sabato 15 settembre 2018

Dipendenza da videogiochi: meccanismi e criteri diagnostici





Più volte in questo blog è stata rimarcata la differenza tra l'isolamento sociale che caratterizza gli hikikomori e quello causato da una dipendenza tecnologica, videogame compresi. Nel presente articolo voglio però soffermarmi sui possibili punti di sovrapposizione esistenti tra i due fenomeni, i quali, pur rimanendo distinti, possono talvolta alimentarsi tra loro.

Gli hikikomori, infatti, sono spesso videogiocatori assidui e non è raro che arrivino ad abusare del mezzo. Il videogioco approfitta del loro stato di fragilità facendo leva su istinti umani primari e stimolando quei meccanismi psicologici che si trovano alla base delle dipendenze.



Losing You - LY



Perché i videogiochi creano dipendenza?



Il sistema di ricompense


In psicologia si definisce "rinforzo positivo" quando un'azione viene ricompensata con una sensazione piacevole e siamo quindi incentivati a compierla nuovamente, più e più volte, finché non ne saremo assuefatti. Si tratta di un meccanismo umano che funziona tanto nella vita reale, quanto nei videogame, con la differenza che in questi ultimi ne troviamo una versione semplificata, dove la correlazione azione-beneficio è più nitida e facilmente quantificabile.

Per esempio, se compiendo un salto otteniamo in cambio dieci monete, sappiamo esattamente lo sforzo che ci viene richiesto e l'entità del guadagno: si tratta di un contratto chiaro e senza scherzi. Il rinforzo positivo è immediato e saremo quindi stimolati a ripetere l'azione in cerca di rapide, sicure e costanti sensazioni di piacere.

In quasi tutti gli ambiti della vita, invece, non funziona così: i guadagni che riceviamo in cambio dei nostri sforzi sono più indefiniti, con una relazione causa-effetto non sempre lineare e misurabile. Possiamo studiare mesi per un esame e non passarlo, provando la sensazione di aver fatto tanti sforzi senza ottenere nulla in cambio. In questo caso il rinforzo positivo viene meno, eppure siamo comunque chiamati a perseverare. Questo significa che, per raggiungere un obiettivo nel quotidiano, dobbiamo avere una motivazione intrinseca nel perseguirlo, una motivazione che vada al di là del puro piacere edonico e immediato.


L'incompletezza


Uno dei meccanismi che sfruttano i videogame di nuova generazione per creare dipendenza consiste nell'impedire all'utente di completare l'esperienza di gioco al 100%. In che modo? Attraverso almeno due meccanismi: il rilascio costante di aggiornamenti ed espansioni, che variano e amplificano la versione precedente del videogioco, e il sistema degli achievement, ovvero obiettivi secondari particolarmente complessi da raggiungere, che permettono di sbloccare bonus speciali.

Spesso tali achievement richiedono azioni routinarie e ripetitive, talvolta frustranti per il videogiocatore. Il bisogno su cui fanno leva è quello della completezza, sensazione tanto appagante, quanto effimera e illusoria, responsabile anche della crescente tendenza al perfezionismo registrata nelle nuove generazioni.


La competizione


Con l'avvento dei giochi online è nata anche la possibilità di comparare la propria performance videoludica con quella di altri giocatori. In questo caso l'istinto che viene stimolato è quello competitivo: il bisogno di primeggiare sugli altri genera dipendenza nella misura in cui alimenta l'autostima e genera, di conseguenza, sensazioni piacevoli che fungono da rinforzo positivo all'azione.

Curioso notare come gli hikikomori, proprio coloro che fuggono dalla competizione sociale, ricerchino insistentemente il confronto virtuale, in un meccanismo che potrebbe sembrare compensatorio o irrazionale. In realtà le due tipologie di competizione sono differenti e la discriminante risiede nel diverso coinvolgimento identitario: come esseri umani, infatti, abbiamo tante identità quanti sono i contesti sociali frequentati, e un videogioco online è uno di questi. Quando subiamo una sconfitta in un mondo virtuale, è quella nostra specifica identità che ne risente, quando invece sperimentiamo un fallimento o un insuccesso a livello sociale, l'impatto sulla nostra auto-percezione è maggiore poiché legato all'immagine pubblica.



Guarda il video


Quando si può parlare di dipendenza?


I meccanismi sopracitati non si innescano casualmente, ma sono appositamente studiati dalle case produttrici di videogames. Ciò significa che mentre c'è una parte di mondo che cerca di capire come combattere le dipendenze, c'è un'altra parte che, contemporaneamente, studia come indurle.

Di recente l'Ordine Mondiale della Sanità ha inserito il Gaming Disorder tra le psicopatologie ufficialmente riconosciute. Contestualmente a tale decisione, ha indicato tre criteri per distinguere la dipendenza vera e propria da un semplice abuso. La discriminante non è il tempo che si trascorre giocando, bensì la tipologia di relazione che viene a crearsi con lo strumento.

Si può parlare di dipendenza da videogame quando il giocare:
  • impatta negativamente sulla propria sfera personale, sociale e familiare; 
  • esercita sul videogiocatore un bisogno difficilmente governabile;
  • prende il sopravvento fino ad annullare gli altri interessi della vita. 


Dipendenza da videogame e hikikomori


Gli hikikomori sono spesso assidui videogiocatori, eppure raramente rientrano nei criteri descritti dall'OMS.

Per loro il giocare ai videogame, così come il navigare su internet, rappresenta uno strumento di intrattenimento, di distrazione e di comunicazione con il mondo esterno. Non è il videogioco a creare un vuoto negli interessi: nel loro caso la perdita di senso e di significato si trova a monte. Al contrario, attraverso il videogioco tentano proprio di colmare un vuoto.

Ciò significa che, se privati del videogioco, il loro vuoto non scompare, anzi, rischia di aggravarsi.



Leggi anche:




lunedì 2 luglio 2018

Hikikomori e la trappola del perfezionismo





Per comprendere il fenomeno degli hikikomori è sempre necessario contestualizzato all'interno di un quadro che tenga conto di tutti i cambiamenti socio-culturali avvenuti negli ultimi anni.

Nei post precedenti, abbiamo messo in risalto come le nuove generazioni siano particolarmente esposte alla pressione di realizzazione sociale e alla depressione esistenziale, due tra le principali cause dell'isolamento sociale volontario.

Esiste però un altro fattore predisponente, fortemente correlato con l'aumento della competizione sociale e con la crescente importanza attribuita alla propria immagine pubblica. Una tendenza nevrotica che si sta diffondendo a macchia d'olio negli ultimi anni: sto parlando del perfezionismo, ovvero la ricerca ossessiva della perfezione.



Losing You - LY



L'epidemia del perfezionismo tra i giovani


Da una ricerca pubblicata nel 2017 è emerso che, dalla fine degli anni '80 in poi, la tendenza al perfezionismo è aumentata enormemente nei giovani, i quali percepiscono gli altri come particolarmente esigenti nei loro confronti, molto di più rispetto alle generazioni precedenti.

Si tratta di un dato allarmante, dal momento che numerosi gli studi scientifici hanno individuato una correlazione tra perfezionismo e disturbi d'ansia, tendenza alla ruminazione di pensieri negativi, atteggiamento eccessivamente autocritico, depressione e autolesionismo.

È facile ipotizzare come uno dei principali fattori di tale epidemia sia la crescente competizione sociale caratteristica della società moderna, dove l'errore e il fallimento sono vissuti con vergogna e non interpretati, invece, come delle tappe fisiologiche all'interno di un processo di crescita personale.



Il confronto sociale e la sensazione del 100%


La competizione sociale viene alimentata anche dalle nuove tecnologie e, in particolare, da internet. Non è un caso, infatti, che il perfezionismo sia in forte crescita soprattutto tra i nativi digitali. I social network, per esempio, stimolano enormemente il confronto sociale, il quale non è più limitato a determinate occasioni pubbliche, come in passato, ma diventa una sfida costante dalla quale fatichiamo a sottrarci.

Eppure, esiste anche una ricerca della perfezione privata e non necessariamente finalizzata alla competizione con gli altri. Una ricerca della perfezione che si basa sul piacere umano della completezza, di quella che potremmo definire come "la sensazione del 100%" (quante volte vi è capitato di portare a termine un compito con il solo scopo di esaurirlo, per esempio leggere un libro noioso, oppure completare una serie TV che avete iniziato, ma che vi siete accorti di non apprezzare).

Se nella realtà "la sensazione del 100%" è difficile da sperimentare appieno, nel mondo virtuale, ovvero uno spazio delimitato e con variabili più facilmente controllabili, tale sensazione rappresenta un obiettivo raggiungibile e lineare, tanto che la sua ricerca rappresenta una delle principali cause che si nascondono dietro la dipendenza da videogiochi.



Guarda il video




Hikikomori e perfezionismo


La correlazione tra isolamento sociale e perfezionismo è emersa in modo evidente in molte delle testimonianze di isolamento che ho raccolto in questi anni.

Come, per esempio, nella storia di Davide (nome di fantasia), studente modello di medicina, il quale, nonostante sia da anni fuori corso, arriva a rifiutare degli ottimi voti pur di non abbassare la sua media del 30. Un atteggiamento che lo porta ha sviluppare un fortissimo stress, nonché un grande senso di vergogna nei confronti dei coetanei. Inizia così a evitare qualsiasi occasione sociale che lo obbligherebbe a rendere conto delle proprie difficoltà, sprofondando lentamente in una spirale di isolamento e solitudine.

In questo caso l'elemento bloccante e nocivo è rappresentato dalla necessità psicologica di mantenere un determinato standard sotto al quale non si accetta di scendere. Un meccanismo del "tutto o niente", per cui se non si riesce a raggiungere l'obiettivo prefissato, qualsiasi risultato intermedio verrà vissuto come un fallimento privo di soddisfazione. Nei casi estremi questo meccanismo psicologico porterà a un rinuncia totale all'agire, perché anche il solo provarci apparirà privo di senso.

Sì, perché se nella perfezione l'errore non è ammesso, fare qualsiasi cosa, anche la più semplice, diventa particolarmente difficile, se non addirittura impossibile. Ed è per questo motivo che i perfezionisti tendono a rimandare tutto all'infinito, fino a sviluppare un atteggiamento di resa o una sensazione di paralisi.



Guarda il video



Conclusioni


Per provare ad arginare questa epidemia di perfezionismo, dobbiamo ridurre la competizione sociale e le pressioni che i giovani percepiscono su di loro. Nello sport, nella scuola, nel lavoro, in ogni contesto sociale, è necessario abbassare le nostre aspettative.

Inoltre, è fondamentale ridefinire socialmente e culturalmente i concetti di "errore" e "fallimento", oggi utilizzati quasi esclusivamente con un'accezione negativa. In che modo? Partendo dalle scuole, insegnando alle nuove generazioni a interpretarli come una sfida di crescita personale e non come un qualcosa di cui vergognarsi, oppure da evitare a tutti i costi.

Se raggiungere la perfezione regala una sensazione positiva e piacevole, non riuscire in tale scopo può generare frustrazione e stress. Comprendere quando un'attività diventa "tossica", ed essere in grado di interromperla, rappresenta allora una competenza fondamentale per il nostro benessere e per la nostra realizzazione personale.

Allo stesso modo, riuscire a liberarci dalla paura del fallimento, o dalla necessità di dover mantenere sempre e comunque un certo standard, può aiutarci a diventare maggiormente produttivi e proattivi, evitando l'eterna procrastinazione e l'immobilità. Non è un caso, infatti, che il motto di molti imprenditori, musicisti, scrittori e persone di successo sia: "Done is better than perfect (fatto è meglio di perfetto)".


Leggi anche:





mercoledì 13 giugno 2018

Come approcciare un hikikomori: buone prassi e comportamenti da evitare





Avere a che fare con un hikikomori rappresenta una compito delicato per chiunque, si tratti di un genitore, di un insegnante, di un amico o di uno psicologo, dal momento che ci si trova a doversi relazionare con persone profondamente negative, sfiduciate e disilluse nei confronti dei rapporti interpersonali.

Per non essere respinti bisogna cercare di aggirare le barriere che hanno eretto nei confronti del mondo sociale, evitando qualsiasi tipo di forzatura o atteggiamento supponente, ma ponendosi come degli interlocutori umili, empatici e non giudicanti.



Losing You - LY



In questo post ho voluto provare a riassumere i comportamenti che, sulla base della mia esperienza, si sono rivelati propedeutici a raggiungere dei risultati positivi e quelli che, al contrario, tendono a generare nell'hikikomori ulteriore chiusura e possono, talvolta, aggravarne la condizione di isolamento.



Comportamenti consigliati



1. Riconoscerne la sofferenza


Anche se la scelta di un hikikomori può sembrare assurda e incomprensibile, è necessario abbattere le proprie barriere mentali e sforzarsi di comprendere realmente il profondo disagio sociale ed esistenziale che egli sperimenta, senza banalizzarlo o sminuirlo in nessun modo.


2. Allentare la pressione di realizzazione sociale


L'hikikomori si isola per fuggire dalla competizione sociale e ricerca nella propria abitazione un luogo sicuro dove non essere osservato e, dunque, giudicato. È importante quindi assumere nei suoi confronti un atteggiamento che non venga percepito come un'ulteriore fonte di pressione da cui allontanarsi.


3. Cercare il confronto


Allentare la pressione non significa evitare a tutti i costi il conflitto, che anzi, se gestito correttamente, può rivelarsi uno strumento importante per sbloccare situazioni anche complesse. Il fine ultimo di tale conflitto, però, dovrà sempre essere quello di stimolare un dialogo e una riflessione critica sul problema, non di manipolare le sue intenzioni.


4. Interpretare il problema a livello sistemico


Pensare che l'hikikomori sia un problema che riguarda solamente il singolo individuo è scorretto. Bisogna invece riuscire a osservarlo in un'ottica sistemica, andando ad agire su tutti quei fattori, sociali, scolastici o famigliari, che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento. Non a caso le azioni di supporto della nostra associazione partono sempre dai genitori.


5. Responsabilizzarlo


Soprattutto nel caso degli hikikomori adulti, è importante che si sentano trattati alla pari e non con un atteggiamento di superiorità, oppure come degli eterni bambini che necessitano di essere costantemente educati. Fondamentale, in questo senso, concedere loro gli spazi, l'intimità e l'autonomia decisionale di cui necessitano, ma, allo stesso tempo, responsabilizzarli circa l'effetto che i loro comportamenti hanno sulle persone che li circondano e non essere pronti a soddisfare ogni loro necessità.


6. Essere trasparenti


Capita spesso che i genitori si muovano all'insaputa del figlio con l'intento di aiutarlo, ma questo contribuisce a generare un rapporto di sfiducia e sospetto. È allora importante che qualsiasi azione intrapresa nei suoi confronti sia condivisa e, se possibile, concordata.


7. Spezzarne la routine


Dal momento che gli hikikomori tendono a sviluppare una routine rigida e solitaria, è importante provare in tutti i modi a coinvolgerli in attività che li aiutino a evadere dai propri schemi e creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento.


8. Focalizzarsi sul benessere


Quando si vuole aiutare un hikikomori, non bisogna mai dimenticarsi che la priorità rimane quella di aiutarlo a stare meglio, non quella di recuperare immediatamente la frequenza scolastica o la carriera sociale interrotta.




Guarda il video



Comportamenti da evitare




1. Assumere un atteggiamento iperprotettivo o assistenzialista


Quando un hikikomori inizia a isolarsi, capita spesso che il genitore reagisca istintivamente aumentando il proprio grado di protezione sul figlio. Questo comportamento, tuttavia, rischia di ostacolare la sua crescita psicologica e sociale, impedendogli di sperimentare situazioni di insuccesso e delusione.


2. Intraprendere azioni coercitive


Per quanto possa essere complessa la situazione di un hikikomori, assumere nei suoi confronti un atteggiamento di imposizione non produce quasi mai effetti positivi. L'azione più comune è quella di privarlo forzatamente di internet, scambiandolo per la causa del problema, ma condannandolo, invece, a una condizione di isolamento ancor più netta e pericolosa.


3. Abnegarsi e rinunciare al proprio benessere


Può capire che un genitore arrivi a rinunciare al proprio benessere personale nel tentativo di aiutare in tutti i modi il figlio hikikomori, ottenendo però l'effetto opposto. Tale atteggiamento, infatti, non fa altro che aumentare la pressione e il senso di colpa sperimentato dal ragazzo.


4. Trattarlo come un malato


Quando un hikikomori percepisce che la persona che si propone di aiutarlo lo considera alla stregua di un malato da curare, automaticamente reagirà con orgoglio e tenderà ad allontanare tale persona.


5. Giudicarlo per la propria condizione


Per riuscire a rapportarsi con un hikikomori è necessario sospendere qualsiasi tipo di giudizio sulla sua decisione di isolamento, concentrandosi, invece, sul suo malessere e sulle cause che lo hanno portato a tale scelta.


6. Pressarlo affinché ritorni a scuola o frequenti gli amici


Quando un hikikomori abbandona la scuola o gli amici, un genitore proverà istintivamente a convincere il figlio a tornare sui suoi passi. Questo tipo di atteggiamento solitamente aggrava la situazione e rischia di produrre l'effetto opposto, generando in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere.




Guarda il video




Conclusioni


In questo articolo ho voluto provare a espormi, riportando dei comportamenti che, osservati in modo ripetuto, hanno spesso prodotto il medesimo effetto.

Ovviamente quanto riportato non dev'essere adottato acriticamente, ma calato sul singolo caso. Ogni hikikomori ha la sua storie e le sue peculiarità, che lo rendono unico e non inquadrabile all'interno di un pacchetto preconfezionato di azioni.

Per questo motivo, invito tutti coloro che si trovassero nella condizione di avere a che fare con un hikikomori, a rivolgersi a un professionista che possa supportarli e guidarli nelle proprie azioni quotidiane. A tal proposito abbiamo recentemente aperto uno sportello gratuito online, che può essere utilizzato proprio in un'ottica di orientamento.



Sostienici acquistando 
il nostro opuscolo informativo



Leggi anche:



martedì 8 maggio 2018

"Cosa cambieresti della scuola?": le risposte degli hikikomori





"I nostri figli passano anni in un sistema educativo antiquato a studiare materie che non useranno mai, preparandosi per un mondo che non esiste più."


Questa citazione di Robert Kiyosaki, scrittore e imprenditore statunitense, è stata pubblicata da un ragazzo nel gruppo Facebook di Hikikomori Italia. Sotto al post è nata un'accesa discussione sul sistema scolastico moderno, con diversi commenti molto critici.

La maggior parte degli hikikomori, infatti, ha sviluppato una visione particolarmente negativa della scuola, considerandola spesso come una delle cause principali del proprio ritiro. Il loro rifiuto scolastico non dipende esclusivamente dall'ansia o dalla paura, ma anche da una componente razionale e valutativa fortemente radicata.

Ho deciso allora di fare un sondaggio chiedendo ai diretti interessati cosa, secondo il loro parere, non funzionasse nella scuola italiana. Ecco le risposte più interessanti.



Losing You - LY


Sui coetanei...


"L'educazione della maggior parte dei giovani è pessima. Ciò li porta ad adottare dei valori di vita falsi (ricchezza, popolarità, moda, ecc.), i quali si diffondono e diventano il criterio per normalizzarsi."

"Spesso mi prendevano in giro e mi denigravano, favorendo il mio isolamento. Nessuno mi chiedeva mai come stessi."

"Parlavo solo con 3 persone. Gli altri o mi ignoravano o ridevano di me."

"Mi sentivo esclusa, diversa e lontana dagli altri. Nessuno mi ha mai conosciuta veramente, nessuno si è mai veramente interessato a me."

"Io ho fatto di tutto per ricercare delle amicizie profonde, ma ho soltanto trovato persone egocentriche, incapaci di dire la verità."


Da queste citazioni si evince come gli hikikomori fatichino a identificarsi con i loro coetanei, percependosi come più maturi e umanamente sensibili.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in pochi si sono lamentati del bullismo manifesto. La principale sofferenza sembra derivare dal disinteresse che i compagni di classe mostrano nei loro confronti, a testimonianza di come la solitudine e l'isolamento non inizi tra le mura di casa, ma già nell'ambiente scolastico. Il salto non è poi così netto come potrebbe sembrarci.

Un altro aspetto che emerge parzialmente da questo sondaggio, ma che ho riscontrato anche in numerose altre storie, è l'esigenza da parte degli hikikomori di instaurare legami "profondi", rifiutando a priori qualunque altro tipo di legame affettivo, percepito come falso o inutile.

Una volta un ragazzo mi disse: "Per me l'amicizia non esiste, esiste solo l'amore. Io non penso di aver mai provato amicizia."


Sui professori...


"Spesso ci sono professori severi che camminano sopra le esigenze degli stessi alunni." 
"I professori dovrebbero sostenere esami di pedagogia e di scienze dell'educazione." 
"Per fare il mestiere di professore si dovrebbero fare prima dei test psicologici di idoneità. Per svolgere tale mestiere c'è bisogno di molta pazienza, professionalità e la capacità di far interessare le persone." 

"Pensavano che avessi dei problemi perché non interagivo mai con loro, se non sotto sollecitazione. Talvolta si limitavano a dire ai miei genitori che avessi bisogno di una psicologa, ignorando totalmente il fatto che mi sentissi a disagio all'interno dell'ambiente scolastico (per altri motivi)." 
"Penso che se ci fosse stato qualche professore veramente di valore nel mio percorso scolastico, oggi sarei potuta essere migliore."


Queste citazioni confermano la visione fortemente negativa che gli hikikomori, spesso, hanno nei confronti dei professori. In particolare, sembrano soffrire particolarmente l'assenza di un contatto umano che vada al di là della semplice trasmissione di competenze.

Ci tengo a precisare, però, come non tutte le risposte che mi sono pervenute fossero negative. Alcuni hanno raccontato di aver ricevuto supporto dagli insegnanti, oppure di non aver nulla da recriminare sul loro comportamento.

Rimane evidente, tuttavia, l'esigenza di evolvere la figura del docente, dotandolo di maggiori strumenti psicopedagogici, in modo tale che egli sia in grado di rapportarsi efficacemente e in modo empatico con i propri alunni, cogliendone le esigenze e supportandoli nelle difficoltà, scolastiche e umane.



Sulle materie...



"Cambierei la poca flessibilità nella scelta dei vari indirizzi scolastici."

"Aumenterei il numero di ore di educazione fisica e inserirei una materia nella quale si studia come star bene."

"Bisognerebbe dare più importanza a materie come letteratura, e filosofia per appassionare di più i ragazzi alla lettura."

"Oggi si ha bisogno d'imparare a vivere, senza produrre danni al creato."



Qui emerge un'esigenza forte e concreta. Quello che questi ragazzi, quasi in coro, chiedono alla scuola, è di insegnare loro ad affrontare la vita.

Come ho ribadito anche in questo video, la scuola dovrebbe ridare dignità a tutte quelle materie che vengono svalutate nel modello di società capitalistico attuale, in primis la filosofia, la psicologia, l'arte e la religione. Molti, ritenendo queste poco utili per entrare nel mondo del lavoro, sostengono sia corretto sacrificarle a favore delle materie scientifiche. A mio parere si tratta di un ragionamento fallato.

Lo studio delle materie umanistiche non è fine a se stesso: aiuta l'individuo a sviluppare competenze essenziali per comprendere la propria natura, dominare il proprio caos esistenziale e costruire una solida struttura identitaria.



Guarda il video


Sul metodo...


"L'attribuzione dei voti e il sistema di integrazione forzata porta le persone più introverse a isolarsi."

"Abbiamo un sistema scolastico troppo mnemonico e nozionistico, per cui prendere voti alti non è indice di vera e propria competenza o intelligenza, ma di buona memoria."

"Sembra avere come principale scopo quello di formare persone col maggior numero di competenze per poter essere pronti alla 'guerra del lavoro'. Eppure così facendo si perde di vista quella che, secondo me, è la cosa più importante, ovvero formare persone, sì competenti, ma soprattutto felici o quantomeno che stiano bene."

"La scuola è assoggettata alle richieste del mercato e della società che oramai si basa su principi di efficienza e di raccomandazione, perciò le scuole non pensano più alla formazione personale, educativa e psicologica dell'individuo."

"La scuola dovrebbe essere un posto aperto tutto il giorno e a tutti."


Queste citazioni confermano quanto detto sopra e rafforzano la richiesta da parte dei ragazzi di una scuola che non si prostri al servizio della società, ma che, al contrario, abbia la forza di guidarne i mutamenti, contrastando quelle che sono le logiche imposte dal mercato. In altre parole, i giovani chiedono alla scuola di avere più coraggio.

Emerge anche una critica al sistema basato sui voti, la cui efficacia è stata messa in discussione più volte da diversi studiosi, ma ad oggi (salvo alcune rare eccezioni) rimane, probabilmente per inerzia, il principale metodo adottato a livello mondiale.

Infine, l'ultima citazione sembra auspicare un ripensamento dell'ambiente scolastico a partire dal concetto di spazio. Soprattutto in Italia la scuola è percepita come un luogo transitorio, dagli orari rigidi, che non vediamo l'ora di abbandonare non appena suona la campanella.

Eppure dobbiamo avere la capacità di immaginare una scuola flessibile e inclusiva. Un luogo che non sia esclusivamente finalizzato all'apprendimento, ma un spazio da vivere a 360 gradi, dove sia possibile cimentarsi in attività ludiche, sportive e dove poter coltivare le proprie passioni.


Conclusioni


Il sistema scolastico moderno si fonda in gran parte su principi obsoleti e le conseguenze si stanno manifestando, oggi, più forti che mai.

Quella degli hikikomori è una protesta silenziosa, ma assordante. Un rifiuto netto e totale, che non può essere di certo risolto con un semplice intervento sul singolo, cercando magari di convincerlo in tutti i modi a ritornare in quell'ambiente che è per lui fonte di grande sofferenza, quell'ambiente che ritiene essere il riflesso del malfunzionamento di una società nella quale non si riconosce più come parte integrante.

Dobbiamo allora interpretare l'hikikomori come un'opportunità di crescita. Dobbiamo ascoltare la loro protesta, comprendere le motivazioni del loro disagio e correggere quello che non funziona. Progettare forme alternative di istruzione, aprirci a nuove modalità di insegnamento, più flessibili e che tengano conto delle enormi differenze personali.

La scuola non deve avere il compito di standardizzare, ma di valorizzare i singoli talenti che ognuno di noi possiede. Se così non fosse l'abbandono scolastico nei prossimi anni sarà destinato a crescere drammaticamente, e ci ritroveremo a chiederci, per l'ennesima volta, dove abbiamo sbagliato.







Leggi anche:



martedì 3 aprile 2018

L'hikikomori non riguarda solo i giovani



ITA | ENG

La stragrande maggioranza degli hikikomori italiani sembra avere un'età compresa tra i 14 e i 25 anni, con una particolare concentrazione intorno ai 17. Un dato che ha trovato conferma anche nell'ultimo sondaggio condotto nel nostro gruppo dedicato ai genitori, il quale conta ormai quasi 900 iscritti.

Partendo da questa evidenza, verrebbe spontaneo sostenere che l'hikikomori sia un fenomeno che riguarda specificatamente i giovani, eppure si tratterebbe di un errore.



Losing You - LY


La prima generazione di hikikomori


L'età media degli hikikomori italiani è molto bassa semplicemente perché si tratta della prima generazione. In Giappone, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che da noi, intorno agli anni 80', l'età media dei reclusi sociali è notevolmente più alta e c'è un grande numero di isolati over 40, nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Il problema degli hikikomori adulti è talmente grave nel Paese del Sol Levante, che il governo è stato costretto a garantire a molti di loro una pensione minima che gli permettesse di sopravvivere anche dopo la morte dei genitori. Sono in contatto personalmente con uno di questi casi, il quale mi ha confermato tutto ciò.

Anche in Italia l'età media dei ritirati sociali è destinata a aumentare costantemente nei prossimi anni, soprattutto se il problema continuerà a essere ignorato e non ci saranno cambiamenti considerevoli da un punto di vista governativo e sociale.



L'hikikomori può riguardare tutti


Sostenere, dunque, che l'hikikomori sia una problematica giovanile è scorretto e rischia di rivelarsi una concezione fuorviante rispetto a quello che dovrebbe essere il giusto approccio alla questione.

Resta però il fatto che l'hikikomori sembra manifestarsi, nella maggior parte dei casi, tra i 14 e 18 anni. Cosa accade in questo periodo della nostra vita?

Entrano in gioco almeno due fattori potenzialmente in grado di favorirlo:


1. Fragilità psicologica e mancanza di resilienza


La pulsione all'isolamento sociale (ovvero l'hikikomori) sfocia in un'isolamento effettivo solamente quando il soggetto che la esperisce non ha gli strumenti adeguati per elaborarla, razionalizzarla e contrastarla. Da questo punto di vista, sappiamo bene come l'adolescenza sia una fase evolutiva particolarmente delicata, caratterizzata da una grande instabilità e fragilità psicologica.

A questo è possibile aggiungere ulteriori fattori di rischio, come, ad esempio, un carattere timido e introverso che rende complesso instaurare relazioni soddisfacenti con i coetanei, instabilità famigliari (caratterizzate, per esempio, da un divorzio o da uno squilibrio tra le figure genitoriali), oppure, dal fatto di essere figlio unico e di sentire proiettate su di sé maggiori aspettative di realizzazione sociale.

Detto questo, è importante ribadire che l'hikikomori può insorgere in qualunque momento della vita, soprattutto in concomitanza di eventi e circostanze che possono, direttamente o indirettamente, favorire una condizione di isolamento sociale, come, ad esempio, un percorso universitario insoddisfacente, oppure la perdita del lavoro, così come la difficoltà di trovare un'occupazione stabile e gratificante.

In generale, ciò che sembra mancare agli hikikomori è la cosiddetta "resilienza", ovvero la capacità di far fronte a eventi potenzialmente traumatici o sfidanti, rielaborandoli positivamente.


2. Depressione esistenziale


L'hikikomori non è come un virus, per cui una volta smaltito il corpo ritorna a essere sano, ma rappresenta una condizione dell'individuo legata inscindibilmente al suo modo di interpretare la vita. È la manifestazione concreta di una difficoltà adattiva, non solo a livello sociale, ma spesso anche esistenziale. La sofferenza, il disagio, la demotivazione e l'apatia che affliggono un hikikomori originano da una valutazione fortemente negativa del modello di vita contemporaneo e da una perdita di senso rispetto al perseguimento di tutti quegli obiettivi sociali considerati come necessari e obbligati.

Non è un caso, infatti, che l'età di insorgenza dell'hikikomori sia spesso correlata con il grado di maturità introspettiva del ragazzo, il quale potrebbe percepire questo profondo disagio già in tenera età, senza tuttavia riuscire a elaborarlo consciamente. Esistono casi particolarmente prematuri di hikikomori che possono manifestarsi anche intorno ai 10 anni di vita.

Capite bene, allora, che un conflitto interiore come quello descritto sia difficile da razionalizzare e superare, soprattutto in un periodo di tempo ridotto. È pertanto necessario un percorso interiore dalla durata impronosticabile, lungo qualche mese o potenzialmente tutta la vita, nel quale si alterneranno fasi di apertura e profonde ricadute.






Come si aiuta un hikikomori adulto?


Questo articolo è nato su richiesta di alcuni genitori dell'associazione, particolarmente turbati dal fatto di avere un figlio tra i 25 e i 35 anni, o anche oltre, completamente inattivo da un punto di vista scolastico, lavorativo e sociale (attenzione, parliamo sempre di socialità diretta, non virtuale).

La loro paura nasce soprattutto dal fatto che le tipologie di intervento di cui oggi si parla maggiormente mirano principalmente al reinserimento scolastico. Anche la nostra associazione lavora molto per sensibilizzare le scuole, ma lo facciamo soprattutto in un'ottica preventiva, non perché crediamo che gli hikikomori siano solo adolescenti.

La domanda più ricorrente è: come si aiuta un ragazzo isolato da diversi anni, ormai non più in età scolare e senza nessuna esperienza lavorativa?

Ovviamente non esiste una risposta definitiva a questa domanda, ma ci tengo a fare alcune considerazioni in merito.

Personalmente ritengo non ci siano molte differenze, da un punto di vista dell'approccio di intervento, tra un hikikomori adolescente e un hikikomori adulto. In entrambi i casi l'obiettivo rimane quello di modificare la loro immagine negativa del mondo sociale e aiutarli a rielaborare le loro paure. In particolare "la paura del tempo perso", che spesso attanaglia quegli hikikomori divenuti consapevoli dell'impossibilità di trascinare per sempre l'isolamento e desiderosi di riprendere una strada sociale. La durata effettiva del tempo che si ritiene di aver perso è irrilevante, potrebbe essere un mese, così come 10 anni. Tutto dipende da come viene interpretato.

"La paura del tempo perso" non è altro che un inganno mentale, responsabile della fallace convinzione che sia impossibile riprendere in mano la propria vita, a qualunque età.

La vera differenza tra un hikikomori adolescente e uno adulto è che il primo avrà probabilmente una visione negativa della socialità recente e quindi più facilmente modificabile. Dall'altro lato, invece, l'hikikomori adulto ha rimuginato in solitaria per anni sulla sua concezione dell'esistenza, cristallizzatasi per l'assenza di prospettive alternative dovute all'isolamento, e quindi maggiormente interiorizzata e più difficilmente sradicabile. Ed è per questo che è fondamentale intervenire prima che l'isolamento si cronicizzi, a prescindere dall'età in cui l'hikikomori si manifesta.



L'hikikomori NON va curato, ma supportato


Quando una persona comincia a manifestare i primi campanelli d'allarme dell'hikikomori, come ci si deve comportare? Come si aiuta un hikikomori a non sprofondare nel baratro della solitudine?

Anche questa domanda è certamente complessa. Il mio primo consiglio è sempre quello di mantenere la calma e non generare su di lui ulteriore pressione. Prima di spronarlo a ritornare immediatamente a scuola, al lavoro o alla vita sociale in generale, è necessario capire quale tipo di disagio sta vivendo e cercare di abbassare le aspettative di realizzazione sociale che egli percepisce provenire dai genitori, dai coetanei, dalla scuola e dalla società nel suo complesso.

Io non credo che l'hikikomori possa essere "curato", semplicemente perché non ha nessuna malattia, ma può certamente essere supportato in quella che è una fase particolarmente complessa della sua esistenza. Bisogna porsi nei suoi confronti non con un atteggiamento di aiuto attivo o, ancora peggio, invadente, ma comportarsi come un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta: non lo tiene per tutto il tragitto, ma allo stesso tempo non lo abbandona completamente perché sa che da solo rischia di cadere e farsi male. Gli sta accanto e interviene solo quando lo vede in reale difficoltà, senza farglielo pesare e senza quasi farsi notare.







Leggi anche:




lunedì 5 marzo 2018

I falsi miti sull'hikikomori: basta chiamarli "eremiti" o "asociali"



ITA | ENG

L'hikikomori è un fenomeno ancora pressoché sconosciuto in Italia, nonostante i ragazzi e le ragazze che vivono questo disagio sociale siano numerosissimi, potenzialmente centinaia di migliaia.

Fortunatamente, anche grazie al lavoro della nostra associazione, ultimamente qualcosa sta cambiando. Sono sempre di più i media che ne parlano e l'interesse, anche a livello istituzionale, è in forte crescita.

Il lato negativo della medaglia è che non tutti ne parlano in modo corretto, contribuendo ad alimentare i numerosi falsi miti esistenti attorno a questo fenomeno sociale.


Losing You - LY



Per farvi esempio, solo un anno fa erano molti gli articoli che confondevano il fenomeno degli hikikomori con la dipendenza da internet, generando confusione tra i lettori e rischiando di trasfigurare e snaturare il significato stesso del termine "hikikomori", trasformandolo in un mero sinonimo. Attraverso questo blog mi sono battuto per evitare che ciò accadesse e sono felice, oggi, di osservare tale accostamento con una frequenza sensibilmente inferiore.

Alcuni stereotipi sull'hikikomori sono il frutto di banalizzazioni popolari, dovuti alla scarsa informazione o alla pigrizia mentale, altri, invece, sono più sottili e vengono veicolati soprattutto dai media, bramosi di etichettare con terminologie già conosciute un fenomeno che invece presenta caratteristiche peculiari e del tutto nuove.


"Sono dei viziati"


Si tratta dello stereotipo per eccellenza, quello che vorrebbe gli hikikomori come dei fannulloni che approfittano della permissività dei propri genitori per sfuggire dalle fatiche scolastiche o lavorative.

Questa credenza è stata recentemente fomentata da alcuni servizi realizzati sul fenomeno, come, ad esempio, quello di Fanpage.it (lo trovate qui).

Nel documentario vengono intervistati due ragazzi potenzialmente riconducibili al fenomeno degli hikikomori (non abbiamo abbastanza informazioni per concluderlo con certezza), diversi per età, sesso, contesto sociale e familiare.

Sono state due, in particolare, le dichiarazioni controverse che hanno provocato sui social network (soprattutto su Facebook) migliaia di commenti rabbiosi e indignati:


"I miei genitori non mi dicono niente [...]"

"[...] al momento non ho il desiderio di lavorare".


Due frasi estrapolate dal contesto, che non sono state in nessun modo contestualizzate nella storia e nella sofferenza vissuta dai due ragazzi e che non possono essere strumentalizzate e generalizzate a rappresentanza di un fenomeno complesso ed eterogeneo come è quello degli hikikomori.

Grazie a "Hikikomori Italia" ho la fortuna di avere un osservatorio privilegiato. In questi cinque anni sono entrato in contatto, direttamente o indirettamente, con centinaia di storie di ragazzi isolati, ascoltando sia il loro punto di vista, che quello dei loro genitori. In questo modo ho potuto raccogliere moltissime informazioni, facendo un distinguo tra quelli che sono elementi ricorsivi, e quelli che invece rappresentano caratteristiche personali non generalizzabili.

L'isolamento degli hikikomori non è mai finalizzato ad evitare la fatica, ma è piuttosto un modo per fuggire dalle forti pressioni di realizzazione che provocano in loro un'estrema sofferenza quotidiana ogniqualvolta si trovano a doversi confrontare con un qualsiasi contesto sociale (dalla scuola, al gruppo di coetanei, fino ai genitori e parenti. Ne ho parlato più approfonditamente in questo video).

Allo stesso modo, non esiste nessuna correlazione tra un atteggiamento genitoriale permissivo e la tendenza all'isolamento sociale. Si tratta di una credenza che, al momento, non trova fondamento scientifico.


"Sono i nuovi eremiti"


Questa è un'espressione che sento usare spesso, soprattutto dai media, ma si tratta ancora una volta di un accostamento improprio e forzato. Gli eremiti sono, cito testualmente dal vocabolario Treccani, "coloro che, specialmente per motivi religiosi, si appartano dal mondo [...] non solo spiritualmente, ma anche materialmente [...]"

Ci sono, dunque, almeno due enormi differenze tra un eremita e un hikikomori:

  1. Gli hikikomori, pur isolandosi nella propria abitazione, rimangono in pieno contatto con il mondo esterno grazie a televisione e web: si informano sull'attualità, seguono le mode che riguardano, per esempio, i videogames o le serie TV, ascoltano la musica del momento. Insomma, mentalmente non vi è nessun distacco con la società, fatta eccezione per i casi più gravi (quelli nel terzo stadio).
  2. Gli hikikomori non sono degli asceti. Pur isolandosi, non rinunciano agli agi della vita moderna.

L'unico punto di contatto tra l'isolamento di un eremita e quello di un hikikomori potrebbe essere, in alcuni casi, il movente spirituale (non religioso, attenzione). La scelta di ritirarsi come conseguenza, almeno in parte, di una particolare interpretazione della realtà, caratterizzata dal rifiuto della centralità del corpo, dalla messa in discussione dei dogmi sociali e dominata da sentimenti ostili nei confronti della società dell'immagine. In altre parole, quella che potremmo definire come una depressione esistenziale.



Guarda il video



"Sono degli asociali"


Probabilmente questo è il falso mito più complesso da sfatare, ovvero quello che vorrebbe gli hikikomori come degli "asociali", persone sostanzialmente disinteressate alla componente sociale dell'esistenza. Eppure quella degli hikikomori non è asocialità, bensì una socialità diversa, che non ricorre all'esposizione del corpo, talvolta nemmeno dell'identità. Una nuova forma di socialità, indiretta, oggi consentita dalla diffusione delle tecnologie cosiddette virtuali.

Sto parlando, ovviamente, di chat, forum e social network. Le interazioni che originano da queste piattaforme digitali, pur non possedendo molte delle caratteristiche di una relazione diretta, rimangono comunque e a tutti gli effetti delle interazioni sociali. Dunque, affermare che gli hikikomori siano asociali è tecnicamente scorretto.

Inoltre, vi è un altro aspetto importante. Anche se un hikikomori sostiene, spesso per orgoglio, di poter fare a meno delle relazioni interpersonali, la realtà è che, essendo quello sociale un bisogno innato, esso non può essere facilmente soppresso (ricordiamoci che l'uomo è un "animale sociale" e parte della sua identità si plasma attraverso le relazioni).

Tale bisogno emerge spesso anche durante il colloquio clinico ed è confermato dall'abuso che i ragazzi isolati fanno, talvolta, del mezzo digitale, come, per esempio, la chat di Hikikomori Italia, la quale conta oltre 500 iscritti e decine di migliaia di messaggi postati ogni giorno. 


Conclusioni


Quelli citati sono solamente alcuni dei tanti falsi miti esistenti sull'hikikomori. L'unica arma che abbiamo per combatterli è l'informazione e non dobbiamo commettere l'errore di sottovalutarli. Il rischio, infatti, è che si diffondano a tal punto da generare uno stigma sociale nei confronti di chi si trova in questa condizione, nonché dei loro genitori, che sentiranno su di essi tutto il peso della condizione del figlio, colpevolizzandosi oltremodo ed evitando di chiedere aiuto per paura di essere giudicati negativamente.

Questi e altri falsi miti sono raccolti nell'opuscolo informativo, il cui ricavato verrà interamente utilizzato per sostenere il nostro progetto di sensibilizzazione.


Acquista opuscolo


Leggi anche:





lunedì 5 febbraio 2018

Hikikomori e abbandono scolastico: cosa può fare la scuola?



ITA | ENG

Quando ho chiesto ai ragazzi della chat di Hikikomori Italia: "Se poteste scegliere, cosa cambiereste in questa società?", molti di loro hanno risposto, immediatamente e senza nemmeno pensarci: "la scuola".


Losing You - LY


L'ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro inizia l'isolamento proprio durante gli anni delle medie e delle superiori.

È lecito allora interrogarsi quali responsabilità abbia la scuola quando un ragazzo decide di abbandonarla, non per disinteresse, non per incapacità di ottenere buoni voti, ma a causa di una negatività talmente forte da sovrastare anche quegli obblighi morali e sociali che dovrebbero dissuaderlo.


Il ruolo dei coetanei


Gli hikikomori sono spesso ragazzi timidi e introversi che faticano a relazionarsi con il resto della classe. Questa loro caratteristica temperamentale li porta a essere vittima di scherno e derisione da parte dei compagni, che possono sfociare, talvolta, in veri e propri atti di bullismo.

Questi atteggiamenti non fanno altro che alimentare in loro l'idea di essere "diversi" dagli altri, in quanto più maturi e meno superficiali. Faticano quindi a riconoscersi come parte di una generazione e di una società che sembra essere così distante dal loro modo di interpretare l'esistenza.

Più vengono ignorati, derisi e presi di mira, e più la sofferenza li rende rigidi, disillusi e cinici nei confronti di un sistema, quello scolastico, di cui loro, essendo parte integrante, percepiscono i malfunzionamenti più di chiunque altro.

Dal rifiuto della scuola si passa rapidamente all'isolamento, non solo perché la scuola rappresenta per loro la quasi totalità della vita sociale, ma anche perché finiscono per generalizzare la sofferenza e gli aspetti negativi sperimentati nell'ambiente scolastico alla società nel suo complesso.


Il ruolo degli insegnanti


Il malessere provocato dalla scuola non è dato solamente dal rapporto con i coetanei, ma spesso anche da quello con gli insegnanti.

Quando un hikikomori si sente schernito e minacciato dai compagni si aspetta, consciamente o inconsciamente, che l'adulto di riferimento lo supporti. Se questo non avviene, se il ragazzo non si sente tutelato dall'insegnante, ma al contrario, percepisce da parte di quest'ultimo disinteresse, superficialità o, addirittura, complicità con i suoi detrattori, allora la sua sfiducia nei confronti delle persone, delle relazioni e, di conseguenza, della società, diventa tale da provocare in lui una grave perdita di motivazione nell'intraprendere qualsiasi carriera scolastica, lavorativa e sociale.


Il fattore precipitante


L'isolamento di un hikikomori ha raramente origine traumatica, ma è piuttosto il frutto di un processo graduale che porta il ragazzo a sviluppare con il tempo una visione negativa e fortemente interiorizzata delle relazioni interpersonali e della società.

Tuttavia, in fase di colloquio clinico emerge quasi sempre un cosiddetto "fattore precipitante", ovvero un evento che il ragazzo associa alla sua decisione di isolarsi, quello che egli considera l'episodio chiave che ha dato origine alla condizione di ritiro.

Tale fattore potrebbe essere un qualcosa di innocuo ai nostri occhi, ma contestualizzato all'intero di un quadro psicologico reso fragile e vulnerabile dal continuo stress che il ragazzo sperimenta ogni giorno in un ambiente percepito come ostile, fa si che questo evento assuma per lui un'importanza estremamente rilevante.

Non è sicuramente un caso che il "fattore precipitante" si concretizzi, nella stragrande maggioranza dei casi, proprio all'interno dell'ambiente scolastico.


Cosa può fare la scuola?


La scuola gioca, dunque, nel bene e nel male, un ruolo cruciale nella diffusione del fenomeno degli hikikomori e, nonostante tutte le difficoltà dovute alla continua mortificazione e svalutazione del ruolo dell'insegnante, nonché alla mancanza di risorse economiche, dovrebbe:

  • informarsi approfonditamente sul tema: conoscere il problema e le sue dinamiche è il primo fondamentale passo per poterlo contrastare;
  • attivarsi tempestivamente nel supporto dei ragazzi e delle loro famiglie mettendo a loro disposizione le proprie risorse: ad esempio, formando psicologi scolastici che siano in grado di riconoscere prontamente un potenziale caso di hikikomori e intervenire, fornendo un primo supporto non solo al ragazzo, ma anche agli stessi genitori, completamente disorientati di fronte al comportamento del figlio;
  • non esercitare pressione sull'hikikomori affinché ritorni subito a scuola: una volta che l'isolamento dell'hikikomori si è concretizzato ed egli non vuole saperne di tornare a scuola, forzarlo non servirà a nulla. Bisogna intraprendere un percorso di risocializzazione graduale dove il ritorno alla frequenza scolastica rappresenta solamente l'ultimo step;
  • schierarsi con decisione dalla parte della vittima nei casi di bullismo, anche psicologico o sottile: è importante che gli insegnanti non sottovalutino nessuna forma di comportamento denigratorio o violento, sia esso di natura fisica o psicologica. In una società come la nostra, progettata per gli estroversi, è fondamentale che tutte le minoranze caratteriali siano tutelate, almeno in un ambiente paritario come dovrebbe essere quello scolastico.
  • dimostrarsi flessibile sulle forme di istruzione alternativa: ad esempio, la possibilità di sostenere verifiche e interrogazioni a domicilio o al di fuori dell'orario scolastico, oppure una maggiore apertura all'educazione parentale, oggi vista con particolare occhio critico da molti insegnanti.





Leggi anche: