sabato 7 novembre 2015

L'hikikomori in televisione






L'interesse nei confronti dell'hikikomori sta lentamente crescendo anche in Italia. Sul web vengono creati ogni settimana decine di contenuti che riguardano questo fenomeno. Stessa cosa, invece, non si può dire per la televisione, che come spesso accade, è più lenta nel reagire ai cambiamenti sociali e rimane sempre un passo (o due) indietro rispetto alla rete.

Uno dei primi a parlarne sul piccolo schermo è stato il Tg2 (guarda il video) nel 2009, riportando però una statistica poco realistica, ovvero che i casi di hikikomori in Italia fossero solo una cinquantina. Oggi, a sei anni di distanza dalla messa in onda del servizio, si stima che i giovani (e meno giovani) che vivono in condizioni di isolamento nel nostro paese sono circa trentamila. Un dato ben lontano rispetto a quello riportato dall'emittente nazionale.

Anche Radio Deejay si è occupata del fenomeno attraverso il programma Lorem Ipsum. Il mini-documentario realizzato è composto da spezzoni di tutti i video riguardanti l'hikikomori caricati su Youtube fino a quel momento. In questo caso il tema è stato trattato in modo esaustivo, ma sempre considerandolo come una sindrome culturale esclusivamente giapponese.




Nell'ultimo periodo, a parlare di hikikomori in televisione è stata Tv2000, addirittura con la formula del TalkShow. La discussione che viene a generarsi offre spunti interessanti, ma il titolo che è stato dato al video pubblicato su Youtube è del tutto fuorviante. L'hikikomori, infatti, viene definito una "moda". Appellativo che non potrebbe essere più lontano dalla realtà.




Anche in questo caso la causa principale dell'isolamento viene identificata nella dipendenza dalle nuove tecnologie. Tuttavia, la relazione tra hikikomori e internet addiction non è così lineare come spesso viene rappresentata dalla maggior parte dei media italiani (ne ho parlato in questo post).

Lo stesso errore è stato commesso anche da StudioAperto, il telegiornale di Italia1, che per ultimo (in ordine temporale) si è occupato del tema degli hikikomori.




"In Giappone questa dipendenza assoluta dalla rete ha un nome, si chiama Sindrome di Hikikomori",  così afferma la giornalista di Mediaset nel suo servizio, ma in realtà in Giappone questo fenomeno è scoppiato ben prima della capillare diffusione di pc e smartphone. Inoltre, anche nei casi in cui l'hikikomori sviluppi una dipendenza dalle nuove tecnologie, questa deve essere considerata una conseguenza dello stato d'isolamento e non la causa (come confermato anche dall'antropologa Carla Ricci in questa intervista).

In conclusione, la mia impressione è che l'hikikomori continui a essere trattato dai media con eccessiva superficialità. Il fatto che se ne parli è positivo perché una maggiore attenzione sul fenomeno non può che portare a una migliore comprensione dello stesso. Tuttavia, continuare a scambiare l'hikikomori con condizioni diverse, come ad esempio la dipendenza da internet, rischia di generare confusione sul tema, impedendo che venga affrontato correttamente.


giovedì 2 luglio 2015

Legalizzazione dei matrimoni gay in Giappone: perché tarda ad arrivare?



In questi ultimi giorni il tema della legalizzazione dei matrimoni gay è tornato alla ribalta dopo la sentenza della Corte Suprema degli USA che ha stabilito che negare la licenza matrimoniale a coppie dello stesso sesso è incostituzionale, soverchiando le singole norme locali e imponendo di fatto la legalità delle unioni omosessuali in tutti gli Stati Uniti.

Qual è la situazione sulla legalizzazione dei matrimoni gay in Giappone?

Anche nel paese del Sol Levante negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo. Nella circoscrizione di Shibuya, ad esempio, è consentito rilasciare un "certificato di unione civile" a persone dello stesso sesso e altre amministrazioni locali stanno cercando di attivarsi in questo senso. Tuttavia, a livello nazionale il matrimonio egualitario rimane incostituzionale.

La non legalizzazione dei matrimoni gay in Giappone è dovuta a barriere religiose?

L'omosessualità in Giappone, fin dall'antichità, non è mai stata considerata un peccato. Shintoismo e Confucianesimo non hanno mai posto divieti a riguardo, nonché l'omosessualità era comune tra i dotti buddhisti e persino nella cultura samurai (era consuetudine, infatti, per un giovane samurai essere l'apprendista e l'amante di un uomo più esperto fino alla conclusione del suo addestramento).




Esplosione dell'omosessualità nei prodotti culturali giapponesi.

La non legalizzazione dei matrimoni gay in Giappone sembra difficile da spiegare, non solo per la mancanza di barriere ideologiche religiose, ma anche alla luce dell'enorme diffusione dell'omosessualità nei prodotti della cultura popolare giapponese. Basta notare che negli ultimi anni gli anime a sfondo omosessuale si sono moltiplicati, tanto che sono state create numerose categorie (e sottocategorie) ad hoc:

- "Yuri”: anime lesbo che enfatizza maggiormente la componente sessuale della relazione;
- "Shoujo-ai": anime lesbo che si concentra maggiormente sugli aspetti emotivi;
- "Yaoi": anime omosessuale che dà risalto al lato sessuale della relazione;
- "Shōnen'ai": anime omossessuale che dà risalto al lato romantico della relazione.

Inoltre, anche il concetto di mascolinità sta cambiando, tanto che è stato coniato il termine Bishōnen per riferirsi a un nuovo canone estetico di bellezza tipicamente giapponese che riguarda ragazzi dalle fattezze femminili (gracili, poco muscolosi e dal mento affusolato), così lontani dal modello maschile classico.





Cosa impedisce allora al governo giapponese di legalizzare i matrimoni gay?

La risposta si trova ancora una volta nella mentalità e nella cultura del paese. Infatti, in Giappone esiste una netta distinzione tra Honne, che si riferisce ai sentimenti profondi e sinceri di una persona, e Tatamae, che significa letteralmente “facciata” e si riferisce invece a come la persona si comporta in pubblico. Dunque, non importa quali siano i sentimenti profondi dell’Honne, quando ci si trova in pubblico bisogna comportarsi secondo il proprio ruolo sociale e non deludere le aspettative degli altri.

Questa netta separazione tra identità privata e identità pubblica condiziona molto le dinamiche politico-sociali del Giappone (secondo alcuni l’incapacità di affrontare tale dualità sarebbe anche alla base del fenomeno degli hikikomori) ed è probabilmente questo il motivo per cui, nonostante l’omosessualità in Giappone non sia mai stata moralmente condannata, le leggi ancora oggi non consento alle persone dello stesso sesso di unirsi legalmente, e quindi pubblicamente, in matrimonio.

sabato 30 maggio 2015

Intervista a Carla Ricci, antropologa e ricercatrice all'Università di Tokyo


LANGUAGE ITA/ENG



Ho avuto la possibilità e il piacere di intervistare l'antropologa Carla Ricci (attualmente ricercatrice presso l'Università di Tokyo), pioniera e massima esperta mondiale sul fenomeno degli hikikomori. Nel 2008 pubblica un libro che tuttora rimane un punto di riferimento per chi si avvicina a questa tematica: "Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione". Negli anni successivi pubblica altri 3 libri sull'argomento, l'ultimo dei quali uscito solo dieci mesi fa e dal titolo: "La volontaria reclusione. Italia e Giappone: un legame inquietante".





Di seguito riporto le sue risposte integrali.


Grazie per aver deciso di partecipare a questa intervista. Come prima domanda vorrei chiederle perché ha deciso di dedicare i suoi studi all’hikikomori.


Credo che il maggior interesse che dieci anni fa mi portò ad occuparmi di Hikikomori sia legato al fatto che fosse peculiarità del Giappone (di cui avevo già affrontato il tema del suicidio e del doppio suicidio). Paese la cui raffinatissima visione del mondo, forgiata in un passato neppure tanto lontano, è per me sempre fonte di riflessioni. Inoltre, Hikikomori è (o forse è meglio dire "era") un fenomeno che riguarda i giovani che, da sempre, in qualsiasi Paese del mondo, non essendo ancora completamente assuefatti al sistema, sentono la vita più intuitivamente di quanto facciano gli adulti, e il cominciare ad auto-recludersi non è un messaggio di poco conto, per chi come me è interessato a coglierlo.


Qual è la percezione attuale dell’hikikomori in Giappone?


I tanti esperti che se ne occupano presentano considerazioni e formulazioni diversificate. Direi che come avveniva nel passato non è un problema di cui si tratti di frequente poiché, tutto sommato, crea imbarazzo, esso infatti infrange l’immagine che il Giappone vuole offrire soprattutto a se stesso: combattivo, che sa sopportare le difficoltà e che crede nello sforzo comune. Chi pratica Hikikomori si mostra essere il contrario, un perdente, uno che non lotta e che vive alle spalle della famiglia e conseguentemente della società. Questo non si dice, ma le persone lo pensano.

Inoltre, vale la pena sottolineare il cambiamento che è in corso in Giappone e che potrebbe influire su una nuova e diversa percezione del problema: esso consiste nel fatto che attualmente la maggior parte di Hikikomori sembra non siano più adolescenti, ma adulti. Sono informazioni emerse da dati attendibili e che presentano il fenomeno di questi “nuovi hikikomori” (così vengono chiamati), come esito della crisi economica che rende difficile mantenere il posto di lavoro, oltre che a trovarlo.

Nelle ragioni c’è molto altro su cui indagare fra cui la vergogna inaffrontabile per aver perso il lavoro semmai a 30 anni, nel pieno delle forze ed è meglio sparire chiudendosi in camera. Poi ci sono elementi più scontati, ma influenti, come il fatto che moltissimi degli adolescenti che hanno cominciato il ritiro molti anni fa lo praticano ancora oggi e nel frattempo sono diventati adulti, sensibilizzando in questo modo il cambiamento dei dati.


Qual è l’approccio del governo giapponese nei confronti dell’hikikomori. Sono state messe in atto misure per contrastarlo?


Misure per contrastarlo direi che sostanzialmente non possono esistere poiché il fenomeno è legato ad un sistema sociale che non può essere cambiato; quello che si fa è di sensibilizzare sul problema del bullismo, ritenuto una delle cause di hikikomori e anche del suicidio giovanile, piuttosto frequente in Giappone. Inoltre, poiché gli hikikomori non sono considerati malati (e in realtà non lo sono), essi non rientrano nel sistema sanitario, con tutti i limiti che questo comporta. Così, sono e rimangono chiusi in camera e la famiglia spesso "protegge” questa chiusura perché se ne vergogna e chiede aiuto solo se la situazione si rende insopportabile.

Certo ci sono molte organizzazioni Non-Profit che danno una mano e fanno del loro meglio, organizzano incontri con le famiglie, strategie per fare consulenze a domicilio (difficili poiché i reclusi le rifiutano), forme di terapie di gruppo per i casi meno gravi, aiuto nel reinserimento sociale quando il giovane si sente pronto a uscire. Poi ci sono terapeuti, psicologi, psichiatri ma fare consulenza a hikikomori non è il massimo a cui si possa aspirare per i molti problemi che implica la terapia a domicilio, sia perché i reclusi non vogliono nessuno in camera e sia perché quando accettano a volte hanno manifestazioni violente verso il terapeuta. 

Inoltre (e questo è ciò che ho rilevato senza tuttavia che nessuno l’abbia ammesso), è difficile per lo psicologo procedere fino in fondo perché per farlo occorrerebbe scavare nelle relazioni famigliari e nel rapporto madre-figlio, elementi influenti nel percorso di auto-reclusione, ma praticamente intoccabili e tanto assunti culturalmente che a volte lo stesso specialista non le rileva. Le forme di aiuto che ho citato si riferiscono comunque ad adolescenti e giovani uomini, ma non i “nuovi hikikomori” per i quali le cose sono comprensibilmente diverse.


Dal suo punto di vista il fenomeno degli hikikomori è destinato a crescere o a diminuire nei prossimi anni?


Hikikomori rappresenta uno dei tanti esiti imprevisti delle società contemporanee più “ricche”. La società è sempre più complessa, più competitiva, più arrogante ed anche più tecnologica, ma senza la preparazione psicologica dei suoi soggetti ad esserlo. I giovani sono eccessivamente protetti dalla famiglia, più narcisisti, meno inclini ai sacrifici e meno sensibili a diventare indipendenti, tutti elementi che possono favorire la resa finale, cioè l'hikikomori. A questo si può aggiungere una diversa chiave di lettura e cioè che quei giovani hanno colto senza saperlo l’oscurità che regna "fuori” e fuori non ci vogliono stare, anche se non ne sanno i motivi.

Certo, pretendono di essere sempre connessi in rete, ma dalla vera realtà vogliono starne lontani e non solo metaforicamente. Io non ho dubbi sul fatto che il fenomeno aumenterà e non mi sembra difficile intuirne i motivi. Oltre al fatto che la durata del ritiro tende ad allungarsi e quindi incide sul numero dei futuri reclusi, esistono una vasta serie di elementi che costituiscono i valori, le aspettative, le scelte delle società e i pertinenti risultati che sono gli stessi da cui si forgiano gli hikikomori; uno di questi che ha un ruolo importante è proprio l’evoluzione tecnologia e i tipi di ascendenti che può produrre sulla psiche.


Secondo lei l’hikikomori può essere inteso come una forma di depressione giovanile oppure ha delle peculiarità che lo rendono qualcosa di a se stante?


Quando il giovane comincia a pensare a ritirarsi fra le cause c’è certamente anche una prostrazione psichica, quindi una forma di depressione, ma non è, a mio parere, l’elemento determinante e solitamente non si protrae durante la reclusione con le peculiarità con cui si definisce la depressione e per questo si può definire a se stante. Chi entra in hikikomori sostanzialmente è solo stanco e vuole prendersi una sosta. E’ stanco a volte fisicamente, ma sostanzialmente è stanco di non sentirsi adatto e come gli altri, di non avere degli altri le stesse motivazioni e di non volerle neppure; non ci capisce più niente e desidera starsene solo e connesso.

Il problema è che con il passare del tempo lui non si sente riposato, ritemprato e pronto per uscire, ma l’idea del mondo fuori comincia a creargli panico e non c’è più un motivo che lo spinga ad uscire. Ognuno poi ha la sua evoluzione che secondo la mia esperienza, quando il ritiro non si protrae per troppi anni è, sotto diversi aspetti, positiva cioè costruttiva.



L’HIKIKOMORI IN GIAPPONE VS ITALIA


Cosa ne pensa del fatto che il numero di hikikomori in Italia sia in crescita? Secondo lei l’Italia è un paese culturalmente predisposto all’hikikomori?


Fondamentamene sembrerebbe non essere un Paese culturalmente predisposto a Hikikomori, essendo l’italiano, rispetto al giapponese, più estroverso, più goliardico, più comunicativo, che sente meno il senso di dovere sociale e di solito non prova vergogna se non fa quello che fanno i suoi compagni. Tuttavia in Italia il fenomeno Hikikomori esiste ed è in crescita sia per alcune condizioni che lo rendono simile al Giappone (fra cui, ad esempio, un'eccessiva protezione della famiglia, narcisismo, stretta relazione madre-figlio) sia perché ci sono sempre meno ragioni per essere comunicativi e goliardici e sia anche per altre condizioni di cui ho già accennato e che pongono l'hikikomori come un fenomeno destinato a essere o diventare una realtà di ogni Paese “economicamente emancipato”; condizioni che favoriscono uno stato psicologico di incertezza, insicurezza e disorientamento che, per chi è emotivamente più esposto, possono rappresentare una spinta decisiva verso il ritiro.


Da quello che ha avuto modo di osservare, che differenze ci sono tra gli hikikomori europei e quelli giapponesi?


La mia ricerca di confronto riguarda hikikomori italiani e non europei. Cercherò di sintetizzare le differenze senza tuttavia gli approfondimenti importanti ma che richiederebbero molto tempo. Diciamo che gli italiani mediamente sono più giovani dei giapponesi, tutti usano la Rete e di solito vengono descritti dipendenti da Internet (in Giappone si sostiene che il 30% non usi la Rete). Gli italiani spesso non rifiutano a priori un aiuto. Ci sono inoltre pochissimi casi di ragazze.

Gli italiani solitamente non provano senso di colpa o vergogna nel ritirarsi, inoltre durante il loro isolamento, non di rado tendono a fare un percorso di introspezione personale (non necessariamente con il terapeuta), cosa molto rara in Giappone. Occorre tener presente che il fenomeno in Italia è nuovo e che per avere un quadro più esatto sarà necessario attendere qualche anno. Ultima osservazione: molti degli hikikomori italiani conoscono e amano la cultura giapponese, sia nelle sue espressioni contemporanee che del passato.


HIKIKOMORI E DIPENDENZA DA INTERNET


In base ai suoi studi, che tipo di relazione esiste tra gli hikikomori e internet?


La relazione c’è per il fatto che la maggior parte (ma non tutti) dei giovani hikikomori usa in eccesso Internet, vale a dire che chi è chiuso nella stanza è più comune che passi ore in Rete piuttosto che leggere, scrivere o a non far niente.


Quanto si trova d'accordo con l'affermazione "l'hikikomori è un ragazzo dipendente da internet"?


Secondo il mio punto di vista, l’affermazione “dipendente da Internet” è qui un po’ sfuggente. Io ritengo che la dipendenza (da intendersi soprattutto riferita ai videogames) si verifichi più facilmente successivamente, vale a dire una volta che è cominciato il ritiro, e le motivazioni sono sia pratiche che psicologiche. Nei casi in cui ci sia un uso eccessivo di Internet prima del ritiro, esso può definirsi un elemento compartecipante alla autoreclusione, ma non è l’unico.


In Italia la stragrande maggioranza delle news che parlano dell’hikikomori lo associano alla dipendenza da internet. Lei cosa ne pensa?


Ecco che posso ricollegarmi a quanto appena scritto. Come spesso succede, è più facile imputare le cause di un fenomeno complesso a qualcosa che si mostra come una lampante e perfino ragionevole causa piuttosto che affondare il coltello nel problema, che significherebbe approfondire le cose con il rischio di non saperlo fare o di trovarsi davanti a qualcosa che non piace a nessuno.

Io ritengo che la dipendenza da Internet porti in sé il bisogno inconsapevole di qualcosa che non si sa cosa sia ma che manca, nella condizione di hikikomori, oltre a non assolvere tale aspettativa, essa maggiormente stordisce e allontana da un mondo in cui quel giovane non trova né la passione né le motivazioni che si era immaginato di trovare. Infatti, lui si è recluso perché fuori non c’è niente che interessa veramente e perché si sente inadeguato a quello che il ”fuori” richiede. E chiudersi con Internet diventa molto più facile poiché stare davanti al video è meno peggio di tutto il resto. Inoltre, aiuta a superare lo spettro della solitudine che la camera preannuncia. 

So di ripetermi ma è un punto importante: ritengo che l’associazione Internet e Hikikomori ci sia e sia forte, ma solo se collochiamo Internet come effetto conseguente alla reclusione; si potrebbe così dire che se non esistesse Internet la reclusione durerebbe meno o sarebbe meno rigorosa? Forse, anche se io non ne sono sicura. L’altro aspetto è quello di individuare la rete non come causa, ma concausa della decisione del ritiro e qui sono sicura che il ruolo della famiglia potrebbe creare un ascendete sulla piega che prendono le cose. A tale concausa si deve necessariamente aggiungere altro, fra cui forse un carattere introverso, narcisista, forse bullismo subito, rapporti famigliari apparentemente tranquilli ma fortemente ingarbugliati e molte altre cose che accadono dentro di lui ed attorno a lui e che portano a vedere nella volontaria reclusione l’unica scelta possibile da adottare.


PROGETTI ATTUALI E FUTURI


Che tipo di ricerca sta portando avanti attualmente riguardo gli hikikomori?

La ricerca che riguarda proprio “tutte le cose che accadono dentro di loro e che sono attorno a loro”.


Qual è l’aspetto più interessante che secondo lei rimane da comprendere sul fenomeno dell’hikikomori?


I veri motivi che trascinano nella volontaria reclusione, la maggior parte dei quali anche ciascun “normale” individuo si porta dentro e sui quali occorre creare maggior coscienza.


In Italia i suoi libri rappresentano un punto di riferimento per chi si avvicina allo studio dell’hikikomori. Ha in progetto di scrivere un altro libro sul tema?

Dopo l’uscita dieci mesi fa di “La volontaria reclusione. Italia e Giappone, un legame inquietante” (Aracne editore) il progetto di scrittura che ho in corso non riguarda hikikomori. Me ne occuperò più avanti ma sarà con diverse prospettive, cioè un differente criterio di osservazione.


Le mie domande sono terminate, la ringrazio nuovamente per la sua gentilezza. Ha qualche considerazione finale che vorrebbe fare?


Ringrazio Lei e i suoi lettori per l’interesse. Vorrei concludere sottolineando nuovamente che per la volontaria reclusione non ritengo esista alcun intervento sociale risolutivo; per ripristinare ciò che è andato perduto non si può sperare neppure in alcuna portentosa cura farmacologica ma occorre trovare il modo di dare a questa perdita una sensata ragione e possibile sostituzione. L’unico luogo che può porsi tale obiettivo è quello più vicino all'hikikomori, sia realmente che metaforicamente, cioè la sua famiglia. Mi riferisco a quelle famiglie che armate di buona volontà siano veramente interessate a mettersi davvero in discussione, senza domandarsi perché abbiamo un figlio chiuso in camera, proprio loro che per quel figlio hanno fatto tutto quello che potevano. Quei genitori che ancor prima di voler fare uscire il figlio, siano pronti a riformare i loro ruoli e guardare dentro a se stessi con coerenza e sincerità abbandonando le mistificazioni con cui hanno convissuto di cui spesso non ne sono neanche consapevoli. Questo sarebbe sufficiente per mettere in movimento un diverso “ambiente emotivo” che influenzerebbe tutti, compreso il figlio rinchiuso

Certo, sarebbe solo un primo passo ma che aprirebbe il percorso di cooperazione e appoggio al figlio su basi completamente nuove e se su quella strada ci sarà anche un terapeuta egli potrà procedere con gli stessi obiettivi coordinandone il progetto. Questa mia proposta, che ho dettagliatamente esposto nell’ultimo capitolo del libro prima citato, non è una retorica esternazione ma una valutazione esito di molti approfondimenti compresi esperienze con famiglie, hikikomori e terapeuti. Il fardello penoso che rappresenta per la famiglia la realtà del figlio recluso e la scelta non scelta di diventare hikikomori del giovane potrebbero creare una opportunità di fruttuosa, creativa e trasformativa esperienza individuale ma anche comune, capace forse di scoprire sensi e significati là dove ora non ci sono.


Carla Ricci
Tokyo, 29 maggio 2015


mercoledì 25 febbraio 2015

Calo delle nascite in Giappone: quali sono le conseguenze sociali della "Libido Crisis"?



Il calo delle nascite in Giappone è ormai un problema allarmante. Secondo una stima fatta dal quotidiano ‘Asahi Shimbun’ la popolazione giapponese nel 2050 passerà dagli attuali 127,5 milioni di abitanti a 97,08 milioni.

Il Giappone è anche uno dei paesi (insieme all’Italia) con l’età media della popolazione più alta . Nel 2011 le vendite dei pannolini per adulti hanno superato quelle dei pannolini per bambini.


Le cause del calo delle nascite in Giappone

Sembrerà incredibile per chi conosce il Giappone come il paese dei “Love Hotel” a ore, dei manga con le ragazze dai seni giganteschi e delle violenze sessuali sulle metropolitane affollate. Eppure, una delle principali cause dietro al crollo delle nascite sembra proprio essere il calo del desiderio sessuale: quella che in Giappone viene definita senza mezzi termini una “libido crisis”.

In un sondaggio della Japan Family Planning Association (che ha coinvolto 3000 soggetti, metà maschi e metà femmine) il 49,4% degli intervistati ha dichiarato di non aver fatto sesso nel mese precedente. Il 21,3% degli uomini sposati ha affermato di essere troppo stanco dopo il lavoro. Il 23,8% delle donne ha definito il sesso “fastidioso” e più del 20% degli uomini tra i 25 e i 29 anni ha sostenuto di essere poco interessato all’attività sessuale.





Tra i giovani, invece, la scarsa attività sessuale sembra essere dovuta soprattutto a difficoltà relazionali. I rapporti reali vengono così sostituiti da quelli virtuali, come mostrato in questo documentario della BBC dal titolo eloquente “No sex please, we’re Japanese”, dove i ragazzi intervistati mostrano le proprie fidanziate all'interno di un videogame. 
Non è difficile ipotizzare che lo stereotipo femminile che infesta anime e manga (ragazze dolci e timide, minute ma con il seno gigante, impacciate e devote al maschio di turno) giochi un ruolo determinante nel plasmare le rappresentazioni mentali dei ragazzi, i quali faticheranno a ritrovare nelle ragazze reali il loro modello idealizzato.


Le misure per combattere il calo delle nascite in Giappone

Nonostante i 3 miliardi di yen stanziati dal primo ministro Shinzo Abe, il governo giapponese stenta a trovare contromisure di fronte a un crollo così drastico delle nascite. La confusione ha generato anche proposte assurde, come quella di Tomonaga Osada (membro del consiglio comunale di Shinshiro) che ha avanzato l’idea di distribuire preservativi bucati alle coppie sposate della città.

Tra le iniziative concrete messe in atto dal governo c'è un piano di finanziamento degli eventi di matchmaking (ovvero di incontri tra single) e una pressione sulle società affinché consentano ai propri dipendenti di lasciare il lavoro entro le 6 di sera in modo da rincasare prima e con maggiore energia.




Le ricadute sociali

Con il calo delle nascite aumenta anche la solitudine. Nella tradizione giapponese la famiglia era composta da diverse generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto. Negli ultimi anni, invece, la tendenza è quella di vivere in solitudine all’interno di piccoli appartamenti.

E’ stato anche coniato un termine, kodokushi, per riferirsi al fenomeno sempre più frequente delle “morti solitarie” che riguarda soprattutto le persone non sposate e le coppie senza figli. Secondo le statistiche dell’Ufficio di Previdenza Sociale, nel 2008 le morti solitarie sono state più di 2200. Spesso i corpi vengono trovati dalle compagnie di trasloco dopo che sono trascorsi mesi dal decesso.


Che legame esiste tra calo delle nascite e hikikomori?

Con il decrescere della natalità diminuisce anche il numero di bambini per famiglia e, conseguentemente, il numero di figli unici aumenta.

Un figlio unico può disporre di una camera da letto tutta sua, è maggiormente soggetto alle aspettative e alla pressione dei genitori e, non avendo fratelli, svilupperà con maggiore facilità un legame di dipendenza con la madre (amae), soprattutto in quei casi in cui il padre è spesso fuori casa per lavoro. Sono queste tutte condizioni che posso favorire l'hikikomori.

Non a caso, secondo le statistiche, gli hikikomori sono spesso figli unici di genitori benestanti e altamente istruiti.


Conclusioni

Il calo delle nascite è indubbiamente uno dei fattori sociali che ha inciso sull’esplosione del fenomeno degli hikikomori.

A tal proposito è importante sottolineare come il Giappone non sia l'unico paese intento a fronteggiare una crisi di questo tipo. Molti paesi economicamente sviluppati hanno visto negli ultimi anni calare le proprie nascite e tra questi c’è anche l’Italia, che da ormai cinque anni consecutivi registra un tasso di natalità in costante calo.

Questo dato deve rappresentare un ulteriore campanello d’allarme e può aiutarci a capire perché il fenomeno degli hikikomori sta prendendo sempre più piede anche nel nostro paese.


domenica 18 gennaio 2015

Le etichette sociali in Giappone




“Hikikomori” è solo una delle tante etichette sociali coniate dalla società giapponese. Con “etichetta sociale” si intende una parola che viene utilizzata per catalogare una persona in un determinato gruppo sociale. Tali etichette sono spesso utilizzate in modo dispregiativo e discriminatorio, causando nei destinatari sofferenza e sentimenti di fallimento.

 



Anche in questo caso è il carattere individuale a fare la differenza: alcuni riusciranno a ignorare la propria etichetta e continueranno a vivere come meglio credono. Altri, invece, cercheranno di ribellarsi e faranno di tutto per sfuggire a una classificazione che li bolla come “sbagliati”. Altri ancora vivranno la propria etichetta sociale come una condanna e soffriranno passivamente.


Perché è sbagliato utilizzare le etichette sociali?

Il semplice uso delle etichette sociali è in grado di attivare in maniera automatica uno stereotipo. Infatti, quando noi affibbiamo l’etichetta di “hikikomori” a un ragazzo, automaticamente lo inseriamo in un preciso gruppo sociale e gli attribuiamo tutte quelle caratteristiche che sono tipiche di un hikikomori (a prescindere dal fatto che lui le possieda o meno!). Sentirsi etichettati e inclusi in un gruppo di cui non si fa parte (o di cui non si desidera far parte) può essere altamente dannoso per l’autostima di una persona e può condizionare profondamente l’esistenza.

Inoltre, una volta che si viene etichettati è molto difficile riuscire a perdere tale etichetta: le etichette sociali sono stabili e non spariscono immediatamente in seguito a un cambiamento (Ad esempio, se io ho avuto un passato da hikikomori, anche se riesco a trovare un lavoro e a uscire di casa con maggiore frequenza, è molto probabile che chi mi ha conosciuto come hikikomori continui a considerarmi tale, nonostante il mio cambiamento di comportamento).


Ecco alcune delle etichette sociali più diffuse in Giappone:

Otaku 

E' probabilmente l’etichetta sociale giapponese più famosa nel mondo. Con questa espressione si identifica una persona interessata ossessivamente a qualcosa (di solito manga, fumetti, videogiochi, ecc.). Sebbene in Italia venga utilizzato in modo perlopiù positivo e per auto-identificarsi come appassionati di anime e manga, in Giappone il termine Otaku mantiene tutt'oggi un’accezione negativa e discriminatoria;




Parasite single

Questa etichetta sociale si riferisce a tutte quelle persone che, pur potendo lavorare e quindi diventare indipendenti dal punto di vista economico, continuano a farsi mantenere dai propri genitori.
Sotto questa etichetta possono rientrare sia coloro che si approfittano volontariamente della condizione di benessere economico della propria famiglia per non lavorare, sia coloro che non riescono a trovare un'occupazione pur volendolo (come i NEETin Giappone chiamati “Niito”). In questo secondo caso l'etichetta può risultare particolarmente ingiusta e mortificante;

Mukkekon sedai

Sono le ragazze che non desiderano sposarsi o avere figli, ma che decidono di dedicarsi alla carriera lavorativa. L’etichetta, apparentemente neutra, può assumere un significato estremamente negativo in quanto in Giappone se una donna ha superato la soglia dei trent’anni e non è spostata viene definita una “makeino” (che letteralmente significa “cane senza padrone”). Questo perché non è socialmente accettato che una donna decida di rimanere single;

Freeter

Con questa etichetta sociale ci si riferisce a quei ragazzi che passano da un lavoro temporaneo a un altro, senza mai trovare un posto fisso. Questo è considerato un disonore in Giappone (in parte anche in Italia) in quanto trovare un posto fisso all'interno di un’azienda e trascorrervi tutta la propria esistenza è considerata l’unica strada socialmente accettabile. I lavori come commesso, cameriere, ecc. sono considerati lavori inferiori che gli studenti fanno solamente per pagarsi gli studi o comunque come mezzi si sostentamento momentaneo. 
La condizione del freeter è spesso dovuta dalle circostanze. Tuttavia, può capitare che un ragazzo decida consciamente di diventare un freeter: in questo caso la disapprovazione sociale nei suoi confronti aumenta. Infatti, decidere volontariamente di non essere un perfetto salary-men (e magari di non morire di super lavoro come spesso capita in Giappone) è qualcosa che non viene accettato dalla società;

Ronin

E' colui che non è riuscito a superare l'esame di ammissione all'università e che quindi si trova costretto ad attendere un anno intero prima di poter ripetere il test. Il termine significa letteralmente “uomo alla deriva” e veniva utilizzato in passato per riferirsi a un samurai decaduto, ovvero rimasto senza padrone. 
Quella del ronin è una condizione che talvolta precede l’hikikomori. Il sentimento di fallimento per non aver passato l’esame di ammissione universitario, unito a una momentanea inattività del ragazzo (che spesso si ritira in casa a studiare giorno e notte per l’ansia di non passare nuovamente l’esame) può in qualche modo favorire un progressivo allontanamento dalla società (vedi la storia di Jun).

Se conosci qualche altra etichetta sociale giapponese fammelo sapere nei commenti.


sabato 10 gennaio 2015

Non è una società per introversi




Chi è alla ricerca di un’occupazione, e si ritrova ogni giorno a leggere decide di annunci di lavoro, avrà sicuramente notato che tra i requisiti richiesti compaiono molto spesso precise disposizioni caratteriali. Frasi del tipo "cerchiamo persone dinamiche, positive ed estroverse" sono ormai inserite di default in gran parte degli annunci.






Non mi stupirei più di tanto se leggessi requisiti di questo tipo in annunci per ruoli a contatto con il pubblico (come baristi o promoter), ma oggi un carattere “aperto” è richiesto anche a chi deve svolgere lavori di ufficio o comunque mansioni non a diretto contatto con i clienti. Il motivo di una tale richiesta è comprensibile: nessuna azienda vorrebbe assumere una persona introversa in quanto la capacità di creare relazioni positive con i colleghi è da ritenersi una qualità indispensabile per il buon funzionamento del gruppo e dell’organizzazione.


Non tutti sono bravi a relazionarsi


Questo può rappresentare un grande ostacolo. Ad esempio, per un persona timida e introversa sarà notevolmente più difficile superare un colloquio di lavoro. E’ molto probabile che, a parità di competenze, il posto venga ottenuto da una persona spigliata e in grado di relazionarsi in modo più efficace con il selezionatore.

Dunque, in un mercato del lavoro in piena crisi non è difficile ipotizzare che i primi a essere tagliati fuori saranno proprio coloro che non possiedono caratterialmente i requisiti per farne parte.

A sostegno di questa ipotesi, Susan Cain (autrice del libro “Silenzio: il potere degli introversi in un mondo che non può smettere di parlare”) in un’intervista afferma che:

“[...] le nostre principali istituzioni, come le scuole e i posti di lavoro, 
sono progettate per gli estroversi."

Questo nonostante, secondo alcuni dati, circa la metà della popolazione (Statunitense) avrebbe tendenze introverse. Dunque, la domanda che l'autrice si pone è la seguente:“perché [a scuola] i ragazzi che preferiscono stare per conto proprio o lavorare da soli sono visti come anomalie?”.



Rischio di una "frattura sociale"


Dunque, nonostante la società sia composta in maggioranza da persone introverse, il modello ideale richiesto per farne parte è proprio quello opposto, ovvero l’essere estroversi, aperti, socievoli, ecc.
Questo significa che coloro che vogliono integrarsi in questa società dovranno talvolta dissimulare il proprio carattere, mostrandosi come persone diverse da quello che sono in realtà.
Ciò può essere qualcosa di relativamente semplice per alcuni, ma un ostacolo insormontabile per altri. Il rischio è che la forbice si allarghi sempre di più.

Una preoccupazione simile è stata espressa anche da Noki Futagami, fondatore della New Start, il quale, in un’intervista rilasciata al New York Times dice: 

“[...] noi siamo soliti pensare che tutti siano uguali, ma il gap sta crescendo. Io sospetto che ci sarà una polarizzazione di questa società. Ci sarà un gruppo di persone che possono farne parte. E poi ci saranno gli altri, come gli hikikomori. Coloro che non possono farne parte.”


Dunque, l’hikikomori potrebbe essere solo un primo campanello d'allarme di un'inevitabile frattura della società. Il pericolo è che si venga a creare una comunità sommersa composta da persone, che non riuscendo a inserirsi nella società finiscono per isolarsi, diventando col tempo invisibili.