sabato 29 novembre 2014

Un sistema scolastico che soffoca l’individualità



Ogni genitore ripone grandi aspettative nei propri figli, in particolare per quanto riguarda la carriera scolastica. Nella realtà, però, non tutti hanno le capacità per ottenere ottimi voti e questo provoca nei ragazzi meno dotati un forte sentimento di fallimento e senso di colpa.




La pressione è ancora maggiore nel caso dei figli unici, che con più facilità vedranno proiettate su di loro le ambizioni dei propri genitori. La paura di deluderli sarà ancora maggiore.

Non a caso, le pressioni familiari e le difficoltà scolastiche sono i due principali motivi che spingono un ragazzo a decidere di abbandonare gli studi: il primo passo per diventare un hikikomori.


Ma in Italia la situazione com’è?

Negli ultimi anni in Italia 2,9 milioni di ragazzi hanno abbandonato anzi tempo gli studi scolastici. Un numero impressionante che ci posiziona al primo posto in Europa per quanto riguarda questa triste classifica.

Davanti a un dato di questo tipo sarebbe stupido accusare e colpevolizzare gli studenti. Bisogna fermarsi e chiedersi: perché lo fanno? Se così tanti giovani decidono di non andare più a scuola evidentemente qualcosa non funziona.

Andreas Schleicher, famoso ricercatore nell'ambito dell'educazione, in un suo intervento dice:


"[...] è il sistema responsabile del successo degli studenti, non solo i genitori, non solo gli studenti, non solo gli insegnanti. La cultura crea il sistema."


Perché così tanti ragazzi decidono di interrompere gli studi?

I motivi dell’abbandono scolastico sono diversi e spesso interconnessi tra loro: disposizioni caratteriali, difficoltà relazionali, difficoltà familiari, ecc. Io sono però convinto che la causa principale sia una soltanto: la demotivazione. La verità è che un sistema scolastico come quello italiano (ma non solo) non è in grado di stimolare l’interesse degli studenti che inevitabilmente finiscono per abbandonare la scuola prima del tempo.

Il nostro, infatti, è un sistema standardizzato che tende a sopprimere le disposizioni personali. Ma non siamo tutti uguali! Le persone hanno per natura un’incredibile varietà di talenti che la scuola, invece di coltivare, spesso soffoca sul nascere facendo sentire molti ragazzi inadeguati solamente perché costretti sulla strada sbagliata.




Per fare degli esempi, ci sono ragazzi che hanno difficoltà con la matematica, ma che sono bravissimi nella scrittura. C’è chi fa fatica a esprimersi a parole, ma ha un gran talento nel disegno. Chi è bravo nello sport e chi nelle materie artistiche.
Quest’ultime sono ormai considerate dall’opinione pubblica come inferiori rispetto alle materie scientifiche. Molti, infatti, sono concordi nello scoraggiare lo studio avanzato delle discipline umanistiche, in quanto le lauree scientifiche (come ingegneria, informatica, ecc.) sono considerate le uniche in grado di consentire l’ottenimento di un posto di lavoro.


Dovremmo chiederci:

  • E’ giusto arrivare ad annullare se stessi, la propria inclinazione, la propria natura, per darsi in pasto ad un mondo del lavoro dove va avanti solo chi ha un certo tipo di caratteristiche?
  • In una società di questo tipo, dove il profitto è il fine ultimo di ogni cosa, compresa l’educazione, ci stupiamo  davvero che esistano ragazzi che desiderano starne fuori e isolarsi?


A qualcuno queste domande potranno sembrare banali, ma io credo che nella risposta ci sia la chiave che può aiutarci a meglio comprendere il fenomeno degli hikikomori.

A mio parere, l’unico modo per arginare l’abbandono scolastico è ristrutturare dalle fondamenta un sistema educativo obsoleto. La prima cosa da fare è diminuire quanto possibile la standardizzazione, permettendo percorsi scolastici progressivamente personalizzati, non costruiti a priori, ma modellati sulle caratteristiche personali di ogni singolo individuo.
Aiutare i ragazzi a capire qual è il proprio talento potrebbe riaccendere in loro la curiosità, la voglia di mettersi in gioco e il desiderio di studiare, applicandosi in qualcosa che veramente li appassiona.

Alcuni paesi si sono già resi conto di questo problema. In Finlandia, ad esempio, un terzo del programma scolastico è costituto da corsi a scelta. Gli insegnanti hanno molto più tempo da dedicare alla propria formazione professionale e al confronto con i colleghi.


(Su questo tema vi propongo un intervento a dir poco illuminante di Ken Robinson)