venerdì 11 ottobre 2013

All'interno della New Start (Parte 2)



Ecco la seconda parte del post dedicato alla New Start, per saperne di più circa questa organizzazione e aiutare coloro che sono interessati a entrarvi.
Nel post "All'interno della New Start (Parte 1)" ho intervistato un'ex volontaria dell'organizzazione che ha prestato volontariato in Giappone.

In questa seconda parte dedicata alla New Start, a rispondere alle domande è stata Silvia, referente italiana dell'associazione che si occupa di fare da tramite tra i volontari italiani e la sede giapponese.





Anche in questo caso le risposte sono chiare e precise, pertanto saranno proposte senza alcuna modifica.

Come hai conosciuto la New Start?

Una mia compagna di corso di giapponese dell’università mi ha parlato per la prima volta della New Start nel 2006.

Come ne sei entrata in contatto?

Ho partecipato alle feste che si tenevano alla sede della New Start di Roma (che ha chiuso ormai da alcuni anni). Durante questi incontri ho preso i primi contatti con i ragazzi hikikomori ospiti e con la signora giapponese che da Roma coordinava il tutto.

Da quanto tempo presti volontariato per la New Start?

Dal 2006 al 2008 sono stata volontaria. Dal 2010 ad oggi faccio parte dello staff.

Perché hai deciso di entrare a far parte di questa organizzazione?

Dopo la prima esperienza di tre mesi, ho deciso di tornare per poter continuare a lavorare con alcune persone (staff e hikikomori) a cui mi ero affezionata. Nel 2008 per motivi personali ho interrotto il volontariato ma dopo aver saputo che la sede di Roma aveva chiuso e si cercava qualcuno che continuasse a mantenere rapporti con i ragazzi italiani interessati al volontariato, ho ricontattato lo staff e sono rientrata nell’associazione.

Qual era il tuo ruolo in origine?

In origine ho lavorato nella sede di Tokyo insieme ai ragazzi hikikomori, facendo anche visita nelle case private di coloro che chiamavano l’associazione per avere un aiuto. Praticamente ho fatto tutto ciò che fanno ora gli italiani che partono per il volontariato.

Qual è il tuo ruolo adesso?

Adesso, da Roma, faccio da tramite tra gli italiani interessati all’esperienza New Start e lo staff di Tokyo, in tutte le procedure di ammissione al volontariato.

Come fa un ragazzo o una ragazza ad entrare nella New Start?

Prima di tutto deve essere fortunato e riuscire a trovare l’annuncio in cui è riportato l’indirizzo e-mail. Senza quello è impossibile un primo contatto e la successiva candidatura. La maggior parte delle persone che mi scrivono hanno avuto notizie della New Start attraverso il passaparola degli studenti. Purtroppo ho la possibilità di affiggere gli annunci soltanto all’università di Roma, annunci che una volta a settimana finiscono nel cestino quando viene ripulita la bacheca. Ho provato anche a mettere degli annunci su internet (kijiji, vivastreet), ma in quel caso ricevevo richieste da tutt’Italia e siccome per accedere al volontariato è necessario almeno un incontro dal vivo qui a Roma, molte persone, impossibilitate a intraprendere il viaggio, lasciavano perdere. Una volta ricevuta la mail, organizzo l’incontro del candidato con un ragazzo giapponese che valuta la conoscenza della lingua e cerca di farsi un’idea della persona che ha davanti. Il colloquio dura solo una ventina di minuti ed è difficilissimo riuscire a capire con quale grado di serietà il ragazzo o la ragazza si presterà al volontariato. Incrocio sempre le dita ogni volta che parte qualcuno, sperando di non avere lamentele da parte dello staff giapponese. Sono molti infatti quelli che mi contattano allettati dall’esperienza in Giappone ad un prezzo irrisorio (la New Start offre vitto e alloggio) e a cui degli hikikomori non importa nulla. Ovviamente chi approfitta di questa esperienza per fare i suoi comodi non lascia un bel ricordo degli italiani, rendendo poi difficile l’integrazione e il lavoro di chi arriva dopo di lui (o lei).
Una volta valutate le competenze linguistiche, si richiede al candidato di scrivere una lettera di presentazione in giapponese che invierò allo staff insieme a una foto. Se lo staff accetta la candidatura e dà l’ok, la persona può prenotare il volo di andata e ritorno per Tokyo, tenendo presente che la durata massima del volontariato è di tre mesi.

Deve avere delle competenze specifiche?

Il ragazzo (o la ragazza) che si candida deve essere almeno al secondo anno di studi universitari della lingua giapponese o, se non studente, deve aver superato il vecchio livello 3 del Japan Proficiency Language Test. Se non ha titoli certificati, al momento del colloquio deve dimostrare di riuscire a comunicare in giapponese. Ciò è basilare. La conoscenza di qualsiasi altra lingua (anche l’inglese), alla New Start non serve a nulla.

A chi si deve rivolgere?

Il candidato deve scrivere una e-mail all’indirizzo newstart.roma@gmail.com, specificando possibilmente il periodo in cui desidera partire e le sue competenze di giapponese.

Quali sono le mansioni che un nuovo arrivato si troverà a dover fare?

Gli italiani, accedendo alla New Start, si impegnano a svolgere dei lavoretti (lì chiamati shifto – traslitterazione dell’inglese in katakana) per quattro giorni a settimana affiancando i ragazzi hikikomori in mensa, in panetteria, al bar e al centro anziani. In genere si tratta di turni di 5-6 ore al giorno. In più è richiesta presenza del volontario durante tre cene a settimana (nabekai). I volontari italiani possono usufruire della mensa anche quando non sono di turno e ogni volta che si muovono con l'associazione hanno tutto rimborsato. 

Avete un tetto massimo di volontari o siete sempre alla ricerca?

Il volontariato è di tre mesi (né di più né di meno), cioè l’esatta durata del visto turistico. Una volta terminato il volontariato non c’è possibilità di essere assunti dall’associazione, né di prorogare la durata del visto. Per il momento la New Start può ospitare nello stesso periodo un massimo di due ragazze e un ragazzo. Poiché il periodo di soggiorno è breve, siamo sempre alla ricerca di volontari.

Come è organizzata la New Start? Esiste una gerarchia precisa?

La New Start è stata fondata dai coniugi Futagami ed è organizzata con due uffici (uno a Tokyo, uno a Chiba) che gestiscono tutte le pratiche burocratiche. Lo staff risponde alle chiamate delle famiglie, prende contatti con esse, organizza eventi. Praticamente smista tutto il lavoro di segreteria. Ci sono poi le rental oneesan (o rental oniisan se si tratta di ragazzi), “sorelle maggiori in affitto” che cercano il primo contatto con le famiglie o con gli stessi hikikomori. Infine c’è lo staff che lavora nelle strutture dell’associazione. Gli incarichi non sono nettamente distinti. C’è chi lavora nell’ufficio alcuni giorni e nelle strutture dell’associazione in altri, chi è rental oniisan ma sta anche in ufficio, ecc… Non indossando nessun tipo di divisa o cartellino identificativo non è facile capire chi sia staff o no. Si percepisce molto una gerarchia di anzianità per cui l’ultimo arrivato, se ne ha bisogno, si consulta con chi è da più tempo alla New Start indipendentemente se sia staff oppure no. Al centro anziani, una delle attività dell’associazione, lavora del personale specializzato (coadiuvato dai ragazzi hikikomori) che non fa parte della New Start.

Include medici o psicologi?

Il personale medico è esterno alla New Start.

Quante sedi ci sono in Italia? In che città?

C’era una sede a Roma ma ha chiuso ormai da alcuni anni.

Quanti volontari avete in Italia?

Nessun volontario poiché tutte le strutture della New Start si trovano a Tokyo.

Avete un sito internet (in italiano)?

Esiste un sito internet ma soltanto in giapponese. Per avere informazioni in italiano l’unico indirizzo che si può contattare è quello che gestisco io: newstart.roma@gmail.com.

Entrate in contatto anche con ragazzi hikikomori?

La New Start in Giappone lavora per ragazzi hikikomori e neet e si occupa soltanto di giapponesi. In Italia qualcuno che si riteneva hikikomori ci ha contattati e lo abbiamo indirizzato ad altre associazioni nazionali.

Ci sono tanti casi?

È difficile quantificarli perché non tutti i casi escono alla luce del sole. Pare comunque che nel 2011 in Giappone siano stati conteggiati un milione e seicentomila hikikomori.

Qual è la vostra modalità di aiuto?

In genere è la famiglia di appartenenza dell’hikikomori che entra in contatto con la New Start. L’associazione si informa sulla persona da seguire e, a seconda dei casi, procede invitando l’hikikomori nelle strutture o cercando un primo contatto con le rental oneesan che si recano a casa a intervalli regolari, per tentare di parlare con i “casi”. C’è anche chi si rende conto di avere problemi di socializzazione e contatta la New Start autonomamente, senza l’incoraggiamento delle famiglie. A volte le visite delle oneesan nelle case degli hikikomori sono sufficienti a dare una scossa ad una situazione di stallo. A volte si riesce a convincere il ragazzo, o la ragazza, a tentare un’esperienza di soggiorno direttamente nelle strutture dell’associazione. I casi sono tantissimi, le cause che portano a questo comportamento sono infinite (caratteriali, esperienze negative, traumi di vario tipo) ed è difficile spiegare in poche righe le diversissime modalità di aiuto. In parte è soltanto l’esperienza che spinge la oneesan a “imbroccare” la strada giusta nel contatto con la persona.

C’è stato un caso particolare che ti ha colpito?

I casi che mi hanno colpito sono stati molti e qualcuno per niente a lieto fine. Aiutare gli hikikomori in una società come quella giapponese è veramente difficile, c’è poco spazio di manovra. Dopo che si è scesa la china è quasi impossibile risalirla. Ma tra lo staff della New Start c’è qualche ex hikikomori che si è sposato, ha messo su famiglia e adesso vive felice circondato dall’affetto dei propri cari.

C’è qualcosa di importante che vuoi aggiungere?

Per accedere al volontariato della New Start sono basilari una buona conoscenza del giapponese parlato ed enormi dosi di motivazione, serietà e rispetto. Ma anche tanta pazienza perché per riuscire ad entrare in confidenza con alcuni ragazzi hikikomori ci vuole tempo e costanza. Con altri purtroppo non ci si riuscirà mai.
La New Start ha bisogno di persone che si prestino a star vicino ai ragazzi hikikomori per tutta la durata del soggiorno. Solo in cambio di questo l'associazione offre vitto e alloggio per tre mesi. E' una grande opportunità per chi vuole studiare la lingua e conoscere il Giappone, ma la serietà e l'impegno sono d'obbligo.



mercoledì 7 agosto 2013

All'interno della New Start (Parte 1)




Questo post nasce in risposta alle richieste di informazione che ho ricevuto circa la New Start, l’organizzazione no profit, con sedi in Giappone, Italia, Filippine e Australia, che si occupa di aiutare tutti quei ragazzi con difficoltà di comunicazione e di integrazione sociale, in particolare gli hikikomori. Ne ho già parlato in un precedente post che, ad oggi, è uno di quelli che ha ricevuto più visite. Ciò mi ha fatto capire l’interesse che c’è nei confronti di questa organizzazione e la curiosità che suscita.





Per quanto mi riguarda, è stato impossibile recuperare informazioni su internet. Ma grazie alla testimonianza di una ragazza italiana (Alessandra), che ha prestato volontariato presso la sede della New Start in Giappone, mi è oggi possibile darvi qualche informazione in più circa le modalità di ingresso e le dinamiche di questa importante organizzazione.

L’intervista è avvenuta in forma scritta, quindi ho deciso di proporvi il testo originale della stessa, senza alcuna modifica da parte mia.

Perché hai deciso di entrare nella New Start?

Ho deciso di provare questa esperienza con la New Start inizialmente perché dopo la laurea avrei voluto provare a lavorare di nuovo in Giappone (avevo già avuto esperienze lavorative precedenti) e mi è sembrata una buona opportunità, avendo la possibilità di lavorare e nel contempo di essere utile ai ragazzi e all’associazione per il lavoro che avrei fatto.

Come sei entrata a contatto con la New Start?

A quel tempo (circa 3 anni fa) frequentavo il secondo anno della ex facoltà di studi orientali a Roma e parlando con dei miei compagni di corso loro mi hanno parlato di questa associazione. Inizialmente  avevo pensato di fare domanda, ma poi mi sono tirata indietro in un primo tempo perché pensavo che il mio livello di Giapponese non fosse abbastanza avanzato.

Dove si trova la sede in cui hai prestavo volontariato?

A confine tra Tokyo e la prefettura di Chiba. Lì c’è l’ufficio principale, la New Start ha anche una sede ad Osaka  ma non so se sia ancora operativa al 100% o serva solo per tenere i contatti e svolgere alcuni lavori burocratici.

Quali competenze ti sono state richieste?

Solo la conoscenza del Giapponese ad un livello intermedio/avanzato. La NS non richiede particolari  competenze lavorative, in quanto i ragazzi che fanno volontariato servono principalmente per coinvolgere i ragazzi hikikomori che lavorano alla NS. Per questo in genere cercano persone estroverse che possano più facilmente entrare in comunicazione con loro.

L’ostacolo più difficile da superare per far parte della cooperativa?

A mio parere non ci sono particolari ostacoli. Un grande scoglio è sicuramente legato alla conoscenza della lingua, in quanto la comunicazione sia con lo staff che con i ragazzi si svolge al 100% in Giapponese. In genere sono ben voluti tutti i volontari, a patto che si diano da fare e non prendano il periodo di soggiorno alla New Start solo come un “appoggio” per poter stare in Giappone.

Conoscevi il fenomeno degli hikikomori prima di entrare nella New Start?

Si, ne ero a conoscenza. Sicuramente lavorando con loro sono riuscita sia a saperne di più sia a capire meglio il fenomeno.

Quanto è durata questa esperienza?

3 mesi

Perché è terminata?

Perché il periodo di soggiorno massimo in Giappone senza visto sono proprio 3 mesi. A prescindere da questo, in generale la NS cerca volontari per un periodo minimo di 2 mesi ad un massimo di 3. In questo modo riescono ad avere più ricambio di personale ed è una buona cosa anche per i ragazzi che possono entrare a contatto con persone diverse.

Come la valuti?

Io la valuto positivamente. Mi ha permesso di capire aspetti della cultura giapponese radicati ormai nella società moderna, ma di cui in Giappone non si parla molto. Le famiglie che si rivolgono alla NS per cercare di aiutare qualcuno dei propri figli/familiari diventati hikikomori sono moltissime (una volta ho aiutato ad affrancare delle buste con dei volantini da inviare alle famiglie che li avevano richiesti e ne abbiamo contate più di 1000!) ma in realtà solo una piccola percentuale decide poi di affidarsi all’associazione. Nella stragrande maggioranza dei casi le famiglie si vergognano di chiedere aiuto.

Sei mai entrata a contatto con un’hikikomori durante il tuo volontariato?

Si, tutti i ragazzi che sono nell’associazione “erano” hikikomori, compresa la maggior parte dello staff che ora lavora alla NS. Ho usato le virgolette perché già quando questi ragazzi vengono portati fuori dalle loro camere e messi ad abitare nel dormitorio della NS, hanno in minima parte perso quello che li rendeva hikikomori. Certo molti di loro appena arrivati non parlano, se ne restano a mangiare da soli al tavolo della mensa comune, ma in genere pian piano riescono a capire l’opportunità che gli è stata offerta e si danno da fare. Ci sono dei ragazzi che dopo 8 mesi/1 anno di lavoro con la NS sono riusciti a trovare un lavoro part-time, riuscendo ad essere integrati in minima parte nella società. La NS organizzava anche dei Rental, una parola che viene usata esclusivamente in riferimento agli hikikomori. Con Rental si indica l’atto di andare a trovare un ragazzo/a hikikomori  per convincerlo a venire nell’associazione e ad abbandonare la sua condizione. Purtroppo io sono stata occupata con il lavoro e non ho potuto parteciparvi, ma in genere è chiesto anche ai volontari Italiani di accompagnare lo staff in queste occasioni. Inoltre alle ragazze che fanno volontariato in genere vengono affidati degli appartamenti dove vive anche una coinquilina hikikomori. (Anche se il numero delle ragazze è sempre inferiore a quello dei ragazzi. Nel mio caso quando sono stata alla NS c’erano 2 ragazze contro i circa 30 ragazzi).

Che tipo di mansioni svolgevi prevalentemente per la New Start? Corrispondevano a quelle che ti aspettavi quando hai deciso di entrare?

La NS  gestisce un cafè, una mensa, una panetteria ed un centro ricreativo per anziani. Ai volontari è richiesto di lavorare in diversi turni in questi locali, in ogni turno lavorano un volontario e 2-3 ragazzi hikikomori a cui è affidato il locale. Nella panetteria e nel centro anziani si è affiancati anche da personale qualificato che gestisce i locali. Spesso sono organizzati anche altri eventi a cui si può partecipare, soprattutto in estate si preparano dei banchetti per i mercati delle feste di paese (matsuri). Quando ho fatto richiesta alla NS mi è stato spiegato nei dettagli tutto quello che dovevo fare e le ore che avrei dovuto lavorare, perciò quello che ho trovato era quello che mi aspettavo. Ovviamente come in ogni altro lavoro in Giappone molto spesso ci è stato chiesto di fare degli straordinari, ma lì è una consuetudine che non si può evitare e ad ogni modo io li ho fatti molto volentieri.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Inizialmente ero un po’ preoccupata da quello che avrei trovato arrivando alla NS, anche perché non avevo mai avuto esperienze di contatto con ragazzi hikikomori. Ho potuto vedere come sia difficile per loro integrarsi anche in un ambiente ristretto e tutelato come quello della NS, ma ognuno di loro cerca di darsi da fare, perciò andando avanti ti viene spontaneo voler dar loro una mano. Logicamente il tempo di adattamento cambia da persona a persona, ci sono ragazzi che sono andati via dopo 3 mesi, altri dopo un anno, altri che dopo 3 anni sono ancora lì. Un consiglio che do è prendere a cuore la loro causa, soprattutto noi Italiani che con il nostro carattere siamo davvero adatti a spronare le persone. Io ho trovato cari amici tra questi ragazzi, con cui spero di continuare a rimanere in contatto. Per quanto io ne possa parlare bene non è un’esperienza da prendere sottogamba, lo staff è esigente e rimane comunque giapponese, quindi bisogna cercare di comprendere la loro cultura e i loro comportamenti per cercare di stabilire una convivenza pacifica. Per il resto vedrete che i vostri sforzi verranno in qualche modo ripagati, soprattutto quando un ragazzo che per due mesi non ha rivolto la parola a nessuno riuscirà a guardavi negli occhi e darvi il buongiorno!

Spero che questa intervista possa essere utile a coloro che desiderano intraprendere la stessa esperienza di Alessandra e, allo stesso tempo, possa essere una risposta a chi si chiedeva quali fossero le modalità di aiuto per gli hikikomori attivate in Giappone.


E in Italia?


Leggi anche:



lunedì 29 luglio 2013

Film sugli hikikomori: "Left Handed"




"Left Handed" (in Giappone "Tobira no Muko") è un film del 2008 diretto da Laurence Thrus. Il tema trattato è quello degli hikikomori.






Trama: la storia ha come protagonista Hiroshi, un adolescente giapponese introverso e silenzioso. Un giorno, mentre va a scuola insieme al fratello minore, decide di non varcare la soglia dell’istituto e di tornare immediatamente a casa. Da quel giorno si chiude nella propria stanza da letto, saltando i pasti e smettendo di andare a scuola. Non solo, smette completamente di parlare e ignora i continui tentativi della madre che cerca di capire cosa gli sia accaduto.





L’intera opera è in bianco e nero, una scelta che il registra probabilmente fa con lo scopo di “spegnere le luci”, in modo da far sprofondare l’intero film nell’ombra, facendogli assumere le stesse tonalità della camera e del mondo di un hikikomori. Anche i dialoghi sono molto scarsi a livello puramente quantitativo, tanto è vero che per lunghi tratti il film è completamente muto.

Dopo queste considerazioni di natura tecnica, voglio commentare alcuni elementi che ho trovato interessanti. Al fine di evitare “spoiler” (anche se pur minimi), consiglio a coloro che avessero già deciso di intraprendere la visione del film di sospendere – momentaneamente – la lettura di questo post.
  

La storia di Hiroshi


Innanzitutto va precisato che il film racconta un caso specifico di hikikomori, con le sue peculiarità. Ogni generalizzazione va dunque fatta con attenzione. La storia di Hiroshi non può essere uguale, per modalità e manifestazioni, a quella di tutti gli hikikomori. Alcune caratteristiche saranno comuni, altre diverse e specifiche.

La domanda che sembra permeare tutto il film è: “perché Hiroshi si è chiuso nella sua stanza?”. La madre non riesce a darsi pace e chiede spesso al fratello minore se fosse successo qualcosa a scuola. Qualcosa è successo, ma la verità è che il comportamento di Hiroshi sembra prescindere da un evento specifico. L’hikikomori non ha bisogno necessariamente di un trauma.

Gli elementi delle storia di Hiroshi che ho trovato comuni a quelli di molti altri ragazzi nelle sue stesse condizioni sono due in particolare: la decisione dei genitori di aspettare a rivolgersi a specialisti nella speranza che la situazione “passi da sola” (si parla di tempi lunghissimi, un anno e mezzo in questo caso) e un padre poco presente nella vita familiare. Quest’ultimo infatti viene a sapere molto tardi che il figlio si trova in quelle condizioni e, a eccezione di una reazione momentanea, lascia tutto il peso sulle spalle della moglie.


Il momento dell'aiuto


Infine, è doveroso soffermarsi su un momento molto importante del film, quello che potremmo definire “dell’aiuto”, ovvero quando la madre decide finalmente di rivolgersi a un istituto specializzato per il recupero degli hikikomori. E’ il responsabile stesso del centro che si reca a casa del ragazzo e incomincia a parlargli da dietro la porta chiusa. I tempi sono lunghi e l’approccio particolarmente cauto.

Nel primo “incontro” il responsabile si limita a una rapida presentazione, dicendo che sarebbe tornato presto. Nel secondo parla di alcuni importanti fatti di cronaca accaduti nell’ultimo periodo e fa capire al ragazzo alcune delle cose che si sta perdendo rimanendo dentro la sua stanza. Nel terzo racconta a Hiroshi un caso di un ragazzo simile a lui e di come il suo centro ha potuto aiutarlo. Nel quarto prova a entrare…

Quello che voglio sottolineare sono i tempi necessari perché un qualunque tentativo di aiuto abbia effetto. Uno degli errori più comuni è quello di forzare il ragazzo ad abbandonare la propria stanza oppure fare ricorso a medicinali (come antidepressivi) per curare, quando da curare non c’è niente.

A tal proposito cito una frase di Carla Ricci:

" [...] vere e proprie cure mediche specifiche ancora non esistono; si possono tentare altre strade, altri dispositivi di efficacia come pazienza e gentilezza, molto più complessi di una ricetta farmacologica ma che consentono una cura intima e delicata"

Il materiale per documentarsi sull’hikikomori non è molto. Anche per questo "Left Handed" rappresenta una preziosa risorsa. Consiglio la sua visione e, se vi fa piacere, lasciatemi un commento a riguardo.


Vedi anche:


lunedì 22 luglio 2013

Giappone e Corea del Sud: passato comune, prospettive diverse



Giappone e Corea del Sud sono due paesi allo stesso tempo simili e diversi. Vicini geograficamente e tradizionalmente, ma lontani nella strada intrapresa.




Il Giappone


Il paese del Sol Levante è sempre stato chiuso al mondo esterno, molto conservatore e geloso della propria cultura. Alcune espressioni di questa tendenza sono rintracciabili nella storia nella nazione. Già durante il Periodo Edo (1603-1868), infatti, fu portata avanti la politica isolazionista del sakoku (letteralmente “paese chiuso”, “blindato”), che limitava severamente il commercio e le relazioni con l’estero.

Se questa distanza in passato poteva essere giustificata anche e in parte dalla posizione geografica, al giorno d’oggi, con l’incredibile sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, questa plausibile ipotesi naturale perde di senso.

Più in generale, il Giappone ha sempre mantenuto una certa distanza dalla cultura occidentale, preservando volontariamente forti barriere culturali e linguistiche (anche in ambito commerciale i giapponesi usano malvolentieri l’inglese), che per certi versi rappresentano gran parte del fascino di questo paese.


La Corea del Sud


La Corea del Sud, al contrario, ha fatto propri diversi aspetti caratteristici occidentali. Nonostante la vicinissima distanza geografica con il territorio nipponico, le disuguaglianze tra i due paesi sono consistenti.

“La Corea del Sud mostra pochi dei sintomi di disordine sociale del Giappone, come l’elevato tasso di suicidi tra gli uomini, il rapido calo della popolazione, la bassa natalità record e la misteriosa sindrome degli hikikomori […]”

Questa citazione è tratta dal libro “Non voglio più vivere alla luce del sole” Michael Zielenziger, che dedica un intero capitolo al parallelo tra Corea e Giappone. Nonostante l’eccessivo tono critico dell’autore, possono essere ricavati alcuni spunti interessanti.
Per prima cosa è importante sottolineare i tanti aspetti in comune tra i due paesi:  il sistema economico, la struttura sociale, l'industriosità, disciplina e rispetto per gli anziani (elementi ereditati dal confucianesimo), reti organiche fondate sui legami di sangue e un sistema scolastico competitivo sono solo alcuni di questi.


Quando le due nazioni hanno imboccato strade differenti?


Zielenziger individua il punto di rottura nel 1997, durante la crisi economica, alla quale i due paesi hanno reagito in modo diverso.

“[…] trovandosi di fronte al disastro economico, la Corea del Sud accettava la necessità di riorganizzarsi in modo sostanziale e di aprire i propri mercati, mentre il Giappone continuava ad aspettare una ripresa spontanea. […] i coreani si assumevano la responsabilità di colmare molte delle loro lacune strutturali. I giapponesi, per contro, cercavano di oscurare e negare le colpe e mantenere il proprio isolamento.”

E arriviamo agli hikikomori. Anche qua sembrano esserci delle differenze sostanziali. Il numero di casi in Corea del Sud è infinitamente più basso rispetto a quello del Giappone. Inoltre, i coreani manifestano alcune caratteristiche diverse, per esempio mantengono un maggiore dialogo con i genitori, sui quali raramente praticato violenza, utilizzano quasi tutti internet e presentano sintomi meno aggressivi.


Perché questo confronto?


L’obiettivo è quello di mostrare l’importanza del contesto culturale nello sviluppo dell’hikikomori e mettere in evidenza le notevoli differenze con la quale la sindrome può manifestarsi anche a pochi chilometri di distanza.
Alla luce di tutto questo, è possibile fare un’ultima considerazione. Nonostante il Giappone, ad oggi, sia l’unico paese che ha mostrato evidenti meccanismi culturali favorevoli all’hikikomori, ciò non esclude che la sindrome possa mutare e adattarsi a sistemi culturali diversi manifestandosi con modalità differenti, ma egualmente antisociali. 


mercoledì 10 luglio 2013

Gli hikikomori non si uccidono



L’allarme suicidi in Giappone cresce ogni anno. Alcuni dati parlano di 660 persone che decidono di togliersi la vita ogni settimana. Nel 2003 il numero di suicidi ha toccato l’apice, salendo del 7% rispetto all’anno precedente, con la cifra record di 34.427 casi.

Dati preoccupanti che riguardano anche i giovani. Nel 2005 si è registrato un aumento del 5% di suicidi nei ventenni e del 6,3% nei trentenni. Ma la vera piaga è arrivata solo qualche anno dopo, con la diffusione di internet e con l’avvento dei suicidi collettivi. Esistono infatti dei siti web che permettono l’incontro di potenziali suicidi che si daranno appuntamento in un luogo prestabilito dove compiere insieme l’ultimo atto. Un rito macabro in fortissima crescita.

Le cause di questa tragica situazione vanno ricercate anche nella storia del Giappone. Infatti, la morte volontaria non è mai stata moralmente condannata, ma al contrario, considerata un gesto onorevole e una forma di riscatto personale. Molto famoso è il seppuku, un suicidio rituale praticato dai samurai, che prevede lo sventramento. Per non dimenticare i kamikaze che si scagliavano con i propri aerei carichi di esplosivo contro le forze nemiche durante la Seconda Guerra Mondiale.




Al contrario di quello che si potrebbe pensare, gli hikikomori sono in controtendenza rispetto a quello che accade nel resto del paese. Infatti, nonostante nel 46% circa di essi siano presenti pensieri di morte, raramente arrivano al suicidio.

Ritengo questo un dato molto informativo sul modo di pensare degli hikikomori. Essi si trovano in una condizione non facile, ma sono consapevoli della propria scelta. Al contrario di ciò che potrebbe capitare a un soggetto depresso, l'hikikomori sembra essere in grado di accettare la propria situazione e viverla in modo lucido. Perché come dice Carla Ricci nel suo libro, “[…] il ragazzo hikikomori vuole vivere, ma non sa come” .


domenica 7 luglio 2013

"Hikikomori", un vocabolo sconosciuto



Nell’edizione 2013 del Dizionario Italiano Zanichelli per la prima volta compare il termine “hikikomori”.  Ebbene sì, ce l’abbiamo fatta. L’Oxford Dictionaries includeva il vocabolo già dall’ottobre del 2010:

"(in Japan) the abnormal avoidance of social contact, typically by adolescent males/a person who avoids social contact."

Arriviamo tardi, manco a dirlo.

In più, se provate a cercare “hikikomori” in tutti i principali vocabolari italiani online (Corriere della Sera, Hoepli, Treccani, La Repubblica), nessuno di essi vi darà alcun risultato.

Questa mancanza trova giustificazione nel quasi totale disinteresse mostrato dall’Italia nei confronti di questa condizione. Ogni anno molti ragazzi si chiudono all’interno della propria stanza, ma fuori nessuno sembra accorgersene. A volte ci si limita a chiamarli “strani”, “pazzi” o “depressi”, ignorando quali siano le vere ragione che spingono un giovane a compiere tale gesto, non accorgendosi delle responsabilità di una società sempre più malata.

L’hikikomori è entrato a far parte del vocabolario italiano, ma solo formalmente, perché le persone che conoscono questo fenomeno sono ancora un numero infinitesimale rispetto alla totalità della popolazione. L’Italia non conosce, non sa, ma giudica. 


venerdì 28 giugno 2013

Il padre che non c'è: il ruolo della figura paterna in Giappone




La separazione dei ruoli tra maschi e femmine è una tradizione ancora molto forte nella cultura giapponese moderna. Il padre lavora e pensa al sostentamento economico della famiglia, mentre la moglie si occupa della casa e dell’educazione dei figli.




I ritmi lavorativi in Giappone


Questa premessa è fondamentale per comprendere meglio ciò che sta accadendo in questi anni in Giappone. A causa della crisi economica i ritmi di lavoro sono diventati insostenibili. La competitività del mercato costringe a orari estenuanti e capita spesso che gli uomini rincasino molto tardi la sera, con l’unico desiderio di dormire.

Uno stile di vita di completa abnegazione per il lavoro che, tuttavia, è considerato motivo di orgoglio e un dovere morale nei confronti della propria famiglia. Questo spirito di sacrificio può essere ricollegato a una caratteristica della cultura giapponese molto antica: la lealtà bushido, “la via del guerriero”, ovvero un codice di condotta e un modello di vita che esige il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore che devono essere perseguiti fino alla morte.

Fino alla morte, appunto. E’ quello che accaduto a 317 uomini nel 2002 morti per eccesso di lavoro (karoshi, parola coniata appositamente per il fenomeno). Dimostrare che si sta dando il massimo diventa più importante di ogni cosa, anche della stessa vita.

Padri assenti


Costretto sempre fuori casa dal lavoro, il padre contribuirà poco all'educazione del figlio. In questo modo la figura genitoriale femminile avrà un ruolo dominante e, talvolta, sarà una madre eccessivamente presente. A tal proposito Carla Ricci, nel saggio “Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione”, dice: “la madre fa troppo la madre perché non fa per niente la moglie”. Questo è un punto fondamentale per comprendere meglio quali dinamiche familiari possono favorire l’hikikomori. La lontananza del padre non solo priva il bambino di una figura genitoriale fondamentale, ma favorisce anche lo svilupparsi di quel legame di dipendenza tra madre e figlio (l’amae) che spesso rappresenta una delle principali cause di hikikomori.

"[...] la madre si occupa di lui, delle sue scelte scolastiche, lo accompagna a scuola, segue i suoi studi e sa tutto della sua vita. Il figlio è amato e protetto, molto amato molto protetto, troppo amato troppo protetto [...]" (Carla Ricci in Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione).

Un'assenza ingombrante


Prima di concludere è importante sottolineare una cosa. L’assenza fisica del padre non impedisce che egli risulti comunque una figura particolarmente influente e ingombrante. Le sue “gesta eroiche”, infatti, vengono spesso raccontate dalla madre al figlio, il quale sentirà la pressione a comportarsi nella stessa maniera, a dover diventare come lui.

"Attorno a questo padre silenzioso ma severo e senza dubbio opprimente, si sviluppa un percorso perverso di aspettative, dove ognuno si aspetta qualcosa da qualcun'altro: il padre lavora e tutti conoscono le aspettative su di lui; la madre conosce quelle che marito e figlio hanno su di lei ed il figlio conosce ciò che i genitori si aspettano da lui. E' un circolo vizioso di co-dipendenza all'interno del quale i membri della famiglia ristagnano e da questa scala di valori sembra che effettivamente non ci sia via di scampo" (Carla Ricci, in Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione).


domenica 23 giugno 2013

Il sistema scolastico giapponese: "l'inferno degli esami"




Spesso si sente parlare del sistema scolastico giapponese come uno dei migliori al mondo, dove disciplina e rigore sono ritenuti elementi imprescindibili per l’apprendimento. Tuttavia, un sistema così rigido nasconde spesso diverse inside e può avere degli esiti imprevisti, tra i quali vi è anche l'hikikomori.



Losing You - LY


Vediamo quali sono le principali caratteristiche del sistema scolastico giapponese:


Scuola pubblica verso scuola privata 


Mentre in Italia la scuola pubblica è la norma e la scuola privata un lusso per pochi, in Giappone le cose si invertono. Gli istituti privati sono diventati gli unici che consentono di ottenere un diploma spendibile nel mondo del lavoro. Così, i genitori spesso fanno enormi sacrifici per mandare i propri figli nelle scuole più care e prestigiose.


Un sistema gerarchizzato


Come lasciato intuire, in Giappone esiste una precisa gerarchia degli istituti e delle università che vede in vetta la prestigiosa Università di Tokyo, tale che...

"Il rango dell'università dove ci si laurea determina l'attività individuale, oltre che l'accesso a una certa condizione sociale e il successo che ci si può aspettare di ottenere nella vita. Le aziende più importanti nella scala gerarchica tendono sempre più a reclutare i laureati di cui hanno bisogno nelle università di livello più alto. Si tratta di un fenomeno che negli ultimi anni [...] si è accentuato al punto che le imprese più importanti accettano soltanto le domande di impiego dei laureati provenienti dalle università di massimo livello."  (da "La Società Giapponese”, di C. Nakane, 1992)

Gli esami di ammissione


La corsa agli istituti più eccellenti determina, a sua volta, esami di ammissione sempre più rigidi, per i quali gli studenti arrivano a studiare anche 12 ore al giorno. Non è difficile allora capire perché il sistema scolastico giapponese sia chiamato shinken jigoku, che significa letteralmente “inferno degli esami”.

Quando uno studente tenta e fallisce un esame di ammissione universitario diventa un ronin, ovvero uno studente che studia per un anno intero da solo per poi ritentare nuovamente il test. Ed è questo uno dei periodi nei quali si rischia maggiormente di diventare un hikikomori, in quanto l’isolamento sociale dello studente tende ad aggravarsi.


Studio mnemonico


Il sistema scolastico giapponese ha sempre privilegiato uno studio mnemonico rispetto all'apprendimento critico, che invece dovrebbe rimanere un principio fondamentale di ogni sistema educativo. In questo modo, il piacere di imparare si perde completamente, così come la motivazione intrinseca allo studio.

La scuola diventa un peso ed aumenta esponenzialmente il rischio di abbandono.


La competitività 


Il sistema scolastico giapponese è pensato per stimolare ai massimi livelli la competizione tra gli studenti, non solo all'interno di un istituto, ma anche a livello nazionale. Esistono, infatti, delle graduatorie pubbliche, esposte periodicamente dopo ogni sessione di esami. Questo tipo di impostazione può avere diversi effetti negativi, per esempio, uno studente con un basso rendimento scolastico si sentirà umiliato, abbattendosi o iniziando a studiare in modo ossessivo.

Tale competitività ha portato, inoltre, al proliferare di scuole di studio intensivo (juku), ovvero scuole serali o nei week end (che si sommano a quelle già frequentate) dove gli studenti trascurano in modo totale attività sportiva e socializzazione per dedicarsi completamente allo studio.

È evidente come un sistema così organizzato generi una grande pressione su quei ragazzi che non hanno le capacità per sostenerlo. I genitori spenderanno molti soldi per l’istruzione del figlio, mandandolo nelle migliori scuole private e mettendolo così nella situazione di non poter deludere le pesanti aspettative riposte in lui.  

"La famiglia partecipa emotivamente ed economicamente al suo successo [del figlio] e se per caso il giovane fallisce, anche se apparentemente si cerca di non farne un dramma, ciò che si verifica è uno stato di prostrazione che contagia tutti. Ciò spesso rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso. Il giovane prova vergogna per non essere stato abbastanza bravo e senso di colpa nei confronti dei genitori, che spesso si devono indebitare per pagare gli insegnamenti privati. Tutto questo può essere un motivo sufficiente per cominciare il ritiro."  (Carla Ricci, in “Hikikomori e adolescenza. Fenomenologia dell’auto reclusione”)


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martedì 18 giugno 2013

Ijimè (bullismo): "il chiodo che sporge va preso a martellate"




L’aver subito atti di bullismo a scuola rappresenta un grave fattore di rischio per quanto riguarda l’hikikomori. In Giappone le dimensioni di questo fenomeno sono inquietanti: in un sondaggio del 1994, il 54% degli alunni delle scuole medie ha dichiarato di aver subito bullismo.



La piaga del bullismo nelle scuole è presente in quasi tutte le nazioni del mondo, ma in Giappone, all’interno della cultura giapponese, esso sembra assumere alcune caratteristiche particolarmente rilevanti. L’ijimè (parola che deriva dal verbo ijimereru, ovvero “tormentare”) viene considerato un marchio d’infamia e subirlo equivale spesso ad ammettere il proprio fallimento nella società. I casi di suicidio correlati sono numerosissimi.

Un’altra modalità caratteristica del bullismo giapponese è lo shikato, che consiste nell’isolamento totale della vittima, esclusa da ogni gruppo e trattata da tutti come se non esistesse. Si può capire come questo gesto, in una società dove l’importanza del gruppo è particolarmente esasperata, rappresenti una violenza psicologica brutale.

Secondo Zielenziger (ricercatore dell’Università di Berkeley, California) "in Giappone non esistono vere e proprie norme morali che impediscono l’ijimè". Egli infatti, nel suo libro "Non voglio più vivere alla luce del sole" scrive:

"A causa dei fitti legami razziali, tribali e culturali, il dogma nazionale giapponese implica che tutti siano uguali e abbiano in comune pensieri e valori identici. Tale ideologia rende più semplice razionalizzare la punizione della persona che devia. 

[...] Il bullismo, di fatto, è tollerato anche nella società giapponese adulta come un mezzo per modificare un comportamento, uno strumento per costringere l'individuo ad accettare la logica del gruppo.”


Lo shikato e gli atti di bullismo avvengono spesso sotto gli occhi degli insegnanti che non sempre intervengono, lasciando che la logica del gruppo prenda il controllo della classe. Perché, come dice un famoso proverbio giapponese, “il chiodo che sporge va preso martellate”.


Qual è la situazione in Italia? 


Il bullismo nelle scuole è una questione molto calda anche nel nostro paese. Dalle ultime ricerche risulta che almeno un adolescente su cinque lo abbia subito. Il problema è che spesso le persecuzioni proseguono anche al di fuori del contesto scolastico, attraverso il cosiddetto cyberbullismo.

I contraccolpi psicologici del bullismo non vanno intesi solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo, come spiega benissimo questo articolo del Corriere della Sera. I maltrattamenti sono in grado di generare un vero e proprio trauma con conseguenze molto gravi.


Bullismo e hikikomori


Basta leggere le testimonianze nel Forum per rendersi conto di quanto bullismo e hikikomori siano legati. Nella maggior parte delle storie riportate viene, infatti, dato grande risalto ai maltrattamenti subiti durante le ore scolastiche e al grave disagio vissuto.

Gli hikikomori sono ragazzi molto fragili e sensibili, che faticano a relazionarsi con i compagni, non solo per una incompetenza caratteriale, ma anche perché si sentono più maturi rispetto a loro e, talvolta, si convincono di non aver nulla da spartire. Entrano allora in un circolo di negatività che può portarli a interpretare un'episodio di derisione o una battuta detta nel momento sbagliato in modo particolarmente doloroso,  fino al cosiddetto "fattore precipitante", ovvero un episodio specifico alla quale gli hikikomori collegano la loro scelta di ritiro.

Contrastare il bullismo significa, allora, contrastare anche il fenomeno degli hikikomori. È perciò fondamentale che la scuola si attrezzi per garantire un ambiente positivo, dove anche le minoranze caratteriali siano in qualche modo tutelate. Purtroppo, a volte ciò non accade e si lascia che la logica del gruppo prevalga, sotto gli occhi di insegnanti poco attenti.


martedì 11 giugno 2013

"Amae": la dipendenza tra genitori e figli causa dell'hikikomori




Il concetto di amae è fondamentale per comprendere meglio il fenomeno degli hikikomori. Esso esprime, in sostanza, una relazione di dipendenza tra madre e figlio, un rapporto simbiotico.





Il termine è stato usato per la prima volta da Takeo Doi nel 1973 (all'interno del libro: "Anatomia della dipendenza") e non è altro che il sostantivo del verbo ameru che significa “dipendere da e presumere benevolenza dall’altro”. La traduzione non è letterale, in quanto, nelle lingue Occidentali, una parola corrispondente all’amae non esiste. Perché? Secondo lo stesso Doi ci troveremmo di fronte ad un sentimento esclusivamente giapponese. A tal proposito egli dice:

“[…] il fattore che il termine amae esiste in Giappone, mentre manca nelle lingue occidentali, può essere interpretato come segno che, contrariamente a ciò che avviene in Occidente, i giapponesi sono particolarmente sensibili all'amae e vi attribuiscono una grande importanza.”

Lo stesso autore fornisce due possibili spiegazioni per giustificare la mancata presenza dell’amae anche in altri paesi:

"[...] la prima è che, mentre in Giappone i rapporti umani fondati sulla dipendenza si sono integrati nel sistema sociale, in Occidente ne sono rimasti esclusi, col risultato che l'amae ha potuto svilupparsi nel primo caso e non nel secondo. L'altra spiegazione, che non contraddice necessariamente la prima, è che anche nelle società occidentali dove non esiste termine equivalente all'amae, e un'emozione corrispondente non sembra esistere, se ne possono di fatto osservare analoghe in numero cospicuo […]”

Ma in che modo l’amae riguarda il fenomeno degli hikikomori?


Secondo alcune ricerche, circa nell’88% dei casi di hikikomori la madre presenta questo tipo di relazione con il figlio. Con il passare degli anni l’amae si concretizza in un atteggiamento sempre più iperprotettivo della madre verso un ragazzo (e non più un bambino) che potrà reagire in modo ambivalente: da una parte “approfittando” di queste eccessive attenzioni, dall’altra sentendosi oppresso e reagendo, talvolta, in modo aggressivo (come testimoniano i numerosi casi di violenza operati dagli hikikomori nei confronti dei genitori).

E in Italia?


L’amae sembra giocare un ruolo molto importante nelle dinamiche degli hikikomori giapponesi, ma possiamo dire la stessa cosa per gli hikikomori italiani?

Una risposta a questa domanda ancora non c’è. Anche presupponendo che l'amae sia un sentimento esclusivo della cultura nipponica, possiamo comunque ipotizzare che esistono altri tipi di legami simili all’amae anche in Occidente, anche in Italia (come sostiene lo stesso Doi).

Insomma, sono ancora tante le domande legate a questo concetto e forse noi, che ragioniamo e vediamo il mondo con occhi occidentali, non siamo in grado di concepirlo fino in fondo e comprenderne l'essenza.

venerdì 7 giugno 2013

Italia: più di 2 milioni di NEET


Secondo il rapporto Istat 2013, presentato il 22 maggio scorso, sono 2 milioni e 250mila i giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. L'Istituto Nazionale di Statistica sottolinea, inoltre, che l'Italia ha la quota di NEET più alta di tutta Europa.





Alla luce di questi dati allarmanti, mi viene spontaneo chiedere: per quanto tempo ancora l'Italia potrà ignorare il fenomeno degli hikikomori?

E' evidente che la crisi economica, sbarrando le porte del mondo del lavoro ai giovani, può essere un elemento che favorisce l'inattività, l'apatia, il distaccamento dalla società e, nei casi più estremi, il ritiro. Spesso, infatti, l'hikikomori inizia in modo graduale. Il soggetto può trovarsi costretto a trascorrere molto del suo tempo in casa, e ciò può comportare un lento adattamento alla vita solitaria. Essa può essere inizialmente percepita dal soggetto stesso come transitoria e facilmente modificabile, tutto sembra sotto controllo, ma può capitare che quando ci si rende conto di essere scivolati nell'isolamento, ormai ci si trova in una condizione tale per cui è difficile abbandonarlo.

Molte ricerche, infatti, sottolineano l'importanza cruciale di un intervento rapido nel trattamento dell'hikikomori. Più tempo si aspetta e più difficile sarà uscirne.

Un'altra considerazione importante che sorge dai dati riportati, è che le stime ufficiali finora prodotte, per quanto riguarda il numero di casi di hikikomori in Italia (al momento solo 50 documentati), appaiono del tutto irrealistiche.

Quello che sta succedendo in Giappone dovrebbe servire da monito per tutti i paesi del mondo, dovrebbe essere un campanello d'allarme da cui non si può sfuggire solamente tappandosi le orecchie. Bisogna prepararsi, studiare possibili interventi preventivi, sfruttare l'esperienza giapponese per non essere colti impreparati.

L'Italia è il paese Europeo con il più alto numero di NEET. Forse l'hikikomori è più vicino a noi di quello che pensiamo.


AGGIORNAMENTO 26/12/2016

I nuovi dati pubblicati dalla Commissione Europea parlano di un ulteriore crescita dei NEET nel nostro paese (più di 2,3 milioni). È importante però fare alcune precisazioni:


  • Tutti gli hikikomori sono NEET, ma non tutti i NEET sono hikikomori: i NEET infatti, al contrario degli hikikomori, mantengono una vita relazionale normale e non si isolano dal mondo esterno.
  • le cause sociali e le motivazioni alla base dei due fenomeni sono diverse: l'aumento dei NEET in Italia è inevitabilmente collegato alla crisi economica che da anni ormai colpisce il nostro paese. I giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro e dopo l'ennesima porta sbarrata possono perdere la motivazione e smettere di cercare un'occupazione, diventando così dei NEET. L'inattività degli hikikomori, invece, è più legata a fattori interni. È una scelta di carattere ideologico, connessa a difficoltà relazionali che nulla hanno a che fare con il mercato del lavoro attuale.



Dunque, il fenomeno degli hikikomori e quello dei NEET, pur avendo delle sovrapposizioni e delle connessioni evidenti, devono essere considerati come due cose ben distinte.



sabato 1 giugno 2013

Nel mondo di un hikikomori






In questo post voglio cercare di entrare nel mondo di un hikikomori partendo da un video. Il filmato in questione riguarda uno degli anime più famosi e apprezzati degli ultimi anni: Welcome to the NHK (titolo originale: “NHK ni Youkoso!”). Uno dei motivi del suo successo è sicuramente da attribuire al tema trattato, ovvero quello degli hikikomori.

Perché ho scelto questo video? Per due motivi:

- il primo: gli anime e i manga veicolano moltissimo della cultura Giapponese, dai modi di comunicare al cibo, dai costumi ai miti. Insomma, quando guardi un anime apprendi molte cose sul modo di vivere Nipponico;

- il secondo: offre diversi spunti di riflessione. Questi sette minuti di video mi danno la possibilità di toccare diverse tematiche, “estraendole” direttamente dalla bocca di un hikikomori.  




1. La stanza

                
La prima cosa che colpisce è l’ambientazione, la stanza. C’è molto disordine (lattine vuote, panni stesi, riviste, ecc.) e scarsa illuminazione. Questa è la rappresentazione tipica del luogo in cui vive un hikikomori. Alcune ricerche parlano di ragazzi malnutriti, che si cibano solo di prodotti confezionati, come quelli acquistabili nei kombini (i caratteristici negozi Giapponesi aperti 24 ore su 24) e che oscurano le finestre della stanza con del nastro adesivo nero, oppure con dei fogli di giornale, per non permettere alla luce del sole di penetrare.

Una conseguenza di questa perenne oscurità può essere l’inversione del ritmo circadiano, della notte con il giorno. Infatti, le prime parole del protagonista dell’anime, Tatsuhiro Satō, sono: “Ultimamente la mia testa ha qualcosa che non va… sarà perché dormo sedici ore al giorno”


2. "Posso uscire, ma non voglio"


Un altro momento del video degno di nota inizia al minuto 1.17 (circa), quando Saito guarda la porta e ragiona su quanto sarebbe facile uscire per andare fino all’appartamento accanto e bussare. Gli hikikomori, infatti, spesso credono di essere in grado di uscire quando lo desiderano, raccontandosi delle bugie del tipo “posso, ma non voglio” (vedi la storia di Jun). Questa sembra una dinamica di pensiero frequente negli hikikomori, ma non mi sento di generalizzarla. 


3. La paura di essere giudicati


Il filmato continua con una fantasia del protagonista, che immagina come la gente lo guarderebbe se uscisse dalla sua stanza. Si vedono delle persone che ridono alle sue spalle, che lo scherniscono e lo offendono. Qui entra in gioco anche il tema complesso della timidezza (che in giapponese si esprime con la stessa parola di “vergogna”). La paura di essere giudicati dagli altri può essere un motivo valido per iniziare o continuare il ritiro.


4. Il periodo più difficile


Andiamo avanti. “L’estate del primo anno di università…”, questo è il periodo in cui inizia l’isolamento di Saito. Come già detto nei post precedenti, la fase che separa la fine delle scuole superiori e l'inizio dell'università è particolarmente critica (ne ho parlato approfonditamente qui). Molte cose cambiano e la paura di ciò che si dovrà affrontare spesso è troppo forte. Anche questo è un elemento che accomuna tanti hikikomori.

Vi è poi un lungo momento di silenzio, scandito dal frinire delle cicale, in cui domina l'inattività e l’apatia del protagonista; elementi che inevitabilmente caratterizzano la vita di un recluso.


5. Deresponsabilizzazione e sfiducia nella società


Poi arriviamo al tema del “complotto” (quello che lui identifica nella “Nihon Hikikomori Kyokai”, traducibile come “Associazione Giapponese Hikikomori”). A dire il vero, nell’anime questo concetto è un po’ “romanzato” (giustamente) e forse si potrebbe dire che è un qualcosa che riguarda più specificatamente Saito piuttosto che tutti gli hikikomori, ma almeno due cose interessanti ce le dice. Mostra una tendenza ad attribuire le cause della propria condizione a fattori esterni (“non è colpa mia se sono recluso, è colpa dei complotti contro di me”) e palesa una certa sfiducia nei confronti della società.


6. Differenza tra Hikikomori, Otaku e NEET


Infine, questo video offre anche lo spunto per trattare un’importante distinzione, quella tra hikikomori, otaku e NEET. Probabilmente quasi tutti hanno già sentito parlare di queste ultime due classificazioni. In breve...


  • otaku è un termine giapponese che si riferisce a soggetti ossessivamente interessati a qualcosa (in particolare attinente al mondo dei manga);
  • NEET (Not in Education, Employment or Training) è un termine inglese che si riferisce a quelle persone che non studiano, non lavorano e non sono interessate a farlo.


Le tre categorie sono sicuramente in relazione tra loro, ma non per questo uguali. Infatti, mentre tutti gli hikikomori sono NEET (ovvero non studiano e non lavorano), non tutti i NEET sono hikikomori. La maggior parte mantiene delle relazioni sociali, esce con gli amici, si fidanza, ecc. Per quanto riguarda gli otaku, è vero che esserlo può favorire il passaggio verso l’hikikomori (come viene esplicitamente detto nel video), ma ciò non è affatto obbligatorio o scontato.

A conclusione del post, mi sento di consigliarvi la visione di questo anime. Se siete stati piacevolmente colpiti dai suoi primi minuti e se siete interessati ad approfondire il fenomeno degli hikikomori da un punto di vista più “leggero” (ma non per questo meno importante), non potete perdervelo.