venerdì 31 maggio 2013

Nel mondo di un hikikomori






In questo post voglio cercare di entrare nel mondo di un hikikomori partendo da un video. Il filmato in questione riguarda uno degli anime più famosi e apprezzati degli ultimi anni: Welcome to the NHK (titolo originale: “NHK ni Youkoso!”). Uno dei motivi del suo successo è sicuramente da attribuire al tema trattato, ovvero quello degli hikikomori.

Perché ho scelto questo video? Per due motivi:

- il primo: gli anime e i manga veicolano moltissimo della cultura Giapponese, dai modi di comunicare al cibo, dai costumi ai miti. Insomma, quando guardi un anime apprendi molte cose sul modo di vivere Nipponico;

- il secondo: offre diversi spunti di riflessione. Questi sette minuti di video mi danno la possibilità di toccare diverse tematiche, “estraendole” direttamente dalla bocca di un hikikomori.  


video


1. La stanza

                
La prima cosa che colpisce è l’ambientazione, la stanza. C’è molto disordine (lattine vuote, panni stesi, riviste, ecc.) e scarsa illuminazione. Questa è la rappresentazione tipica del luogo in cui vive un hikikomori. Alcune ricerche parlano di ragazzi malnutriti, che si cibano solo di prodotti confezionati, come quelli acquistabili nei kombini (i caratteristici negozi Giapponesi aperti 24 ore su 24) e che oscurano le finestre della stanza con del nastro adesivo nero, oppure con dei fogli di giornale, per non permettere alla luce del sole di penetrare.

Una conseguenza di questa perenne oscurità può essere l’inversione del ritmo circadiano, della notte con il giorno. Infatti, le prime parole del protagonista dell’anime, Tatsuhiro Satō, sono: “Ultimamente la mia testa ha qualcosa che non va… sarà perché dormo sedici ore al giorno”


2. "Posso uscire, ma non voglio"


Un altro momento del video degno di nota inizia al minuto 1.17 (circa), quando Saito guarda la porta e ragiona su quanto sarebbe facile uscire per andare fino all’appartamento accanto e bussare. Gli hikikomori, infatti, spesso credono di essere in grado di uscire quando lo desiderano, raccontandosi delle bugie del tipo “posso, ma non voglio” (vedi la storia di Jun). Questa sembra una dinamica di pensiero frequente negli hikikomori, ma non mi sento di generalizzarla. 


3. La paura di essere giudicati


Il filmato continua con una fantasia del protagonista, che immagina come la gente lo guarderebbe se uscisse dalla sua stanza. Si vedono delle persone che ridono alle sue spalle, che lo scherniscono e lo offendono. Qui entra in gioco anche il tema complesso della timidezza (che in giapponese si esprime con la stessa parola di “vergogna”). La paura di essere giudicati dagli altri può essere un motivo valido per iniziare o continuare il ritiro.


4. Il periodo più difficile


Andiamo avanti. “L’estate del primo anno di università…”, questo è il periodo in cui inizia l’isolamento di Saito. Come già detto nei post precedenti, la fase che separa la fine delle scuole superiori e l'inizio dell'università è particolarmente critica (ne ho parlato approfonditamente qui). Molte cose cambiano e la paura di ciò che si dovrà affrontare spesso è troppo forte. Anche questo è un elemento che accomuna tanti hikikomori.

Vi è poi un lungo momento di silenzio, scandito dal frinire delle cicale, in cui domina l'inattività e l’apatia del protagonista; elementi che inevitabilmente caratterizzano la vita di un recluso.


5. Deresponsabilizzazione e sfiducia nella società


Poi arriviamo al tema del “complotto” (quello che lui identifica nella “Nihon Hikikomori Kyokai”, traducibile come “Associazione Giapponese Hikikomori”). A dire il vero, nell’anime questo concetto è un po’ “romanzato” (giustamente) e forse si potrebbe dire che è un qualcosa che riguarda più specificatamente Saito piuttosto che tutti gli hikikomori, ma almeno due cose interessanti ce le dice. Mostra una tendenza ad attribuire le cause della propria condizione a fattori esterni (“non è colpa mia se sono recluso, è colpa dei complotti contro di me”) e palesa una certa sfiducia nei confronti della società.


6. Differenza tra Hikikomori, Otaku e NEET


Infine, questo video offre anche lo spunto per trattare un’importante distinzione, quella tra hikikomori, otaku e NEET. Probabilmente quasi tutti hanno già sentito parlare di queste ultime due classificazioni. In breve...


  • otaku è un termine giapponese che si riferisce a soggetti ossessivamente interessati a qualcosa (in particolare attinente al mondo dei manga);
  • NEET (Not in Education, Employment or Training) è un termine inglese che si riferisce a quelle persone che non studiano, non lavorano e non sono interessate a farlo.


Le tre categorie sono sicuramente in relazione tra loro, ma non per questo uguali. Infatti, mentre tutti gli hikikomori sono NEET (ovvero non studiano e non lavorano), non tutti i NEET sono hikikomori. La maggior parte mantiene delle relazioni sociali, esce con gli amici, si fidanza, ecc. Per quanto riguarda gli otaku, è vero che esserlo può favorire il passaggio verso l’hikikomori (come viene esplicitamente detto nel video), ma ciò non è affatto obbligatorio o scontato.

A conclusione del post, mi sento di consigliarvi la visione di questo anime. Se siete stati piacevolmente colpiti dai suoi primi minuti e se siete interessati ad approfondire il fenomeno degli hikikomori da un punto di vista più “leggero” (ma non per questo meno importante), non potete perdervelo.  


sabato 25 maggio 2013

L'hikikomori non è una malattia: lo dice anche il Governo giapponese.




Con questo post voglio contribuire a fare chiarezza su un tema molto delicato, che spesso genera contrasto e confusione anche tra gli stessi addetti ai lavori: l’hikikomori è una malattia?




Secondo l’opinione pubblica e i mass media, la risposta è semplice: "sì". Questo perché è inconcepibile che un ragazzo sano di mente decida volontariamente di isolarsi dal resto della società. Tuttavia, il Ministero della Salute Giapponese, in uno studio del 2003, afferma con chiarezza che l’hikikomori NON deve essere considerato una patologia. Tale affermazione, tuttavia, non ha dissuaso molti medici dal continuare a trattare i ragazzi che si trovano in questa condizione come malati, confondendo i sintomi dell'hikikomori con quelli di altri disturbi, come la schizofrenia, attuando  di conseguenza trattamenti farmacologici e terapeutici completamente sbagliati, con esiti disastrosi.

Su questo tema, in un'intervista, Tamaki Saito (lo psichiatra che per primo ha coniato il termine "hikikomori") dice:


"Non si tratta di un disturbo psicotico o di schizofrenia [...] Se si ha a che fare con un paziente schizofrenico, c'è un'effettiva incapacità comunicativa. Magari non si riescono a capire i suoi discorsi o le parole, e può essere che senta delle voci o abbia delle allucinazioni; i suoi processi cognitivi sono rovinati. Se invece si ha a che fare con degli hikikomori, non si riscontrano mai tali sintomi. Si tratta di persone molto intelligenti che quando si rilassano sono assai comunicative e razionali. E' questa la differenza principale."


Se è vero che l’hikikomori non è una malattia, è altrettanto vero che un prolungato stato di isolamento può portare a sviluppare una determinata gamma di disturbi psichici. Dunque, l’hikikomori non è una malattia, ma può generare malattia. Questo è un aspetto che merita di essere sottolineato.

Un altro errore molto comune è quello di considerare l’hikikomori soltanto come un modo diverso per chiamare una patologia già esistente. Alcuni, infatti, sostengono che si tratti banalmente di una forma di depressione o, più in generale, di un disturbo di natura ansiosa. Eppure, in una ricerca del 2008 è stata dimostrata l’esistenza di un “hikikomori primario”, ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo mentale preesistente.


Ma se l'hikikomori non è una malattia, allora cos'è? 


Personalmente ho definito l'hikikomori come "un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle moderne società individualistiche" (clicca qui per approfondire).

Dunque, quando parliamo di hikikomori ci riferiamo ad un soggetto sano che decide volontariamente e in modo consapevole di vivere in uno stato di isolamento. Con questo non si vuole sostenere che tale scelta non rappresenti una situazione di disagio o di malessere per il ragazzo, ma semplicemente che la condizione non è determinata da forze esterne o da altre patologie preesistenti.



domenica 19 maggio 2013

L'hikikomori in Italia




Sostenere che l’hikikomori esista solo in Giappone è un’affermazione che ormai lascia perplessi. Sono diversi i casi riscontrati in tantissimi paesi del mondo, principalmente in Australia, Bangladesh, India, Iran, Corea, Taiwan, USA e Thailandia. Ma sono stati documentati casi di hikikomori anche in Europa, come in Spagna, nei paesi nordici, senza dimenticarci dell’Italia.

Ed è proprio sull’Italia che si concentrerà l’analisi di questo post, tralasciando per un momento gli altri paesi citati.




Voglio partire da una domanda posta da Claudia Pierdominici a Tamaki Saito, lo psichiatra che nel 1998 coniò il termine “hikikomori” (qui l'intervista completa).

"[...] facendo un confronto tra Italia e Giappone possiamo notare che le cause del disagio giovanile sono le stesse (bullismo nelle scuole, mancanza di interessi o di modelli in famiglia, ecc.). Tuttavia in Italia non esiste un fenomeno simile all'hikikomori. Un giovane in Italia, piuttosto che chiudersi nella propria stanza, è più facile che reagisca al suo disagio sociale finendo nella microcriminalità, drogandosi o avendo disturbi alimentari quali l'anoressia e la bulimia. I giapponesi, che vivono in una società più attenta al gruppo e all'armonia, invece di agire in modo concreto, sembrano preferire il silenzio. Lei cosa ne pensa?

[RISPOSTA] Queste diversità sono interessanti. Anche in Giappone ci sono molti casi di anoressia e bulimia nervose, ma non al livello dell'Italia. [...] Nei paesi in cui la famiglia ha una grande importanza ci sono più hikikomori. In Giappone è così, e lo stesso in Corea. La pietà filiale. Forse anche in Sicilia, nella parte meridionale dell'Italia, ce ne sono. No?"


Sia la domanda che la risposta aprono numerosi spunti di riflessione. Innanzitutto l’hikikomori viene presentato come una modalità di espressione di un disagio che può variare da cultura a cultura, ma che potenzialmente può riguardare i giovani di tutto il mondo. Viene poi sottolineato il ruolo fondamentale che gioca la famiglia, la “pietà filiale”. Tuttavia, quest’ultima è molto forte anche in Cina, dove l’hikikomori sembra essere (almeno su grande scala) assente. Allora possiamo aggiungere un fattore a quello della pietà filiale per giustificare la presenza dell’hikikomori: il benessere economico. Il grande attaccamento alla famiglia e la disponibilità di mezzi economici (che permettono al ragazzo di essere mantenuto senza lavorare) sono due fattori che quando sussistono assieme possono favorire l’isolamento.


Torniamo all’Italia...



Dopo aver letto il quesito posto da Saito (“Forse anche in Sicilia, nella parte meridionale dell'Italia, ce ne sono. No?") mi sono informato a riguardo e ho scoperto alcuni testi che documentavano casi di ragazzi con caratteristiche sovrapponibili a quelle degli hikikomori in Italia, a Napoli, in particolare nel Distretto di Marano ("Hikikomori e adolescenza. Fenomenologia dell'autoreclusione")


I ricercatori parlano di ragazzi che si chiudono nella propria stanza, rifiutando di recarsi a scuola o di frequentare gli amici. Tra le cause sembrano esserci le difficoltà scolastiche e l’aver subito atti di bullismo. I genitori aspettano molto tempo prima di rivolgersi ad uno specialista, ritenendo che sia meglio lasciare al ragazzo un’ampia autonomia. Si sviluppa così un forte legame di dipendenza tra il figlio e la madre, mentre il padre rimane una figura assente.

Tutte le cause e le dinamiche sopra elencate sembrano essere molto simili a quelle che riguardano gli hikikomori giapponesi. Non bisogna però commettere l’errore banale di considerarli identici. Infatti, a mio parare, i ragazzi del Sol Levante manterranno sempre delle caratteristiche distintive, in quanto la loro cultura, come detto più volte, è estremamente diversa dalle altre. Esistono degli aspetti tipici della società giapponese che favoriscono il manifestarsi dell’hikkomori molto più che negli altri paesi del mondo. Ciò, tuttavia, non significa che questa sindrome sia destinata a rimanere per sempre confinata all’interno dei confini giapponesi. Al contrario, essa si manifesta e si manifesterà con caratteristiche e modalità del tutto nuove e specifiche a seconda della cultura, senza mai, però, perdere gli elementi chiave che la distinguono e la definiscono come una sindrome del tutto nuova.


venerdì 10 maggio 2013

New Start: l'associazione giapponese che aiuta gli hikikomori




La New Start è un'organizzazione no profit fondata dai coniugi Futagami con sede a Tokyo. Il suo scopo è quello di aiutare giovani con difficoltà di comunicazione e di integrazione nella società.




Ma prima di parlare della New Start è importante capire meglio quale sia la considerazione dell'hikikomori in Giappone.


Che ostacoli incontrano gli hikikomori quando cercano aiuto?



  1. l'hikikomori per la sanità Giapponese semplicemente non esiste. Questo comporta una serie di problemi, tra cui il fatto che molti pazienti affetti da questa sindrome vengono trattati come schizofrenici, con conseguenze spesso devastanti.
  2. Il secondo ostacolo sta nella famiglia. Spesso i genitori aspettano molto, troppo, tempo prima di chiedere aiuto ad un medico. Questo per diversi motivi, tra cui l'imbarazzo di avere un figlio "strano", diverso da quello che la società pretende.
  3. l'ultimo fattore che impedisce un rapido ed efficace intervento è spesso rappresentato dall'hikikomori stesso. Infatti, gran parte di questi, rifiutando qualsiasi contatto con il mondo esterno, non vogliono nemmeno avere a che fare con medici, psicologi, o chiunque si proponga di prestargli aiuto.

Il caso di Nagoya


Questa resistenza ha portato anche ad avvenimenti tragici, come "il caso di Nagoya". I fatti raccontano di un giovane hikikomori costretto con la forza in un centro di recupero, legato a una colonna con delle catene e lasciato così per quattro giorni. E' stato trovato morto con delle forti lesioni su tutto il corpo. Nella stanza con lui altre decine di ragazzi hikikomori giacevano in pessime condizioni, imprigionati, con tutte le porte chiuse dall'esterno, costretti alla vita di gruppo.
Dopo l'arresto il responsabile del centro giustificò le catene come mezzo necessario affinché i ragazzi non provocassero problemi ai genitori.

Questo fatto sconvolgente ci fa capire ancora una volta come non ci siano delle scorciatoie per uscire dall'isolamento. Ciò, infatti, deve essere un processo lento e graduale, operato con pazienza e gentilezza, piuttosto che con fretta e forza.


La New Start


L'inesistenza di un piano sanitario nazionale per il trattamento degli hikikomori comporta il proliferare di cliniche private e organizzazioni no profit, tra cui la New Start.

Essenzialmente la New Start cerca di "convincere" i ragazzi hikikomori a lasciare la propria stanza per recarsi nei centri da loro gestiti per un graduale reinserimento nella società. Il metodo più utilizzato in questo senso è quello delle rental sisters (sorelle in prestito). Si tratta di ragazze volontarie che si presentano a casa del ragazzo e incominciano a stabilire un primo contatto attraverso la porta chiusa. Parlano, talvolta anche solamente tramite un cellulare, oppure con delle lettere passate sotto la porta. L'obiettivo è quello di stabilire un grado di comunicazione e di fiducia sempre maggiore, fino al convincimento del ragazzo. Tuttavia, prima che l'hikikomori decida di aprire la porta possono essere necessarie numerose visite, in alcuni casi anche anni.

Purtroppo però, non sempre i buoni propositi bastano. Circa il 30% dei ragazzi avvicinati dalle rental sisters decide de non lasciare la propria stanza, mentre un 10% inizia il programma di recupero salvo poi far ritorno alla vita da hikikomori.

Questi dati suggeriscono la necessità di una formazione adeguata per poter fornire un aiuto stabile e duraturo. Ciononostante, è anche grazie alle organizzazioni di volontariato come la New Start che il ragazzo hikikomori può mantenere vive la speranze in un futuro lontano dalla propria prigione.

Se vuoi saperne di più sulla New Start leggi le interviste di due ex volontarie italiane:

All'interno della New Start (Parte 1)

All'interno della New Start (Parte 2)