giovedì 6 giugno 2013

Italia: più di 2 milioni di NEET


Secondo il rapporto Istat 2013, presentato il 22 maggio scorso, sono 2 milioni e 250mila i giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. L'Istituto Nazionale di Statistica sottolinea, inoltre, che l'Italia ha la quota di NEET più alta di tutta Europa.





Alla luce di questi dati allarmanti, mi viene spontaneo chiedere: per quanto tempo ancora l'Italia potrà ignorare il fenomeno degli hikikomori?

E' evidente che la crisi economica, sbarrando le porte del mondo del lavoro ai giovani, può essere un elemento che favorisce l'inattività, l'apatia, il distaccamento dalla società e, nei casi più estremi, il ritiro. Spesso, infatti, l'hikikomori inizia in modo graduale. Il soggetto può trovarsi costretto a trascorrere molto del suo tempo in casa, e ciò può comportare un lento adattamento alla vita solitaria. Essa può essere inizialmente percepita dal soggetto stesso come transitoria e facilmente modificabile, tutto sembra sotto controllo, ma può capitare che quando ci si rende conto di essere scivolati nell'isolamento, ormai ci si trova in una condizione tale per cui è difficile abbandonarlo.

Molte ricerche, infatti, sottolineano l'importanza cruciale di un intervento rapido nel trattamento dell'hikikomori. Più tempo si aspetta e più difficile sarà uscirne.

Un'altra considerazione importante che sorge dai dati riportati, è che le stime ufficiali finora prodotte, per quanto riguarda il numero di casi di hikikomori in Italia (al momento solo 50 documentati), appaiono del tutto irrealistiche.

Quello che sta succedendo in Giappone dovrebbe servire da monito per tutti i paesi del mondo, dovrebbe essere un campanello d'allarme da cui non si può sfuggire solamente tappandosi le orecchie. Bisogna prepararsi, studiare possibili interventi preventivi, sfruttare l'esperienza giapponese per non essere colti impreparati.

L'Italia è il paese Europeo con il più alto numero di NEET. Forse l'hikikomori è più vicino a noi di quello che pensiamo.


AGGIORNAMENTO 26/12/2016

I nuovi dati pubblicati dalla Commissione Europea parlano di un ulteriore crescita dei NEET nel nostro paese (più di 2,3 milioni). È importante però fare alcune precisazioni:


  • Tutti gli hikikomori sono NEET, ma non tutti i NEET sono hikikomori: i NEET infatti, al contrario degli hikikomori, mantengono una vita relazionale normale e non si isolano dal mondo esterno.
  • le cause sociali e le motivazioni alla base dei due fenomeni sono diverse: l'aumento dei NEET in Italia è inevitabilmente collegato alla crisi economica che da anni ormai colpisce il nostro paese. I giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro e dopo l'ennesima porta sbarrata possono perdere la motivazione e smettere di cercare un'occupazione, diventando così dei NEET. L'inattività degli hikikomori, invece, è più legata a fattori interni. È una scelta di carattere ideologico, connessa a difficoltà relazionali che nulla hanno a che fare con il mercato del lavoro attuale.



Dunque, il fenomeno degli hikikomori e quello dei NEET, pur avendo delle sovrapposizioni e delle connessioni evidenti, devono essere considerati come due cose ben distinte.



14 commenti:

  1. cosa ti avevo detto... e sai che i malati di depressione sono quasi 6 milioni

    c'è un sacco di gente che sta male ma non lo dice.

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  2. Ciao. Lo so bene. Fondamentalmente tutti gli uomini soffrono, o "stanno male", è nella natura umana. C'è chi riesce ad adattarsi di più e chi meno, chi è in grado di reagire e chi no, chi ha bisogno dei farmaci e chi invece pensa di potersela cavare da solo.
    L'hikikomori è solo una delle tante espressioni di questo disagio.

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  3. me ne hanno segnalato uno che sta a montepulciano (non so se ti rendi conto in che postazzo medievale sta...) e niente sta sempre a casa da quello che ho visto non è un peso piuma e ha tutte le caratteristiche che contraddistiguono un hikikomori pero' vedo piu di 500 amici su facebook quindi non saprei dirti bene. ma secondo te una volta uscito da questo stato un hikikomori cosa puo' fare come lavoro? nulla di tranquillo finira' col fare lo sguattero dico bene? non è possibile comunque una societa' ridotta a questo e se ti ritrovi in difficolta' finisci col fare un lavoro che quasi ti fa preferire il suicidio.

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  4. Bhe il fatto che abbia tanti amici su facebook non significa molto. Comunque non conosco il caso quindi non voglio entrare nel merito.
    Il lavoro che può fare un hikikomori terminato il suo ritiro dipende da tante cose (livello di istruzione raggiunta, condizione familiare, ecc.), sicuramente si trova in una situazione di svantaggio rispetto ai suoi coetanei che hanno vissuto nel mondo durante tutto il periodo in cui lui è stato chiuso nella sua camera. Di certo non si troverà in una condizione facile.

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  5. Ma secondo te cosa potranno fare di lavoro gli hikikomori saranno costretti a fare lavori pesantissimi come muratore o cosa? i miei hanno una azienda ma mi rifiuto di uscire per diversi motivi. non posso proprio ma vorrei. non credo di essere un hikikomori ma sono neet poco ma sicuro. un lavoro che non sia del tutto manuale ce l'avrei anche ma non posso cambiare non avendo studiato. unico destino la strada o il cantiere, cameriere, pizzaiolo, gommista?? secondo te esiste un altro destino meno mortificante no perchè sono certo che questo aspetto sia il motivo scatenante dell'autoreclusione a parte questo schifo di societa di idoloni come vasco corona defilippi..

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  6. Difficile da dire. Sicuramente i lavori più probabili sono quelli dove non servono competenze particolari.E' inutile negare che questo è un'altro degli aspetti negativi dell'isolamento, ricominciare è difficile. E' come chi esce dal carcere dopo molti anni, ci si trova di fronte a molte difficoltà nel reinserirsi nella società (infatti esistono diversi casi di ex detenuti che dopo aver scontato molti anni ed essere usciti, vorrebbero tornare in carcere perché ormai quella è diventata la loro vita, il loro mondo).
    Detto questo, per un hikikomori, trovare posto come cassiere in un negozio oppure come cameriere sarebbe già un buon inizio, un primo passo per cercare, magari, di riprendere gli studi o imparare un nuovo mestiere. Insomma, dipende da molte cose.
    Il tuo caso è in parte diverso perché avresti un lavoro pronto per te, potrai anche non volerlo fare, ma hai comunque una possibilità di scelta e non è cosa da poco.

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    1. piccolo inconveniente è in un paesino da 10.000 persone circondato da altrettanti paesini dove tutti sanno tutto di tutti, vorrei sparire per sempre in una metropoli tipo londra berlino o proprio tokyo ma non saprei cosa fare. zero assoluto e nemmeno ho soldi da investire. e nemmeno esperienze di vita oltretutto percepisco la vita come un qualcosa di irreale questo per via della reclusione che da a nni è la mia unica realtà. (ricordo involontaria perchè ci sono finito per problemi di varia natura).
      qui un video che parla delle marche regione piena di paesini e campagne (un incubo) http://www.youtube.com/watch?v=o2JDMut925E dove il fenomeno è molto accentuato. come prevedevo piu si va in posti isolati piu aumentano. almeno qui in italia ma magari mi sto sbagliando..

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    2. Anch'io vivo in un paesino di provincia quindi ti posso capire. Parlando in generale di hikikomori, le grandi città da un lato possono favorire una minore attenzione sulle singole persone (nella ressa ci si sente meno osservati), dall'altro lato, per chi soffre i luoghi sovraffollati (come nei casi di molti hikikomori) possono comunque creare problemi.
      Ho guardato il video. Io non credo che i NEET siano di più nei posti isolati (è una mia opinione), penso solamente che nelle grandi città essi passino più inosservati, piuttosto che in un paesino dove si conoscono tutti e se un ragazzo non si vede mai in giro ci si accorge subito.
      La tua storia non mi è ancora molto chiara perché l'hai raccontata a spezzoni nei vari commenti. Se ti va di condividerla scrivi nel forum, lì rimarrà per chiunque volesse leggerla.

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  7. Avevo scritto un post molto lungo ma l'ho perso.

    In sintesi, a 32 anni mi ritrovo a non uscire di casa dal 1999, sia a causa di attacchi di panico sia per un rigetto totale della società. Al liceo subii un bullismo atroce e questo mi mandò prima in depressione, poi in uno stato di apatia completa, un mattino decisi di non andare e a quello ne seguirono migliaia di altri.

    Vivo dal 2005 in un piccolo paesino di 1500 persone, nel viterbese. Mentalità arcaica, i "compaesani" mi credono gay per il mio non uscire (e quindi non correre dietro alle ragazze), ma non sanno neppure che faccia io abbia, è tutto un sentito dire che circola senza controllo e a volte si tramuta in un insulto gridato alla mia finestra.

    La mia massima conquista è uscire in giardino, al mattino prima che tutti si sveglino, o di notte. Per me basta che non ci sia nessuno. È come scalare l'everest ogni volta.

    I miei genitori sono anziani e mia madre ha una brutta malattia. Presto non ci saranno più. La casa andrà agli altri fratelli, più grandi e arroganti, mi schiacceranno come un rametto pur di avere i soldi per cui vivono. Il mio destino mi è chiaro da anni, su di un marciapiede o poco più.

    Recentemente ho scoperto il nome esatto di questo mio stato di cose e ne sono rimasto colpito, non avevo idea.

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    1. Non so mai bene cosa dire quando qualcuno si apre e racconta la propria storia. Ho paura di sembrare compassionevole o di dare l'impressione di uno che giudica. Non ho creato questo blog perché penso di poter aiutare le persone, ma spero che indirettamente qualcuno ne possa trarre giovamento
      (scusa per la premessa, ci tenevo a chiarire questa cosa).
      Il tuo isolamento è uno dei più lunghi tra le testimonianze presenti nel blog e questo mi fa temere che stiamo sottovalutando il problema da molto più tempo di quello che crediamo.
      Ti vorrei fare solo una domanda (a cui puoi non rispondere ovviamente se non vuoi): in tutti questi anni di reclusione hai mai tentato di cambiare vita? Se sì,
      perché sono falliti i tentativi?
      Vorrei capire meglio quali sono gli ostacoli. In ogni caso, ti ringrazio per aver commentato.

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  8. Per me è difficile parlarne. In ogni caso, sì, ho provato più volte di uscire da questa condizione.

    Ho iniziato a tenere un calendario, per non perdere la nozione del tempo. Caselle di 4 cm sulle quali scrivevo in modo sintetico cosa avrei voluto e dovuto fare. Questo mi ha aiutato e aiuta tutt'ora molto, dato che mette in evidenzia i miei traguardi ed i miei fallimenti, permettendomi di non perdermi nel miasma inconsistente delle ore che diventano anni.

    Ho chiesto a mio padre di comprarmi degli attrezzi per allenarmi. Una bici da stanza, dei manubri regolabili. Questo nel 1999. Lessi un libro sui metodi di allenamento e 3 volte a settimana, con 4 giorni di riposo settimanali, mi allenavo, così da impedire al corpo di perdere anche la sola forza di sostenersi. Tutt'ora mi alleno nello stesso modo.

    Ho iniziato a leggere attingendo alla libreria di casa, ricca di classici e di romanzi, documenti storici e corsi di lingue, finendo per leggere ogni volume, anche ciò che non mi interessava realmente. Alla lettura ho affiancato un quadernone ad anelli, con fogli a quadretti chiari, per scrivere e annotare le parti che più mi colpivano. Citazioni di ogni genere, a volte disegni.

    Anche questo mi ha aiutato moltissimo, costruendo e mantenendo un senso di identità che altrimenti, nell'assenza di qualsiasi contatto sociale, si sarebbe tramutato nella più completa apatia. Considerate che all'epoca non avevo internet, ero io e le pareti della mia stanza, ed è stato così fino al 2007, quando mi comprarono un computer.

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  9. Ho inoltre preso a pormi dei traguardi. La sera, appena faceva buio, uscivo con il cane. Il suo tirare mi forniva l'alibi della direzione presa, ogni passo era casuale, dettato dal suo entusiasmo, e io tenevo semplicemente il viso su di lui, cercando di frenare gli attacchi di panico e dissimularli in un composto silenzio. Il buio mi aiutava molto, ma il mio cane faceva la parte maggiore.

    Così facendo arrivavo al palazzo accanto. Dopo una settimana ai giardini a due isolati, poi alla tabaccheria, poi all'edicola. Ogni volta una scusa per la mia esistenza, Un pacchetto di sigarette per i miei, un giornale. Ero un vettore che andava e veniva con metodo e precisione, senza però un'anima. Se qualcuno mi avesse parlato, sarei crollato come un castello di carte al vento.

    Dopo un anno così, sono riuscito ad iscrivermi alla palestra semiabbandonata che si trovava sotto al mio palazzo. Fu uno sforzo enorme riuscire a non stare male davanti ad altre persone, ma per fortuna era sempre o quasi completamente vuota, il contatto sociale era limitato alla ragazza all'ingresso, ovviamente unico esemplare femminile nella mia esistenza. Il suo sorriso era radioso, e per quanto dovuto alle circostanze, lo apprezzavo come un regalo personale.

    La palestra mi ha aiutato molto, allenarmi era come combattere con i demoni interiori. Per ogni serie, era come se sfidassi il mio non esistere, riaffermavo la mia capacità di essere.
    Quando arrivava il panico, scivolavo negli spogliatoi e mi sedevo su una panca. La palestra tendeva alla penombra e non era difficile passare inosservati.

    Mi sono allenato per circa due anni in questo modo, poi lasciai e tornai ad allenarmi a casa a causa di un grande peggioramento.

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  10. Dopo il trasloco in questa vecchia casa di campagna - dove speravo di poter guarire trovando più pace - tutto è andato peggiorando. L'ostilità dei compaesani, la violenza verbale e le minacce fisiche ("ti brucio la casa con te e i gatti dentro" una delle tante minacce), mi sono completamente chiuso a riccio e ho smesso di crescere e resistere. Io al momento non esisto più, completamente.

    Ora la mia famiglia è andata via e vivo qui da solo. Una volta al mese mi passano 100 euro che faccio bastare per ogni necessità. Ho cercato lavoro inviando un improbabile curriculum ai negozi di un paese vicino, e mi hanno chiamato come receptionist notturno in un hotel, ma non sono andato. Parlare, salutare gli ospiti, interagire con altre persone, tutte diverse, impossibile per me. Per quella che è la mia condizione potrei solo lavorare nei campi, in solitudine, ma le voci girano, qua mi considerano tutti "il pazzo", e non mi prendono come bracciante agricolo. Dopo svariati anni di richieste mi sono arreso.

    In sintesi, in tutti questi anni ho lottato contro me stesso, e ho perso.

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  11. Scusami se ti ho messo in difficoltà facendoti quella domanda, probabilmente avrei fatto meglio a evitare.
    Combattere da soli contro se stessi è difficile, magari cercare un alleato esterno potrebbe essere una soluzione. Qualcuno che veda il tutto da un punto di vista diverso dal tuo.
    La tua storia mi ha fatto molto riflettere e nel mio piccolo ti ringrazio molto per avermela raccontata.

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