venerdì 19 febbraio 2016

Cos'è e cosa NON è l'hikikomori


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Lentamente l’attenzione sul fenomeno degli hikikomori sta crescendo. Gli articoli che ne parlano si stanno moltiplicando sul web e, negli ultimi anni, il tema è stato affrontato più volte anche in televisione.

Questa attenzione è sicuramente positiva perché contribuisce ad aumentare la conoscenza e a sensibilizzare sempre più persone sul fenomeno. Tuttavia, quando si affronta un tema così complesso senza essersi prima adeguatamente informati, è molto facile cadere in errore, risultare superficiali, o fare della vera e propria malainformazione.




Sempre più spesso l’hikikomori viene scambiato con patologie con cui non ha nulla a che fare, generando una grande confusione intorno al fenomeno e, di fatto, impedendo a coloro si trovano in questa condizione di identificarsi.

Per questo motivo, prima di capire cos’è l’hikikomori, è importante stabilire cosa NON è l’hikikomori.


L’hikikomori non è dipendenza da internet


Come ribadito più volte in questo blog, l'utilizzo del web da parte degli hikikomori è da intendersi come una conseguenza dell'isolamento e non come una causa (ne ho parlato approfonditamente qui).

Il fenomeno è scoppiato in Giappone ben prima della diffusione del personal computer. Questo significa che prima che esistesse internet l'isolamento degli hikikomori era totale. Da questo punto di vista l'utilizzo del web può essere interpretato come un fattore positivo in quanto consente ai ragazzi di continuare a coltivare delle relazioni sociali che altrimenti non avrebbero.





L’hikikomori non è depressione


Secondo molti l'isolamento degli hikikomori sarebbe solamente la conseguenza di uno stato depressivo. Abbiamo già discusso in questo post del perché si tratta di una falsa credenza, nonché di una banale semplificazione. Innanzitutto, come stabilito anche dal Ministero della Salute Giapponese nel 2013, l'hikikomori NON è una malattia (al contrario della depressione). È stata infatti dimostrata l'esistenza di un "hikikomori primario",  ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo mentale preesistente.


L’hikikomori non è una fobia sociale


Così come l'isolamento dell'hikikomori non è causato dalla depressione, esso non nemmeno riconducibile semplicemente a un disturbo d'ansia, come, ad esempio, la fobia sociale o l'agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici).

È innegabile che dopo un lungo periodo di isolamento una persona possa sviluppare una dipendenza dal computer, possa sperimentare un calo dell'umore o avere paura di uscire di casa, ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa dell'hikikomori?  La risposta è "no".




Cos’è l’hikikomori?


L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle moderne società individualistiche 


(questa definizione di Hikikomori è frutto esclusivamente dei miei studi e delle mie riflessioni sul fenomeno. Non è una definizione ufficiale. Non è stata tratta da studi scientifici, libri o riviste).


Più nel dettaglio...


Le pressioni di realizzazione sociale (es. "devi prendere bei voti", "devi trovarti un lavoro fisso", "devi trovarti un/a ragazzo/a", "devi essere simpatica/o, sportiva/o e attraente") sono ovviamente più forti nell’adolescenza e nei primi anni di vita adulta, quando vi sono molte aspettative sul futuro. Ragazzi e ragazze si trovano così a dover colmare virtualmente il gap che si viene a creare tra la realtà e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei. Quando questo gap diventa troppo grande si sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento. A loro volta questi sentimenti negativi possono portare ad un atteggiamento di rifiuto verso quelle che sono le fonti di tali aspettative sociali. E siccome queste fonti sono rappresentate, come detto, dai genitori, dagli insegnanti, dai coetanei e, più in generale dalla società, il ragazzo tenderà spontaneamente ad allontanarsene. Da qui il rifiuto di parlare con i parenti, di andare a scuola, di mantenere relazioni d’amicizia e di intraprendere un qualsiasi tipo di “carriera sociale”. Da qui i sentimenti d’odio verso le sorgenti del proprio dolore. Da qui la scelta del ritiro, dell’isolamento.


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