mercoledì 7 dicembre 2016

Hikikomori e abbandono scolastico: qual è la situazione in Italia?



L'abbandono scolastico è sicuramente uno dei primi campanelli d'allarme per quanto riguarda l'hikikomori. Ho già affrontato questo tema in un post precedente, cercando di capire cosa non funziona nel nostro sistema educativo e cosa spinge milioni di ragazzi ad abbandonare anzi tempo gli studi.

In questo post proverò ad approfondire ulteriormente.



Losing You - LY



Un recente articolo uscito su "La Repubblica" ha riportato i fari dell'informazione sulla questione. Il quotidiano ha parlato di 27 casi di abbandono scolastico a Bologna, definendo quella dei cosiddetti alunni-fantasma una "tendenza preoccupante".

L'articolo, tuttavia, ha un taglio molto regionale, mentre è facile ipotizzare che l'abbandono scolastico sia un fenomeno in crescita in tutta Italia.

Con l'obiettivo di rinforzare questa tesi, ho deciso di intervistare la Dott.ssa Ileana Colleoni, responsabile dello sportello psicologico all'Istituto Comprensivo E. Breda di Sesto San Giovanni (MI).

Le risposte che ho ricevuto sono state molto interessanti. Le riporto di seguito.


Ha mai sentito parlare di "hikikomori" prima d'ora?


Sì, ne ho sentito parlare da colleghi e ho letto in internet.

Quanti casi di abbandono scolastico ci sono all'anno nel suo istituto? È un fenomeno in aumento?


Lavoro in Istituti comprensivi molto ampi con circa 500 ragazzi nella scuola secondaria di primo grado. Ogni anno ci sono circa 10 ragazzi che si assentano ripetutamente da scuola. Non si può parlare di vero abbandono scolastico perché siamo ancora in situazioni di scuola dell’obbligo e si riescono ancora a seguire da vicino queste situazioni, ma di questi 10 almeno 2-3 sono molto vicino ai 16 anni e spesso diventa difficile motivarli.

Cosa fate quando un ragazzo smette completamente di venire a scuola o comincia a accumulare un numero elevato di assenze? 


Di solito si attivano gli insegnanti che avvisano la dirigente e chiamano la famiglia. Io come psicologa dello sportello d’ascolto vengo coinvolta per iniziare i primi colloqui con la famiglia e verificare la situazione, poi, se è possibile vedo il ragazzo o la ragazza. Incontro anche gli insegnanti per costruire insieme, a seconda delle necessità un percorso specifico (con gli insegnanti che si rendono disponibili).

L’anno scorso un ragazzino si è “rifugiato” in casa senza più voler entrare a scuola, con crisi di ansia e un rifiuto totale di contatto. Sono riuscita a vedere la madre e ad accompagnarla lungo la decisione di contattare un servizio del territorio che potesse prendersi in carico il ragazzo. Nel frattempo con la scuola (e una dirigente molto disponibile e attenta) si è costruito un percorso su misura in cui, piano piano il ragazzo ha potuto svolgere a casa parte delle lezioni e svolgere a scuola solo alcuni colloqui di verifica con i professori. Quest’anno dopo un percorso psicoterapeutico che ancora prosegue, è rientrato a scuola e sta svolgendo quasi tutte le lezioni.

È capitato che dei genitori venissero a chiedervi aiuto (a causa dell'isolamento del figlio)?


Raramente mi è accaduto che siano i genitori che si attivino, più spesso accade che i ragazzi vengono a parlare allo sportello di quello che vivono, a volte spontaneamente e a volte perché consigliato dai professori. Oppure accade che i compagni di classe preoccupati ne parlano con gli insegnanti che poi si attivano.

Qual è la sua opinione in generale sul fenomeno degli hikikomori?


Credo sia un fenomeno complesso ancora tanto da conoscere e capire, almeno in Italia. Quello che vedo nella mia esperienza con i ragazzi è il bisogno di viversi una realtà parallela che sia però “schermata”, un relazionarsi a basso costo, senza un reale troppo diretto, come se il non metterci la faccia sia sufficiente per tutelarsi da una possibile inadeguatezza. E’ una sofferenza, una fragilità che ha trovato nei social network e in internet un luogo per essere senza essere davvero. 

Lei ritiene che le scuole italiane siano pronte ad affrontare questo fenomeno? 


Non sono pronte le scuole né lo sono le famiglie. Credo sia molto importante aprire il dialogo con i giovani sul senso che loro conferiscono a queste attività, cosa provano nelle relazioni “virtuali”. Credo serva capire e scoprire insieme a loro cosa sono queste esperienze e da queste comprensioni nasceranno poi i servizi utili.


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domenica 23 ottobre 2016

Il numero di donne hikikomori è sottostimato




Le statistiche raccolte fino a oggi descrivono l'hikikomori come un fenomeno tipicamente maschile.
 Alcuni studi parlano addirittura del 90% di uomini contro il solo 10% di donne.

Questa enorme sproporzione viene spesso giustificata con il fatto che i maschi sono maggiormente soggetti alle pressioni di realizzazione sociale, mentre le aspettative sulle donne sarebbero minori.

Ma è davvero così?





Le donne hikikomori sono solamente il 10% dei casi?


In un suo recente intervento la famosa scrittrice giapponese Kyoko Hayashi ha dichiarato che il numero delle donne hikikomori in Giappone è sottostimato a causa degli stereotipi di genere. Infatti, siccome la figura della donna è molto più "casalinga" rispetto a quella degli uomini, tante ragazze socialmente recluse vengono ignorate.

A tal proposito voglio riportare il commento lasciato da una ragazza sulla pagina Facebook, in quanto lo ritengo particolarmente illuminante:

"Io credo che sia considerata una cosa normale per una donna starsene chiusa in casa, è per questo che non viene neanche in mente di farle rientrare nella categoria. Socialmente è molto più accettabile. 
Prima di tutto, perché alle donne viene data molta meno libertà fin dall'infanzia. Le bambine e le ragazze tendono ad essere più protette dai genitori rispetto ai maschi, che la contrario, sono spinti ad uscire, a socializzare e ad avvicinarsi al sesso opposto. 
Se un ragazzo non esce è considerato uno sfigato, se una ragazza non esce invece significa che è una con la testa a posto. E anche crescendo la situazione non cambia, è sempre l'uomo ad essere spinto a realizzarsi e ad avere una vita sociale attiva.
Mi viene in mente che una volta mi fecero una battuta: «Se un hikikomori è uno che se ne sta sempre chiuso in casa, allora di hikikomori donne sposate ne conosco a bizzeffe»"

Le donne hikikomori sono più di quello che pensiamo


È questa la conclusione a cui sono arrivato, anche basandomi sulle testimonianze raccolte nel Gruppo Genitori, nel Forum e, soprattutto, nella Chat Skype dedicata hai ragazzi.

Inoltre, mi sento di aggiungere che la condizione delle donne hikikomori è perfino più delicata rispetto a quella dei maschi, in quanto può capitare che il loro stato di isolamento venga sottovalutato anche dagli stessi genitori.


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sabato 17 settembre 2016

In Giappone ci sono 541.000 hikikomori




Secondo un recente sondaggio (pubblicato il 7 settembre 2016) condotto dal governo gli hikikomori tra i 15 e i 39 anni in Giappone sarebbero circa 541.000.

Vediamo nel dettaglio cosa è emerso e perché si tratta di una stima ottimistica.





  • Il sondaggio è stato condotto su un campione di 5000 famiglie con almeno un membro tra i 15 e i 39 anni. 
  • il 34,7% ha iniziato la propria reclusione tra i 20 e i 24 anni, confermando che il periodo più critico è quello immediatamente dopo la conclusione delle scuole superiori (in questo post ho cercato di capire perché);
  • il 35% è isolato da almeno 7 anni.


Perché si tratta di una stima ottimistica



Innanzitutto perché il sondaggio non tiene conto degli hikikomori con più di 40 anni, fascia di popolazione che secondo recenti studi sembra registrare un'incidenza crescente (anche a causa di hikikomori che si sono ritirati in giovane età e sono rimasti in tale condizione per così tanto tempo da superare la soglia dei 40, ovvero la "prima generazione hikikomori");

Inoltre, il Ministero della Salute giapponese considera rigidamente hikikomori solamente chi non esce dalla propria abitazione per almeno 6 mesi, non studia e non lavora. Questo esclude tutti coloro che tendono fortemente all'isolamento sociale, ma che ancora mantengono delle relazioni dirette con il mondo esterno.

Infine, bisogna tenere conto anche di quella che in psicologia viene chiamata "desiderabilità sociale". In Giappone, l'avere un figlio hikikomori è un qualcosa che viene vissuto con grande vergogna dalla famiglia, per questo motivo è possibile che alcuni partecipanti al sondaggio abbiano risposto in modo non del tutto onesto.


Quanti sono allora gli hikikomori?



A oggi fare una stima realistica di quanti siano veramente gli hikikomori è molto difficile, proprio per la natura sfuggente del fenomeno. Negli ultima anni si sono susseguiti numerosi sondaggi condotti da enti diversi e le stime emerse variano da 100.000 a 2 milioni; un range davvero troppo ampio per sperare di trovare un punto di incontro realistico.

In questo periodo in Italia si parla di 30 mila casi, ma solo pochi anni fa, nel 2013, il TG2 rilanciava una stima ridicola, ovvero che nel nostro paese ci fossero solo 50 hikikomori (non cinquanta mila, cinquanta!)

A mio parere c'è ancora molta strada da fare per comprendere a pieno cosa sia l'hikikomori ed effettuare, di conseguenza, delle stime accurate.


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domenica 17 luglio 2016

Pokemon Go: un videogioco può aiutare a combattere depressione e ansia sociale?




I videogiochi sono spesso indicati come causa di isolamento sociale nei giovani, nonché associati erroneamente al fenomeno degli hikikomori. Eppure, nel caso di Pokemon Go (l'applicazione per smartphone sviluppata da Niantic e scaricata da milioni di persone in tutto il mondo) i videogiocatori non possono starsene seduti comodamente nella propria stanza, ma sono costretti ad attivarsi fisicamente e a uscire di casa se vogliono ottenere progressi nel gioco.






Lo psicologo americano John Grohol, che da diversi anni studia l'impatto delle nuove tecnologie sul comportamento umano e sulla salute mentale, a proposito di Pokemon Go dice:

"[...] è qualcosa di unico, di mai visto prima. Se sei depresso la tua motivazione è inesistente. Uscire per prendere un po' di aria fresca può essere una cosa difficile anche solo da pensare. Da questo punto di vista l'impatto che può avere questo gioco è davvero benefico. [...] hanno creato un incoraggiamento molto forte a uscire di casa e a essere più attivi."

Grohol addirittura ipotizza un suo utilizzo in ambito clinico:

"Non consiglierei alle persone di trattare un disturbo serio dell'umore, come la depressione cronica, solo con un videogame, ma si potrebbe utilizzare in aggiunta ad altri tipi di trattamento, come ad esempio la psicoterapia o le cure farmacologiche."




Sui social questa ipotesi sembra trovare conferma. Di seguito sono riportati una serie di Tweet nei quali i ragazzi raccontano gli effetti benefici che Pokemon Go ha avuto sulla loro vita sociale e sull'umore:


"Mi son fatto tanti nuovi amici con Pokemon Go, ha aiutato la mia ansia sociale, e ne sto davvero uscendo. Questo è molto più di un gioco."


 "Pokemon Go mi ha cambiato così tanto in meglio in una sola settimana. Avendo a che fare con il Disturbo Borderline di Personalità, depressione e ansia, mi ha aiutato a uscire di casa."


Seriamente però, non mi sentivo così tranquilla nell'uscire di casa da anni. Pokemon Go mi sta aiutando con l'ansia e la depressione ed è stupefacente."


"Pokemon Go mi ha onestamente aiutato con la mia depressione e la mia ansia. Sto davvero parlando con le persone e sono più attivo. Lo amo così tanto."

Anche gli hikikomori posso avere dei benefici da videogame come Pokemon Go?


Probabilmente no, e se fosse veramente così, questo rafforzerebbe ulteriormente la tesi secondo cui l'hikikomori sia qualcosa di diverso rispetto alla depressione o alla fobia sociale. Perché l'hikikomori, a differenza del depresso, interpreta la propria condizione di autoisolamento come una scelta consapevole e ponderata. L'hikikomori ritiene di avere la forza e l'energia per uscire di casa, ma semplicemente non desidera farlo. Per questo motivo, un videogioco come Pokemon Go non verrebbe - a mio parere -  preso in considerazione.

Tuttavia, nei casi di autoisolamento meno gravi (dove il ragazzo esce saltuariamente dalla propria abitazione per brevi periodi di tempo) un videogioco di questo tipo potrebbe aiutare a favorirne il comportamento. È anche vero, però, che uscire di casa non equivale a interagire con altre persone e l'applicazione in sé non obbliga nessun tipo rapporto sociale con gli altri giocatori.

I videogiochi non sono il male


Pokemon Go è nell'esima dimostrazione che i videogiochi non sono per definizione negativi, al contrario, possono avere un impatto positivo sulla vita delle persone, anche dal punto di vista sociale. In letteratura sono ormai numerosi gli studi che dimostrano gli effetti positivi di alcuni videogame in diversi disturbi sociali, come ad esempio l'autismo.

Pokemon Go non spingerà gli hikikomori a riabbracciare la vita sociale, non è la soluzione alla depressione e all'ansia sociale, ma in alcuni casi può essere d'aiuto. Quelle stesse nuove tecnologie che continuiamo a colpevolizzare possono rivelarsi, infatti, un prezioso alleato.


lunedì 6 giugno 2016

"American Hikikomori": il cortometraggio sulla reclusione volontaria




"American Hikikomori" è un cortometraggio del regista statunitense Landis Stokes che racconta la reclusione volontaria di un ragazzo giapponese da poco trasferitosi negli USA.




Il cortometraggio è ispirato alla reale esperienza vissuta dalla moglie del regista (e dai suoi amici) in seguito al trasferimento negli Stati Uniti per ragioni di studio.

Parlando del suo lavoro l'autore dice: "Ho voluto raccontare la storia di una persona che si sentiva così sola da decidersi di isolarsi da tutti. E ho pensato che il modo migliore per esprimere ciò era attraverso il fenomeno degli hikikomori [...]. Come registra voglio raccontare storie che ci intrattengano, ma anche che ci sfidino a parlare dei problemi della nostra comunità globale. Come americano voglio raccontare storie che riflettano le realtà della nostra cultura melting pot. [...]"


IL TRAILER




Trama e breve recensione


Il protagonista, Isamu, si trasferisce dal Giappone negli Stati Uniti insieme al padre divorziato e alla nonna paterna. È un ragazzo intelligente, ma viene lasciato completamente solo ad affrontare il processo di integrazione. I suoi nuovi compagni di classe non mostrano nessuna pazienza nei suoi confronti e anche gli insegnati, che dovrebbero supportalo, si rivelano totalmente inadeguati. Così Isamu decide di abbandonare la scuola e di chiudersi nella propria camera da letto, scontrandosi con le accuse e la rabbia del padre.

Ho trovato il cortometraggio tecnicamente ben curato, suggestivo nelle inquadrature e nelle musiche. Vengono affrontate alcune delle principali tematiche legate all'hikikomori, come ad esempio l'assenza del padre, la difficoltà a relazionarsi con compagni di classe e insegnati, o come la spiccata sensibilità caratteriale che spesso viene riscontrata nei ragazzi che decidono di recludersi.

Il finale porta lo spettatore a riflettere sulla condizione paradossale dell'hikikomori, che più cerca di allontanarsi dagli altri e più ne diventa, in qualche modo, dipendente. Riflessione che può essere estesa all'intera esistenza umana, perché in fondo siamo tutti soli e, allo stesso tempo, inscindibilmente legati.

Come vedere il film completo


Il cortometraggio è disponibile in streaming e download su Vimeo (anche con i sottotitoli in italiano). È possibile noleggiarlo (per 24 ore) al prezzo di 0,89€ oppure acquistarlo a 2,68€.



sabato 26 marzo 2016

"The end of NHK": come Tatsuhiko Takimoto avrebbe voluto che finisse Welcome to the NHK




Tatsuhiko Takimoto, autore di "Welcome to the NHK", ha scritto un articolo sul suo blog intitolato "The end of NHK" nel quale parla del finale del suo romanzo, esprimendo rammarico per non aver saputo, a suo dire, risolvere "il problema della solitudine" di Sato. Takimoto ci tiene a sottolineare che dall'hikikomori si può uscirne, spiegando come e perchè.






Vi riporto di seguito la traduzione integrale dell'articolo a cura di Davide Giacobbe (ringraziando la fonte originaria, ovvero pagina Facebook "Welcome to the NHK fans")


THE END OF NHK



"Sono passati più di 10 anni da quando ho scritto "Welcome to the NHK". Per me, che ne sono l'autore, è stato un romanzo maledetto, una maledizione che mi ha tormentato fino a pochissimo tempo fa. 
Dal momento in cui l'ho scritto, ho provato un senso di fallimento.

Se vi state chiedendo i motivi per cui io debba soffrire, per un romanzo che ho scritto con tutto il mio impegno, posso dire che ce ne sono diversi.
Una prima grande ragione è che ne ho tradito la storia, perché non ho potuto scrivere tutto ciò che avrei voluto scrivere. Sono rimasto impantanato per lunghi anni in questo senso di fallimento e frustrazione. 
Nel capitolo 9 di "NHK" mi sono accorto che il protagonista avverte e soffre della mia stessa tristezza. Questa è una preziosa consapevolezza.
Fino a quel momento il protagonista non aveva scrutato nella propria interiorità. Poi, ad un certo punto, scavalca questo muro che è nel suo cuore ed improvvisamente si rende conto della sua tristezza. Ciononostante, nel capitolo successivo, inizia una storia che ha completamente rimosso questo episodio di solitudine disvelata.

Il problema è che, in quella che doveva essere la solitudine del protagonista, vengono a curiosare degli sconosciuti: mi riferisco alla storia di Misaki. Questa è una fuga dal dramma personale della solitudine. Questa fuga dallo scrivere direttamente di solitudine è perciò anche una fuga dell'autore. Ho usato il "metodo della corsa" con cui sono riuscito a terminare la storia, affidandomi a come mi sentivo in quel momento. Il "metodo della corsa" è una tecnica che, avvalendosi di una sensazione emotiva di urgenza, fa "correre" i personaggi per arrivare al climax. Nell'ultimo capitolo, il protagonista corre, bisticcia, compie un po' d'azione ed attraverso ciò raggiunge la catarsi. Poi, il racconto finisce.
Invece, il problema della solitudine resta irrisolto, perché non ho scritto più niente a riguardo.
A quel tempo, non possedevo l'abilità di scrivere sulla solitudine. Anche adesso non è scontato che l'abbia. Perciò, mi chiedo se la conclusione che ho trovato fosse la migliore possibile...
Che muoiano o meno, l'indifferenza finale di Sato e Misaki è molto realistica.

Ma io non avrei voluto scrivere una storia realistica. Ad essere sincero, avrei voluto scrivere una storia piena di sogni e speranza. Se mi fossi impegnato di più avrei potuto farcela? Forse no! Ancora oggi non riesco a smettere di pensarci. 






Ho alcune considerazioni da fare su Sato nella fase finale del romanzo. Primo: la meditazione. Attraverso la meditazione si guarisce sé stessi e si ottiene la forza per riuscire a reggere il proprio mondo personale. Secondo: resistere all'autoerotismo (sic!). Terzo: intraprendere delle azioni concrete per riempire quel sentimento di inadeguatezza che lo affligge. Se sei triste, devi reagire e far qualcosa per cambiare. Tutto dipende dallo stato d'animo.

Essere in armonia, psicologicamente parlando, significa trovare da sé nuove capacità. Ecco, questa sarebbe la soluzione perfetta al problema di Sato, ma è probabilmente il momento della meditazione che non si può raggiungere. Ci vorrebbe qualcosa di diretto, un'azione per riempire il vuoto della solitudine, come ad esempio la pratica del "Nanpa".
In questo caso, poiché è probabile che non si riesca a rivolgere subito la parola a qualcuno, per prima cosa ci si dovrebbe allenare a camminare a testa alta. Probabilmente, Sato impiegherebbe 4/5 anni prima di rivolgere la parola a qualche sconosciuto della sua città. Ma, anche se lentamente, si possono misurare i propri progressi anche facendo delle piccole cose, come uscire ogni giorno e camminare a testa alta.
La cosa più importante è sapere che si può cambiare. Comunque sia, il sentiero che porta alla felicità esiste. La cosa fondamentale è proprio la speranza nella sua esistenza. 

Ma la storia di Sato che acquisisce fiducia in questa speranza avrebbe richiesto altri 5 volumi, e non mi era possibile scriverli a quel tempo. D'altro canto, in una storia non tutto deve essere diretto ad una perfetta comprensione. Nel mezzo del cammino va bene deviare e prendere una strada secondaria. E lo stesso accade con la vita.
Perciò, è forse un bene che sia andata così. E' un buon modo di concludere, dopo tutto: far sentire che c'è spazio per uno sviluppo nel futuro. C'è però una cosa che volevo assolutamente scrivere e che non ho scritto: anche se una persona si trova nella situazione descritta in "Welcome to the NHK", c'è sempre una via d'uscita. Un sentiero che conduce al lieto fine.
Approfitto del momento per dirvelo, ora: sia Sato che Misaki, così come Yamazaki e la Senpai, riescono a trovare la felicità in un lieto fine. Di sicuro l'hanno già trovata. E con loro, un nuovo mondo è già iniziato.
Quello di cui volevo scrivere, non è la debolezza degli uomini. Anche nel labirinto di un cuore confuso, per quanto una persona possa essere senza energia e sentirsi debole, alla fine troverà una via d'uscita e ritroverà se stessa.

Questo è ciò che avrei voluto scrivere. Questa convinzione che non ho espresso mentre lavoravo a "Welcome to the NHK", la scrivo qui, adesso. 

E, con questo, il mio romanzo è finalmente completo."



venerdì 19 febbraio 2016

Cos'è e cosa NON è l'hikikomori


LANGUAGE ITA/ENG/JAP


Lentamente l’attenzione sul fenomeno degli hikikomori sta crescendo. Gli articoli che ne parlano si stanno moltiplicando sul web e, negli ultimi anni, il tema è stato affrontato più volte anche in televisione.

Questa attenzione è sicuramente positiva perché contribuisce ad aumentare la conoscenza e a sensibilizzare sempre più persone sul fenomeno. Tuttavia, quando si affronta un tema così complesso senza essersi prima adeguatamente informati, è molto facile cadere in errore, risultare superficiali, o fare della vera e propria disinformazione.




Sempre più spesso l’hikikomori viene scambiato con patologie con cui non ha nulla a che fare, generando una grande confusione intorno al fenomeno e, di fatto, impedendo a coloro si trovano in questa condizione di identificarsi.

Per questo motivo, prima di capire cos’è l’hikikomori, è importante stabilire cosa NON è l’hikikomori.


L’hikikomori non è dipendenza da internet


Come ribadito più volte in questo blog, l'utilizzo del web da parte degli hikikomori è da intendersi come una conseguenza dell'isolamento e non come una causa (ne ho parlato approfonditamente qui).

Il fenomeno è scoppiato in Giappone ben prima della diffusione del personal computer. Questo significa che prima che esistesse internet l'isolamento degli hikikomori era totale. Da questo punto di vista l'utilizzo del web può essere interpretato come un fattore positivo in quanto consente ai ragazzi di continuare a coltivare delle relazioni sociali che altrimenti non avrebbero.





L’hikikomori non è depressione


Secondo molti l'isolamento degli hikikomori sarebbe solamente la conseguenza di uno stato depressivo. Abbiamo già discusso in questo post del perché si tratta di una falsa credenza, nonché di una banale semplificazione. Innanzitutto, come stabilito anche dal Ministero della Salute Giapponese nel 2013, l'hikikomori NON è una malattia (al contrario della depressione). È stata infatti dimostrata l'esistenza di un "hikikomori primario",  ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo mentale preesistente.


L’hikikomori non è una fobia sociale


Così come l'isolamento dell'hikikomori non è causato dalla depressione, esso non nemmeno riconducibile semplicemente a un disturbo d'ansia, come, ad esempio, la fobia sociale o l'agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici).

È innegabile che dopo un lungo periodo di isolamento una persona possa sviluppare una dipendenza dal computer, possa sperimentare un calo dell'umore o avere paura di uscire di casa, ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa dell'hikikomori?  La risposta è "no".




Cos’è l’hikikomori?


L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate.


(questa definizione di Hikikomori è frutto esclusivamente dei miei studi e delle mie riflessioni sul fenomeno. Non è una definizione ufficiale. Non è stata tratta da studi scientifici, libri o riviste).


Più nel dettaglio...


Le pressioni di realizzazione sociale (es. "devi prendere bei voti", "devi trovarti un lavoro fisso", "devi trovarti un/a ragazzo/a", "devi essere simpatica/o, sportiva/o e attraente") sono ovviamente più forti nell’adolescenza e nei primi anni di vita adulta, quando vi sono molte aspettative sul futuro. Ragazzi e ragazze si trovano così a dover colmare virtualmente il gap che si viene a creare tra la realtà e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei.

Quando questo gap diventa troppo grande si sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento. A loro volta questi sentimenti negativi possono portare ad un atteggiamento di rifiuto verso quelle che sono le fonti di tali aspettative sociali. E siccome queste fonti sono rappresentate, come detto, dai genitori, dagli insegnanti, dai coetanei e, più in generale dalla società, il ragazzo tenderà spontaneamente ad allontanarsene. Da qui il rifiuto di parlare con i parenti, di andare a scuola, di mantenere relazioni d’amicizia e di intraprendere un qualsiasi tipo di carriera sociale. Da qui i sentimenti d’odio verso le sorgenti del proprio dolore.

Da qui la scelta del ritiro, dell’isolamento.


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