martedì 3 aprile 2018

L'hikikomori è un disturbo giovanile? Sbagliato!



ITA | ENG

La stragrande maggioranza degli hikikomori italiani sembra avere un'età compresa tra i 14 e i 25 anni, con una particolare concentrazione intorno ai 17. Un dato che ha trovato conferma anche nell'ultimo sondaggio condotto nel nostro gruppo dedicato ai genitori, il quale conta ormai quasi 900 iscritti.

Partendo da questa evidenza, verrebbe spontaneo sostenere che l'hikikomori sia un fenomeno che riguarda specificatamente i giovani, eppure si tratterebbe di un errore.



Losing You - LY


La prima generazione di hikikomori


L'età media degli hikikomori italiani è molto bassa semplicemente perché si tratta della prima generazione. In Giappone, dove il fenomeno è scoppiato ben prima che da noi, intorno agli anni 80', l'età media dei reclusi sociali è notevolmente più alta e c'è un grande numero di isolati over 40, nell'ordine delle centinaia di migliaia.

Il problema degli hikikomori adulti è talmente grave nel Paese del Sol Levante, che il governo è stato costretto a garantire a molti di loro una pensione minima che gli permettesse di sopravvivere anche dopo la morte dei genitori. Sono in contatto personalmente con uno di questi casi, il quale mi ha confermato tutto ciò.

Anche in Italia l'età media dei ritirati sociali è destinata a aumentare costantemente nei prossimi anni, soprattutto se il problema continuerà a essere ignorato e non ci saranno cambiamenti considerevoli da un punto di vista governativo e sociale.



L'hikikomori può riguardare tutti


Sostenere, dunque, che l'hikikomori sia una problematica giovanile è scorretto e rischia di rivelarsi una concezione fuorviante rispetto a quello che dovrebbe essere il giusto approccio alla questione.

Resta però il fatto che l'hikikomori sembra manifestarsi, nella maggior parte dei casi, tra i 14 e 18 anni. Cosa accade in questo periodo della nostra vita?

Entrano in gioco almeno due fattori potenzialmente in grado di favorirlo:


1. Fragilità psicologica e mancanza di resilienza


La pulsione all'isolamento sociale (ovvero l'hikikomori) sfocia in un'isolamento effettivo solamente quando il soggetto che la esperisce non ha gli strumenti adeguati per elaborarla, razionalizzarla e contrastarla. Da questo punto di vista, sappiamo bene come l'adolescenza sia una fase evolutiva particolarmente delicata, caratterizzata da una grande instabilità e fragilità psicologica.

A questo è possibile aggiungere ulteriori fattori di rischio, come, ad esempio, un carattere timido e introverso che rende complesso instaurare relazioni soddisfacenti con i coetanei, instabilità famigliari (caratterizzate, per esempio, da un divorzio o da uno squilibrio tra le figure genitoriali), oppure, dal fatto di essere figlio unico e di sentire proiettate su di sé maggiori aspettative di realizzazione sociale.

Detto questo, è importante ribadire che l'hikikomori può insorgere in qualunque momento della vita, soprattutto in concomitanza di eventi e circostanze che possono, direttamente o indirettamente, favorire una condizione di isolamento sociale, come, ad esempio, un percorso universitario insoddisfacente, oppure la perdita del lavoro, così come la difficoltà di trovare un'occupazione stabile e gratificante.

In generale, ciò che sembra mancare agli hikikomori è la cosiddetta "resilienza", ovvero la capacità di far fronte a eventi potenzialmente traumatici o sfidanti, rielaborandoli positivamente.


2. Depressione esistenziale


L'hikikomori non è come un virus, per cui una volta smaltito il corpo ritorna a essere sano, ma rappresenta una condizione dell'individuo legata inscindibilmente al suo modo di interpretare la vita. È la manifestazione concreta di una difficoltà adattiva, non solo a livello sociale, ma spesso anche esistenziale. La sofferenza, il disagio, la demotivazione e l'apatia che affliggono un hikikomori originano da una valutazione fortemente negativa del modello di vita contemporaneo e da una perdita di senso rispetto al perseguimento di tutti quegli obiettivi sociali considerati come necessari e obbligati.

Non è un caso, infatti, che l'età di insorgenza dell'hikikomori sia spesso correlata con il grado di maturità introspettiva del ragazzo, il quale potrebbe percepire questo profondo disagio già in tenera età, senza tuttavia riuscire a elaborarlo consciamente. Esistono casi particolarmente prematuri di hikikomori che possono manifestarsi anche intorno ai 10 anni di vita.

Capite bene, allora, che un conflitto interiore come quello descritto sia difficile da razionalizzare e superare, soprattutto in un periodo di tempo ridotto. È pertanto necessario un percorso interiore dalla durata impronosticabile, lungo qualche mese o potenzialmente tutta la vita, nel quale si alterneranno fasi di apertura e profonde ricadute.





Come si aiuta un hikikomori adulto?


Questo articolo è nato su richiesta di alcuni genitori dell'associazione, particolarmente turbati dal fatto di avere un figlio tra i 25 e i 35 anni, o anche oltre, completamente inattivo da un punto di vista scolastico, lavorativo e sociale (attenzione, parliamo sempre di socialità diretta, non virtuale).

La loro paura nasce soprattutto dal fatto che le tipologie di intervento di cui oggi si parla maggiormente mirano principalmente al reinserimento scolastico. Anche la nostra associazione lavora molto per sensibilizzare le scuole, ma lo facciamo soprattutto in un'ottica preventiva, non perché crediamo che gli hikikomori siano solo adolescenti.

La domanda più ricorrente è: come si aiuta un ragazzo isolato da diversi anni, ormai non più in età scolare e senza nessuna esperienza lavorativa?

Ovviamente non esiste una risposta definitiva a questa domanda, ma ci tengo a fare alcune considerazioni in merito.

Personalmente ritengo non ci siano molte differenze, da un punto di vista dell'approccio di intervento, tra un hikikomori adolescente e un hikikomori adulto. In entrambi i casi l'obiettivo rimane quello di modificare la loro immagine negativa del mondo sociale e aiutarli a rielaborare le loro paure. In particolare "la paura del tempo perso", che spesso attanaglia quegli hikikomori divenuti consapevoli dell'impossibilità di trascinare per sempre l'isolamento e desiderosi di riprendere una strada sociale. La durata effettiva del tempo che si ritiene di aver perso è irrilevante, potrebbe essere un mese, così come 10 anni. Tutto dipende da come viene interpretato.

"La paura del tempo perso" non è altro che un inganno mentale, responsabile della fallace convinzione che sia impossibile riprendere in mano la propria vita, a qualunque età.

La vera differenza tra un hikikomori adolescente e uno adulto è che il primo avrà probabilmente una visione negativa della socialità recente e quindi più facilmente modificabile. Dall'altro lato, invece, l'hikikomori adulto ha rimuginato in solitaria per anni sulla sua concezione dell'esistenza, cristallizzatasi per l'assenza di prospettive alternative dovute all'isolamento, e quindi maggiormente interiorizzata e più difficilmente sradicabile. Ed è per questo che è fondamentale intervenire prima che l'isolamento si cronicizzi, a prescindere dall'età in cui l'hikikomori si manifesta.



L'hikikomori NON va curato, ma supportato


Quando una persona comincia a manifestare i primi campanelli d'allarme dell'hikikomori, come ci si deve comportare? Come si aiuta un hikikomori a non sprofondare nel baratro della solitudine?

Anche questa domanda è certamente complessa. Il mio primo consiglio è sempre quello di mantenere la calma e non generare su di lui ulteriore pressione. Prima di spronarlo a ritornare immediatamente a scuola, al lavoro o alla vita sociale in generale, è necessario capire quale tipo di disagio sta vivendo e cercare di abbassare le aspettative di realizzazione sociale che egli percepisce provenire dai genitori, dai coetanei, dalla scuola e dalla società nel suo complesso.

Io non credo che l'hikikomori possa essere "curato", semplicemente perché non ha nessuna malattia, ma può certamente essere supportato in quella che è una fase particolarmente complessa della sua esistenza. Bisogna porsi nei suoi confronti non con un atteggiamento di aiuto attivo o, ancora peggio, invadente, ma comportarsi come un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta: non lo tiene per tutto il tragitto, ma allo stesso tempo non lo abbandona completamente perché sa che da solo rischia di cadere e farsi male. Gli sta accanto e interviene solo quando lo vede in reale difficoltà, senza farglielo pesare e senza quasi farsi notare.




Leggi anche:




lunedì 5 marzo 2018

I falsi miti sull'hikikomori: basta chiamarli "eremiti" o "asociali"



ITA | ENG

L'hikikomori è un fenomeno ancora pressoché sconosciuto in Italia, nonostante i ragazzi e le ragazze che vivono questo disagio sociale siano numerosissimi, potenzialmente centinaia di migliaia.

Fortunatamente, anche grazie al lavoro della nostra associazione, ultimamente qualcosa sta cambiando. Sono sempre di più i media che ne parlano e l'interesse, anche a livello istituzionale, è in forte crescita.

Il lato negativo della medaglia è che non tutti ne parlano in modo corretto, contribuendo ad alimentare i numerosi falsi miti esistenti attorno a questo fenomeno sociale.


Losing You - LY



Per farvi esempio, solo un anno fa erano molti gli articoli che confondevano il fenomeno degli hikikomori con la dipendenza da internet, generando confusione tra i lettori e rischiando di trasfigurare e snaturare il significato stesso del termine "hikikomori", trasformandolo in un mero sinonimo. Attraverso questo blog mi sono battuto per evitare che ciò accadesse e sono felice, oggi, di osservare tale accostamento con una frequenza sensibilmente inferiore.

Alcuni stereotipi sull'hikikomori sono il frutto di banalizzazioni popolari, dovuti alla scarsa informazione o alla pigrizia mentale, altri, invece, sono più sottili e vengono veicolati soprattutto dai media, bramosi di etichettare con terminologie già conosciute un fenomeno che invece presenta caratteristiche peculiari e del tutto nuove.


"Sono dei viziati"


Si tratta dello stereotipo per eccellenza, quello che vorrebbe gli hikikomori come dei fannulloni che approfittano della permissività dei propri genitori per sfuggire dalle fatiche scolastiche o lavorative.

Questa credenza è stata recentemente fomentata da alcuni servizi realizzati sul fenomeno, come, ad esempio, quello di Fanpage.it (lo trovate qui).

Nel documentario vengono intervistati due ragazzi potenzialmente riconducibili al fenomeno degli hikikomori (non abbiamo abbastanza informazioni per concluderlo con certezza), diversi per età, sesso, contesto sociale e familiare.

Sono state due, in particolare, le dichiarazioni controverse che hanno provocato sui social network (soprattutto su Facebook) migliaia di commenti rabbiosi e indignati:


"I miei genitori non mi dicono niente [...]"

"[...] al momento non ho il desiderio di lavorare".


Due frasi estrapolate dal contesto, che non sono state in nessun modo contestualizzate nella storia e nella sofferenza vissuta dai due ragazzi e che non possono essere strumentalizzate e generalizzate a rappresentanza di un fenomeno complesso ed eterogeneo come è quello degli hikikomori.

Grazie a "Hikikomori Italia" ho la fortuna di avere un osservatorio privilegiato. In questi cinque anni sono entrato in contatto, direttamente o indirettamente, con centinaia di storie di ragazzi isolati, ascoltando sia il loro punto di vista, che quello dei loro genitori. In questo modo ho potuto raccogliere moltissime informazioni, facendo un distinguo tra quelli che sono elementi ricorsivi, e quelli che invece rappresentano caratteristiche personali non generalizzabili.

L'isolamento degli hikikomori non è mai finalizzato ad evitare la fatica, ma è piuttosto un modo per fuggire dalle forti pressioni di realizzazione che provocano in loro un'estrema sofferenza quotidiana ogniqualvolta si trovano a doversi confrontare con un qualsiasi contesto sociale (dalla scuola, al gruppo di coetanei, fino ai genitori e parenti. Ne ho parlato più approfonditamente in questo video).

Allo stesso modo, non esiste nessuna correlazione tra un atteggiamento genitoriale permissivo e la tendenza all'isolamento sociale. Si tratta di una credenza che, al momento, non trova fondamento scientifico.


"Sono i nuovi eremiti"


Questa è un'espressione che sento usare spesso, soprattutto dai media, ma si tratta ancora una volta di un accostamento improprio e forzato. Gli eremiti sono, cito testualmente dal vocabolario Treccani, "coloro che, specialmente per motivi religiosi, si appartano dal mondo [...] non solo spiritualmente, ma anche materialmente [...]"

Ci sono, dunque, almeno due enormi differenze tra un eremita e un hikikomori:

  1. Gli hikikomori, pur isolandosi nella propria abitazione, rimangono in pieno contatto con il mondo esterno grazie a televisione e web: si informano sull'attualità, seguono le mode che riguardano, per esempio, i videogames o le serie TV, ascoltano la musica del momento. Insomma, mentalmente non vi è nessun distacco con la società, fatta eccezione per i casi più gravi (quelli nel terzo stadio).
  2. Gli hikikomori non sono degli asceti. Pur isolandosi, non rinunciano agli agi della vita moderna.

L'unico punto di contatto tra l'isolamento di un eremita e quello di un hikikomori potrebbe essere, in alcuni casi, il movente spirituale (non religioso, attenzione). La scelta di ritirarsi come conseguenza, almeno in parte, di una particolare interpretazione della realtà, caratterizzata dal rifiuto della centralità del corpo, dalla messa in discussione dei dogmi sociali e dominata da sentimenti ostili nei confronti della società dell'immagine. In altre parole, quella che potremmo definire come una depressione esistenziale.



"Sono degli asociali"


Probabilmente questo è il falso mito più complesso da sfatare, ovvero quello che vorrebbe gli hikikomori come degli "asociali", persone sostanzialmente disinteressate alla componente sociale dell'esistenza. Eppure quella degli hikikomori non è asocialità, bensì una socialità diversa, che non ricorre all'esposizione del corpo, talvolta nemmeno dell'identità. Una nuova forma di socialità, indiretta, oggi consentita dalla diffusione delle tecnologie cosiddette virtuali.

Sto parlando, ovviamente, di chat, forum e social network. Le interazioni che originano da queste piattaforme digitali, pur non possedendo molte delle caratteristiche di una relazione diretta, rimangono comunque e a tutti gli effetti delle interazioni sociali. Dunque, affermare che gli hikikomori siano asociali è tecnicamente scorretto.

Inoltre, vi è un altro aspetto importante. Anche se un hikikomori sostiene, spesso per orgoglio, di poter fare a meno delle relazioni interpersonali, la realtà è che, essendo quello sociale un bisogno innato, esso non può essere facilmente soppresso (ricordiamoci che l'uomo è un "animale sociale" e parte della sua identità si plasma attraverso le relazioni).

Tale bisogno emerge spesso anche durante il colloquio clinico ed è confermato dall'abuso che i ragazzi isolati fanno, talvolta, del mezzo digitale, come, per esempio, la chat di Hikikomori Italia, la quale conta oltre 500 iscritti e decine di migliaia di messaggi postati ogni giorno. 


Conclusioni


Quelli citati sono solamente alcuni dei tanti falsi miti esistenti sull'hikikomori. L'unica arma che abbiamo per combatterli è l'informazione e non dobbiamo commettere l'errore di sottovalutarli. Il rischio, infatti, è che si diffondano a tal punto da generare uno stigma sociale nei confronti di chi si trova in questa condizione, nonché dei loro genitori, che sentiranno su di essi tutto il peso della condizione del figlio, colpevolizzandosi oltremodo ed evitando di chiedere aiuto per paura di essere giudicati negativamente.

Questi e altri falsi miti sono raccolti nell'opuscolo informativo, il cui ricavato verrà interamente utilizzato per sostenere il nostro progetto di sensibilizzazione.


Acquista opuscolo


Leggi anche:





lunedì 5 febbraio 2018

Hikikomori e abbandono scolastico: cosa può fare la scuola?



ITA | ENG

Quando ho chiesto ai ragazzi della chat di Hikikomori Italia: "Se poteste scegliere, cosa cambiereste in questa società?", molti di loro hanno risposto, immediatamente e senza nemmeno pensarci: "la scuola".


Losing You - LY


L'ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro inizia l'isolamento proprio durante gli anni delle medie e delle superiori.

È lecito allora interrogarsi quali responsabilità abbia la scuola quando un ragazzo decide di abbandonarla, non per disinteresse, non per incapacità di ottenere buoni voti, ma a causa di una negatività talmente forte da sovrastare anche quegli obblighi morali e sociali che dovrebbero dissuaderlo.


Il ruolo dei coetanei


Gli hikikomori sono spesso ragazzi timidi e introversi che faticano a relazionarsi con il resto della classe. Questa loro caratteristica temperamentale li porta a essere vittima di scherno e derisione da parte dei compagni, che possono sfociare, talvolta, in veri e propri atti di bullismo.

Questi atteggiamenti non fanno altro che alimentare in loro l'idea di essere "diversi" dagli altri, in quanto più maturi e meno superficiali. Faticano quindi a riconoscersi come parte di una generazione e di una società che sembra essere così distante dal loro modo di interpretare l'esistenza.

Più vengono ignorati, derisi e presi di mira, e più la sofferenza li rende rigidi, disillusi e cinici nei confronti di un sistema, quello scolastico, di cui loro, essendo parte integrante, percepiscono i malfunzionamenti più di chiunque altro.

Dal rifiuto della scuola si passa rapidamente all'isolamento, non solo perché la scuola rappresenta per loro la quasi totalità della vita sociale, ma anche perché finiscono per generalizzare la sofferenza e gli aspetti negativi sperimentati nell'ambiente scolastico alla società nel suo complesso.


Il ruolo degli insegnanti


Il malessere provocato dalla scuola non è dato solamente dal rapporto con i coetanei, ma spesso anche da quello con gli insegnanti.

Quando un hikikomori si sente schernito e minacciato dai compagni si aspetta, consciamente o inconsciamente, che l'adulto di riferimento lo supporti. Se questo non avviene, se il ragazzo non si sente tutelato dall'insegnante, ma al contrario, percepisce da parte di quest'ultimo disinteresse, superficialità o, addirittura, complicità con i suoi detrattori, allora la sua sfiducia nei confronti delle persone, delle relazioni e, di conseguenza, della società, diventa tale da provocare in lui una grave perdita di motivazione nell'intraprendere qualsiasi carriera scolastica, lavorativa e sociale.


Il fattore precipitante


L'isolamento di un hikikomori ha raramente origine traumatica, ma è piuttosto il frutto di un processo graduale che porta il ragazzo a sviluppare con il tempo una visione negativa e fortemente interiorizzata delle relazioni interpersonali e della società.

Tuttavia, in fase di colloquio clinico emerge quasi sempre un cosiddetto "fattore precipitante", ovvero un evento che il ragazzo associa alla sua decisione di isolarsi, quello che egli considera l'episodio chiave che ha dato origine alla condizione di ritiro.

Tale fattore potrebbe essere un qualcosa di innocuo ai nostri occhi, ma contestualizzato all'intero di un quadro psicologico reso fragile e vulnerabile dal continuo stress che il ragazzo sperimenta ogni giorno in un ambiente percepito come ostile, fa si che questo evento assuma per lui un'importanza estremamente rilevante.

Non è sicuramente un caso che il "fattore precipitante" si concretizzi, nella stragrande maggioranza dei casi, proprio all'interno dell'ambiente scolastico.


Cosa può fare la scuola?


La scuola gioca, dunque, nel bene e nel male, un ruolo cruciale nella diffusione del fenomeno degli hikikomori e, nonostante tutte le difficoltà dovute alla continua mortificazione e svalutazione del ruolo dell'insegnante, nonché alla mancanza di risorse economiche, dovrebbe:

  • informarsi approfonditamente sul tema: conoscere il problema e le sue dinamiche è il primo fondamentale passo per poterlo contrastare;
  • attivarsi tempestivamente nel supporto dei ragazzi e delle loro famiglie mettendo a loro disposizione le proprie risorse: ad esempio, formando psicologi scolastici che siano in grado di riconoscere prontamente un potenziale caso di hikikomori e intervenire, fornendo un primo supporto non solo al ragazzo, ma anche agli stessi genitori, completamente disorientati di fronte al comportamento del figlio;
  • non esercitare pressione sull'hikikomori affinché ritorni subito a scuola: una volta che l'isolamento dell'hikikomori si è concretizzato ed egli non vuole saperne di tornare a scuola, forzarlo non servirà a nulla. Bisogna intraprendere un percorso di risocializzazione graduale dove il ritorno alla frequenza scolastica rappresenta solamente l'ultimo step;
  • schierarsi con decisione dalla parte della vittima nei casi di bullismo, anche psicologico o sottile: è importante che gli insegnanti non sottovalutino nessuna forma di comportamento denigratorio o violento, sia esso di natura fisica o psicologica. In una società come la nostra, progettata per gli estroversi, è fondamentale che tutte le minoranze caratteriali siano tutelate, almeno in un ambiente paritario come dovrebbe essere quello scolastico.
  • dimostrarsi flessibile sulle forme di istruzione alternativa: ad esempio, la possibilità di sostenere verifiche e interrogazioni a domicilio o al di fuori dell'orario scolastico, oppure una maggiore apertura all'educazione parentale, oggi vista con particolare occhio critico da molti insegnanti.





Leggi anche:





venerdì 12 gennaio 2018

La paura di essere giudicati è un "inganno mentale"




ITA | ENG

Ho sempre indicato la pressione di realizzazione sociale come la causa madre dell'hikikomori, l'unico fattore trasversale in tutti i casi di isolamento volontario.

Eppure, tale pressione, non è altro che il combustibile. Il fuoco, l'emozione dominante, è la paura.


Losing You - LY.


La paura di fallire, la paura di essere giudicati per i propri insuccessi, per le proprie mancanze. La paura di non essere all'altezza delle aspettative altrui, ma non solo, anche delle nostre. La paura di non riuscire a sfruttare le proprie potenzialità, la paura di non riuscire a raggiungere quello che è il nostro sé idealizzato.

Gli hikikomori sono spesso ragazzi molto brillanti e fin da bambini sono abituati a ricevere attenzioni e complimenti per le proprie capacità, costruendo, in questo modo, un'identità di sé corrispondente ai feedback ricevuti. 

Se, per qualsiasi motivo, il gap tra quello che è il proprio sé ideale e la realtà diventa troppo ampio, la pressione a raggiungere il modello idealizzato aumenta, insieme alla paura di fallire, di deludere gli altri e, di conseguenza, se stessi. Parte della nostra identità, infatti, si plasma in relazione a come noi ci percepiamo attraverso lo sguardo altrui, quello che il sociologo Charles Horton Cooley chiamava "l'io riflesso".

Dunque, la pressione di realizzazione alimenta la paura del fallimento sociale, la quale, a sua volta, porterà ad attivare, nei soggetti più fragili e predisposti, quel meccanismo di difesa primordiale che si innesca ogniqualvolta avvertiamo una situazione di pericolo: la fuga.

Nel caso specifico degli hikikomori, il pericolo è rappresentato dall'esposizione sociale e dal giudizio, la fuga si concretizza con l'auto-isolamento e la casa svolge il ruolo di "tana", un rifugio sicuro che permette di ridurre al minimo tale pericolo. Attenzione, ridurre, non annullare, perché, come abbiamo detto precedentemente, le fonti di giudizio sono sempre almeno due: una sono gli altri, l'altra siamo noi. E dal nostro giudizio non c'è scampo.


Il ruolo della vergogna


Un'altra emozione chiave, spesso associata all'hikikomori, è la vergogna, la quale non è un'emozione primaria, come la paura, ma un'emozione di origine sociale. Essa implica gli aspetti di auto-valutazione di cui parlavamo in precedenza.

Da una certa prospettiva, potremmo dire che gli hikikomori non scappano dalla famiglia, dalla scuola o dai coetanei: scappano proprio dalla vergogna. Hanno paura di tutte quelle situazioni che possono attivare in loro un meccanismo di confronto sociale, ovvero un raffronto istintivo tra il proprio grado di successo personale e quello di una persona, o di un gruppo di persone, giudicate rilevanti. Da questo bilancio possono nascere sentimenti di inadeguatezza, inferiorità e vergogna, i quali generano, a loro volta, atteggiamenti di rabbia, disinteresse e rifiuto.

Dunque, paura e vergogna nell'hikikomori sono due lati della stessa medaglia. Coesistono e si fondono in un'unico sentimento: la paura di essere giudicati. Un fattore che nella società moderna ha assunto un peso e una centralità mai avuta nella storia dell'uomo.


Come si supera la paura di essere giudicati?


La paura è un'emozione "primaria" perché fa parte dell'uomo fin dalla preistoria ed è trasversale sia al genere umano che al genere animale. Tale emozione si innescava, originariamente, solo in quelle situazioni che potevano mettere in pericolo l'incolumità e la sopravvivenza, eppure è evidente che la paura di essere giudicati non rientra in questa categoria.

Si tratta quindi di un "inganno mentale" che origina da una sovrastima insensata di un pericolo minimo o inesistente. Come si supera? Attraverso l'esperienza e l'apprendimento. Questa tipologia di paura, infatti, si sgonfia e si disinnesca automaticamente nel momento in cui la si affronta, ovvero nel momento in cui ci si rende conto che si tratta solamente di un nostro errore di valutazione. Nient'altro che un'illusione.

Per fare questo step è necessario intraprendere un percorso interiore che ci porti a elaborare consciamente le nostre fobie, a ridefinirle, a razionalizzare e, infine, a padroneggiarle. In questo modo tutta la sofferenza dell'isolamento potrà trasformarsi in potenziale, energia, voglia di riscatto. In poche parole: in un'occasione di crescita personale.

Davanti al pericolo, alla paura, si può infatti reagire sempre almeno in due modi: uno è fuggire, l'altro, invece, è lottare.






Leggi anche: