domenica 18 gennaio 2015

Le etichette sociali in Giappone




“Hikikomori” è solo una delle tante etichette sociali coniate dalla società giapponese. Con “etichetta sociale” si intende una parola che viene utilizzata per catalogare una persona in un determinato gruppo sociale. Tali etichette sono spesso utilizzate in modo dispregiativo e discriminatorio, causando nei destinatari sofferenza e sentimenti di fallimento.

 



Anche in questo caso è il carattere individuale a fare la differenza: alcuni riusciranno a ignorare la propria etichetta e continueranno a vivere come meglio credono. Altri, invece, cercheranno di ribellarsi e faranno di tutto per sfuggire a una classificazione che li bolla come “sbagliati”. Altri ancora vivranno la propria etichetta sociale come una condanna e soffriranno passivamente.


Perché è sbagliato utilizzare le etichette sociali?

Il semplice uso delle etichette sociali è in grado di attivare in maniera automatica uno stereotipo. Infatti, quando noi affibbiamo l’etichetta di “hikikomori” a un ragazzo, automaticamente lo inseriamo in un preciso gruppo sociale e gli attribuiamo tutte quelle caratteristiche che sono tipiche di un hikikomori (a prescindere dal fatto che lui le possieda o meno!). Sentirsi etichettati e inclusi in un gruppo di cui non si fa parte (o di cui non si desidera far parte) può essere altamente dannoso per l’autostima di una persona e può condizionare profondamente l’esistenza.

Inoltre, una volta che si viene etichettati è molto difficile riuscire a perdere tale etichetta: le etichette sociali sono stabili e non spariscono immediatamente in seguito a un cambiamento (Ad esempio, se io ho avuto un passato da hikikomori, anche se riesco a trovare un lavoro e a uscire di casa con maggiore frequenza, è molto probabile che chi mi ha conosciuto come hikikomori continui a considerarmi tale, nonostante il mio cambiamento di comportamento).


Ecco alcune delle etichette sociali più diffuse in Giappone:

Otaku 

E' probabilmente l’etichetta sociale giapponese più famosa nel mondo. Con questa espressione si identifica una persona interessata ossessivamente a qualcosa (di solito manga, fumetti, videogiochi, ecc.). Sebbene in Italia venga utilizzato in modo perlopiù positivo e per auto-identificarsi come appassionati di anime e manga, in Giappone il termine Otaku mantiene tutt'oggi un’accezione negativa e discriminatoria;




Parasite single

Questa etichetta sociale si riferisce a tutte quelle persone che, pur potendo lavorare e quindi diventare indipendenti dal punto di vista economico, continuano a farsi mantenere dai propri genitori.
Sotto questa etichetta possono rientrare sia coloro che si approfittano volontariamente della condizione di benessere economico della propria famiglia per non lavorare, sia coloro che non riescono a trovare un'occupazione pur volendolo (come i NEETin Giappone chiamati “Niito”). In questo secondo caso l'etichetta può risultare particolarmente ingiusta e mortificante;

Mukkekon sedai

Sono le ragazze che non desiderano sposarsi o avere figli, ma che decidono di dedicarsi alla carriera lavorativa. L’etichetta, apparentemente neutra, può assumere un significato estremamente negativo in quanto in Giappone se una donna ha superato la soglia dei trent’anni e non è spostata viene definita una “makeino” (che letteralmente significa “cane senza padrone”). Questo perché non è socialmente accettato che una donna decida di rimanere single;

Freeter

Con questa etichetta sociale ci si riferisce a quei ragazzi che passano da un lavoro temporaneo a un altro, senza mai trovare un posto fisso. Questo è considerato un disonore in Giappone (in parte anche in Italia) in quanto trovare un posto fisso all'interno di un’azienda e trascorrervi tutta la propria esistenza è considerata l’unica strada socialmente accettabile. I lavori come commesso, cameriere, ecc. sono considerati lavori inferiori che gli studenti fanno solamente per pagarsi gli studi o comunque come mezzi si sostentamento momentaneo. 
La condizione del freeter è spesso dovuta dalle circostanze. Tuttavia, può capitare che un ragazzo decida consciamente di diventare un freeter: in questo caso la disapprovazione sociale nei suoi confronti aumenta. Infatti, decidere volontariamente di non essere un perfetto salary-men (e magari di non morire di super lavoro come spesso capita in Giappone) è qualcosa che non viene accettato dalla società;

Ronin

E' colui che non è riuscito a superare l'esame di ammissione all'università e che quindi si trova costretto ad attendere un anno intero prima di poter ripetere il test. Il termine significa letteralmente “uomo alla deriva” e veniva utilizzato in passato per riferirsi a un samurai decaduto, ovvero rimasto senza padrone. 
Quella del ronin è una condizione che talvolta precede l’hikikomori. Il sentimento di fallimento per non aver passato l’esame di ammissione universitario, unito a una momentanea inattività del ragazzo (che spesso si ritira in casa a studiare giorno e notte per l’ansia di non passare nuovamente l’esame) può in qualche modo favorire un progressivo allontanamento dalla società (vedi la storia di Jun).

Se conosci qualche altra etichetta sociale giapponese fammelo sapere nei commenti.


1 commento:

  1. Amilcare Boggiafeik7 febbraio 2015 12:00

    "Una volta che si viene etichettati è molto difficile riuscire a perdere tale etichetta: le etichette sociali sono stabili e non spariscono immediatamente in seguito a un cambiamento": è un concetto estremamente fondato, sicuramente in Giappone ed in misura rilevante anche in Italia. Il quesito principale è per quale ragione tendiamo a dare etichette: personalmente individuo diversi fattori.
    1) Ove è l'etichetta è negativa, vi è l'esigenza di compiacere il proprio ego. Sarà banale ma è evidente che etichettare negativamente una persona, implicitamente importa l'affermazione che quell'etichetta non ci appartiene e che - quindi - in qualche misura siamo migliori;
    2) Indifferentemente da connotazioni positive e negative, l'etichetta svolge un ruolo - per così dire - di "semplificazione estrema" nelle relazioni sociali. Queste ultime normalmente richiederebbero una spesa di energie: comprendere l'altro, conoscerlo, farsi un giudizio proprio sull'altro. L'etichetta consente di banalizzare estremamente questo processo, rendendolo quasi istantaneo e privo di ogni impegno di energia. Inutile dire che ciò va a detrimento di una autentica conoscenza dell'altro, frustrando la possibilità di una vera relazione e lasciando il rapporto inevitabilmente superficiale ed infruttuoso;
    3) L'etichetta svolge altresì un ruolo clanico. La società contemporanea ha raggiunto numeri ingestibili per l'emotività individuale: basti pensare al numero di persone frequentanti un ufficio di grandi dimensioni oppure una scuola, per non parlare degli abitanti di una qualsiasi città. L'etichetta stempera questi numeri e costruisce concettualmente dei clan, all'interno dei quali incasellare un numero più umano di individui aventi - fondatamente o meno - medesime caratteristiche; ciò altresì permette di suscitare stati d'animo - positivi e negativi - nei confronti degli appartenenti ad un clan, profili di emotività altrimenti estinti su un regime di unità elevato e spersonalizzante. Inutile dire che questo processo clanico - per quanto istintuale e a rigore diretto alla salvaguardia della sfera emotiva - sconta la medesima superficialità e la stessa infruttuosità e banalità di cui al punto 2), non portando a soddisfare autenticamente la propria sfera emotiva.

    Come desumibile i punti 1), 2), 3) indicano tutti processi istintuali ma - nel lungo periodo - privi di effettivi benefici. Eppure l'istinto e l'esigenza di frenare la spendita di energie sul profilo relazione porta inevitabilmente ad etichette ben salde, come giustamente hai osservato. In questo processo, è coraggioso ma davvero difficile ed impegnativo scollarsi di dosso un'etichetta: si ha spesso la sensazione di lottare contro il mondo intero e, delle volte, anche contro se stessi. C'è, infatti, chi preferisce fare dell'etichetta anche una bandiera:
    a) in primo luogo, come alibi: ad es., "io non sarò mai in grado di fare X, perché sono un Y, sicché è inutile provarci";
    b) in secondo luogo, come riscatto: anche un'etichetta negativa, può - a volte - avere dei risvolti positivi (ad es., il timido visto come una persona riservata);
    c) in terzo luogo, come un modo per liberarsi dall'anonimato, rispondendo a un'esigenza di appartenenza ad un clan, per le stesse ragioni individuate al punto 3).
    Insomma, "etichettanti" ed "etichettati" sono spesso parte di uno stesso processo, destinato a ripetersi all'infinito. Chi vuole interromperlo rischia di rimanere eternamente insoddisfatto e dunque - per questo - infelice: per mettersi contro ci vuole coraggio, e non è umanamente facile.

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