lunedì 17 luglio 2017

Hikikomori e depressione esistenziale: riflessione sui possibili legami




Ho ribadito più volte che l'isolamento di un hikikomori non è semplicemente la conseguenza di uno stato depressivo, perché se così fosse, non avrebbe senso utilizzare un nuovo termine per una patologia (perché la depressione è una patologia, a differenza dell'hikikomori) che è ampiamente conosciuta già da diverso tempo.

L'hikikomori è una pulsione all'isolamento sociale che può avere numerose concause (familiari, sociali, scolastiche, ecc.), ma che origina sostanzialmente da una propria valutazione personale della realtà e dell'ambiente circostante: l'hikikomori è un rifiuto cosciente di far parte della società.



Disegno realizzato da "Losing You"


Fatta questa premessa, è possibile ipotizzare che l'isolamento di un hikikomori sia, almeno in parte, il risultato di una "depressione esistenziale", che il prof. Lodovico Berra, psichiatra e psicoterapeuta, definisce come:

"[...] una modalità depressiva non patologica, priva di cause organiche ed indipendente da particolari dinamiche psicologiche, che deriva da una particolare presa di coscienza della nostra realtà esistenziale.

[...] la conseguenza della messa in discussione dei significati che dovrebbero caratterizzare l' esistenza, ed il suo conseguente svuotamento e annullamento. Il tono dell’umore che si osserva nella depressione esistenziale è esito di riflessioni intellettuali sull’esistenza, e non derivante da eventi o conflitti intrapsichici, come per esempio accade nella depressione nevrotica o psicogena."


L'ipotesi di un collegamento tra l'hikikomori e la depressione esistenziale è dunque plausibile, se consideriamo anche il fatto che gli hikikokomi sono spesso ragazzi e ragazze particolarmente introspettivi e con una spiccata sensibilità nei confronti della vita.



La Teoria di Dabrowski: depressione esistenziale come opportunità di crescita


Lo psicologo James Webb, in una sua ricerca, afferma questo:


[...] le persone più brillanti sono in grado di concepire come le cose potrebbero essere, tendono a essere idealiste. Tuttavia, allo stesso tempo, si rendono conto di come la realtà non rispecchi i propri ideali. Sfortunatamente, riconoscono anche che la propria capacità di provocare cambiamenti sul mondo è molto limitata. [...] provano delusione e frustrazione per questo. Notano disonestà, finzione, assurdità e ipocrisia nella società e nei comportamenti delle persone che li circondano. Sfidano e mettono in discussione le tradizioni, soprattutto quelle che sembrano loro inutili o ingiuste."


Webb, nelle sue riflessioni, cita anche Kazimierz Dabrowski, uno psicologo e psichiatra polacco, autore di un'elaborata teoria di crescita personale, che cercherò di semplificarvi il più possibile.

Dabrowski credeva che alla base dello sviluppo e della crescita personale vi fosse un processo chiamato "disintegrazione positiva", che porta l'individuo a mettere in discussione i propri istinti e le convenzioni sociali. Lo psicologo polacco riteneva che questo processo fosse sempre preceduto da una fase di depressione esistenziale, che egli aveva notato essere più comune in persone particolarmente sensibili ed emozionali.

Questa fase di "disintegrazione" sarebbe uno step necessario affinché l'individuo si rigeneri a un maggiore livello di accettazione e consapevolezza, determinando, appunto, una crescita personale.

Tuttavia, questo passaggio non sempre avviene. Decisivo è quello che Dabrowski definiva il "terzo fattore", ovvero una forza intrinseca, che spinge le persone a trovare la determinazione per controllare comportamenti e istinti, riuscendo a vivere pienamente in armonia con i propri valori personali.

È possibile, dunque, che alcune persone falliscano in questa fase di ricostruzione e rimangano invischiate in un limbo, non essendo state in grado di rigenerarsi a un nuovo livello.

Potrebbe essere questo il caso degli hikikomori?



Conclusioni


La Teoria di Dabrowski non è facile da sintetizzare ed è molto più complessa di quanto descritto in questo articolo, ma ho voluto proporvela come spunto di riflessione.

Ci troviamo in un periodo storico nel quale la depressione esistenziale è favorita da numerosi fattori, come, ad esempio, dal crollo dei dogmi religiosi, oppure da una una concorrenza sociale e da una corsa al successo personale sempre più sfrenata e ingiustificata.

In altre parole, il contesto socio-culturale di oggi potrebbe portare i giovani più sensibili e riflessivi a interrogarsi a fondo sul significato dell'esistenza, arrivando contestualmente a mettere in discussione anche il modello di vita contemporaneo. Alcuni di loro potrebbero sperimentare una perdita di senso, non trovando motivazioni nel perseguire gli obiettivi "materiali" tipici della società moderna, sfociando così in un tunnel di confusione, apatia e demotivazione, che a sua volta li condurrà, in alcuni casi, alla scelta dell'isolamento.

Al momento queste sono solamente delle riflessioni personali, ma è soltanto continuando a scavare in quello che è il mondo interiore degli hikikomori e nella loro interpretazione dell'esistenza, che riusciremo a comprendere davvero questo fenomeno.



domenica 11 giugno 2017

Costringere gli Hikikomori a uscire di casa con la forza: il Giappone ci mette in guardia sui rischi




Sul web, quando si parla di hikikomori, si leggono spesso commenti che inneggiano a soluzioni violente, come quelli che ho riportato in questo post di Facebook.

Possiamo interpretarle come uscite fuori luogo di persone che non hanno la motivazione o le capacità per approfondire il fenomeno, fermandosi alle apparenze. Eppure, non dobbiamo abbassare la guardia perché esiste il rischio che diventino delle realtà concrete.

In Giappone, infatti, le forme di violenza nei confronti degli hikikomori sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, generando un business da milioni di euro. Sono nate delle vere e proprio figure specializzate che hanno il solo compito di portare fuori il ragazzo isolato dalla sua stanza, con le buone o con le cattive.






Il 22 Maggio scorso, a Tokyo, si è tenuta una conferenza stampa per informare circa i pericoli dei cosiddetti "gruppi di supporto violenti", conosciuti in Giappone anche con il nome di "Hikikomori Drawers" (che in italiano potremmo tradurre come "estrattori di hikikomori").


"Ho ferito mia figlia profondamente"


In questa occasione è stata raccolta anche la testimonianza di una madre pentita.

In preda alla disperazione, dopo l'ennesimo litigio con la figlia hikikomori, ha cercato aiuto su internet e si è imbattuta nel sito di una di queste organizzazioni. Nei giorni successivi alla firma del contratto si sono presentate a casa sua otto persone, hanno preso la figlia con la forza e l'hanno caricata su una macchina senza dirle nulla.

È stata condotta in una struttura spoglia, privata di tutti gli effetti personali (portafogli, carta di identità, telefono, ecc.) e controllata a vista.

Dopo tre mesi le è stato permesso di tornare a casa. La madre, allarmata dalle condizioni nelle quali versava la figlia, ben lontana dall'aver recuperato la propria indipendenza, ha deciso di fare causa all'organizzazione.

Questo "servizio" gli è costato ben 5,7 milioni di yen, circa 45 mila euro.


Un business in grande crescita


Ho avuto recentemente uno scambio di mail con Vosot Ikeida, membro dello staff di Hikikomori News, il quale mi ha parlato proprio di questo fenomeno. Vi riporto le sue parole:


"Si tratta di professionisti che ricevono decine di migliaia di euro da parte delle famiglie di ragazzi hikikomori. Il loro obiettivo è quello di persuadere il ragazzo a uscire dalla stanza e portarlo a frequentare un centro riabilitativo.
Inizialmente usano dei trucchetti psicologici, ma quando questi non funzionano, buttano giù la porta della stanza dove l'hikikomori si è rifugiato e lo portano fuori con la violenza.
I loro centri riabilitativi sono spesso dispersi tra le montagne oppure oltremare, in modo che gli hikikomori non possano scappare facilmente.
Questo business è iniziato circa 10 anni fa e sta crescendo rapidamente. Hanno anche già dei contatti all'estero."


La pazienza come unica chiave


Affinché questo tipo di organizzazioni non trovino terreno fertile anche nel nostro paese è fondamentale continuare a fare corretta informazione sull'hikikomori, ribadire che le soluzioni violente non portano MAI a benefici.

Per aiutare un hikikomori serve molta pazienza, bisogna comprendere le sue paure e riportarlo gradualmente alla vita sociale, agendo sul singolo, sulla famiglia, ma anche sulla comunità nel suo insieme (come è accaduto a Fujisato, la città giapponese senza hikikomori).

Le soluzioni rapide, soprattutto nei momenti difficili, possono sembrare allettanti, ma essendo l'hikikomori una scelta profondamente radicata nei valori e nel vissuto dell'individuo, ha bisogno necessariamente di tempo per essere modificata.


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sabato 6 maggio 2017

hikikomori: il circolo vizioso della solitudine




Uno dei principali fattori di rischio, per quanto riguarda l'hikikomori, è l'allontanamento progressivo del ragazzo o della ragazza dal proprio gruppo di coetanei. Spesso gli amici, anche quelli di vecchia data, vengono rifiutati in modo apparentemente ingiustificato.

Questo può essere considerato l'ultimo step dell'hikikomori, quello più grave e dal quale è più difficile tornare indietro. Perché la solitudine genera solitudine, in un circolo vizioso che porta lentamente alla cronicizzazione.






A supporto di questa tesi vi è un recente studio condotto in Belgio che ha coinvolto 730 adolescenti.

Ai partecipanti sono state presentate due diverse tipologie di scenario:

  • Scenario di inclusione sociale: "Viene inaugurata una nuova panineria in città. Alcuni dei tuoi compagni di classe ci andranno per pranzo e ti hanno chiesto se vuoi unirti a loro."
  • Scenario di esclusione sociale: "Vedi su Facebook una foto di un compleanno di classe al quale tu non sei stato invitato."

I partecipanti che precedentemente erano stati classificati come "più solitari" hanno vissuto la situazione di esclusione sociale in modo maggiormente negativo rispetto agli altri (manifestando alti livelli di rabbia, delusione e gelosia), attribuendo tale esclusione alle proprie caratteristiche personali (aspetto, carattere, ecc.).

Ancor più interessanti, tuttavia, sono state le reazioni di questi ragazzi nella situazione di inclusione sociale (ovvero quando erano stati effettivamente invitati dagli amici). Ebbene, anche in questo caso l'entusiasmo mostrato è risultato molto basso, semplicemente perché l'invito è stato vissuto come frutto del caso o comunque legato a un secondo fine.


La solitudine genera solitudine


Questo sembra essere un meccanismo mentale che si verifica spesso negli hikikomori, ragazzi che hanno un'alta considerazione di se stessi, ma che tendono a sviluppare una forte sfiducia nei confronti degli altri (per motivi caratteriali, ma anche per aver vissuto situazioni negative, quali il bullismo).

Così, anche quando ricevono inviti spontanei e sinceri, tendono a interpretarli con sospetto, facendo pensieri del tipo: "Lo ha fatto solo perché si sentiva in obbligo, non gli interessa veramente se vengo anche io", oppure "Vogliono solo prendersi gioco di me."


In riferimento a questo meccanismo rafforzativo della solitudine, Weeks Molly, coautrice dello studio e ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University, dice:
"Questi risultati ci mostrano che gli adolescenti più solitari sembrano rispondere alle situazioni sociali in modo tale da perpetuare la propria solitudine. La ricerca futura dovrebbe indagare quando e come la solitudine temporanea diventa solitudine cronica e capire come si possa intervenire per evitare che ciò accada."

Il suo auspicio è anche il nostro.



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martedì 21 marzo 2017

Quanto e come la parola "hikikomori" viene cercata su Google: Italia al primo posto




Ad oggi non abbiamo ancora dei dati certi su quale sia la diffusione dell'hikikomori nel nostro paese, né per quanto riguarda la dimensione del fenomeno (le stime vanno dai 30 ai 50 mila casi), né per quanto concerne la distribuzione geografica.

Non sappiamo se ci sono più hikikomori al Nord, al Centro o al Sud, non sappiamo se il fenomeno è più diffuso nelle grandi città, nelle periferie o nelle zone rurali. Insomma, ci sono ancora molte indagini che devono essere fatte. Eppure, grazie a "Google Trends", possiamo avere alcune piccole indicazioni sull'interesse del nostro paese (e del mondo) nei confronti di questo fenomeno.


Quanto viene cercata la parola in Italia



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Questo grafico mostra l'evoluzione delle ricerche, per quanto riguarda la parola "hikikomori" su Google, negli ultimi tre anni. Come si può notare, l'interesse attorno al fenomeno sta lentamente crescendo, ma c'è ancora molto da fare.

Il picco che vedete coincide con il servizio de "Le Iene" andato in onda il 1° Maggio 2016 (lo trovate qui), a testimonianza del grande potere di sensibilizzazione che può avere la televisione su questo tema.


Italia e Spagna sopra tutti



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Ancor più interessante il dato che mostra quanto viene ricercata la parola "hikikomori" nel mondo. Escludendo ovviamente il Giappone e gli altri paese che non utilizzano l'alfabeto latino, è inquietante vedere come l'Italia sia al primo posto, immediatamente sopra la Spagna.

Per rendere il dato più attendibile andrebbe fatta un'analisi incrociata includendo anche tutte quelle parole che vengono usate nei vari paesi come sinonimo di hikikomori (ad esempio, "acute social withdrawal" nei paesi anglofoni).


L'Emilia-Romagna in testa alle ricerche



(Clicca sul grafico per ingrandirlo)


Un altro dato che ci fornisce Google Trends è la distribuzione delle ricerche per regione. Sono almeno due le cose interessanti che possono essere lette da questo grafico:


  1. l'interesse nei confronti dell'hikikomori è nazionale, con una leggera prevalenza per il Centro-Nord (anche se questo dato non tiene conto del fatto che, in generale, il volume totale delle ricerche online in alcune zone d'Italia è più alto);
  2. L'Emilia-Romagna è la regione che sembra essere più interessata al fenomeno, insieme all'Umbria e alla Liguria. Si tratta di un dato curioso che merita di essere approfondito nel prossimo futuro.


Come interpretare queste informazioni


Ovviamente questi sono tutti dati altamente indicativi da cui non è possibile trarre alcuna conclusione definitiva (al contrario, vanno presi molto "con le pinze"). Tuttavia, in questa colpevole lacuna di ricerche sul fenomeno, possono fornirci delle prime indicazioni di massima.

Attendiamo fiduciosi un'indagine seria e approfondita che ci aiuti a trovare delle risposte.



lunedì 6 marzo 2017

Fujisato: la città giapponese senza hikikomori




Fujisato è una cittadina di montagna situata nel nord del Giappone (nella prefettura di Akita). Conta circa 3.500 abitanti, di cui però solo il 45% sono residenti locali. La restante parte è composta da visitatori provenienti da ogni parte del paese interessati a studiare i metodi utilizzati dall'amministrazione locale per fare fronte al fenomeno degli hikikomori. Nello spazio di cinque anni, infatti, l'80% dei ragazzi isolati a Fujisato è stato reintegrato nella società ed è diventato indipendente.



Komitto, il campo base per le operazioni di supporto a Fujisato.


Qui, del fenomeno degli hikikomori, si sono accorti un po' per caso. Gli assistenti sociali che si recavano nelle case degli anziani per aiutarli si sono accorti che in molte occasioni vi erano persone giovani (in età lavorativa) sempre presenti, anche durante il giorno. In un'indagine successiva scoprirono che il 9% degli abitanti di Fujisato tra i 18 e i 54 anni erano hikikomori (molti di loro avevano più di 40 anni).


Quali sono i metodi usati a Fujisato?


Nulla di estremamente elaborato. Semplicemente la città si è premurata di creare luoghi che i reclusi potessero frequentare e nei quali potessero avere un ruolo attivo. È stata realizzata, per esempio, una sala da pranzo dove gli hikikomori possono imparare a cucinare e a servire i clienti, oppure un corso per chi desidera diventare assistente sociale.

È stato anche istituito il "Fujisato Experience Program", che consiste in una serie di attività lavorative che le persone possono provare per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni a un massimo di 3 mesi. Alcuni hikikomori (ora ex) hanno beneficiato moltissimo di questa esperienza, dichiarando di aver avuto la possibilità di sperimentare "una nuova prospettiva di vita".

Ogni due o tre mesi gli hikikomori ricevono una comunicazione direttamente a casa nella quale sono indicate tutte le iniziative e gli eventi pensati per loro.


Un posto migliore per tutti, non solo per gli hikikomori


Questo programma di intervento ha prodotto anche un cambiamento nella percezione che l'intera comunità di Fujisato ha nei confronti degli hikikomori. Dapprima erano visti come "individui strani" o "fannulloni", ma dopo che molti di loro si sono messi in evidenza in diverse attività lavorative sono stati riconosciuti come un patrimonio importante della città.

Mayumi Kikuchi, il responsabile di queste iniziative, ha dichiarato: "Se consideriamo l'esclusione sociale come un problema solo degli hikikomori, non lo risolveremo mai. Noi stiamo creando un posto migliore per tutti."


"Dopo 29 anni di reclusione ora mi sento più leggero!"


Tsukasa Hatakeyama, quarantacinquenne di Fujisato, ha da pochissimo interrotto una reclusione durata 29 anni. Ecco la sua storia:

"Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell'umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l'iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all'interno della mia casa. 
Passavo il mio tempo online, giocando ai videogiochi o guardando la TV. Andavo a letto verso le 5:00 di notte e mi svegliavo alle 4:00 del pomeriggio. Cucinavo riso e cenavo insieme alla mia famiglia. I weekend qualche volta andavamo fuori a mangiare". 
Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.  
Litigavo spesso con mio padre, il quale insisteva che la mia condizione non poteva durare per sempre e si preoccupava di quello che mi sarebbe potuto succedere. Mi chiedeva di considerare anche quello che sarebbe successo una volta che lui fosse morto. Mia madre non disse mai una parola sulla mia condizione, mentre mio fratello più giovane mi rimproverava spesso. Dopo queste discussioni mi sentivo sempre depresso. Divenni irascibile, tiravo libri e prendevo a calci il mio letto.
Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città. Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. Prima di quel momento non avevo idea di cosa succedesse a Fujisato e non sapevo del progetto di supporto in atto. Cominciai a pensare a come potevo rendermi utile per le altre persone. Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.
Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un'esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: "Sì, sì, verrò!", ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse. 
Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni."

Intervista pubblicata sul The Japan News il 5 Marzo 2017



martedì 3 gennaio 2017

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato?




Molti hikikomori ritengono di non avere alcun problema e ripetono di voler essere lasciati in pace. Questo atteggiamento di rifiuto porta inevitabilmente a continui conflitti con i genitori che, invece, vorrebbero vedere il figlio condurre una vita diversa, una vita "come quella dei coetanei".

I genitori più determinati, dopo lunghe battaglie, riescono a convincere i figli a recarsi da uno psicologo, ma i percorsi psicoterapeutici possono rivelarsi inconcludenti quando non vi è una reale motivazione intrinseca da parte degli hikikomori a cambiare il proprio stato. Spesso, chi accetta di essere seguito da un professionista lo fa solamente per "fare contenti gli altri" e per far cessare le pressioni dei famigliari.




"Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?"

Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.

Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l'impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del "qui e ora".

Ma il sacrosanto diritto che ognuno ha di vivere la propria vita come meglio crede cessa nel momento in cui la propria scelta grava sulle spalle di altri.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?


Tornando alla nostra domanda, la risposta è "sì". Non solo è possibile, ma è anche un dovere farlo. L'importante, però, è che si tengano sempre in mente questi tre punti, a mio parere fondamentali:

  • non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l'obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);
  • posso aiutarlo fino a un certo punto: l'impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un'altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.
  • devo continuare a vivere la mia vita: quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l'effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d'ordine è sempre "pazienza".

Questi "consigli" sono il frutto del confronto con decide e decide di genitori di ragazzi hikikomori facenti parte del gruppo Facebook a loro dedicato. Non vogliono suonare né arroganti, né pretenziosi e non sono ovviamente la soluzione al problema. 

Avere a che fare con un figlio hikikomori è probabilmente una delle sfide più difficili che un genitore può trovarsi a dover affrontare e richiede un impegno quotidiano che, solo chi lo ha vissuto in prima persona, può davvero capire.


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