giorno. In un'indagine successiva scoprirono che il 9% degli abitanti di Fujisato tra i 18 e i 54 anni erano hikikomori (molti di loro avevano più di 40 anni).


Quali sono i metodi usati a Fujisato?


Nulla di estremamente elaborato. Semplicemente la città si è premurata di creare luoghi che i reclusi potessero frequentare e nei quali potessero avere un ruolo attivo. È stata realizzata, per esempio, una sala da pranzo dove gli hikikomori possono imparare a cucinare e a servire i clienti, oppure un corso per chi desidera diventare assistente sociale.

È stato anche istituito il "Fujisato Experience Program", che consiste in una serie di attività lavorative che le persone possono provare per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni a un massimo di 3 mesi. Alcuni hikikomori (ora ex) hanno beneficiato moltissimo di questa esperienza, dichiarando di aver avuto la possibilità di sperimentare "una nuova prospettiva di vita".

Ogni due o tre mesi gli hikikomori ricevono una comunicazione direttamente a casa nella quale sono indicate tutte le iniziative e gli eventi pensati per loro.


Un posto migliore per tutti, non solo per gli hikikomori


Questo programma di intervento ha prodotto anche un cambiamento nella percezione che l'intera comunità di Fujisato ha nei confronti degli hikikomori. Dapprima erano visti come "individui strani" o "fannulloni", ma dopo che molti di loro si sono messi in evidenza in diverse attività lavorative sono stati riconosciuti come un patrimonio importante della città.

Mayumi Kikuchi, il responsabile di queste iniziative, ha dichiarato: "Se consideriamo l'esclusione sociale come un problema solo degli hikikomori, non lo risolveremo mai. Noi stiamo creando un posto migliore per tutti."


"Dopo 29 anni di reclusione ora mi sento più leggero!"


Tsukasa Hatakeyama, quarantacinquenne di Fujisato, ha da pochissimo interrotto una reclusione durata 29 anni. Ecco la sua storia:

"Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell'umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l'iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all'interno della mia casa. 
Passavo il mio tempo online, giocando ai videogiochi o guardando la TV. Andavo a letto verso le 5:00 di notte e mi svegliavo alle 4:00 del pomeriggio. Cucinavo riso e cenavo insieme alla mia famiglia. I weekend qualche volta andavamo fuori a mangiare". 
Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.  
Litigavo spesso con mio padre, il quale insisteva che la mia condizione non poteva durare per sempre e si preoccupava di quello che mi sarebbe potuto succedere. Mi chiedeva di considerare anche quello che sarebbe successo una volta che lui fosse morto. Mia madre non disse mai una parola sulla mia condizione, mentre mio fratello più giovane mi rimproverava spesso. Dopo queste discussioni mi sentivo sempre depresso. Divenni irascibile, tiravo libri e prendevo a calci il mio letto.
Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città. Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. Prima di quel momento non avevo idea di cosa succedesse a Fujisato e non sapevo del progetto di supporto in atto. Cominciai a pensare a come potevo rendermi utile per le altre persone. Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.
Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un'esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: "Sì, sì, verrò!", ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse. 
Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni."

Intervista pubblicata sul The Japan News il 5 Marzo 2017



martedì 3 gennaio 2017

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato?




Molti hikikomori ritengono di non avere alcun problema e ripetono di voler essere lasciati in pace. Questo atteggiamento di rifiuto porta inevitabilmente a continui conflitti con i genitori che, invece, vorrebbero vedere il figlio condurre una vita diversa, una vita "come quella dei coetanei".

I genitori più determinati, dopo lunghe battaglie, riescono a convincere i figli a recarsi da uno psicologo, ma i percorsi psicoterapeutici possono rivelarsi inconcludenti quando non vi è una reale motivazione intrinseca da parte degli hikikomori a cambiare il proprio stato. Spesso, chi accetta di essere seguito da un professionista lo fa solamente per "fare contenti gli altri" e per far cessare le pressioni dei famigliari.




"Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?"

Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.

Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l'impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del "qui e ora".

Ma il sacrosanto diritto che ognuno ha di vivere la propria vita come meglio crede cessa nel momento in cui la propria scelta grava sulle spalle di altri.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?


Tornando alla nostra domanda, la risposta è "sì". Non solo è possibile, ma è anche un dovere farlo. L'importante, però, è che si tengano sempre in mente questi tre punti, a mio parere fondamentali:

  • non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l'obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);
  • posso aiutarlo fino a un certo punto: l'impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un'altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.
  • devo continuare a vivere la mia vita: quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l'effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d'ordine è sempre "pazienza".

Questi "consigli" sono il frutto del confronto con decide e decide di genitori di ragazzi hikikomori facenti parte del gruppo Facebook a loro dedicato. Non vogliono suonare né arroganti, né pretenziosi e non sono ovviamente la soluzione al problema. 

Avere a che fare con un figlio hikikomori è probabilmente una delle sfide più difficili che un genitore può trovarsi a dover affrontare e richiede un impegno quotidiano che, solo chi lo ha vissuto in prima persona, può davvero capire.




mercoledì 7 dicembre 2016

Hikikomori e abbandono scolastico: qual è la situazione in Italia?



L'abbandono scolastico è sicuramente uno dei primi campanelli d'allarme per quanto riguarda l'hikikomori. Ho già affrontato questo tema in un post precedente, cercando di capire cosa non funziona nel nostro sistema educativo e cosa spinge milioni di ragazzi ad abbandonare anzi tempo gli studi.

In questo post proverò ad approfondire ulteriormente.





Un recente articolo uscito su "La Repubblica" ha riportato i fari dell'informazione sulla questione. Il quotidiano ha parlato di 27 casi di abbandono scolastico a Bologna, definendo quella dei cosiddetti alunni-fantasma una "tendenza preoccupante".

L'articolo, tuttavia, ha un taglio molto regionale, mentre è facile ipotizzare che l'abbandono scolastico sia un fenomeno in crescita in tutta Italia.

Con l'obiettivo di rinforzare questa tesi, ho deciso di intervistare la Dott.ssa Ileana Colleoni, responsabile dello sportello psicologico all'Istituto Comprensivo E. Breda di Sesto San Giovanni (MI).

Le risposte che ho ricevuto sono state molto interessanti. Le riporto di seguito.


  • Ha mai sentito parlare di "hikikomori" prima d'ora?


Sì, ne ho sentito parlare da colleghi e ho letto in internet.

  • Quanti casi di abbandono scolastico ci sono all'anno nel suo istituto? È un fenomeno in aumento?


Lavoro in Istituti comprensivi molto ampi con circa 500 ragazzi nella scuola secondaria di primo grado. Ogni anno ci sono circa 10 ragazzi che si assentano ripetutamente da scuola. Non si può parlare di vero abbandono scolastico perché siamo ancora in situazioni di scuola dell’obbligo e si riescono ancora a seguire da vicino queste situazioni, ma di questi 10 almeno 2-3 sono molto vicino ai 16 anni e spesso diventa difficile motivarli.

  • Cosa fate quando un ragazzo smette completamente di venire a scuola o comincia a accumulare un numero elevato di assenze? 


Di solito si attivano gli insegnanti che avvisano la dirigente e chiamano la famiglia. Io come psicologa dello sportello d’ascolto vengo coinvolta per iniziare i primi colloqui con la famiglia e verificare la situazione, poi, se è possibile vedo il ragazzo o la ragazza. Incontro anche gli insegnanti per costruire insieme, a seconda delle necessità un percorso specifico (con gli insegnanti che si rendono disponibili).

L’anno scorso un ragazzino si è “rifugiato” in casa senza più voler entrare a scuola, con crisi di ansia e un rifiuto totale di contatto. Sono riuscita a vedere la madre e ad accompagnarla lungo la decisione di contattare un servizio del territorio che potesse prendersi in carico il ragazzo. Nel frattempo con la scuola (e una dirigente molto disponibile e attenta) si è costruito un percorso su misura in cui, piano piano il ragazzo ha potuto svolgere a casa parte delle lezioni e svolgere a scuola solo alcuni colloqui di verifica con i professori. Quest’anno dopo un percorso psicoterapeutico che ancora prosegue, è rientrato a scuola e sta svolgendo quasi tutte le lezioni.

  • È capitato che dei genitori venissero a chiedervi aiuto (a causa dell'isolamento del figlio)?


Raramente mi è accaduto che siano i genitori che si attivino, più spesso accade che i ragazzi vengono a parlare allo sportello di quello che vivono, a volte spontaneamente e a volte perché consigliato dai professori. Oppure accade che i compagni di classe preoccupati ne parlano con gli insegnanti che poi si attivano.

  • Qual è la sua opinione in generale sul fenomeno degli hikikomori?


Credo sia un fenomeno complesso ancora tanto da conoscere e capire, almeno in Italia. Quello che vedo nella mia esperienza con i ragazzi è il bisogno di viversi una realtà parallela che sia però “schermata”, un relazionarsi a basso costo, senza un reale troppo diretto, come se il non metterci la faccia sia sufficiente per tutelarsi da una possibile inadeguatezza. E’ una sofferenza, una fragilità che ha trovato nei social network e in internet un luogo per essere senza essere davvero. 

  • Lei ritiene che le scuole italiane siano pronte ad affrontare questo fenomeno? 


Non sono pronte le scuole né lo sono le famiglie. Credo sia molto importante aprire il dialogo con i giovani sul senso che loro conferiscono a queste attività, cosa provano nelle relazioni “virtuali”. Credo serva capire e scoprire insieme a loro cosa sono queste esperienze e da queste comprensioni nasceranno poi i servizi utili.


domenica 23 ottobre 2016

Il numero di donne hikikomori è sottostimato




Le statistiche raccolte fino a oggi descrivono l'hikikomori come un fenomeno tipicamente maschile.
 Alcuni studi parlano addirittura del 90% di uomini contro il solo 10% di donne.

Questa enorme sproporzione viene spesso giustificata con il fatto che i maschi sono maggiormente soggetti alle pressioni di realizzazione sociale, mentre le aspettative sulle donne sarebbero minori.

Ma è davvero così?





Le donne hikikomori sono solamente il 10% dei casi?


In un suo recente intervento la famosa scrittrice giapponese Kyoko Hayashi ha dichiarato che il numero delle donne hikikomori in Giappone è sottostimato a causa degli stereotipi di genere. Infatti, siccome la figura della donna è molto più "casalinga" rispetto a quella degli uomini, tante ragazze socialmente recluse vengono ignorate.

A tal proposito voglio riportare il commento lasciato da una ragazza sulla pagina Facebook, in quanto lo ritengo particolarmente illuminante:

"Io credo che sia considerata una cosa normale per una donna starsene chiusa in casa, è per questo che non viene neanche in mente di farle rientrare nella categoria. Socialmente è molto più accettabile. 
Prima di tutto, perché alle donne viene data molta meno libertà fin dall'infanzia. Le bambine e le ragazze tendono ad essere più protette dai genitori rispetto ai maschi, che la contrario, sono spinti ad uscire, a socializzare e ad avvicinarsi al sesso opposto. 
Se un ragazzo non esce è considerato uno sfigato, se una ragazza non esce invece significa che è una con la testa a posto. E anche crescendo la situazione non cambia, è sempre l'uomo ad essere spinto a realizzarsi e ad avere una vita sociale attiva.
Mi viene in mente che una volta mi fecero una battuta: «Se un hikikomori è uno che se ne sta sempre chiuso in casa, allora di hikikomori donne sposate ne conosco a bizzeffe»"

Le donne hikikomori sono più di quello che pensiamo


È questa la conclusione a cui sono arrivato, anche basandomi sulle testimonianze raccolte nel Gruppo Genitori, nel Forum e, soprattutto, nella Chat Skype dedicata hai ragazzi.

Inoltre, mi sento di aggiungere che la condizione delle donne hikikomori è perfino più delicata rispetto a quella dei maschi, in quanto può capitare che il loro stato di isolamento venga sottovalutato anche dagli stessi genitori.