venerdì 17 novembre 2017

Hikikomori giapponesi e hikikomori italiani: ecco perché sono diversi



Sono ancora molti quelli che sostengono che l'hikikomori sia un fenomeno esclusivamente giapponese, legato inscindibilmente agli aspetti culturali. Personalmente ho sempre ribadito il mio disaccordo rispetto a questa tesi, sostenendo che si trattasse, invece, di un fenomeno sociale che riguarda tutte le nazioni economicamente sviluppate del pianeta. 

Attenzione però, questo non significa che gli hikikomori siano tutti uguali. Esistono delle differenze, anche considerevoli, tra una nazione e l'altra. Da cosa sono dovute? In questo post ho cercato di formulare la mia ipotesi.


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Le cause culturali


È evidente e innegabile che la cultura giapponese abbia tutta una serie di fattori che contribuiscono a generare un terreno particolarmente fertile per la diffusione del fenomeno. 

Pensiamo, per esempio, al sistema sociale e scolastico ultra competitivo o al ruolo della figura paterna, spesso assente, sia sul piano fisico, a causa di orari di lavoro estenuanti, sia sul piano emotivo. Tale lacuna provocherebbe uno sbilanciamento del ruolo genitoriale sulla madre, la quale tenderà a sviluppare con il figlio un rapporto simbiotico di dipendenza (definito in Giappone con il termine "amae"), un atteggiamento iperprotettivo che impedirà al giovane di sviluppare quelle competenze necessarie per reagire alle delusioni della vita.

A queste si possono aggiungere numerose altre concause socio-culturali, come, ad esempio, il bullismo, particolarmente doloroso in una società collettivistica come quella giapponese, dove essere esclusi dal gruppo significa aver fallito socialmente, oppure l'assenza di dogmi religiosi alla quale potersi appigliare per non sprofondare nella depressione esistenziale, nonché un calo drastico delle nascite e un conseguente aumento dei figli unici.

Ho dedicato un post a ognuna di queste tematiche, quindi non voglio dilungarmi, ma il concetto che mi preme far passare è che le concause culturali, sociali, familiari e caratteriali alla base dell'hikikomori sono potenzialmente infinite e diventa davvero complesso provare a individuarle tutte senza scadere in forzature e generalizzazioni.


Le pressioni di realizzazione sociale


Tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato hanno in comune una cosa, ovvero contribuiscono ad aumentare l'esposizione e la vulnerabilità alla cosiddetta "pressione di realizzazione sociale", che personalmente ho sempre indicato come la causa madre dell'hikikomori.

Le fonti dalle quali proviene tale pressione sono davvero numerose e variano da persona a persona. Alcuni soffriranno maggiormente le pressioni scolastiche, altri quelle lavorative, altri ancora quelle relative all'accettazione dei pari (ad esempio, devi essere alla moda, devi essere abile a comunicare, devi essere simpatico, devi essere sportivo, ecc.). Tutto dipende dalle proprie caratteristiche personali, così come dal contesto sociale, culturale e familiare.

L'hikikomori, attraverso il ritiro, vuole fuggire da tali pressioni, divenute con il tempo insostenibili, e ritirarsi, sostanzialmente, dalla "gara".


Le differenze tra hikikomori italiani e giapponesi


Le pressioni di realizzazione sociale sono molto forti in tutte le società capitalistiche economicamente sviluppate, non solo in Giappone.

Il contesto sociale nipponico è sicuramente uno dei più competitivi, e non è certo un caso se gli hikikomori nel Paese del Sol levante sono centinaia di migliaia, ma le caratteristiche culturali rappresentano solamente un fattore: non sono in grado, da sole, di giustificare l'esclusività di tale fenomeno.

Seppur con le dovute proporzioni, infatti, anche in Italia le pressioni sociali sono molto forti e ci sono tutta una serie di fattori socio-culturali che favoriscono lo sviluppo dell'hikikomori. Per esempio, il calo delle nascite e il conseguente aumento dei figli unici (particolarmente esposti a tali pressioni), oppure l'allontanamento delle nuove generazioni dalle ideologie religiose, una crisi economica che rende più difficile l'ingresso nel mondo del lavoro, nonché un'esplosione della cultura dell'immagine esasperata dalla diffusione capillare dei social network. Questo solo per citarne alcune.

E sono proprio le diverse fonti di pressione sociale a determinare le differenze tra gli hikikomori.

Per fare un esempio concreto, sembra che gli hikikomori italiani non si isolino del tutto all'interno del contesto familiare, ma conservino dei contatti, seppur conflittuali, con genitori e parenti. Gli hikikomori giapponesi, al contrario, tendono a recludersi completamente, tagliando qualsiasi tipo di rapporto, anche con i familiari.

Perché questa differenza?

Perché per gli hikikomori giapponesi i genitori rappresentano, culturalmente, una fonte di pressione sociale più forte rispetto a quanto lo siano i genitori italiani per i loro figli.

Questo discorso può essere fatto per tutte le differenze che esistono tra una nazione e l'altra, ma non solo, anche tra una regione e l'altra. È probabile, infatti, che gli hikikomori del Nord Italia abbiano delle caratteristiche diverse rispetto a quelli del Sud Italia e così via.


Conclusioni


L'hikikomori non è un fenomeno esclusivamente giapponese, come si riteneva in principio, ma riguarda tutte le nazioni sviluppate del mondo, seppur in misura diversa e con caratteristiche differenti.

Gli hikikomori di ogni nazione avranno le proprie peculiarità, determinate, come detto, dalle differenti fonti di pressione sociale, le quali possono variare, sia in base alle caratteristiche personali, sia in base alle differenze socio-culturali.





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mercoledì 11 ottobre 2017

Le quattro tipologie di hikikomori: alternativo, reazionale, dimissionario e a crisalide




L'hikikomori è un fenomeno di non facile comprensione, anche e soprattutto perché le cause e le motivazioni che possono portare alla scelta dell'isolamento sono diverse, numerose e spesso peculiari. Generalizzare quando si parla di questo tema è infatti sempre difficile e va fatto con grande cautela.

Maïa Fansten, sociologa francese che da anni ormai si occupa di isolamento sociale, ha provato a proporre una prima classificazione delle diverse tipologie di hikikomori, prendendo come riferimento proprio le differenti motivazioni che possono trovarsi alla base della scelta del ritiro.

Partendo da alcune brevi citazioni, proverò a interpretare, sviluppare e arricchire il suo pensiero.



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Ritiro alternativo


Definito da Maïa Fansten come "un modo per evitare l'adolescenza normata e crescere in modo diverso", questa tipologia di hikikomori decide di isolarsi perché non accetta di adeguarsi alle dinamiche tipiche dell'esistenza moderna.

Si tratta di una sorta di ribellione nei confronti della società, che viene vissuta in modo particolarmente negativo e come un'entità opprimente, volta a limitare la propria libertà personale.

Spesso, questo tipo di ritiro è preceduto e determinato da una forte depressione esistenziale.


Ritiro reazionale


Viene definito come "una reazione sintomatica a una situazione di grandi difficoltà familiari."

Gli hikikomori che fanno parte di questa categoria vivono, o hanno vissuto, in contesti sfavorevoli che hanno contribuito ad aggravare una tendenza all'isolamento già preesistente.

Spesso ricollegano la loro scelta di ritiro a un evento considerato come particolarmente traumatico, avvenuto all'interno del contesto famigliare, oppure nell'ambiente scolastico o in quello sociale.

Tutto ciò contribuisce a generare in questi soggetti forti reazioni d'ansia, vergogna e stress, che vengono generalizzate a tutti i contesti sociali e compromettono fortemente la loro capacità di stringere relazioni sociali soddisfacenti.


Ritiro dimissionario


Definito come "un modo per fuggire dalle forti pressioni sociali", riguarda quegli hikikomori che non riescono a sostenere le pressioni di realizzazione sociale derivanti dalle aspettative genitoriali o, più in generale, dalla società.

Questi hikikomori semplicemente decidono di "non giocare", rifiutandosi di perseguire una qualsiasi carriera scolastica, lavorativa o sociale. Si sentono talmente oppressi dalle aspettative altrui che decidono di nascondersi, alleviando così, almeno in parte, tale sofferenza.

Sembra essere proprio questa, ovvero la grande competizione sociale, una delle principali cause della rapida diffusione dell'hikikomori in Giappone.


Ritiro a "crisalide"


Maïa Fansten definisce questa tipologia di ritiro come "una sospensione del tempo che esprime un'impossibilità di essere un individuo adulto autonomo." In questo caso l'hikikomori cerca nell'isolamento una fuga da quelle che sono le responsabilità e le incombenze dell'età adulta. Sente di non avere le competenze per affrontarle e questo sentimento provoca in lui una grande paura.

L'esistenza viene approcciata con un appiattimento sul presente, mentre i pensieri sul futuro, fonte di grande ansia, vengono rifiutati attraverso un processo di evitamento.

In questo modo, è come se l'hikikomori volesse congelare il tempo, adottando consciamente o inconsciamente delle strategie mirate a tale scopo (ad esempio, invertendo il ritmo sonno-veglia per non soffrire la sensazione di essere inattivo durante il giorno).


Considerazioni finali


Attenzione a non considerare queste tipologie in modo rigido, come fossero dei compartimenti stagni. È molto probabile, infatti, che, alla base della scelta di isolamento di un hikikomori, coesistano tutte e quattro le motivazioni sopradescritte.

È altrettanto vero, però, che le proporzioni con le quali queste ultime impatteranno su tale scelta saranno inevitabilmente differenti: è probabile che ci sia, quindi, una motivazione di ritiro preponderante rispetto alle altre.


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lunedì 4 settembre 2017

I tre stadi dell'hikikomori: dai primi campanelli d'allarme all'isolamento totale




La definizione originaria giapponese di hikikomori prevede che il soggetto sia isolato completamente per un tempo minimo di 6 mesi. 

Personalmente, ritengo poco sensato e scarsamente utile in termini pratici fare riferimento a tale definizione in modo rigido.

L'hikikomori, per come lo intendo io, è una pulsione all'isolamento sociale che può essere più o meno intensa e meglio o peggio contrastata dal soggetto che la esperisce in base a una serie di fattori personali e ambientali (temperamento, ambiente famigliare, ambiente scolastico, ambiente sociale, ecc.).

L'isolamento totale e prolungato descritto nella definizione precedentemente citata, non è che l'ultima fase di un processo graduale, ovvero quando il soggetto che percepisce la pulsione a isolarsi, decide, per una serie di concause, di abbandonarsi a essa e smettere di provare a contrastarla.



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Sulla base dei miei studi, ho ipotizzato di suddividere l'hikikomori in 3 stadi:



Primo stadio


Il ragazzo o la ragazza comincia a percepire la pulsione all'isolamento sociale, senza però riuscire a elaborarla consciamente. Si accorge di provare malessere quando si relaziona con altre persone, trovando maggiore sollievo nella solitudine.

In questa fase, tuttavia, l'hikikomori prova a contrastare tale pulsione, continuando a mantenere delle attività sociali che richiedono un contatto diretto con il mondo esterno, nonostante il malessere provocatogli da quest'ultime lo portino a preferire le relazioni virtuali.

I comportamenti che caratterizzano questo stadio sono: il rifiuto saltuario di andare a scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, il progressivo abbandono di tutte le attività "parallele" che richiedono un contatto diretto con il mondo esterno (per esempio, le attività sportive), una graduale inversione del ritmo sonno-veglia e la preferenza per attività solitarie (soprattutto legate alle nuove tecnologie, come, per esempio, i videogames o il consumo sregolato di serie TV sui portali di streaming).


Secondo stadio


Il ragazzo o la ragazza comincia a elaborare consciamente la pulsione all'isolamento e ad attribuirla razionalmente ad alcune relazioni o situazioni sociali.

È in questa fase che si cominciano a rifiutare puntualmente le proposte di uscita degli amici, si abbandona progressivamente la scuola, si inverte totalmente il ritmo sonno-veglia e si trascorre la quasi totalità del proprio tempo chiusi nella camera da letto dedicandosi ad attività solitarie.

I contatti sociali con il mondo esterno si limitano ora quasi esclusivamente a quelli virtuali, coltivati attraverso il web soprattutto utilizzando chat, forum e giochi online. Viene mantenuto anche un rapporto (spesso conflittuale) con i genitori e gli altri membri della famiglia.



Terzo stadio


Il ragazzo o la ragazza decide di abbandonarsi completamente alla pulsione di isolamento sociale e si allontana progressivamente anche dai genitori e dalle relazioni sviluppate in rete.

Quest'ultime diventano per lui o per lei fonte di grande malessere, in un modo simile alle relazioni sociali canoniche.

L'hikikomori sprofonda in un isolamento pressoché totale, esponendosi a un grande rischio di sviluppare psicopatologie (soprattutto di natura depressiva e paranoide).



L'hikikomori non è statico


Ci tengo a sottolineare come queste fasi non siano da intendere in modo rigido, ma come un continuum dinamico che può comportare un'alternanza periodica tra i vari stadi, lunghi periodi di stabilizzazione, repentine regressioni, ricadute o miglioramenti.

È possibile, inoltre, individuare delle sottofasi intermedie. Il concetto importante, ciò che mi preme comunicare attraverso questo articolo, è che l'hikikomori non è un qualcosa di statico, ma una condizione instabile e in continua evoluzione.



L'importanza della prevenzione


Una volta che l'hikikomori ha raggiunto il terzo stadio, riuscire a riportarlo alla vita sociale è molto complesso e spesso richiede un intervento lungo, intenso e articolato, che potrebbe durare potenzialmente anche anni.

Per questo motivo è fondamentale intervenire già nel primo stadio, quando si manifestano i primi campanelli d'allarme. In questa fase i genitori devono cercare di aumentare i momenti di comunicazione con il figlio, provando a indagare a fondo quali siano le motivazioni intime che provocano i comportamenti di isolamento.

Nel momento in cui si ha la percezione che tali comportamenti siano in fase di peggioramento e si avvicinino a quelli descritti nel secondo stadio, è importante che i familiari cerchino immediatamente il supporto di un professionista esterno, senza aspettare che l'isolamento si concretizzi.


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lunedì 17 luglio 2017

Hikikomori e depressione esistenziale: riflessione sui possibili legami




Ho ribadito più volte che l'isolamento di un hikikomori non è semplicemente la conseguenza di uno stato depressivo, perché se così fosse, non avrebbe senso utilizzare un nuovo termine per una patologia (perché la depressione è una patologia, a differenza dell'hikikomori) che è ampiamente conosciuta già da diverso tempo.

L'hikikomori è una pulsione all'isolamento sociale che può avere numerose concause (familiari, sociali, scolastiche, ecc.), ma che origina sostanzialmente da una propria valutazione personale della realtà e dell'ambiente circostante: l'hikikomori è un rifiuto cosciente di far parte della società.



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Fatta questa premessa, è possibile ipotizzare che l'isolamento di un hikikomori sia, almeno in parte, il risultato di una "depressione esistenziale", che il prof. Lodovico Berra, psichiatra e psicoterapeuta, definisce come:

"[...] una modalità depressiva non patologica, priva di cause organiche ed indipendente da particolari dinamiche psicologiche, che deriva da una particolare presa di coscienza della nostra realtà esistenziale.

[...] la conseguenza della messa in discussione dei significati che dovrebbero caratterizzare l' esistenza, ed il suo conseguente svuotamento e annullamento. Il tono dell’umore che si osserva nella depressione esistenziale è esito di riflessioni intellettuali sull’esistenza, e non derivante da eventi o conflitti intrapsichici, come per esempio accade nella depressione nevrotica o psicogena." (Oltre il senso della vita. Depressione ed esistenza - Apogeo)


L'ipotesi di un collegamento tra l'hikikomori e la depressione esistenziale è dunque plausibile, se consideriamo anche il fatto che gli hikikokomi sono spesso ragazzi e ragazze particolarmente introspettivi e con una spiccata sensibilità nei confronti della vita.



La Teoria di Dabrowski: depressione esistenziale come opportunità di crescita


Lo psicologo James Webb, in una sua ricerca, afferma questo:


[...] le persone più brillanti sono in grado di concepire come le cose potrebbero essere, tendono a essere idealiste. Tuttavia, allo stesso tempo, si rendono conto di come la realtà non rispecchi i propri ideali. Sfortunatamente, riconoscono anche che la propria capacità di provocare cambiamenti sul mondo è molto limitata. [...] provano delusione e frustrazione per questo. Notano disonestà, finzione, assurdità e ipocrisia nella società e nei comportamenti delle persone che li circondano. Sfidano e mettono in discussione le tradizioni, soprattutto quelle che sembrano loro inutili o ingiuste."


Webb, nelle sue riflessioni, cita anche Kazimierz Dabrowski, uno psicologo e psichiatra polacco, autore di un'elaborata teoria di crescita personale, che cercherò di semplificarvi il più possibile.

Dabrowski credeva che alla base dello sviluppo e della crescita personale vi fosse un processo chiamato "disintegrazione positiva", che porta l'individuo a mettere in discussione i propri istinti e le convenzioni sociali. Lo psicologo polacco riteneva che questo processo fosse sempre preceduto da una fase di depressione esistenziale, che egli aveva notato essere più comune in persone particolarmente sensibili ed emozionali.

Questa fase di "disintegrazione" sarebbe uno step necessario affinché l'individuo si rigeneri a un maggiore livello di accettazione e consapevolezza, determinando, appunto, una crescita personale.

Tuttavia, questo passaggio non sempre avviene. Decisivo è quello che Dabrowski definiva il "terzo fattore", ovvero una forza intrinseca, che spinge le persone a trovare la determinazione per controllare comportamenti e istinti, riuscendo a vivere pienamente in armonia con i propri valori personali.

È possibile, dunque, che alcune persone falliscano in questa fase di ricostruzione e rimangano invischiate in un limbo, non essendo state in grado di rigenerarsi a un nuovo livello.

Potrebbe essere questo il caso degli hikikomori?



Conclusioni


La Teoria di Dabrowski non è facile da sintetizzare ed è molto più complessa di quanto descritto in questo articolo, ma ho voluto proporvela come spunto di riflessione.

Ci troviamo in un periodo storico nel quale la depressione esistenziale è favorita da numerosi fattori, come, ad esempio, dal crollo dei dogmi religiosi, oppure da una una concorrenza sociale e da una corsa al successo personale sempre più sfrenata e ingiustificata.

In altre parole, il contesto socio-culturale di oggi potrebbe portare i giovani più sensibili e riflessivi a interrogarsi a fondo sul significato dell'esistenza, arrivando contestualmente a mettere in discussione anche il modello di vita contemporaneo. Alcuni di loro potrebbero sperimentare una perdita di senso, non trovando motivazioni nel perseguire gli obiettivi "materiali" tipici della società moderna, sfociando così in un tunnel di confusione, apatia e demotivazione, che a sua volta li condurrà, in alcuni casi, alla scelta dell'isolamento.

Al momento queste sono solamente delle riflessioni personali, ma è soltanto continuando a scavare in quello che è il mondo interiore degli hikikomori e nella loro interpretazione dell'esistenza, che riusciremo a comprendere davvero questo fenomeno.



domenica 11 giugno 2017

Costringere gli Hikikomori a uscire di casa con la forza: il Giappone ci mette in guardia sui rischi




Sul web, quando si parla di hikikomori, si leggono spesso commenti che inneggiano a soluzioni violente, come quelli che ho riportato in questo post di Facebook.

Possiamo interpretarle come uscite fuori luogo di persone che non hanno la motivazione o le capacità per approfondire il fenomeno, fermandosi alle apparenze. Eppure, non dobbiamo abbassare la guardia perché esiste il rischio che diventino delle realtà concrete.

In Giappone, infatti, le forme di violenza nei confronti degli hikikomori sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, generando un business da milioni di euro. Sono nate delle vere e proprio figure specializzate che hanno il solo compito di portare fuori il ragazzo isolato dalla sua stanza, con le buone o con le cattive.



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Il 22 Maggio scorso, a Tokyo, si è tenuta una conferenza stampa per informare circa i pericoli dei cosiddetti "gruppi di supporto violenti", conosciuti in Giappone anche con il nome di "Hikikomori Drawers" (che in italiano potremmo tradurre come "estrattori di hikikomori").


"Ho ferito mia figlia profondamente"


In questa occasione è stata raccolta anche la testimonianza di una madre pentita.

In preda alla disperazione, dopo l'ennesimo litigio con la figlia hikikomori, ha cercato aiuto su internet e si è imbattuta nel sito di una di queste organizzazioni. Nei giorni successivi alla firma del contratto si sono presentate a casa sua otto persone, hanno preso la figlia con la forza e l'hanno caricata su una macchina senza dirle nulla.

È stata condotta in una struttura spoglia, privata di tutti gli effetti personali (portafogli, carta di identità, telefono, ecc.) e controllata a vista.

Dopo tre mesi le è stato permesso di tornare a casa. La madre, allarmata dalle condizioni nelle quali versava la figlia, ben lontana dall'aver recuperato la propria indipendenza, ha deciso di fare causa all'organizzazione.

Questo "servizio" gli è costato ben 5,7 milioni di yen, circa 45 mila euro.


Un business in grande crescita


Ho avuto recentemente uno scambio di mail con Vosot Ikeida, membro dello staff di Hikikomori News, il quale mi ha parlato proprio di questo fenomeno. Vi riporto le sue parole:


"Si tratta di professionisti che ricevono decine di migliaia di euro da parte delle famiglie di ragazzi hikikomori. Il loro obiettivo è quello di persuadere il ragazzo a uscire dalla stanza e portarlo a frequentare un centro riabilitativo.
Inizialmente usano dei trucchetti psicologici, ma quando questi non funzionano, buttano giù la porta della stanza dove l'hikikomori si è rifugiato e lo portano fuori con la violenza.
I loro centri riabilitativi sono spesso dispersi tra le montagne oppure oltremare, in modo che gli hikikomori non possano scappare facilmente.
Questo business è iniziato circa 10 anni fa e sta crescendo rapidamente. Hanno anche già dei contatti all'estero."


La pazienza come unica chiave


Affinché questo tipo di organizzazioni non trovino terreno fertile anche nel nostro paese è fondamentale continuare a fare corretta informazione sull'hikikomori, ribadire che le soluzioni violente non portano MAI a benefici.

Per aiutare un hikikomori serve molta pazienza, bisogna comprendere le sue paure e riportarlo gradualmente alla vita sociale, agendo sul singolo, sulla famiglia, ma anche sulla comunità nel suo insieme (come è accaduto a Fujisato, la città giapponese senza hikikomori).

Le soluzioni rapide, soprattutto nei momenti difficili, possono sembrare allettanti, ma essendo l'hikikomori una scelta profondamente radicata nei valori e nel vissuto dell'individuo, ha bisogno necessariamente di tempo per essere modificata.


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sabato 6 maggio 2017

hikikomori: il circolo vizioso della solitudine




Uno dei principali fattori di rischio, per quanto riguarda l'hikikomori, è l'allontanamento progressivo del ragazzo o della ragazza dal proprio gruppo di coetanei. Spesso gli amici, anche quelli di vecchia data, vengono rifiutati in modo apparentemente ingiustificato.

Questo può essere considerato l'ultimo step dell'hikikomori, quello più grave e dal quale è più difficile tornare indietro. Perché la solitudine genera solitudine, in un circolo vizioso che porta lentamente alla cronicizzazione.






A supporto di questa tesi vi è un recente studio condotto in Belgio che ha coinvolto 730 adolescenti.

Ai partecipanti sono state presentate due diverse tipologie di scenario:

  • Scenario di inclusione sociale: "Viene inaugurata una nuova panineria in città. Alcuni dei tuoi compagni di classe ci andranno per pranzo e ti hanno chiesto se vuoi unirti a loro."
  • Scenario di esclusione sociale: "Vedi su Facebook una foto di un compleanno di classe al quale tu non sei stato invitato."

I partecipanti che precedentemente erano stati classificati come "più solitari" hanno vissuto la situazione di esclusione sociale in modo maggiormente negativo rispetto agli altri (manifestando alti livelli di rabbia, delusione e gelosia), attribuendo tale esclusione alle proprie caratteristiche personali (aspetto, carattere, ecc.).

Ancor più interessanti, tuttavia, sono state le reazioni di questi ragazzi nella situazione di inclusione sociale (ovvero quando erano stati effettivamente invitati dagli amici). Ebbene, anche in questo caso l'entusiasmo mostrato è risultato molto basso, semplicemente perché l'invito è stato vissuto come frutto del caso o comunque legato a un secondo fine.


La solitudine genera solitudine


Questo sembra essere un meccanismo mentale che si verifica spesso negli hikikomori, ragazzi che hanno un'alta considerazione di se stessi, ma che tendono a sviluppare una forte sfiducia nei confronti degli altri (per motivi caratteriali, ma anche per aver vissuto situazioni negative, quali il bullismo).

Così, anche quando ricevono inviti spontanei e sinceri, tendono a interpretarli con sospetto, facendo pensieri del tipo: "Lo ha fatto solo perché si sentiva in obbligo, non gli interessa veramente se vengo anche io", oppure "Vogliono solo prendersi gioco di me."


In riferimento a questo meccanismo rafforzativo della solitudine, Weeks Molly, coautrice dello studio e ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University, dice:
"Questi risultati ci mostrano che gli adolescenti più solitari sembrano rispondere alle situazioni sociali in modo tale da perpetuare la propria solitudine. La ricerca futura dovrebbe indagare quando e come la solitudine temporanea diventa solitudine cronica e capire come si possa intervenire per evitare che ciò accada."

Il suo auspicio è anche il nostro.


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martedì 21 marzo 2017

Quanto e come la parola "hikikomori" viene cercata su Google: Italia al primo posto




Ad oggi non abbiamo ancora dei dati certi su quale sia la diffusione dell'hikikomori nel nostro paese, né per quanto riguarda la dimensione del fenomeno (le stime vanno dai 30 ai 50 mila casi), né per quanto concerne la distribuzione geografica.

Non sappiamo se ci sono più hikikomori al Nord, al Centro o al Sud, non sappiamo se il fenomeno è più diffuso nelle grandi città, nelle periferie o nelle zone rurali. Insomma, ci sono ancora molte indagini che devono essere fatte. Eppure, grazie a "Google Trends", possiamo avere alcune piccole indicazioni sull'interesse del nostro paese (e del mondo) nei confronti di questo fenomeno.


Quanto viene cercata la parola in Italia



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Questo grafico mostra l'evoluzione delle ricerche, per quanto riguarda la parola "hikikomori" su Google, negli ultimi tre anni. Come si può notare, l'interesse attorno al fenomeno sta lentamente crescendo, ma c'è ancora molto da fare.

Il picco che vedete coincide con il servizio de "Le Iene" andato in onda il 1° Maggio 2016 (lo trovate qui), a testimonianza del grande potere di sensibilizzazione che può avere la televisione su questo tema.


Italia e Spagna sopra tutti



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Ancor più interessante il dato che mostra quanto viene ricercata la parola "hikikomori" nel mondo. Escludendo ovviamente il Giappone e gli altri paese che non utilizzano l'alfabeto latino, è inquietante vedere come l'Italia sia al primo posto, immediatamente sopra la Spagna.

Per rendere il dato più attendibile andrebbe fatta un'analisi incrociata includendo anche tutte quelle parole che vengono usate nei vari paesi come sinonimo di hikikomori (ad esempio, "acute social withdrawal" nei paesi anglofoni).


L'Emilia-Romagna in testa alle ricerche



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Un altro dato che ci fornisce Google Trends è la distribuzione delle ricerche per regione. Sono almeno due le cose interessanti che possono essere lette da questo grafico:


  1. l'interesse nei confronti dell'hikikomori è nazionale, con una leggera prevalenza per il Centro-Nord (anche se questo dato non tiene conto del fatto che, in generale, il volume totale delle ricerche online in alcune zone d'Italia è più alto);
  2. L'Emilia-Romagna è la regione che sembra essere più interessata al fenomeno, insieme all'Umbria e alla Liguria. Si tratta di un dato curioso che merita di essere approfondito nel prossimo futuro.


Come interpretare queste informazioni


Ovviamente questi sono tutti dati altamente indicativi da cui non è possibile trarre alcuna conclusione definitiva (al contrario, vanno presi molto "con le pinze"). Tuttavia, in questa colpevole lacuna di ricerche sul fenomeno, possono fornirci delle prime indicazioni di massima.

Attendiamo fiduciosi un'indagine seria e approfondita che ci aiuti a trovare delle risposte.