martedì 21 marzo 2017

Quanto e come la parola "hikikomori" viene cercata su Google: Italia al primo posto




Ad oggi non abbiamo ancora dei dati certi su quale sia la diffusione dell'hikikomori nel nostro paese, né per quanto riguarda la dimensione del fenomeno (le stime vanno dai 30 ai 50 mila casi), né per quanto concerne la distribuzione geografica.

Non sappiamo se ci sono più hikikomori al Nord, al Centro o al Sud, non sappiamo se il fenomeno è più diffuso nelle grandi città, nelle periferie o nelle zone rurali. Insomma, ci sono ancora molte indagini che devono essere fatte. Eppure, grazie a "Google Trends", possiamo avere alcune piccole indicazioni sull'interesse del nostro paese (e del mondo) nei confronti di questo fenomeno.


Quanto viene cercata la parola in Italia



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Questo grafico mostra l'evoluzione delle ricerche, per quanto riguarda la parola "hikikomori" su Google, negli ultimi tre anni. Come si può notare, l'interesse attorno al fenomeno sta lentamente crescendo, ma c'è ancora molto da fare.

Il picco che vedete coincide con il servizio de "Le Iene" andato in onda il 1° Maggio 2016 (lo trovate qui), a testimonianza del grande potere di sensibilizzazione che può avere la televisione su questo tema.


Italia e Spagna sopra tutti



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Ancor più interessante il dato che mostra quanto viene ricercata la parola "hikikomori" nel mondo. Escludendo ovviamente il Giappone e gli altri paese che non utilizzano l'alfabeto latino, è inquietante vedere come l'Italia sia al primo posto, immediatamente sopra la Spagna.

Per rendere il dato più attendibile andrebbe fatta un'analisi incrociata includendo anche tutte quelle parole che vengono usate nei vari paesi come sinonimo di hikikomori (ad esempio, "acute social withdrawal" nei paesi anglofoni).


L'Emilia-Romagna in testa alle ricerche



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Un altro dato che ci fornisce Google Trends è la distribuzione delle ricerche per regione. Sono almeno due le cose interessanti che possono essere lette da questo grafico:


  1. l'interesse nei confronti dell'hikikomori è nazionale, con una leggera prevalenza per il Centro-Nord (anche se questo dato non tiene conto del fatto che, in generale, il volume totale delle ricerche online in alcune zone d'Italia è più alto);
  2. L'Emilia-Romagna è la regione che sembra essere più interessata al fenomeno, insieme all'Umbria e alla Liguria. Si tratta di un dato curioso che merita di essere approfondito nel prossimo futuro.


Come interpretare queste informazioni


Ovviamente questi sono tutti dati altamente indicativi da cui non è possibile trarre alcuna conclusione definitiva (al contrario, vanno presi molto "con le pinze"). Tuttavia, in questa colpevole lacuna di ricerche sul fenomeno, possono fornirci delle prime indicazioni di massima.

Attendiamo fiduciosi un'indagine seria e approfondita che ci aiuti a trovare delle risposte.



lunedì 6 marzo 2017

Fujisato: la città giapponese senza hikikomori




Fujisato è una cittadina di montagna situata nel nord del Giappone (nella prefettura di Akita). Conta circa 3.500 abitanti, di cui però solo il 45% sono residenti locali. La restante parte è composta da visitatori provenienti da ogni parte del paese interessati a studiare i metodi utilizzati dall'amministrazione locale per fare fronte al fenomeno degli hikikomori. Nello spazio di cinque anni, infatti, l'80% dei ragazzi isolati a Fujisato è stato reintegrato nella società ed è diventato indipendente.



Komitto, il campo base per le operazioni di supporto a Fujisato.


Qui, del fenomeno degli hikikomori, si sono accorti un po' per caso. Gli assistenti sociali che si recavano nelle case degli anziani per aiutarli si sono accorti che in molte occasioni vi erano persone giovani (in età lavorativa) sempre presenti, anche durante il giorno. In un'indagine successiva scoprirono che il 9% degli abitanti di Fujisato tra i 18 e i 54 anni erano hikikomori (molti di loro avevano più di 40 anni).


Quali sono i metodi usati a Fujisato?


Nulla di estremamente elaborato. Semplicemente la città si è premurata di creare luoghi che i reclusi potessero frequentare e nei quali potessero avere un ruolo attivo. È stata realizzata, per esempio, una sala da pranzo dove gli hikikomori possono imparare a cucinare e a servire i clienti, oppure un corso per chi desidera diventare assistente sociale.

È stato anche istituito il "Fujisato Experience Program", che consiste in una serie di attività lavorative che le persone possono provare per un periodo di tempo che va da un minimo di 3 giorni a un massimo di 3 mesi. Alcuni hikikomori (ora ex) hanno beneficiato moltissimo di questa esperienza, dichiarando di aver avuto la possibilità di sperimentare "una nuova prospettiva di vita".

Ogni due o tre mesi gli hikikomori ricevono una comunicazione direttamente a casa nella quale sono indicate tutte le iniziative e gli eventi pensati per loro.


Un posto migliore per tutti, non solo per gli hikikomori


Questo programma di intervento ha prodotto anche un cambiamento nella percezione che l'intera comunità di Fujisato ha nei confronti degli hikikomori. Dapprima erano visti come "individui strani" o "fannulloni", ma dopo che molti di loro si sono messi in evidenza in diverse attività lavorative sono stati riconosciuti come un patrimonio importante della città.

Mayumi Kikuchi, il responsabile di queste iniziative, ha dichiarato: "Se consideriamo l'esclusione sociale come un problema solo degli hikikomori, non lo risolveremo mai. Noi stiamo creando un posto migliore per tutti."


"Dopo 29 anni di reclusione ora mi sento più leggero!"


Tsukasa Hatakeyama, quarantacinquenne di Fujisato, ha da pochissimo interrotto una reclusione durata 29 anni. Ecco la sua storia:

"Sono tornato nella società un mese fa. Ho attraversato un periodo di sfiducia nei confronti dell'umanità dopo aver subito bullismo alle elementari e alle scuole medie. A 16 anni ho abbandonato la scuola solo tre mesi dopo l'iscrizione e ho trascorso i 29 anni successivi all'interno della mia casa. 
Passavo il mio tempo online, giocando ai videogiochi o guardando la TV. Andavo a letto verso le 5:00 di notte e mi svegliavo alle 4:00 del pomeriggio. Cucinavo riso e cenavo insieme alla mia famiglia. I weekend qualche volta andavamo fuori a mangiare". 
Ho sempre pensato di uscire, di lavorare e di superare la mia difficoltà nel parlare con altre persone, ma non riuscivo a fare il primo passo perché non avevo idea di come sarebbe potuta andare.  
Litigavo spesso con mio padre, il quale insisteva che la mia condizione non poteva durare per sempre e si preoccupava di quello che mi sarebbe potuto succedere. Mi chiedeva di considerare anche quello che sarebbe successo una volta che lui fosse morto. Mia madre non disse mai una parola sulla mia condizione, mentre mio fratello più giovane mi rimproverava spesso. Dopo queste discussioni mi sentivo sempre depresso. Divenni irascibile, tiravo libri e prendevo a calci il mio letto.
Tre anni fa un assistente sociale cominciò a venire a casa mia portando dei volantini con i corsi disponibili in città. Inizialmente rifiutai qualsiasi cosa, sostenendo che fosse troppo difficile, o per il fatto che avevo paura a interagire con altre persone. Tuttavia, in seguito, cominciai a interessarmi a quello che accadeva in città. Prima di quel momento non avevo idea di cosa succedesse a Fujisato e non sapevo del progetto di supporto in atto. Cominciai a pensare a come potevo rendermi utile per le altre persone. Data la mia passione per le auto, mi immaginai di poter fare il meccanico.
Alla fine la morte di mio padre mi costrinse a interrompere la reclusione. Circa una settimana dopo la sua morte, un assistente sociale venne a farmi visita. Mi fu subito chiesto se desideravo partecipare a un'esperienza lavorativa che si sarebbe tenuta nei giorni seguenti. Io risposi: "Sì, sì, verrò!", ma ero preoccupato perché non avevo idea di cosa si trattasse. 
Quando feci ritorno nella società mi sentii più leggero. Divenni meno irritabile. Il mondo attorno a me sembrava completamente differente. Sento come di aver perso qualcosa in questi 29 anni."

Intervista pubblicata sul The Japan News il 5 Marzo 2017



martedì 3 gennaio 2017

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato?




Molti hikikomori ritengono di non avere alcun problema e ripetono di voler essere lasciati in pace. Questo atteggiamento di rifiuto porta inevitabilmente a continui conflitti con i genitori che, invece, vorrebbero vedere il figlio condurre una vita diversa, una vita "come quella dei coetanei".

I genitori più determinati, dopo lunghe battaglie, riescono a convincere i figli a recarsi da uno psicologo, ma i percorsi psicoterapeutici possono rivelarsi inconcludenti quando non vi è una reale motivazione intrinseca da parte degli hikikomori a cambiare il proprio stato. Spesso, chi accetta di essere seguito da un professionista lo fa solamente per "fare contenti gli altri" e per far cessare le pressioni dei famigliari.




"Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?"

Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.

Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l'impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del "qui e ora".

Ma il sacrosanto diritto che ognuno ha di vivere la propria vita come meglio crede cessa nel momento in cui la propria scelta grava sulle spalle di altri.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?


Tornando alla nostra domanda, la risposta è "sì". Non solo è possibile, ma è anche un dovere farlo. L'importante, però, è che si tengano sempre in mente questi tre punti, a mio parere fondamentali:

  • non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l'obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);
  • posso aiutarlo fino a un certo punto: l'impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un'altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.
  • devo continuare a vivere la mia vita: quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l'effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d'ordine è sempre "pazienza".

Questi "consigli" sono il frutto del confronto con decide e decide di genitori di ragazzi hikikomori facenti parte del gruppo Facebook a loro dedicato. Non vogliono suonare né arroganti, né pretenziosi e non sono ovviamente la soluzione al problema. 

Avere a che fare con un figlio hikikomori è probabilmente una delle sfide più difficili che un genitore può trovarsi a dover affrontare e richiede un impegno quotidiano che, solo chi lo ha vissuto in prima persona, può davvero capire.