lunedì 29 luglio 2013

Film sugli hikikomori: Left Handed




Left Handed (in Giappone Tobira no Muko) è un film del 2008 diretto da Laurence Thrus. Il tema trattato è quello degli hikikomori.






Trama: la storia ha come protagonista Hiroshi, un adolescente giapponese introverso e silenzioso. Un giorno, mentre va a scuola insieme al fratello minore, decide di non varcare la soglia dell’istituto e di tornare immediatamente a casa. Da quel giorno si chiude nella propria stanza da letto, saltando i pasti e smettendo di andare a scuola. Non solo, smette completamente di parlare e ignora i continui tentativi della madre che cerca di capire cosa gli sia accaduto.



video


Se vuoi vedere il film completo in streaming clicca qui.


L’intera opera è in bianco e nero, una scelta che il registra probabilmente fa con lo scopo di “spegnere le luci”, in modo da far sprofondare l’intero film nell’ombra, facendogli assumere le stesse tonalità della camera e del mondo di un hikikomori. Anche i dialoghi sono molto scarsi a livello puramente quantitativo, tanto è vero che per lunghi tratti il film è completamente muto.

Dopo queste considerazioni di natura tecnica, voglio commentare alcuni elementi che ho trovato interessanti. Al fine di evitare “spoiler” (anche se pur minimi), consiglio a coloro che avessero già deciso di intraprendere la visione del film di sospendere – momentaneamente – la lettura di questo post.
  

La storia di Hiroshi


Innanzitutto va precisato che il film racconta un caso specifico di hikikomori, con le sue peculiarità. Ogni generalizzazione va dunque fatta con attenzione. La storia di Hiroshi non può essere uguale, per modalità e manifestazioni, a quella di tutti gli hikikomori. Alcune caratteristiche saranno comuni, altre diverse e specifiche.

La domanda che sembra permeare tutto il film è: “perché Hiroshi si è chiuso nella sua stanza?”. La madre non riesce a darsi pace e chiede spesso al fratello minore se fosse successo qualcosa a scuola. Qualcosa è successo, ma la verità è che il comportamento di Hiroshi sembra prescindere da un evento specifico. L’hikikomori non ha bisogno necessariamente di un trauma.

Gli elementi delle storia di Hiroshi che ho trovato comuni a quelli di molti altri ragazzi nelle sue stesse condizioni sono due in particolare: la decisione dei genitori di aspettare a rivolgersi a specialisti nella speranza che la situazione “passi da sola” (si parla di tempi lunghissimi, un anno e mezzo in questo caso) e un padre poco presente nella vita familiare. Quest’ultimo infatti viene a sapere molto tardi che il figlio si trova in quelle condizioni e, a eccezione di una reazione momentanea, lascia tutto il peso sulle spalle della moglie.


Il momento dell'aiuto


Infine, è doveroso soffermarsi su un momento molto importante del film, quello che potremmo definire “dell’aiuto”, ovvero quando la madre decide finalmente di rivolgersi a un istituto specializzato per il recupero degli hikikomori. E’ il responsabile stesso del centro che si reca a casa del ragazzo e incomincia a parlargli da dietro la porta chiusa. I tempi sono lunghi e l’approccio particolarmente cauto.

Nel primo “incontro” il responsabile si limita a una rapida presentazione, dicendo che sarebbe tornato presto. Nel secondo parla di alcuni importanti fatti di cronaca accaduti nell’ultimo periodo e fa capire al ragazzo alcune delle cose che si sta perdendo rimanendo dentro la sua stanza. Nel terzo racconta a Hiroshi un caso di un ragazzo simile a lui e di come il suo centro ha potuto aiutarlo. Nel quarto prova a entrare…

Quello che voglio sottolineare sono i tempi necessari perché un qualunque tentativo di aiuto abbia effetto. Uno degli errori più comuni è quello di forzare il ragazzo ad abbandonare la propria stanza oppure fare ricorso a medicinali (come antidepressivi) per curare, quando da curare non c’è niente.

A tal proposito cito una frase di Carla Ricci:

" [...] vere e proprie cure mediche specifiche ancora non esistono; si possono tentare altre strade, altri dispositivi di efficacia come pazienza e gentilezza, molto più complessi di una ricetta farmacologica ma che consentono una cura intima e delicata"

Il materiale per documentarsi sull’hikikomori non è molto. Anche per questo Left Handed rappresenta una preziosa risorsa. Consiglio la sua visione e, se vi fa piacere, lasciatemi un commento a riguardo.


Vedi anche:


lunedì 22 luglio 2013

Giappone e Corea del Sud: passato comune, prospettive diverse



Giappone e Corea del Sud sono due paesi allo stesso tempo simili e diversi. Vicini geograficamente e tradizionalmente, ma lontani nella strada intrapresa.




Il Giappone


Il paese del Sol Levante è sempre stato chiuso al mondo esterno, molto conservatore e geloso della propria cultura. Alcune espressioni di questa tendenza sono rintracciabili nella storia nella nazione. Già durante il Periodo Edo (1603-1868), infatti, fu portata avanti la politica isolazionista del sakoku (letteralmente “paese chiuso”, “blindato”), che limitava severamente il commercio e le relazioni con l’estero.

Se questa distanza in passato poteva essere giustificata anche e in parte dalla posizione geografica, al giorno d’oggi, con l’incredibile sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, questa plausibile ipotesi naturale perde di senso.

Più in generale, il Giappone ha sempre mantenuto una certa distanza dalla cultura occidentale, preservando volontariamente forti barriere culturali e linguistiche (anche in ambito commerciale i giapponesi usano malvolentieri l’inglese), che per certi versi rappresentano gran parte del fascino di questo paese.


La Corea del Sud


La Corea del Sud, al contrario, ha fatto propri diversi aspetti caratteristici occidentali. Nonostante la vicinissima distanza geografica con il territorio nipponico, le disuguaglianze tra i due paesi sono consistenti.

“La Corea del Sud mostra pochi dei sintomi di disordine sociale del Giappone, come l’elevato tasso di suicidi tra gli uomini, il rapido calo della popolazione, la bassa natalità record e la misteriosa sindrome degli hikikomori […]”

Questa citazione è tratta dal libro “Non voglio più vivere alla luce del sole” Michael Zielenziger, che dedica un intero capitolo al parallelo tra Corea e Giappone. Nonostante l’eccessivo tono critico dell’autore, possono essere ricavati alcuni spunti interessanti.
Per prima cosa è importante sottolineare i tanti aspetti in comune tra i due paesi:  il sistema economico, la struttura sociale, l'industriosità, disciplina e rispetto per gli anziani (elementi ereditati dal confucianesimo), reti organiche fondate sui legami di sangue e un sistema scolastico competitivo sono solo alcuni di questi.


Quando le due nazioni hanno imboccato strade differenti?


Zielenziger individua il punto di rottura nel 1997, durante la crisi economica, alla quale i due paesi hanno reagito in modo diverso.

“[…] trovandosi di fronte al disastro economico, la Corea del Sud accettava la necessità di riorganizzarsi in modo sostanziale e di aprire i propri mercati, mentre il Giappone continuava ad aspettare una ripresa spontanea. […] i coreani si assumevano la responsabilità di colmare molte delle loro lacune strutturali. I giapponesi, per contro, cercavano di oscurare e negare le colpe e mantenere il proprio isolamento.”

E arriviamo agli hikikomori. Anche qua sembrano esserci delle differenze sostanziali. Il numero di casi in Corea del Sud è infinitamente più basso rispetto a quello del Giappone. Inoltre, i coreani manifestano alcune caratteristiche diverse, per esempio mantengono un maggiore dialogo con i genitori, sui quali raramente praticato violenza, utilizzano quasi tutti internet e presentano sintomi meno aggressivi.


Perché questo confronto?


L’obiettivo è quello di mostrare l’importanza del contesto culturale nello sviluppo dell’hikikomori e mettere in evidenza le notevoli differenze con la quale la sindrome può manifestarsi anche a pochi chilometri di distanza.
Alla luce di tutto questo, è possibile fare un’ultima considerazione. Nonostante il Giappone, ad oggi, sia l’unico paese che ha mostrato evidenti meccanismi culturali favorevoli all’hikikomori, ciò non esclude che la sindrome possa mutare e adattarsi a sistemi culturali diversi manifestandosi con modalità differenti, ma egualmente antisociali. 


martedì 9 luglio 2013

Gli hikikomori non si uccidono



L’allarme suicidi in Giappone cresce ogni anno. Alcuni dati parlano di 660 persone che decidono di togliersi la vita ogni settimana. Nel 2003 il numero di suicidi ha toccato l’apice, salendo del 7% rispetto all’anno precedente, con la cifra record di 34.427 casi.

Dati preoccupanti che riguardano anche i giovani. Nel 2005 si è registrato un aumento del 5% di suicidi nei ventenni e del 6,3% nei trentenni. Ma la vera piaga è arrivata solo qualche anno dopo, con la diffusione di internet e con l’avvento dei suicidi collettivi. Esistono infatti dei siti web che permettono l’incontro di potenziali suicidi che si daranno appuntamento in un luogo prestabilito dove compiere insieme l’ultimo atto. Un rito macabro in fortissima crescita.

Le cause di questa tragica situazione vanno ricercate anche nella storia del Giappone. Infatti, la morte volontaria non è mai stata moralmente condannata, ma al contrario, considerata un gesto onorevole e una forma di riscatto personale. Molto famoso è il seppuku, un suicidio rituale praticato dai samurai, che prevede lo sventramento. Per non dimenticare i kamikaze che si scagliavano con i propri aerei carichi di esplosivo contro le forze nemiche durante la Seconda Guerra Mondiale.




Al contrario di quello che si potrebbe pensare, gli hikikomori sono in controtendenza rispetto a quello che accade nel resto del paese. Infatti, nonostante nel 46% circa di essi siano presenti pensieri di morte, raramente arrivano al suicidio.

Ritengo questo un dato molto informativo sul modo di pensare degli hikikomori. Essi si trovano in una condizione non facile, ma sono consapevoli della propria scelta. Al contrario di ciò che potrebbe capitare a un soggetto depresso, l'hikikomori sembra essere in grado di accettare la propria situazione e viverla in modo lucido. Perché come dice Carla Ricci nel suo libro, “[…] il ragazzo hikikomori vuole vivere, ma non sa come” .


sabato 6 luglio 2013

"Hikikomori", un vocabolo sconosciuto



Nell’edizione 2013 del Dizionario Italiano Zanichelli per la prima volta compare il termine “hikikomori”.  Ebbene sì, ce l’abbiamo fatta. L’Oxford Dictionaries includeva il vocabolo già dall’ottobre del 2010:

"(in Japan) the abnormal avoidance of social contact, typically by adolescent males/a person who avoids social contact."

Arriviamo tardi, manco a dirlo.

In più, se provate a cercare “hikikomori” in tutti i principali vocabolari italiani online (Corriere della Sera, Hoepli, Treccani, La Repubblica), nessuno di essi vi darà alcun risultato.

Questa mancanza trova giustificazione nel quasi totale disinteresse mostrato dall’Italia nei confronti di questa condizione. Ogni anno molti ragazzi si chiudono all’interno della propria stanza, ma fuori nessuno sembra accorgersene. A volte ci si limita a chiamarli “strani”, “pazzi” o “depressi”, ignorando quali siano le vere ragione che spingono un giovane a compiere tale gesto, non accorgendosi delle responsabilità di una società sempre più malata.

L’hikikomori è entrato a far parte del vocabolario italiano, ma solo formalmente, perché le persone che conoscono questo fenomeno sono ancora un numero infinitesimale rispetto alla totalità della popolazione. L’Italia non conosce, non sa, ma giudica.