mercoledì 24 ottobre 2018

Hikikomori: la perdita di senso che conduce all'apatia





Cosa spinge un hikikomori a isolarsi? Abbiamo detto che la causa primaria va ricercata nella crescente competitività sociale e nella pressione di realizzazione personale, divenuta oggi talmente forte da spingere molti giovani a preferire la strada del ritiro pur di sottrarvisi.

Eppure non tutti diventano hikikomori. C'è chi in un contesto di questo tipo riesce ad adattarsi, reggendo la pressione e trovando il proprio equilibrio. C'è chi sviluppa problematiche completamente dissimili, o ancora, chi stringe i denti e va avanti, nonostante tutto. A cosa sono dovute tali differenze?



Losing You - LY



La perdita di senso


Ogni nostra azione, anche la più semplice, ha uno scopo e una motivazione che la sorregge. Se ci alziamo la mattina e andiamo a scuola o al lavoro, persino quando non abbiamo nessuna voglia, significa che esiste una forza che ci spinge a farlo: senso del dovere, desiderio di mantenere un determinato status sociale, paura di essere giudicati come falliti, e mille altri fattori.

Attenzione a non confondere la voglia con la motivazione. Se qualcuno mi puntasse un coltello alla gola intimandomi di consegnargli il portafoglio, io non avrei nessuna voglia di farlo, ma la paura del dolore mi renderebbe altamente motivato ad acconsentire alla richiesta.

Gli hikikomori sono spesso soggetti particolarmente critici, il che significa che faticano ad accettare a priori le cose e tendono costantemente a metterle in discussione. Provando malessere nel contesto sociale, arrivano a mettere in discussione anche la necessità di farne parte, sperimentando di conseguenza una forte perdita di motivazione in tal senso.



Dall'apatia alla depressione


Dunque, il malessere, unito allo spirito critico, portano a mettere in discussione i dogmi sociali che guidano determinate azioni, le quali appariranno di conseguenza prive di senso poiché ci si renderà conto di non avere un reale interesse intrinseco nel perseguirle, ma piuttosto di essere motivati dalla paura di deludere le aspettative altrui. 

Da questa prospettiva, la scelta del ritiro di un hikikomori potrebbe essere interpretata come la volontà di sperimentare una strada alternativa, non più vissuta come frutto di un volere superiore, ma al contrario, una strada socialmente osteggiata. Una sorta di ribellione, non dettata solamente dalla paura del confronto sociale, ma con alla base una forte componente razionale e motivazionale.

Attenzione, il fatto che l'isolamento di un hikikomori possa essere interpretato come una scelta conscia, non significa che non sia guidata da un forte malessere. Se la maggior parte di loro arriva anche ad abbandonare la scuola, nonostante siano cresciuti, come tutti noi, con il dogma sociale che vuole lo studio come un aspetto sacro e irrinunciabile della vita, non lo fanno certo a cuor leggero.

Inutile dire che l'isolamento, ovvero la soluzione sperimentata per porre rimedio al proprio disagio sociale, finisce sempre per rivelarsi una strada fallimentare, e passa dall'essere vissuto come una scelta consapevole, al diventare una trappola da cui poi non si è più in grado di uscire.

Quando la motivazione che porta all'isolamento smette di apparire come un'alternativa valida, è probabile che sopraggiunga l'apatia, ovvero una forte carenza motivazionale generalizzata, la quale, a sua volta, rischia di sfociare in una vera e propria depressione, patologia che include la componente apatica, ma alla quale si sommano altre problematiche, soprattutto legate all'ansia e all'abbassamento del tono dell'umore.



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Conclusioni


L'hikikomori non è solo una fuga, non è solo paura dell'altro. Dietro esso si cela un vuoto motivazionale, una perdita di senso che sembra riguardare in modo trasversale soprattutto le nuove generazioni. La forte pressione sociale spingerebbe i soggetti più fragili, introspettivi e critici a mettere in discussione la propria permanenza nella società.

Il modo migliore per aiutare un hikikomori è allora supportarlo nella sua ricerca del senso. Ciò che spesso sembra mancare in loro è proprio uno scopo che sia in grado di conferire significato alle azioni e all'esistenza stessa, riaccendendo la volontà di confrontarsi con le sfide sociali.

In un'ottica preventiva, l'obiettivo comune, in particolare della scuola e della famiglia, dev'essere quello di alimentare le loro passioni e i loro talenti, e non sopprimerli sull'altare della standardizzazione, o peggio, castrarli poiché diversi da quelle che sono le nostre aspettative su di loro.


Leggi anche:
Hikikomori e depressione esistenziale: riflessione sui possibili legami



4 commenti:

  1. io ho 63 anni e da sempre sono in una crisi esistenziale....
    io ho sempre vissuto da hikikomori...ma tra la folla....

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    1. mi piacerebbe conoscere la tua storia :63 anni sempre così?

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  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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