lunedì 5 marzo 2018

I falsi miti sull'hikikomori: basta chiamarli "eremiti" o "asociali"



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L'hikikomori è un fenomeno ancora pressoché sconosciuto in Italia, nonostante i ragazzi e le ragazze che vivono questo disagio sociale siano numerosissimi, potenzialmente centinaia di migliaia.

Fortunatamente, anche grazie al lavoro della nostra associazione, ultimamente qualcosa sta cambiando. Sono sempre di più i media che ne parlano e l'interesse, anche a livello istituzionale, è in forte crescita.

Il lato negativo della medaglia è che non tutti ne parlano in modo corretto, contribuendo ad alimentare i numerosi falsi miti esistenti attorno a questo fenomeno sociale.


Losing You - LY



Per farvi esempio, solo un anno fa erano molti gli articoli che confondevano il fenomeno degli hikikomori con la dipendenza da internet, generando confusione tra i lettori e rischiando di trasfigurare e snaturare il significato stesso del termine "hikikomori", trasformandolo in un mero sinonimo. Attraverso questo blog mi sono battuto per evitare che ciò accadesse e sono felice, oggi, di osservare tale accostamento con una frequenza sensibilmente inferiore.

Alcuni stereotipi sull'hikikomori sono il frutto di banalizzazioni popolari, dovuti alla scarsa informazione o alla pigrizia mentale, altri, invece, sono più sottili e vengono veicolati soprattutto dai media, bramosi di etichettare con terminologie già conosciute un fenomeno che invece presenta caratteristiche peculiari e del tutto nuove.


"Sono dei viziati"


Si tratta dello stereotipo per eccellenza, quello che vorrebbe gli hikikomori come dei fannulloni che approfittano della permissività dei propri genitori per sfuggire dalle fatiche scolastiche o lavorative.

Questa credenza è stata recentemente fomentata da alcuni servizi realizzati sul fenomeno, come, ad esempio, quello di Fanpage.it (lo trovate qui).

Nel documentario vengono intervistati due ragazzi potenzialmente riconducibili al fenomeno degli hikikomori (non abbiamo abbastanza informazioni per concluderlo con certezza), diversi per età, sesso, contesto sociale e familiare.

Sono state due, in particolare, le dichiarazioni controverse che hanno provocato sui social network (soprattutto su Facebook) migliaia di commenti rabbiosi e indignati:


"I miei genitori non mi dicono niente [...]"

"[...] al momento non ho il desiderio di lavorare".


Due frasi estrapolate dal contesto, che non sono state in nessun modo contestualizzate nella storia e nella sofferenza vissuta dai due ragazzi e che non possono essere strumentalizzate e generalizzate a rappresentanza di un fenomeno complesso ed eterogeneo come è quello degli hikikomori.

Grazie a "Hikikomori Italia" ho la fortuna di avere un osservatorio privilegiato. In questi cinque anni sono entrato in contatto, direttamente o indirettamente, con centinaia di storie di ragazzi isolati, ascoltando sia il loro punto di vista, che quello dei loro genitori. In questo modo ho potuto raccogliere moltissime informazioni, facendo un distinguo tra quelli che sono elementi ricorsivi, e quelli che invece rappresentano caratteristiche personali non generalizzabili.

L'isolamento degli hikikomori non è mai finalizzato ad evitare la fatica, ma è piuttosto un modo per fuggire dalle forti pressioni di realizzazione che provocano in loro un'estrema sofferenza quotidiana ogniqualvolta si trovano a doversi confrontare con un qualsiasi contesto sociale (dalla scuola, al gruppo di coetanei, fino ai genitori e parenti. Ne ho parlato più approfonditamente in questo video).

Allo stesso modo, non esiste nessuna correlazione tra un atteggiamento genitoriale permissivo e la tendenza all'isolamento sociale. Si tratta di una credenza che, al momento, non trova fondamento scientifico.


"Sono i nuovi eremiti"


Questa è un'espressione che sento usare spesso, soprattutto dai media, ma si tratta ancora una volta di un accostamento improprio e forzato. Gli eremiti sono, cito testualmente dal vocabolario Treccani, "coloro che, specialmente per motivi religiosi, si appartano dal mondo [...] non solo spiritualmente, ma anche materialmente [...]"

Ci sono, dunque, almeno due enormi differenze tra un eremita e un hikikomori:

  1. Gli hikikomori, pur isolandosi nella propria abitazione, rimangono in pieno contatto con il mondo esterno grazie a televisione e web: si informano sull'attualità, seguono le mode che riguardano, per esempio, i videogames o le serie TV, ascoltano la musica del momento. Insomma, mentalmente non vi è nessun distacco con la società, fatta eccezione per i casi più gravi (quelli nel terzo stadio).
  2. Gli hikikomori non sono degli asceti. Pur isolandosi, non rinunciano agli agi della vita moderna.

L'unico punto di contatto tra l'isolamento di un eremita e quello di un hikikomori potrebbe essere, in alcuni casi, il movente spirituale (non religioso, attenzione). La scelta di ritirarsi come conseguenza, almeno in parte, di una particolare interpretazione della realtà, caratterizzata dal rifiuto della centralità del corpo, dalla messa in discussione dei dogmi sociali e dominata da sentimenti ostili nei confronti della società dell'immagine. In altre parole, quella che potremmo definire come una depressione esistenziale.



"Sono degli asociali"


Probabilmente questo è il falso mito più complesso da sfatare, ovvero quello che vorrebbe gli hikikomori come degli "asociali", persone sostanzialmente disinteressate alla componente sociale dell'esistenza. Eppure quella degli hikikomori non è asocialità, bensì una socialità diversa, che non ricorre all'esposizione del corpo, talvolta nemmeno dell'identità. Una nuova forma di socialità, indiretta, oggi consentita dalla diffusione delle tecnologie cosiddette virtuali.

Sto parlando, ovviamente, di chat, forum e social network. Le interazioni che originano da queste piattaforme digitali, pur non possedendo molte delle caratteristiche di una relazione diretta, rimangono comunque e a tutti gli effetti delle interazioni sociali. Dunque, affermare che gli hikikomori siano asociali è tecnicamente scorretto.

Inoltre, vi è un altro aspetto importante. Anche se un hikikomori sostiene, spesso per orgoglio, di poter fare a meno delle relazioni interpersonali, la realtà è che, essendo quello sociale un bisogno innato, esso non può essere facilmente soppresso (ricordiamoci che l'uomo è un "animale sociale" e parte della sua identità si plasma attraverso le relazioni).

Tale bisogno emerge spesso anche durante il colloquio clinico ed è confermato dall'abuso che i ragazzi isolati fanno, talvolta, del mezzo digitale, come, per esempio, la chat di Hikikomori Italia, la quale conta oltre 500 iscritti e decine di migliaia di messaggi postati ogni giorno. 


Conclusioni


Quelli citati sono solamente alcuni dei tanti falsi miti esistenti sull'hikikomori. L'unica arma che abbiamo per combatterli è l'informazione e non dobbiamo commettere l'errore di sottovalutarli. Il rischio, infatti, è che si diffondano a tal punto da generare uno stigma sociale nei confronti di chi si trova in questa condizione, nonché dei loro genitori, che sentiranno su di essi tutto il peso della condizione del figlio, colpevolizzandosi oltremodo ed evitando di chiedere aiuto per paura di essere giudicati negativamente.

Questi e altri falsi miti sono raccolti nell'opuscolo informativo, il cui ricavato verrà interamente utilizzato per sostenere il nostro progetto di sensibilizzazione.


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